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Attualità politica
Lettera a Trump dei famigliari dei detenuti palestinesi
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Scritto da Franco Calamida, 24-05-2017 21:15

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38° giorno di sciopero della fame ei detenuti nelle carceri israeliane . Situazione gravissima .

Se avete tempo leggete quanto segue e continuate a far circolare le notizie su questa lotta per la dignità.

Ultimo aggiornamento: 24-05-2017 21:15

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Raniero la Valle e Marwan Barghouti
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Scritto da Franco Calamida, 16-05-2017 08:59

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica

Propongo due interessanti articoli , estratti dalla news di Piero basso , il primo di Raniero la Valle

su   Immigrazione e  stato di diritto  e il secondo di Marwan Barghouti , che ci parla del dramma

palestinese , dal titolo  "La voce dal carcere israeliano" .   franco calamida .

Ultimo aggiornamento: 16-05-2017 08:59

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25 aprile : non c'è pace neppure tra di noi .
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Scritto da Franco Calamida, 22-04-2017 18:30

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica

Come por fine al contenzioso apertosi a proposito della manifestazionedel 25 aprile ? Forse è impossibile , sebbene sia incredibile . Ma io sono uno di quelli/e che vorrebbero una giornata di unità , dedicata alla Pace  e alla libertà per tutti i popoli del mondo . Utopia ?  

Su FB ho scritto poche semplici parole.

 

Non ho mai condiviso le contestazioni contro la Brigata ebraica , sono stati come i partigiani . E' cosi semplice. Va reso merito al loro coraggio e a quello di tutti gli ebrei antifascisti come Vittorio Foa e Primo Levi che per molti di noi sono stati maestri . Senza retorica alcuna : nelle' Lettere dei condannati a morte della Resistenza' sta il significato profondo della ricorrenza del 25 aprile . A loro dobbiamo la libertà. Dovrebbero saperlo anche coloro che distinguono i veri partigiani da quelli a loro giudizio falsi e sembrano non saper nulla della Resistenza e del decoro intellettuale. Non condivido molte scelte e posizioni dell organizzazione Bds e l insopportabile critica rivolta di recente all Anpi. Ma non si può negare la loro legittimità a manifestare il 25 aprile. Ha ragione Carlo Smuraglia in risposta alla comunità ebraica di Roma : 'Come si fa ad escludere qualcuno da una manifestazione pacifica e aperta a tutti i cittadini? ' intervista a la Repubblica 20 aprile. Sono solo mie idee personali . Vorrei un 25 aprile segnato dai valori della Pace e della libertà per tutti i popoli , condizione di pace. Un 25 aprile nel quale nessuno contesta o si contrappone o esclude altri , segnato da un comune sentire di riconoscenza verso quanti pagarono con la vita la nostra libertà.

 

 

Ultimo aggiornamento: 22-04-2017 18:30

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Basta con le guerre , si alla Pace , no al silenzio degli indifferenti
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Scritto da Franco Calamida, 18-04-2017 10:50

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Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l'assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il piu' possibile voci e iniziative di pace, anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che "l'Italia ripudia la guerra".

 

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI,
Francesca Chiavacci – Presidente Nazionale ARCI
Susanna Camusso – Segretario generale CGIL
Annamaria Furlan – Segretario generale CISL
Carmelo Barbagallo – Segretario generale UIL
Roberto Rossini – Presidente Nazionale ACLI

 


Ultimo aggiornamento: 18-04-2017 10:50

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La news di Piero Basso : Siria in guerra
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Scritto da Franco Calamida, 14-04-2017 16:59

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Molti indicatori e analisti politici segnalano un rischio reale : la tendenza alla guerra , nel senso di generalizzazione delle molte realtà di guerra che già oggi sono segnate da orrore e sofferenze in molte parti del mondo e di innesco di conflitti commerciali tra grandi potenze che possono avere tragigi sbocchi. Non pare esserci la percezione diffusa della gravità della situazione. Al contario occorre , a nostro giudizio , approfondire le analisi e dare nuovo respiro e forza di convincimento alle culture di pace. Per questo riporteremo sul tema pace ulteriori contributi . E' anche evidente la relazione con gli altri terreni di impegno : immigrazione , difesa del pianeta , eguaglianza sociale e con il dettato costituzionale.

