1978 – Diario di un viaggio in Russsia

Il Diario di un viaggio , in Russia , pare passato un secolo, organizzato dalla Clup , cancellato dalla Agenzia Russa un paio di settimane prima della partenza , eppure partimmo. 
Tra molte traversie e imprevisti , abbiamo vissuto una bella esperienza , e certamente fu il viaggio più divertente che io ricordi. Fu la forza della soggettività del turista comunista?  franco calamida

 

 

 

 

 

SAMARCANDA NON ESISTE

 

 

 

 

 

La storia di trentun viaggiatori che pensarono di poter conoscere la Russia e di varcare la mitica porta dell’Oriente.

 

 

 

 

 

 

Il narratore di fatti sorprendenti e di eventi affascinanti, realmente accaduti nell’anno 1978, e che il lettore troverà incredibili,  è Franco Calamida.

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto, venerdì 11

 

“Portate abiti leggeri a Mosca fa caldo”.

Esco dal portellone dell’aereo, ci siamo: è Mosca.

20 gradi sottozero, vento siberiano, alcuni orsi bianchi battono i denti sul fondo della pista. Piove. Trasporto all’hotel Turist. Lugubre. La stanza è un cesso, Rita va al cesso. Torna sconvolta, provvedo a rianimarla con i sali.

Pasto senza raffinatezze, in Russia hanno eliminato tutte le differenze, anche quella tra il brodo e il tè.

Prima visita a San Basilio, un vento gelido spazza la piazza Rossa. Un gruppo di turisti francesi viene divorato dai lupi.

 

Sabato 12

 

“ Massima puntualità alle 10 si parte” ci ha detto Tatiana, la nostra accompagnatrice, una discutibile conquista del socialismo.

Ore 10: ci siamo tutti salvo Tatiana.

Arriva Tatiana, non c’è l’autobus.

Arriva l’autobus, non c’è Tatiana.

Rapida visita al mausoleo di Lenin.  Durante la visita mi tocco i coglioni, pensando: “Speriamo che in Italia non finisca così”. Una guardia mi vede e mi fa togliere le mani di tasca. Lenin inarca le sopracciglia come per dire “Io non c’entro”.

Pasto di pura sopravvivenza, segue drammatico giro di Mosca in 84 minuti.

A detta di Tatiana tutto è una conquista del socialismo, suppongo faccia eccezione il nostro autobus che è un residuo della preistoria. 

I più destri del gruppo cominciano a dubitare che il socialismo sia una conquista.

Di nuovo a San Basilio.

Luciano, un tipo di compagnia, sentenzia: “che ognuno vada per conto suo”.

Fingiamo di scioglierci e ci ritroviamo tutti, salvo Luciano, dietro l’angolo.

Definitivo crollo di consenso della cucina del Turist, tutti alla ricerca di un ristorante sperando di trovarne uno che sia migliore di quello degli altri.

Il cuoco del Turist si uccide.

22ma visita a san Basilio, in notturna; seguiranno 36 visite di prima mattina, 18 nel pomeriggio e oltre 100 al tramonto.

Viene rilasciato un permesso speciale che consente di non visitare san Basilio.

 

 

 

Domenica 13

 

Un solo motto, una parola d’ordine imperativa: “ andare dove non va Tatiana”, la cui popolarità è indubbiamente in calo a giudicare dai commenti del gruppo, che non riporto per una questione di stile.

Frenesia del baratto: si cedono blue jeans, camicette, pedalini, spazzolini da denti usati, spruzzi di dentifricio, scatole di detersivo vuote, in cambio di rubli.

Forse sono falsi ma non fa differenza, infatti con questi rubli non si può comprare assolutamente nulla.

Martina ci batte tutti. La sera prima in un incontro avvolto di mistero (io pensavo si trattasse di droga, segreti militari o diamanti) ha liquidato il suo stock di jeans.

Io non cedo alle tentazioni, per un vecchio paio di scarpe mi offrono 1.500 rubli che rifiuto.

A zonzo per Mosca, deserta o quasi: convento della Vergine, casa di Puskin, museo di Puskin, Cremlino.

Abbiamo percorso a piedi la distanza che ci separa da Samarcanda.

Il livello di felicità del gruppo è basso, la somma di sofferenze individuali si è imposta come sofferenza collettiva, dunque socializzata, ma per la verità non c’è una grande differenza.

