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Un libro di Liberato Norcia - storie vere degli annni 70
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Scritto da Franco Calamida, 02-04-2012 08:40

Pagina vista : 3174

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, CUB 1969


Vittorio Rieser presenta il libro di Liberato Norcia.

 

 

 

 

LIBERATO NORCIA, Cosa ho chiesto trent’anni fa all’onorevole Enrico Berlinguer e quello che chiederei oggi all’ingegner Sergio Marchionne, Legma Edizioni, pp. 110, € 10.

 

Il lettore non si lasci ingannare dal titolo (che ricorda un po’ i lunghissimi titoli di certi films italiani del secolo scorso…): questo è ben più di un libro sui “35 giorni” della Fiat nel 1980. Certo, questi costituiscono per certi versi il culmine della narrazione – e il titolo ricorda l’episodio di cui Norcia fu protagonista, quando chiese a Berlinguer, davanti ai cancelli di Mirafiori, come si sarebbe comportato il PCI se gli operai con i loro delegati avessero deciso di occupare la fabbrica; così come la “domanda a Marchionne” è un riferimento all’attualità che Norcia sentiva di dover fare, chiedendo a Marchionne se non ha mai pensato che il suo regime oppressivo possa produrre un’ondata di ribellione operaia simile a quella prodotta dal regime oppressivo di Valletta.

Ma, al di là di questo, il libro è un affascinante racconto di una vita operaia al tempo stesso “atipica” ed esemplare.

Liberato Norcia è nato in uno di quei paesi del Mezzogiorno, Greci, che sono enclaves di nazionalità albanese – e ancor oggi parla l’arbresh, cioè la lingua albanese antica che li caratterizza. Ma parla anche il tedesco: infatti, come molti lavoratori del Sud, ha dovuto emigrare e ha lavorato in Germania per molti anni. E il libro si riferisce ai tre periodi fondamentali della sua vita: quello di emigrato in Germania, quello di operaio e delegato alla Fiat, per arrivare poi – non all’inizio, ma in conclusione – a raccontare la sua infanzia e giovinezza nel paese natale.

Norcia è approdato alla Fiat nella primavera del 1969, ed è allora che l’ho conosciuto: io ero ai cancelli, come militante della “assemblea operai-studenti” allora molto attiva (e spesso con posizioni di “estremismo infantile”).  Lui mi parlò subito della sua esperienza di lavoro in Germania, dove – ad es.- come lavoratore era molto più rispettato dai capi di quanto non avvenisse nel regime militaresco della Fiat; e disse che questo era dovuto alla presenza e alla forza del sindacato tedesco, e che lui lottava per costruire alla Fiat una forza sindacale capace di fare altrettanto. Questo riferimento positivo al sindacato tedesco era un punto di contrasto, se non con me personalmente, con le posizioni sostenute dal”movimento” e poi dai gruppi di sinistra che si formavano in quegli anni. Ma tutto ciò non impedì un proficuo dialogo con Norcia, che si tradusse poi in un suo impegno nel CUB Mirafiori, e anche nel Collettivo Lenin e in Avanguardia Operaia.

 

Ma torniamo al libro. Norcia dedica (nella parte conclusiva del libro) molte pagine alla sua esperienza tedesca, di lavoro, di vita familiare (fu raggiunto dalla moglie), di relazioni con i connazionali e con i tedeschi. Non è ancora un periodo di suo impegno sindacale diretto, ma è decisivo nel formare il suo orientamento politico e sindacale. Però il libro comincia col suo arrivo a Torino e con il suo ingresso in Fiat.

Quando arriva in Fiat, Norcia si trova di fronte a una situazione ben diversa da quella sperimentata in Germania (va detto che la sua in Germania è per certi versi una “storia fortunata” – altri hanno avuto esperienze più dure): condizioni di lavoro massacranti, sostenute da un regime autoritario e repressivo. Si impegna dunque subito nella lotta: e buona parte del libro è costituita da pagine, non di esaltazione retorica ma di acuta ed attenta analisi, su come si è venuta costruendo la capacità di lotta, su come si sono formati i delegati e sui criteri su cui lui come delegato costruiva i rapporti con gli altri lavoratori.

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         2

 

 

 

 

Naturalmente, poi si arriva ai “35 giorni”. E qui mi permetto di fare una critica. Nella pagine dedicate a quella grande lotta e a come si concluse, prevale – nel ricordo di Norcia – l’amarezza e il senso di essere stati in qualche modo traditi. Ciò è comprensibile: ma lo stesso Norcia – in un’intervista che gli feci per il Manifesto poco dopo i 35 giorni - aveva sviluppato un’acuta analisi dei fattori che, già in un paio di anni precedenti, avevano corroso il rapporto tra delegati e lavoratori; cioè si chiedeva perché si era arrivati a questo. E, mi sembra, il fatto che i 35 giorni si siano tradotti in una “sconfitta storica” non dipende tanto dai contenuti dell’accordo conclusivo (forse, a quel punto, inevitabile), ma dal modo in cui, poi, i sindacati hanno interpretato quella vicenda e dalle “lezioni” spesso sbagliate che ne hanno tratto.

Il libro però non si ferma ai 35 giorni. Norcia non fu tra i compagni “messi in mobilità”, ma presto dovette lasciare la fabbrica anche per motivi di salute. Tentò, senza fortuna, un impegno sindacale nella CISL (va ricordato che Norcia, come molti altri delegati “di punta”, ricevette la “copertura sindacale” dalla FIM-CISL, che in quegli anni era più aperta verso le posizioni più radicali in fabbrica).

La seconda parte del libro comincia “ritornando all’infanzia”, agli anni nel paese natale (dove oggi, tra l’altro, Liberato ritorna con sua moglie per lunghi periodi dell’anno). E, nel raccontare quegli anni, il libro raggiunge anche punte di alta poesia. E poi c’è la già citata esperienza dell’emigrazione in Germania, che ha influito molto sulla formazione dell’autore. La seconda parte finisce “rimandando all’inizio” del libro, cioè all’arrivo in Fiat.

 

Credo sia importante che questo libro venga letto da chi non ha vissuto direttamente quegli anni.

Tutti siamo d’accordo sull’importanza politica della “memoria”; ma, spesso, il tipo di memoria che viene offerto ai giovani o è intriso di retorica e dominato dalla nostalgia (e crea una reazione di rigetto – ricordo le reazioni di noi giovani di allora alla “retorica della Resistenza”) o è intriso di rielaborazioni ideologiche fatte “col senno di poi”. Il racconto di Norcia è invece autentico, realistico – e quindi di grande capacità comunicativa.

 

 

 

                                            Vittorio Rieser

 


Ultimo aggiornamento : 02-04-2012 08:40

   
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