 

 



 


Siria: scenari di guerra



L'attacco missilistico americano alla base aerea siriana apre nuovi scenari di guerra, non tanto per l'attacco in sé (non è il primo) quanto per le bellicose dichiarazioni che l'hanno accompagnato, che sembrano indicare una volontà di escalation del conflitto da parte dell'America di Trump, immediatamente seguita dal codazzo dei paesi europei, Italia in testa.
Di seguito un testo mio dettato soprattutto dall'indignazione per il doppio standard dell'informazione e una più approfondita riflessione di Toni Muzzioli sulle politiche americane.
Questi testi erano pronti già da alcuni giorni, e ho ritardato per mie difficoltà; mi sembra che gli avvenimenti più recenti, inclusa la super-bomba, confermino le nostre indicazioni.
A seguire un interessante panorama, che dobbiamo all'amico Vittorio Bellavite che qui ringrazio, di quello che si muove all'interno del mondo cattolico, e, per finire, un brevissimo testo teatrale tratto da una commedia ideata e diretta da Clara Monesi, “La vasca da bagno”.


Guerra e menzogne. Ieri e oggi

Siamo in guerra per proteggere i bambini
Negli ultimi anni abbiamo portato la guerra in numerosi paesi. Si tratta naturalmente di guerre umanitarie (infatti le chiamiamo “missioni di pace”) e le combattiamo sempre per motivi molto nobili: esportare la democrazia, proteggere le popolazioni dai dittatori che le governano, assicurare i diritti delle donne, salvare il mondo dalle armi di distruzione di massa.
Non importa se nei paesi in cui abbiamo “portato la democrazia” abbiamo lasciato solo rovine, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, un ritorno indietro di decenni nelle condizioni di vita della popolazione, e il caos assoluto, come in Somalia e in Libia, o regimi deboli e nettamente peggiori di quelli che abbiamo abbattuto, come in Afghanistan e in Iraq, spargendo i semi dell'estremismo islamista (che prima non esisteva).
Non importa tutto questo. Noi andiamo avanti nelle nostre missioni umanitarie e adesso abbiamo un motivo in più: proteggere i bambini siriani e punire il feroce dittatore che li attacca con i gas, come dimostrano i numerosi filmati, foto e testimonianze immediatamente diffusi dalla stampa internazionale. L'America di Trump, senza neppure aspettare la riunione del Consiglio di sicurezza, ha deciso di punire il malvagio, lanciando i suoi missili contro una base aerea siriana, e tutti gli alleati europei si sono subito schierati dalla sua parte.
Francamente, non penso che ci sia nessuno che possa credere che a Trump o ad Assad, a Hollande o a Gentiloni, importi molto la sorte dei bambini siriani. Basta ricordare come i governi dell'epoca hanno sempre taciuto, quando non giustificato, i bombardamenti al napalm contro i bambini (e gli adulti) vietnamiti, i bombardamenti al fosforo bianco contro i bambini (e gli adulti) palestinesi [1], o come oggi si preoccupino della sorte dei bambini (e degli adulti) in fuga dalle guerre, pagando governi e bande armate perché li fermino prima che possano raggiungere l'Europa.
Sono convinto che chi davvero ha a cuore la sorte dei bambini (e degli adulti) siriani e di tante altre nazionalità, oggi fa il volontariato, in tutte le sue forme, non si trova certo al governo.

