50 anni dopo .

 

 

il 3 aprile 2019 il collettivo del gruppo di studio  e il  Consiglio di fabbrica della Philips sede festeggiano  i 50 anni dal primo sciopero. 

Non abbiamo dimenticato, ci siamo ancora.  Qualcosa è cambiato ?  Certo…e non come avremmo voluto. Tutto è perduto? Per nulla, ideali e valori di giustizia e quel che ci unì allora, sono tuttora vivi .

Vorremmo, idealmente, passare il testimone ai giovani  che han scioperato il 15 marzo.   Noi volevamo allora cambiare il mondo, loro si battono oggi contro i cambiamenti climatici per salvarlo. Noi abbiamo fatto la nostra parte . Ricordatelo: Il 1969 fu l’ anno della libertà. Noi fummo la storia.

Gruppo di studio Philips sede.

Le mille formiche che fecero l’avventura .            

 

Lotte, speranze e amori  delle segretarie, archivisti, amministrativi, tecnici, anche ingegneri  e impiegati, che lavoravano, nel 1969 , alla  Philips spa  di Piazza 4 Novembre in Milano, tanto tempo fa.

 

Come eravamo: nel 1968, per Avola e Battipaglia, scioperiamo in tre.

 

Ci parliamo, decidiamo di tenerci in contatto, ad una successiva riunione per valutare la possibilità di costituire un Comitato interno per le iniziative di lotta, ci ritroviamo in 6. Più tardi si saprà che tre erano emissari della Direzione.

 

La Philips, azienda multinazionale, casa madre olandese,con i suoi 1100 dipendenti (in Sede, 9000 nelle fabbriche) realizza buoni profitti, regna la pace sociale, da decenni,” siamo una grande famiglia”, nulla indica che qualcosa stia per cambiare. Tutto tranquillo .

 

E vaiiii… : 3 aprile 1969  si sciopera. Ma va ? ma si.

 

Ludovico Morozzo, destinato ad una brillante carriera, viene licenziato, per repressione.

Il Gruppo di studio, cioè il Comitato di base, all’inizio circa una dozzina, si riuniva da qualche mese. Bisogna reagire. Volantino : sciopero. Circa il 90% sciopera. Fantastico.

Era successo davvero, non potevamo crederci.

Ma cosa era successo?  In un tempo tanto breve si passò dall’apatia diffusa, ciascuno per se, così pareva, ad uno straordinario slancio collettivo di solidarietà. Per giunta per un quasi dirigente. Erano cambiati gli animi, i sentimenti. Un movimento impetuoso  coinvolgeva tutti.

Era cambiato il clima interno, come mai ?

Che dire ? Noi fummo le formiche, e forse per studiare i comportamenti di questi operosi animali non bisogna essere formiche, ma studiosi. Ma nessuno studiò le lotte dei tecnici e degli impiegati, anzi pochi se ne accorsero.

 

E noi , che le lotte le facemmo, e più tardi facemmo anche il Consiglio di fabbrica, noi che facemmo l’avventura, poco abbiamo raccontato. Per questo credo sia utile oggi , 50 anni dopo, una eternità, la narrazione . Utile se qualcuno la riterrà tale.

Parteciparono tutte le generazioni, ma i nuovi assunti, la maggioranza erano (eravamo) giovani. Il vecchio clima, grigio, statico, noioso, non andava più bene; ci voleva colore, insomma : volevamo migliorare, i rapporti in azienda e la società. Gli sguardi andarono oltre la propria scrivania e ufficio  e banco di lavoro. Cosa sentimmo ? Quali voci ? Non i sindacati, la quasi totalità degli impiegati non solo non conosceva la differenza tra Cgil Cisl e Uil , ma neppure l’esistenza. Non i partiti, si votava, e non tutti, e per lo più DC . E basta.

Alcuni, proprio pochi, avevano   ( avevamo) una formazione politica. Necessari, assolutamente necessari.

 

Dunque ? Cominciò a soffiare un buon vento, che veniva da oltre oceano, e dalla Francia (il maggio, i nuovi linguaggi ) :i giovani, gli studenti si ribellavano. E anche gli operai erano in lotta e il movimento studentesco, a Milano.

Non so, non voglio dire, cosa passò negli animi e menti di tante persone diverse , ciascuno con la sua testa. Forse , semplicemente :” possiamo farlo anche noi “. Per la parte più politicizzata le spiegazioni sono più semplici , già dette : “ vendiamo , noi tecnici , il nostro lavoro , non il cervello “ . Il Vietnam : non tollerammo che i “tecnici americani” avessero inventato per le bombe biglia materiali non visibili ai raggi X , che rendevano impossibile l’estrazione. Anche per i bambini. E altre cose , ancora .

