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Piazza Fontana - commento al film di Giordana
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Scritto da Franco Calamida, 11-04-2012 08:48

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Pubblicato in : Svago, Svago


Un utile commento  al film di Giordana

Piazza Fontana
E' uscito in questi giorni nelle sale il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di piazza Fontana. Il film ha suscitato qualche perplessità perché in alcuni punti si discosta dalla verità storicamente accertata.

In ogni caso il film ha ravvivato il ricordo di chi c'era e suscitato la curiosità di chi non c'era.

Sul film, e sulla storia di piazza Fontana, Piero Basso ha chiesto l'opinione di Federico Sinicato, difensore di parte civile delle vittime della strage e profondo conoscitore dei fatti. Ecco le sue parole:

 

 

 

 

 

Ho letto in questi giorni le più disparate valutazioni e critiche non sempre basate su un corretto rapporto tra atti processuali e ipotesi storiche.

Per maggiore chiarezza cerco di esporre il mio pensiero per sintetici capitoli:

 

1) Il film è, come dice il titolo "Romanzo di una strage", opera intellettuale e di fantasia e come tale andrebbe giudicato.

Non sono un critico ma ho abbastanza esperienza da spettatore per ritenerlo, sotto questo aspetto, un buon film, nel solco di quel cinema delle emozioni civili a cui Giordana ci ha abituato dai Cento Passi a La meglio gioventù.

Il film ha infatti la capacità di emozionare, il bellissimo tratteggio dei personaggi e l'ottima recitazione.

Non ultimo, e tipico di Giordana, l'efficace descrizione di quegli anni, soprattutto per coloro che non li hanno vissuti.

 

2) E' evidente che il film non ha ad oggetto né la strage né le vicende giudiziarie che ha generato, ma il ruolo che quell'evento ha avuto nella storia italiana così come il ruolo che alcune persone in particolare hanno recitato, loro malgrado, in quella storia. Le figure chiave del film, infatti, sono da un lato Pinelli e Calabresi e dall'altro Moro e Federico Umberto D'Amato.

Tra Pinelli e Calabresi viene ipotizzato un rapporto complesso e psicologicamente raffinato che, se non c'è realmente mai stato, è pur sempre molto vicino a quello che avrebbe potuto essere: in questo, peraltro, sta gran parte della poesia del film. Si può sottolineare che la figura di Pinelli, la sua integrità ed umanità escono in modo prepotente mentre la figura di Calabresi è trattata con molta attenzione alle sfaccettature che gli derivavano dal ruolo e dall'intelligenza (che i testimoni dell'epoca gli riconoscevano).

La figura di Moro è centrale, nella prima parte, a sintetizzare il doppio ruolo che anche i politici "migliori" della prima Repubblica ebbero a svolgere: da un lato una convinta difesa della democrazia, dall'altro l'obbedienza "atlantica" che poteva pretendere da loro anche l'accettazione del "lavoro sporco". Oggi potrebbe sembrarci contraddittorio ma negli anni della guerra fredda e di quello che alcuni storici hanno chiamato "il terzo conflitto mondiale a bassa intensità" il loro compito di garanti del sistema occidentale non poteva svolgersi senza quel compromesso.

Federico Umberto D'Amato, capo dell'ufficio affari riservati del Ministero degli Interni, è il Mefistofele cui viene demandato quel lavoro che la politica non può svolgere direttamente e "non vuole sapere": sarà proprio questo personaggio in una delle scene finali (del tutto immaginata, ovviamente) a dare ad un confuso Calabresi il senso della vera posta in gioco che non è semplicemente una bomba fascista, e neppure un complotto fascista per addossare agli anarchici una strage non voluta, ma l'esito ineluttabile della guerra non dichiarata che, come i bombardamenti del '44, non fa distinzione tra militari e civili.

D'Amato spiega, infatti, a Calabresi che si arrovella sull'effettivo ruolo degli anarchici e dei neofascisti di Ordine Nuovo, come la strage possa essere il frutto logico di frange terroriste neonaziste istigate da uomini delle istituzioni con il beneplacito degli "organi atlantici" nell'ottica di favorire le aree più reazionarie del sistema politico e militare.

 

3) Per molti, il giudizio sul film parte dalla citazione che il film fa nei titoli di coda del libro di Paolo Cucchiarelli "Il segreto di Piazza Fontana" e, come ha ben scritto Aldo Giannuli, tale riferimento può aver fuorviato gli spettatori che non hanno letto il libro e che ne conoscono l'esistenza solo per le aspre critiche a cui è stato sottoposto.

In buona sostanza il libro di Cucchiarelli ipotizza una doppia organizzazione delle stragi del 12 dicembre: gruppi anarchici e il gruppo neonazista di Ordine Nuovo. Si sarebbe verificata la sovrapposizione alle azioni dimostrative dei primi di una azione mirata neonazista, ben conscia di poter provocare la strage e il terrore conseguente alla campagna di attentati addebitandolo ai più ingenui anarchici.