Chi ha usato i gas?
Se il pretesto per l'attacco missilistico (vendicare i bambini uccisi) è chiaramente falso, c'è da chiedersi se non sia falsa anche la notizia del bombardamento. Personalmente ne sono convinto, non perché reputi che il governo siriano (come quasi tutti i governi) sia incapace di atrocità, ma perché sa benissimo che l'uso dei gas costituirebbe un ottimo pretesto per un durissimo intervento americano contro il paese. Infatti, ogni volta che Damasco è stata accusata di aver fatto uso di gas, subito dal governo sono partite richieste di indagini da parte dell'ONU, che, quando si sono realizzate, non hanno mai portato a conclusioni certe (responsabilità del governo, dei ribelli, o incidente: http://it.euro-news.com/2013/05/06/siria-carla-del-ponte-i-ribelli-hanno-usato-armi-chimiche/).
Anche in questo caso, dubbi e perplessità sono stati sollevati da più parti (tra gli altri dagli esponenti delle varie confessioni cristiane mediorientali (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/siria-usa-sferra-l-attacco), insieme alla richiesta di un'inchiesta indipendente, mentre ai mezzi di informazione e al governo italiani sono bastati una cinquantina di missili Tomahawk per convertirsi dalla sera alla mattina in trumpisti convinti, senza un minimo di riflessione e di decenza.
E sì che di motivi per dubitare della versione americana ce ne sono molti: anche a non voler prestar fede alla ricostruzione fatta recentemente dall'associazione dei medici svedesi per i diritti umani che, analizzando le foto distribuite da un'organizzazione affiliata all'”esercito libero siriano” per mostrare il salvataggio di un gruppo di bambini colpiti da un attacco governativo, ne ha ricavato la conclusione che si tratti di un falso (http://www.opinione-pubblica.com/siria-la-swedhr-accusa-white-helmets-manipolazioni/), ci sono altri elementi che inducono alla prudenza.
Innanzitutto, la stessa scelta dei tempi è molto significativa: una decina di giorni prima un bombardamento americano su Mosul aveva provocato la morte di oltre duecento civili (http://www.repubblica.it/esteri/2017/03/26/news/mosul_strage_di_civili_gli_usa_ammettono-161423887/), un numero di morti, in un singolo bombardamento, molto superiore a quello mai attribuito ai bombardamenti russi. Ovviamente il lancio di gas dei governativi su Khan Sheikhun e la conseguente rappresaglia missilistica hanno rapidamente fatto sparire dal radar della grande informazione ogni accenno al massacro di Mosul.
Non va dimenticato, del resto, che all'inizio del 2002 il Pentagono costituì l'"Ufficio per l'influenza strategica", col compito di influenzare l'opinione pubblica e i gruppi dirigenti sia nei paesi amici che in quelli nemici attraverso la diffusione di informazioni e notizie, anche false, l'uso di Internet e media stranieri, e anche mediante "operazioni coperte".
Un primo contratto viene firmato con l'agenzia Rendon, già utilizzata dalla CIA e dalla famiglia reale kuwaitiana per condurre una campagna anti-irachena (come la foto di una "profuga del Kuwait" che fece il giro del mondo, e che poi si scoprì essere la figlia dell'ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti).
Il programma di disinformazione è stato ufficialmente abbandonato, ma molti pensano che si sia semplicemente scelto di non parlarne più pubblicamente.

Trent'anni fa: Halabja
Di questa capacità di mentire c'è un precedente storico molto significativo. L'ho vissuto personalmente e l'ho già raccontato.
Nel 1988 la guerra contro l'Iran, che doveva risolversi in pochi mesi grazie all'armamento nettamente superiore dell'Iraq, si trascinava ormai da otto anni, e volgeva al peggio per l'Iraq di Saddam Hussein, allora solido alleato dell'Occidente, da cui comprava armi (comprese le armi chimiche) in cambio di petrolio. Nel Sud sciita e soprattutto nel Nord curdo crescono il malcontento e la richiesta di autonomia; il governo decide di colpire duro.
Il 16 marzo 1988 l'aviazione irachena lancia tonnellate di gas su alcuni villaggi curdi, tra cui la cittadina di Halabja, facendo oltre cinquemila morti [2] e molte migliaia di feriti, che in parte si rifugiano oltre la frontiera iraniana. Sono proprio le immagini dei feriti diffusi dalla TV iraniana che suscitano l'emozione e la protesta dell'opinione pubblica mondiale (allora ancora capace di indignarsi).
Subito il governo iracheno dichiara di non essere l'autore del bombardamento, per cui incolpa l'Iran, e viene immediatamente spalleggiato dal Pentagono, che sostiene che solo l'Iran, e non l'Iraq, possiede il cianuro necessario.
A quel tempo militavo in un'organizzazione di difesa dei diritti umani, tra le prime a ricevere notizie dirette e a intervenire alla Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani chiedendo una risoluzione di condanna contro l'Iraq. Ma il peso degli Stati Uniti si fa sentire anche all'interno delle organizzazioni internazionali: il nostro testo viene accettato solo a patto di eliminare ogni riferimento a Halabja e al governo iracheno (più che una precisa denuncia diventa quindi un semplice appello a non usare i gas contro la popolazione civile), e soprattutto, al momento del voto sulla risoluzione di pur blanda condanna dell'Iraq, la sottocommissione decide di non intraprendere nessuna azione, al fine di "non interferire nei negoziati di pace in corso tra Iran e Iraq"!
La tesi della responsabilità iraniana verrà sostenuta dalla CIA per buona parte degli anni '90. L'agenzia cambierà radicalmente versione qualche anno più tardi e citerà spesso il caso Halabja per dimostrare il possesso di armi chimiche da parte del regime di Hussein e giustificare l'intervento militare.

