LEGGE 194. CONTINUA L’AGGRESSIONE

articolo di Erica Rodari, tratto dal Numero 94 febbraio 2008 di Lavori in corso, Idee e contributi per l'ALTERNATIVA

Periodico in rete a cura della Associazione Culturale Punto Rosso

In queste ultime settimane stiamo assistendo a un crescendo esponenziale di attacchi alla legge 194 e all'autodeterminazione delle donne. Fin dalla sua approvazione, nel 1978, le gerarchie ecclesiastiche hanno cercato in tutti i modi di aggredire questa legge dello Stato italiano, confermata da un referendum. Con l'avvento di Benedetto XVI i toni si sono ulteriormente alzati fino a diventare ultimamente una vera e propria invettiva con l'approssimarsi della giornata in difesa della vita, voluta dai vescovi italiani, e ricorrente il 3 febbraio scorso.

LEGGE 194. CONTINUA L'AGGRESSIONE

di Erica Rodari

In queste ultime settimane stiamo assistendo a un crescendo esponenziale di attacchi alla legge 194 e all'autodeterminazione delle donne. Fin dalla sua approvazione, nel 1978, le gerarchie ecclesiastiche hanno cercato in tutti i modi di aggredire questa legge dello Stato italiano, confermata da un referendum. Con l'avvento di Benedetto XVI i toni si sono ulteriormente alzati fino a diventare ultimamente una vera e propria invettiva con l'approssimarsi della giornata in difesa della vita, voluta dai vescovi italiani, e ricorrente il 3 febbraio scorso.

In questo clima, favorito anche dalla confusa situazione politica italiana e dall'avvicinarsi delle elezioni, proprio ai primi di febbraio è uscito un documento congiunto firmato dai direttori delle cliniche di ostetricia e ginecologia di quattro facoltà di medicina di altrettante università romane. In questo documento, destinato a diventare un protocollo cui i medici si devono attenere, si dice che – in caso di aborto terapeutico – se il feto risulta vitale, deve essere rianimato e tenuto in vita anche contro il parere della madre.

Cerchiamo di chiarire di cosa stiamo parlando. La legge 194 nell'ultimo capoverso dell'articolo 7 recita: "Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto". Lettera a) dell'articolo 6:

"quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna".

Questo significa che la questione, in tutta la sua delicatezza, è già regolamentata dalle legge stessa e che i medici in questi trenta anni non hanno mai avuto bisogno di un protocollo che calava dall'alto. Se una interruzione di gravidanza avviene al settimo mese di gestazione, per esempio, per grave pericolo di vita per la donna, qualcuno si è mai posto il problema se il feto doveva essere rianimato? Certo no, perché appunto sussiste la possibilità di vita autonoma di cui parla la legge e si tratta in realtà di nascita prematura, non di aborto, con la madre per prima a chiedere con tutte le sue forze che il bambino sia salvato.

La questione si vuole evidentemente porre per i casi detti di "immaturità estrema", quando le condizioni vitali si riscontrano raramente, durano per lo più poche ore e comunque le possibilità di

sopravvivenza, tra l'altro sempre in condizioni di disabilità drammatiche, sono bassissime. Proprio su queste fattispecie i vescovi si erano fatti sentire tempo fa, con la stessa volontà di accanimento che esprimono sui malati terminali che vogliono decidere delle proprie sofferenze.

Con mal riposta solerzia, i quattro direttori di cui sopra hanno quindi voluto compiere un atto inutile su una materia già normata. Ma c'è qualcosa in più, qualcosa che rivela la sottotraccia ideologica

di questo atto. Si dice infatti: "anche contro il parere della madre". Sembra proprio di sentire un'eco che giunge direttamente dalla finestra spalancata su piazza S. Pietro.

Dobbiamo allora dire che questo atto sembra inutile, ma in realtà inutile non è perché vuole demolire un caposaldo della 194: la centralità della donna. Non è possibile non tener conto del parere della madre che è il primo soggetto portatore di grandi sofferenze in queste situazioni, è una crudeltà, questa sì è una scelta non etica.

Questa legge dal 1982 al 2006 ha visto una riduzione del 40% delle interruzioni volontarie di gravidanza e, dalla legalizzazione ad oggi, rispetto all'abortività stimata prima della legalizzazione, sono stati evitati 3.300.000 aborti di cui 1.000.000 clandestini (Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità).

E' quindi una legge che ha protetto la salute delle donne e ha drasticamente diminuito il numero delle interruzioni volontarie di

gravidanza, proprio perché rispetta l'autodeterminazione e la dignità delle donne stesse.

L'iniziativa dei quattro ospedali romani non è la sola nella scia dell'attivismo clericale. Non vogliamo parlare della moratoria lanciata da un noto giornalista con volgarità e strumentalità fin troppo palesi.

Ci soffermiamo invece sulla Lombardia.

Il 22 gennaio il governatore della Regione Lombardia ha emanato le linee di indirizzo in merito ai limiti temporali di gestazione entro cui effettuare l'aborto terapeutico, entrando con passo pesante e arrogante in una materia molto delicata e sensibile per le donne.

La discussione sulla necessità o meno di esplicitare questi limiti era già aperta da tempo. La legge 194 parla di aborto terapeutico a partire dai novanta giorni di gravidanza e saggiamente non pone limiti. Dice solo, come abbiamo già visto, che qualora il feto risulti vitale, va rianimato.

I medici delle strutture pubbliche, le uniche preposte, da trenta anni a questa parte si sono dati ovviamente una autoregolamentazione che comportava un limite di 23/24 settimane, proprio per non sconfinare in un terreno del tutto diverso che è quello della nascita prematura.

Dal 1978 ad oggi, però, le possibilità mediche e tecnologiche di rianimazione si sono notevolmente evolute e da qui è sorta la discussione, spinta anche dalle gerarchie cattoliche, se non fosse il caso di abbassare il limite alle 22 settimane. La ex ministra Turco aveva chiesto al Consiglio superiore della Sanità di formulare un parere fondato in merito.

A Milano due strutture ospedaliere, la Mangiagalli e il San Paolo, nel frattempo, avevano già deciso autonomamente di porsi il limite delle 22 settimane.

In questo quadro Formigoni, vantando anche la consulenza di noti ginecologi esponenti oggi del PD e ieri dei DS, ha varato le linee guida sulla 194 che pongono il tetto delle 22 settimane entro cui effettuare l'aborto terapeutico e cui tutte le strutture ospedaliere della Lombardia si dovranno attenere.

Si interviene quindi su una legge nazionale, prima che la comunità scientifica si sia pronunciata, creando un precedente di pessimo auspicio: questo è un frutto avvelenato della 'devolution' sanitaria.

Non era molto più logico lasciare questa materia all'autoregolamentazione dei medici come finora avvenuto? Il fatto è che si è voluta ancora una volta compiere una operazione politica e ideologica di accerchiamento della 194 e dell'autodeterminazione delle donne.

La limitazione posta e l'alto numero di obiettori presenti in questa Regione, spesso non per motivi di etica personale, rendono infatti sempre più gravoso per le donne esercitare quella libera scelta che anche la 194 sancisce. Bisogna poi tener conto del fatto che per potersi sottoporre agli esami specialistici indispensabili per una meditata decisione di aborto terapeutico, ci sono code lunghissime da superare e che, quindi, il tempo a disposizione non è una variabile ininfluente.

In aprile ci saranno le elezioni. In caso di vittoria del centrodestra si vocifera di un Formigoni ministro della sanità. Le donne dovranno con forza tenere la parola.

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