art.18 - Leo Ceglia
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Scritto da Franco Calamida, 22-03-2012 08:30

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale


Riportiamo un utile articolo di Leo Ceglia . Va aggiunto che anche sul territorio dobbiamo preparare lo sciopero generale , diffondendo informazione , parlando dei temi del lavoro , della gravità di quando sta accadendo . Parlane non basta ? Certo , ma far finta di niente , l'indifferenza  il silenzio , non è certo meglio . Il dialogo sociale è importante .  franco calamida

Articolo 18. Non bisogna rassegnarsi. (di leo Ceglia)

 

20 marzo 2012. Articolo 18. Monti fa “uscire” la Costituzione dai luoghi di lavoro.

Vi era “entrata” il 20 maggio 1970, con la L.300, il cosiddetto Statuto dei lavoratori.

Si realizzava così un’idea di Giuseppe Di Vittorio che venne da lui avanzata al congresso di Napoli della CGIL nel 1952 con queste parole:

            <<E’ vero che le fabbriche sono di proprietà privata (ma) non per questo i lavoratori divengono anch’essi proprietà privata del padrone all’interno dell’azienda.  Il lavoratore, anche sul luogo di lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento. Anche sul luogo di lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana, con tutti i diritti acquisiti dai cittadini della repubblica italiana. (…) Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo, dal padrone (…) perciò sottoponiamo al congresso un progetto di <<Statuto>> che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne.>>

18 anni dopo venne la L.300. E prima? Cosa succedeva nelle fabbriche in assenza dell’articolo 18? Succedeva che i licenziamenti per rappresaglia politico sindacale si contarono a decine di migliaia tanto nel privato quanto nel pubblico. Questi licenziati venivano come “marchiati a fuoco” e difficilmente trovavano ancora lavoro in Italia e molti furono costretti a emigrare. Ingiustizie enormi e dolorose per il semplice fatto che la Costituzione non era mai entrata nelle fabbriche: come diceva Di Vittorio nei luoghi di lavoro i lavoratori smettevano di essere simultaneamente cittadini e persone con i diritti costituzionali. All’arbitrio padronale fino al 1970 si tentò di porre rimedio anche con una legge, la L.36/74, quattro anni dopo lo Statuto. Essa stabiliva che a quei licenziati “senza giusta causa”, ma solo nel privato, venisse ricostruita la carriera lavorativa con la copertura figurativa del periodo di non lavoro subito ingiustamente. Nel 2001, con la riapertura dei termini di applicazione di quella legge, analoga copertura è stata estesa anche ai licenziati nel pubblico. Naturalmente non furono in molti a beneficiarne (per assenza di documentazione che s’era smarrita o perché nel frattempo in tanti erano morti), ma qualche migliaio di lavoratori e lavoratrici ne beneficiò, e ottennero la ”giusta pensione”.

Il 20 marzo 2012 la Costituzione esce di nuovo dai luoghi di lavoro. Ci aveva già provato il Governo Berlusconi esattamente 10 anni fa, ma non vi riuscì. Si oppose la sola CGIL, ma raccolse il consenso della maggioranza della popolazione italiana.

Anche oggi si oppone la sola CGIL, e non è un caso. La CGIL resta l’unico e solo luogo di massa nel nostro paese dove la cultura e la storia del movimento operaio hanno ancora diritto di cittadinanza. Non c’è più nessun partito in Parlamento che nel nome e nei fatti tiene alla difesa e al rispetto di quella storia e quella cultura e vi investe politicamente per il futuro. Dieci anni fa non era così. E questo rende oggi la situazione enormemente più difficile.
Leo Ceglia .

 

 


Ultimo aggiornamento : 22-03-2012 08:30

   
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