Torniamo a oggi
Dov'è la verità? Conoscere la responsabilità del singolo bombardamento, della singola atrocità è probabilmente difficile, e anche poco interessante. Sappiamo bene, e non da oggi, che la prima vittima che ogni guerra comporta è la verità.
Anche la domanda su chi abbia la maggiore responsabilità ammette diverse risposte: è del governo siriano che rispondendo con la repressione alla domanda di democrazia delle manifestazioni popolari, ha ben presto trasformato la protesta pacifica in conflitto civile? È delle potenze occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, che al fine di rovesciare il governo di Bashar Al Assad incoraggiano e foraggiano l'opposizione armata? [3] E' delle monarchie del Golfo (e sino a ieri della Turchia), che hanno creato, armato, addestrato, finanziato i diversi gruppi islamisti che dicono di voler combattere?
Anche senza conoscere la risposta precisa a ogni singolo quesito, c'è però un filo ben visibile che percorre un secolo di storia di questi paesi, ed è la politica del “divide et impera” imposto dalle potenze colonialiste dopo la disfatta dell'impero ottomano. La prima violenza è stata quella di imporre frontiere innaturali separando popoli che erano sempre stati uniti e viceversa imponendo convivenze forzate tra popoli diversi (pensiamo, per esempio, ai Curdi, divisi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran). Ed è, seconda violenza, la politica di divisione portata avanti all’interno di ciascun paese nella forma, per esempio, di sostegno alle minoranze religiose, per contrastare la forza numerica dell’etnia maggioritaria. E’ così che in Iraq, paese a maggioranza sciita, si favoriscono i sunniti, al contrario della Siria, paese a maggioranza sunnita, dove per le carriere statali (e militari) viene favorita la minoranza alauita (cui appartiene l’attuale presidente), mentre in Libano e Palestina, paesi a maggioranza musulmana, vengono favorite la minoranza cristiana in Libano ed ebraica in Palestina.
Con Bush la politica di divisione prende altre forme, con il tentativo di dividere l'Iraq in tre entità statali separate, etnicamente omogenee e di piccole dimensioni, tentativo che si ripete in Siria, accompagnato a una politica di continua destabilizzazione, come ben analizza Muzzioli nelle pagine che seguono.
Perché è così difficile trovare un accordo che metta fine a questi spargimenti di sangue, in Siria come in Iraq, in Afghanistan come in Yemen? Gli ostacoli sono certamente molti, ma uno in particolare mi è parso condizionare tutto il resto.
Lunedì 10 aprile ascoltavo una stazione radio che trasmette buona musica intervallata da brevi notizie economiche (Milano Finanza, 94,0 Mhz), e in un breve flash spiegava l'euforia della borsa di Wall Street, trascinata verso l’alto dalla buona performance dei titoli energetici, grazie all'aumento del prezzo del petrolio causato dalle incertezze sugli sviluppi degli avvenimenti in Siria e in Egitto.
Si alludeva all'attacco missilistico in Siria e agli attentati alle chiese copte in Egitto.