Per il sentire di massa, dei tecnici e impiegati della Philips, di altri non so, se posso azzardare una ipotesi da “formica studiosa”, si trattò di un particolare , credo anche irripetibile, movimento  , che integrò dimensione culturale , politica e sindacale , che fortemente sentì l’influenza ( culturale appunto ) , del movimento degli studenti, dei fermenti sociali, di tutto quanto vi era di innovativo e di rottura con il passato. Assai più delle tradizionali esperienze operaie. Sebbene la direzione di marcia fosse : l’unità con gli operai . 

Fummo attratti dalla discontinuità, la rielaborammo e la praticammo; fummo portatori di discontinuità . Fummo giovani.

Si compose così un collettivo ampio, l’assemblea e, sua espressione, il collettivo del Consiglio di fabbrica che aveva un solo dirigente: l’assemblea. L’assemblea era tutto, nessuno di noi disse mai , ai lavoratori, come poi sarà abitudine dei sindacalisti :  “Non avete capito …ecc ecc” ,  e neppure dicemmo che avevamo vinto , quando  invece avevamo perso.

 Il collettivo era l’appartenenza, oggi non si nomina quasi più , c’è la comunità ( tutti silenti e consenzienti , in apparenza pacificati e con delega al carisma del leader e senza conflitti , in realtà tutti contro tutti , per clan e gruppi familistici) .

Non c’era una comunità aziendale ( del tipo “siamo tutti una famiglia “, quella vecchia, appunto, spazzata via ) : chi scioperava era in conflitto con i crumiri .

Forti di un legame fortissimo , il senso del collettivo , sviluppavamo  , anche all’ interno del Gruppo di studio e ancor più nel CDF conflitti assai aspri ( non su cosa scrivere o pensare , come accade oggi nelle riunioni , ma su cosa fare : dichiarare uno sciopero  o chiudere una trattativa , cose serie) . Se una riflessione può essere utile oggi partirei da una osservazione. Sottovalutammo nelle elaborazioni politiche ciò che avevamo praticato nel concreto, cioè il valore, le positive conseguenze, per la capacità di tenuta nel tempo, il portato politico delle relazioni personali . Il valore dell’  amicizia. Quel  movimento , nella sua particolare dimensione culturale contiene qualcosa , credo , contiene un insegnamento utile ancora oggi , per definire e praticare un agire collettivo , il collettivo moderno , che , inutile dirlo , non può essere riproposizione di quelli vissuti allora.

 

In che forma si compose il sentire comune ?

 Non per azione delle “rappresentanze “, gli studenti che volantinavano ai cancelli, gli interventi degli apparati sindacali e neppure per il rapporto diretto con gli operai in carne ed ossa  ( come si era soliti dire) , gli operai della Philips di Monza restarono infatti a lungo sospettosi, quelli della vicina Pirelli fecero la “spazzolata degli impiegati”, ritenuti crumiri, durante il contratto dell’autunno .

Irruppero nei corridoi, spiegammo che eravamo già 20 ore oltre quelle programmate dai sindacati. Ne dichiarammo altre due subito ( i fischietti nel cortile e tutti uscivano) e passammo a più 22 ore , rimediando alla scarsa informazione, diciamo così , dei sindacalisti e degli operai , sul chi eravamo.

Fu la comunicazione orizzontale e trasversale, gli studenti e gli operai come movimenti, insieme di persone, collettivi diffusi, grandi, forti, le fondamenta della nostra forza. Eravamo attenti, sensibili al buon vento e ci formavamo, noi, le nostre, idee. Il nostro sindacalismo.

Per Ludovico Morozzo dovemmo arrenderci, dopo 23 ore di sciopero .

Ma imparammo molto e quando  un nostro giovane collega , che aveva rifiutato  di tagliarsi i capelli, come imposto dalla Direzione ( “è una questione di dignità e identità “, lui disse )  fu minacciato di licenziamento ( ancora non c’era lo Statuto dei lavoratori) riprendemmo a scioperare  e vincemmo e ripartimmo subito, con altri scioperi .

Prima dell’inizio del contratto dei metalmeccanici avevamo ottenuto :

*la riduzione d’orario di 4 ore

*un aumento salariale, assorbibile dal contratto nazionale, in cifra eguale per tutti ( fu un punto vero di conflitto, la cifra eguale per tutti, le implicazioni non erano solo economiche, tutt’altro)

*la mensa ,che poi , per un periodo, fu ottima ,  ben controllata dal Consiglio di Fabbrica

Cambiava, in meglio, la vita ; eppure , per molti e le segretarie in particolare , il clima , cioè i rapporti interni con i colleghi e i capi , fu ancora più importante . Le segretarie non venivano più piangendo al Cdf per la volgarità , villania , arroganza del loro capo . C’era più allegria e amicizia tra i colleghi e compagni di lavoro . Nacque , credo , anche qualche amore .