La tesi di Cucchiarelli parte da alcuni reali dati processuali e logici che non ritiene siano stati sufficientemente spiegati dalle indagini giudiziarie ed arriva ad ipotizzare anche un ruolo di "incolpevole testimone" di Pinelli,  costretto a tentar di smontare ciò che Valpreda aveva messo in piedi (senza immaginare l'ombra incombente di Ordine Nuovo).

Ebbene, di tutto questo il film non salva nulla ad eccezione dell'ipotesi di una sovrapposizione di bombe in Piazza Fontana nella quale, peraltro, gli anarchici non c'entrano realmente ma il sosia di Valpreda è utilizzato solo per indirizzare le indagini verso di loro. L'ipotesi astratta della doppia bomba non è del tutto assurda ma, certo, non è mai stata dimostrata.

Immaginare che una parte della politica abbia voluto approfittare del ribollire della destra tra frange golpiste e neofascismi in libera uscita per affidare ai servizi e ai suoi esecutori a contratto il compito di alzare una volta per tutte il livello dello scontro al fine di provocare quella riconversione atlantica in salsa greca che si auspicava è compatibile con molte delle risultanze storiche accertate.

Né il processo di Catanzaro né il processo di Milano, invece, sono mai andati oltre l'approfondimento del ruolo intermedio delle organizzazioni neonaziste e questo senza poter giungere ad affermazioni di condanna.

Se è vero, infatti, che la sentenza milanese del 2004 si dice convinta della responsabilità di Freda e Ventura, questi non sono più ufficialmente processabili e il film, del resto, ne descrive correttamente il ruolo operativo fino all'arresto. Quanto all'assoluzione dei veneziani Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi (e del sodale Rognoni a Milano capo della "Fenice") queste derivano da una complessa e articolata opera di demolizione delle dichiarazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano sulla base delle quali il Giudice Salvini aveva costruito la nuova istruttoria.

Non è qui il caso di ripercorrere quelle dichiarazioni né di affrontarne i passaggi controversi; resta il fatto che le prove furono ritenute insufficienti e contraddittorie pur riconoscendo proprio al gruppo di Maggi e Zorzi una contiguità operativa con Freda e Ventura almeno fino all'autunno del '69 che certo resta un indizio pesante sulla loro responsabilità.

Il processo attualmente in corso a Brescia per la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e il processo per la strage di Via Fatebenefratelli del 1973 hanno fornito, del resto, qualche ulteriore elemento a riprova della strategia terroristica del gruppo di Ordine Nuovo Veneto, del pensiero "stragista" di Carlo Maria Maggi e del perpetuarsi in quegli anni di una inesausta voglia di compiere azioni eclatanti per dare visibilità e peso politico ad una destra sempre più isolata nel paese.

Tutto ciò non è bastato al sistema giudiziario per accertare delle responsabilità; mi sorprende che oggi si pretenda da un film di risolvere una volta per tutte il "problema di Piazza Fontana" attribuendo ad un intellettuale del cinema i poteri di un commissario governativo straordinario per giungere ad una verità inattaccabile che non è riuscita a darci la Commissione Stragi.

 

4) Un'ultima considerazione: il film è stato accolto con commozione dai familiari delle vittime e, in fondo, per la prima volta ha dato un volto ai morti. La loro soddisfazione deriva anche dal fatto che dopo molti anni si torna a discutere di Piazza Fontana e questo nuovo interesse per un evento che ha tragicamente cambiato la storia d'Italia non può che essere positivo.L'Associazione dei familiari ha sempre cercato di svolgere una grande opera informativa nelle scuole e tra i giovani e non vi è dubbio che lo strumento cinematografico abbia una presa emotiva e iconografica ben maggiore di qualsiasi conferenza.

Il film, pur con tutti i limiti, identifica chiaramente la manovalanza ordinovista, la regia dei servizi e il ruolo della politica.

Mi piace aggiungere anche che le straordinarie figure non solo dei protagonisti ma anche dei comprimari (si pensi al gruppo dei poliziotti della Questura di Milano) possono tramandare alle nuove generazioni una fotografia abbastanza realistica di ciò che abbiamo vissuto nella nostra giovinezza.

Tre anni fa avevo presentato alla Procura di Milano una memoria con la quale chiedevo di aprire nuovamente un'indagine sulla strage a partire da alcuni indizi nuovi emersi da altri processi. La Procura di Milano non ha ritenuto quelle novità di rilievo sufficiente per aprire una nuova indagine che avrebbe potuto coinvolgere altri elementi del neonazismo veneto mai prima coinvolti.

Tante cose ancora abbiamo da chiarire sul 12 dicembre e un film, nella sua poetica imperfezione, a volte può essere più utile do tanti saggi storici.  


Federico Sinicato


Ultimo aggiornamento : 11-04-2012 08:54

   
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fgjhrewt

Scritto da: Amanda (Invitato) 15-06-2012 09:26

fgjhrewt

Scritto da: Amanda (Invitato IP 183.1.193.237) 15-06-2012 09:26

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