NOTE
[1] L'esercito israeliano ha sempre negato di aver usato il fosforo bianco contro la popolazione civile della striscia di Gaza. Tuttavia i due giornalisti del “Times”, Sheera Frenkel e Michael Evans, che per primi hanno dato la notizia (https://www.thetimes.co.uk/article/israel-rains-fire-on-gaza-with-phosphorus-shells-552s8lfm93p), rilevano come in passato l'esercito israeliano abbia prima negato e poi ammesso l'uso di fosforo bianco in Libano (http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/6075408.stm)

[2] Secondo altre fonti i morti sono almeno 12.000 (http://it.ibtimes.com/massacro-di-halabja-quando-lonu-non-mosse-un-dito-le-armi-chimiche-1340157)

[3] Secondo Alberto Negri, giornalista del Sole 24 ore e ottimo conoscitore del Medio Oriente, una data precisa per indicare tale passaggio è quella del 6 luglio 2011 quando l'ambasciatore americano Ford, mandato dall'ex Segretario di Stato Hillary Clinton, andò a farsi riprendere dalle telecamere in mezzo ai ribelli armati di Hama. Un evidente segnale dell'amministrazione Obama: Assad era diventato un bersaglio da colpire, un regime da abbattere (http://temi.repubblica.it/micromega-online/negri-%E2%80%9Cguerra-in-siria-le-colpe-di-assad-e-quelle-dell%E2%80%99occidente%E2%80%9D/)


Trump: folgorato sulla via di Damasco?
Toni Muzzioli

Proviamo a fare qualche considerazione “a caldo” sul criminale e avventato gesto degli Usa sullo scacchiere siriano, ovvero il bombardamento con 59 missili Tomahawk di una base militare siriana, quale “risposta” al (palesemente inventato) “bombardamento chimico” dell’esercito siriano che sarebbe avvenuto nella provincia di Idlib. E proviamo a farlo in due mosse: 1. considerando il possibile senso razionale di questa operazione dal punto di vista della strategia americana nel teatro siriano; 2. passando poi a valutare cosa ci dice questo evento della “politica internazionale” di Trump ora che il nuovo presidente è costretto a passare dai comizi ai fatti. Due passaggi che coinvolgono rispettivamente la guerra e la politica, sapendo con Von Clausewitz che le due dimensioni sono strettamente intrecciate.

1. La cronicizzazione del conflitto.
Senza andare ora troppo indietro nell’analisi, limitiamoci a richiamare un dato. La strategia Usa nella vicenda siriana, ovvero nella guerra civile indotta scientificamente da una cordata di paesi imperialistici (Usa, Francia, Gran Bretagna, Qatar, Arabia Saudita, Israele, Turchia, citati qui non in ordine di importanza), dopo che l’ipotesi di una soluzione “alla libica” fallì nel 2013, è divenuta quella della cronicizzazione del conflitto, mediante la costante alimentazione delle filiere combattentistiche (in collaborazione sempre con i suddetti attori, spesso con un ruolo determinante sul terreno). Apparsa impraticabile la soluzione “libica”, insomma, si è proceduto producendo una situazione di conflitto