Al lavoro si passa quasi una giornata e il nuovo clima , quello si, cambiava la vita.

Scioperammo anche per un obiettivo sindacalmente assurdo , ( e politicamente ? bho … ) il passaggio dal contratto vetro a quello dei metalmeccanici , assai meno conveniente . Ma così eravamo più forti , con la categoria più forte.

 

Per la borghesia la rivolta dei tecnici, dei lavoratori fedeli, fino ad allora, sui quali si reggeva tutto il complesso apparato della direzione, della contabilità, dell’amministrazione , gestione, programmazione , conquista di mercati, progettazione delle nuove produzioni , acquisti , fatturazione , controlli interni , inclusa la direzione del personale ecc ecc , fu sconvolgente .

 Assai più delle pur importanti lotte operaie. I tecnici e amministrativi erano, tra l’altro, i controllori, diretti o indiretti, degli operai. Per un periodo i padroni ebbero paura, il loro potere era scosso, alla base, da un terremoto.

Sconvolta fu la struttura delle gerarchia d’impresa , che è la struttura del potere nell’impresa . E non serviva la polizia, per riconquistarlo.

Fu un grandioso passaggio di campo. Fu il fiorire , allegro e improvviso , della coscienza di classe .

Movimento complesso, culturale appunto, tale da integrare la dimensione politica con quella delle rivendicazioni economiche e dei diritti sul lavoro.

 Un   collettivo andava alla scoperta di una visione del mondo con una straordinaria convinzione: possiamo cambiarlo, il mondo.

Le elaborazioni dei diversi  collettivi ( non solo metalmeccanici, anche i chimici, il gruppo del Bunker,e altri ancora, ) sulla non neutralità della scienza, l’alienazione del lavoro, la nocività e la difesa della salute , ecc ecc scuotevano le fondamenta sovrastrutturali dell’ordine costituito sulla disciplina del lavoro. Eravamo rivoluzionari. Di massa ? Forse no, ma tutti per un radicale cambiamento. O meglio : non ci ponemmo mai il problema se noi, i più impegnati, eravamo i rivoluzionari e gli altri, tutti gli altri, no . Eravamo tutti in rivolta, e cambiavamo  innanzitutto noi stessi.

 Questa rivolta   scosse le certezze dei padroni ( termine oggi in disuso, sono datori di lavoro, anche quando non lo danno più). Ne colsero il portato .

 Ma non i partiti. Non il PCI, che ignorò e guardò con sospetto, per dirla dolce,  almeno all’inizio, questo incontrollato movimento . Troppo radicale ?

Non voglio qui dare giudizi generali, solo piccoli fatti: non ci concesse una sede per le riunioni, lo fecero  invece i Salesiani di Don Bosco. Assai più sensibile della Fiom  fu la Fim, con cultura da sindacalismo laburista, capace di adattarsi e accompagnare quel movimento, di modellarsi in forme nuove. Non furono i sindacati, gli apparati, a promuovere quel movimento, fu il movimento, l’agire  dei lavoratori in prima persona, in particolare al Centro Direzionale, a dar vita ad un innovativo sindacalismo, a costruire le sue strutture interne, i Cdf e, per un periodo, i Coordinamenti di delegati. Noi siamo il sindacato non era uno slogan , lo fummo ; costruimmo , a Milano , un bel pezzo di un bel sindacato. Dove prima non c’era nulla .

 

 Il movimento fu la fortuna dei bravi sindacalisti di allora, quelli di sinistra, e di quelli che furono capaci di cogliere il portato innovativo di quanto accadeva:   le lotte operaie , delle grandi fabbriche e concentrazioni proletarie in particolare, affiancate dalla sempre meglio definita e crescente unità di operai e impiegati, modificarono a fondo le stesse strutture degli apparati sindacali. Cambiò il sindacalismo, cambiarono i sindacati .

 Anche i Cdf furono una conquista , ma la vera, grande novità fu l’assemblea.

Fu il centro di tutto : lo fu anche rispetto a partiti e apparati sindacali. La’ si decideva, non altrove. Per un periodo, certo, ma non breve e , ripensandoci ancora oggi, entusiasmante. Eravamo pronti.
L’autunno era ormai alle porte.

   franco calamida – gruppo di studio Philips

 

 

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