endemico, che ha portato al sedimentarsi di aree di influenza ben delimitate, ognuna egemonizzata da un attore regionale. L’obiettivo principale restando quello di non tornare più alla Siria di prima. A questo programma (e non semplicemente alla «uscita di scena di Assad», come ripetono ossessivamente i nostri media) si oppone fermamente la Russia, oltre che l’Iran. Ora si dà il caso che, anche grazie alla collaborazione di quest’ultima, negli ultimi tempi, città dopo città, l’esercito siriano stava ricomponendo proprio l’unità del paese. Mancava appunto la provincia di Idlib, dove nei mesi passati molti combattenti e mercenari vari in particolare a guida turca e statunitense, anche tramite accordi con le autorità governative, si erano concentrati dopo aver abbandonato le zone in precedenza controllate. Ebbene, ora è necessario, per la cordata di cui sopra (Usa in testa), allentare la tensione su quell’area, cruciale per la continuazione del conflitto intestino. Colpire una grossa base aerea nell’area significa dare un po’ di respiro alle forze “ribelli”, permettere loro di riorganizzarsi, ripristinare le linee di rifornimento e così via.
Certo, insieme, c’è un messaggio di valore più “elevato”, diretto in particolare a Putin: tu vorresti ricostruire la Siria come stato indipendente e pacificato e ci stai riuscendo (nessuno ce lo dice ma in questi ultimi due anni, con la mediazione dei russi, sono state fatte importanti trattative tra governo siriano e collettività locali sunnite); ma noi non te lo lasceremo fare: potrai riuscire a tenere in piedi il governo e a scongiurare il cambio di regime, ma non puoi sperare di riconquistare tutto il paese, per esempio la zona di Idlib, a poca distanza dal confine turco (si veda la gioia di Erdogan, pronto a una nuova conversione filo-americana e anti-russa nel breve volgere di un anno). Il futuro della Siria (e del Medio Oriente) è lo spezzettamento neocoloniale degli stati esistenti per linee etniche, religiose, localistiche, eccetera.
Un’ultima osservazione solo apparentemente di dettaglio. Chi ha seguito questi sei anni di guerra civile siriana sa bene che operazioni tipo quella dell’altra notte sono state compiute, con una certa regolarità (ogni cinque-sei mesi grosso modo) dalle forze aeree israeliane, di volta in volta con una scusa diversa (qualche colpo caduto sul proprio territorio, per esempio). In tutti quei casi, comunque, non era difficile rilevare che oggettivamente l’obiettivo era diminuire la pressione in una zona in cui i “ribelli” erano in difficoltà. Si potrebbe allora supporre che questa funzione, negli anni passati “appaltata” a Tel Aviv, sia stata ora presa in carico direttamente dagli americani.
Questa però non sarebbe una svolta di poco conto, e ci conduce dalla guerra alla politica: cosa ci dice questo evento degli orientamenti della nuova amministrazione americana sulla Siria?

Inversione a U di Trump?
Il nuovo inquilino della Casa Bianca si era distinto in campagna elettorale, e anche in numerosi dichiarazioni successive alla sua elezione, per proporre una linea decisamente alternativa rispetto a quella seguita – più o meno coerentemente – dalle due passate amministrazioni Obama (la prima, invero, definita quasi in esclusiva dalla Clinton e la seconda verosimilmente più nelle mani del presidente). Una linea, cioè, che avrebbe dovuto rompere con la propensione interventista da poliziotto del mondo, spingere verso una maggiore “introversione” della grande potenza (il tanto evocato «isolazionismo»), e nello specifico della situazione attuale, invertire decisamente quella rotta di collisione con la Russia che ha nella vicenda siriana e nella “rivoluzione colorata” ucraina due motivi essenziali. Proprio su questo punto la campagna di denigrazione del presidente condotta in patria da parte della macchina mediale legata al sistema di potere precedente è da mesi intensissima: Trump amico di Putin, Trump al servizio della Russia, anche per via di legami economici, Trump ricattato dai servizi segreti russi e via così. Una campagna di propaganda che, com’è noto, si accompagna al lavoro assai concreto delle agenzie di sicurezza (CIA in primo luogo ma non solo, più in generale quello che viene definito il deep state, lo «stato profondo») che stanno chiaramente preparando le condizioni per la richiesta di impeachment, che appare ogni giorno più probabile.
Ora, come si collocano questi 59 missili, pur in gran parte “simbolici”, come più fonti stanno rilevando? Qui si presentano due letture possibili: una più ottimistica e una pessimistica (dove “ottimismo” e “pessimismo” si riferiscono alla possibilità di scongiurare un conflitto USA-Russia).
a) Secondo la lettura ottimistica, si tratterebbe appunto di un fatto essenzialmente simbolico con motivazioni prevalentemente interne, dovuto alla necessità disperata di mostrare una “prova d’amore” antirussa agli apparati che lo ricattano, ma anche a quella enorme quota della classe politica (sia repubblicana che democratica) che non vuole in alcun modo allentare la tensione con la Russia (i 59 missili hanno fatto il miracolo di far arrivare a Trump l’apprezzamento di John McCain, il grande leader del GOP e nemico giurato di Trump, insieme a tutti gli altri alti papaveri repubblicani e alla stessa Clinton (che però lo invita ad andare avanti!) – nonché l’accordo entusiasta di tutta la ormai declinante classe dirigente europea: Hollande, Merkel, Gentiloni) [1]. In tal modo insomma Trump starebbe “comprando tempo”, tenendo a bada i lupi dello stato profondo che lo stanno inseguendo da ogni parte, onde potere resistere mentre consolida una nuova strategia e prepara la promessa distensione con la Russia. Non sarebbe un caso che – come nota il “New York Times” – tra le tante voci con cui ha (stra)parlato l’amministrazione USA nella settimana successiva all’attacco è mancata quella di… Trump [2].
Una versione “debole” di questa lettura è quella di un’amministrazione in stato confusionale: spaventata dalla formidabile pressione che subisce, ma anche attraversata dallo scontro tra un partito neo-isolazionista e uno che punta alla “normalizzazione repubblicana” con relativa politica imperiale. Una situazione da cui deriverebbero l’azione militare sconsiderata, l’innalzamento della tensione con la Corea del Nord ma soprattutto il frenetico susseguirsi di dichiarazioni contraddittorie (come sottolinea efficacemente un articolo del “Guardian” che si è preso la briga di censire le diverse posizioni espresse dal governo americano sulla Siria dal 28 marzo ad oggi: sono almeno cinque!) [3].
b) secondo la lettura pessimistica, la novità dell’amministrazione Trump, su questo terreno, sarebbe già svanita (e secondo una sua versione più radicale, non ci sarebbe proprio mai stata, al di là di una retorica d’occasione), vuoi per le ragioni di cui sopra, vuoi per una scarsa convinzione dello stesso Trump interessato esclusivamente a restare a galla, vuoi per la tragica incompetenza e improvvisazione del personale politico che l’attornia, e quel che dobbiamo aspettarci è dunque la continuazione della politica degli ultimi anni, con un di più di aggressività e di avventatezza. Insomma la resa di “The Donald” a quello che Eisenhower aveva chiamato «complesso militar-industriale» sarebbe, a distanza di pochi mesi dal suo insediamento, cosa fatta. In questo caso, attendiamoci a breve la ricomparsa in massa del club dei neoconservatori ultra-sionisti, che fino ad ora però hanno sparato a zero contro il nuovo presidente (di «ascesa del fascismo in America» ha parlato per esempio Robert Kagan, uno degli intellettuali neocons di punta) e in parte addirittura sostenuto la Clinton.
Non si può dire quale delle due letture sia più corretta.
A favore della prima, depone il fatto che l’operazione militare, benché stupida e criminale, appare largamente “simbolica” (operazione limitata, preavvisata ecc.) e accompagnata da notevoli segnali contraddittori, e poi che non avrebbe senso anche per un governo improvvisato e inadeguato e sotto ricatto come questo, dichiarare un giorno che la rimozione di Assad non è una priorità americana (il Segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Nikky Halley) e due giorni dopo impegnarsi in senso opposto (ancora Tillerson e Halley).
A favore della seconda, il fatto che Trump sia un soggetto assai ondivago e cinico, certo, ma soprattutto che il vero governo dell’America non è mai stato alla Casa Bianca, né adesso né ieri (ne sa qualcosa Obama, che mandava giù rospi quasi tutte le mattine, a dispetto dell’inappuntabile aplomb), ma consiste nell’unione di stato profondo, complesso militar-industriale e sistema dei mass-media. E che questo blocco di potere strapotente ha un giocattolo cui tiene moltissimo: il nuovo conflitto globale con la Russia, e non vuole che nessuno glielo rompa. Anche se con giocattoli come quelli c’è da farsi male tutti quanti.

NOTE
[1] La cessazione della campagna isterica contro Trump all’indomani del bombardamento è stata immediata. Qualche esempio: l’analista internazionale (e grande bombardatore democratico) Ian Bremmer, uno dei tanti severi censori di Trump fino a ieri, tweettava il 7 aprile 2017: «Per l’establishment politico l’attacco a Assad è l’atto più popolare di Trump da quando si è insediato»; il “New York Times” (7 aprile 2017) osservava che «lanciando un attacco appena 77 giorni dopo il suo insediamento, il presidente Trump ha l’opportunità, anche se difficilmente la garanzia, di modificare la percezione di caos nella sua amministrazione» (David E. Sanger, Striking at Assad Carries Opportunities, and Risks, for Trump, “New York Times”, Apr. 7, 2017, https://www.nytimes.com/2017/04/07/world/middleeast/airstikes-syria-trump-russia.html?smid=tw-share&_r=0 ). Il “Sole 24 Ore” (9 aprile 2017, p. 7), dal canto suo, sostiene che questo è un chiaro tentativo di «restituire credibilità alla politica estera di una giovane Casa Bianca parsa finora pericolosamente allo sbando».

[2] Cfr. Peter Baker and Gardiner Harris, On Trump’s Syria strategy, one voice is missing: Trump’s, “The New York Times”, Aprile 10, 2017, https://www.nytimes.com/2017/04/10/world/middleeast/syria-trump-assad.html?emc=edit_th_20170411&nl=todaysheadlines&nlid=63399298&_r=2

[3] Spencer Ackerman, What’s Trump’s plan for Syria? Five different policies in two weeks, “The Guardian”, 11 April 2017, https://www.theguardian.com/us-news/2017/apr/11/donald-trump-syria-bashar-al-assad-isis


Novità nel mondo cattolico
Vittorio Belllavite

Protagonista assoluto sulla scena è papa Francesco, più di quanto fossero i due papi precedenti. Le debolezze ideologiche e ideali diffuse nel tessuto della società, la crisi economica, anche le nuove culture dei media facilitano l’ascolto di un uomo che si fa interprete di bisogni e sentimenti elementari: Il suo tradizionalismo su molti aspetti della vita della Chiesa ha poca rilevanza davanti alla forza della sua denuncia sui mali della società, sulla pace, sull’ambiente, eccetera, che scavalca la sinistra nei suoi contenuti, senza però perdere la sua attenzione alle sofferenze e alle gioie del vissuto quotidiano e alle indicazioni della fede cristiana per cercare di vivere alla meno peggio con speranza. Così Francesco è diventato un protagonista della vita civile rovesciando le figure invadenti dei papi precedenti mediante l’uso di quanto ha la Chiesa, parole di accoglienza e misericordia, senza cercare quello che non deve avere.

Al consenso diffuso dell’opinione cattolica (e laica) nei suoi confronti corrisponde il disorientamento di una buona parte delle strutture ecclesiastiche. La maggioranza dei vescovi sta a vedere. E’ una categoria, per anni selezionata in negativo, che è un passo indietro ai vescovi degli altri paesi in Europa, sempre preoccupata quasi solo dell’ordinaria amministrazione del faticoso trantran organizzativo delle strutture e con il problema dell’identità della Chiesa, con scarse capacità di dialogo all’interno e all’esterno. Alcune nomine di Bergoglio (Palermo, Bologna…), fatte senza gran fatica (perché persone capaci e motivate ci sono) vanno in controtendenza e fanno sperare. Ora c’è la grande attesa per la nomina del vescovo di Milano. Tutti gli amici di Francesco gli hanno chiesto un vescovo di discontinuità.

La gestione politica e pastorale dell’attuale Presidente dei vescovi Bagnasco è stata solo nella forma meno dura di quella di Ruini. Le campagne continuano (ora quella sulla legge sul fine vita, fino a poco fa sul gender) senza parlare più di “valori non negoziabili” (espressione che non piace al papa). Per la politica, dopo il sostanziale appoggio al centrodestra, la grande carta, giocata e persa, è stata quella a favore di Monti : In quel periodo ci furono degli incontri a Todi con l’impegno della Cei per una presenza politica ma finirono in niente. Ora non c’è una linea unica ben definita nei confronti, per esempio, del sostanziale fallimento dell’unificazione Margherita/PDS. Il protagonismo politico di CL è fortemente ridotto, contano in ciò: gli scandali dei loro, la presenza del papa e una situazione meno chiara (al ballottaggio Parisi/Sala si sono divisi, ugualmente al referendum). Su tutto domina il prossimo cambio della guardia alla guida della CEI. In maggio i vescovi presenteranno una terna al papa, è improbabile che presentino tre nomi di segno opposto al nuovo corso di Francesco. Quindi incertezza e fase di transizione.

Quanto emerge invece è il protagonismo in campo sociale che è fortemente incentivato dalla situazione generale. I migranti, le nuove povertà, la condizione dei giovani, anche la condizione di certe fasce ai margini (tossicodipendenti, portatori di handicap…), certe patologie (gioco d’azzardo…) o i problemi dell’integrazione (islam…) trovano ONG, parrocchie, volontariato, associazioni in prima fila e in modo diffuso con funzione esplicite di supplenza. Queste presenze, che sono nella sostanza “politiche” e tutte di segno progressista, hanno ben scarsi riferimenti politici, molto meno del passato (salvo presenze interessanti a livello della politica municipale).

 

A cura di Piero Basso .




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Ultimo aggiornamento: 14-04-2017 16:59

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