Ci si raduna in piccoli gruppi per lamentarsi.

A me non pare una situazione particolarmente dura, solo non capisco perché si debba pagare.

A tavola il clima migliora, alcuni hanno smesso di piangere, altri per il momento hanno abbandonato l’intenzione di suicidarsi.

Qualcuno mormora: “domani torno in Italia”, ma senza convinzione.

Siamo nelle mani di Tatiana, inutile ribellarsi, le sue battute di spirito fan cascare i denti dal gelo.

I russi mangiano in silenzio, non parlano, non ridono. Al Turist tutti sono depressi.

Allegro giro sul metrò, bellissimo. Al ritorno un biglietto ci informa che: “Samarcanda è saltata”.

Mia madre impallidisce, poi cerca di buttarsi dalla finestra.

Enrico, Roberto e altri organizzano la rivolta per il mattino successivo.

Per i cospiratori la parola di riconoscimento sarà: “no ai wursterini  si a Samarcanda”.

Notte di tregenda, mia madre non dorme (io finalmente sì perché lei russa), la mattina (questa non l’ho capita) non si lava.

Poi le dicono che è uno scherzo delle sorelline: per poco non le viene un infarto.

 

 

Lunedì 14

 

In moto all’alba. Volti radiosi, speranze rinate.

Alle 10 siamo all’aeroporto: tanta gente che parte, i turisti vanno e vengono.

Alle 12 siamo all’aeroporto.

Alle 13 siamo all’aeroporto.

Alle 14 anche. Io prendo i giornali e cerco di capire i programmi della sera alla TV, non sono ottimista.

A qualcuno saltano i nervi, volti tesi, animi inquieti.

Si parla di scene di cannibalismo, ma la cosa non è provata.

Mia madre è la più serena: è una fregatura, ma altri turisti l’hanno pagata più cara di noi.

Mio padre racconta cose di tutti i tipi; vengono organizzati turni di ascolto.

Rita dorme. Luciano, in un angolo, piange in silenzio.

Alle 15 siamo all’aeroporto.

Martina, la più serafica, chiede se siamo già arrivati a Samarcanda.

Adriana compie il suo ennesimo eroico tentativo di convincere Luca, suo figlio, che è in vacanza e che si sta divertendo: finge di divertirsi lei stessa, ma ha gli occhi pieni di lacrime: cuore di mamma.

Qualcuno scatta foto al pavimento, altri accennano passi di danza classica, risa isteriche, sono i primi sintomi.

Alle 16 siamo all’aeroporto. Non c’è più nessuno, solo noi, sono partiti tutti.

Una gran pace, silenzio. Niente aerei, cala la sera.

Un urlo:”si parte”. Martina, solo lei, mormora: “che peccato, non ho visto niente di Samarcanda”.

Caricare un aereo richiede ore, giorni, mesi a volte: quando l’ultimo sale il primo è già più vecchio.

Vietato fumare: io pratico una forma di lotta illegale e clandestina: fumo al cesso.
Luciano si nasconde dietro una tenda: al terzo tiro una hostess, che sembrano due, lo becca e lo rimanda al suo banco.

Rita dorme. Le “tre sorelline” cantano, ridono, fanno delle cose. Sono una mini comunità.

Luca schiaccia un numero ampio di pulsanti, per gioco: si tratta di cronometrare il tempo d’arrivo dell’hostess, che si diverte meno. Adriana grida delle cose e vuol fare il culo alle hostess che ci impiegano troppo.

Martina mormora: “ma quando arriviamo a Bukara”. Non ha capito che il programma non è solo cambiato, è scomparso. Essere senza programma nel paese della programmazione è tragico. Il turismo di massa è una cosa orribile, penso che i ricchi lo facciano fare ai poveri per qualche anno per convincerli che non ne vale la pena.

In effetti non ne vale la pena.

Leggo su di un librettino rosso , che Tatiana ci ha consegnato con ufficialità e sussiego: “100 domande, 100 risposte”: un poeta può vivere in URSS?

Risposta: “si, riceve per le sue poesie 2 rubli alla riga”.

Quasimodo sarebbe mal messo.

Aria densa, calda, avvolgente, potabile di Taskent. Saliamo e scendiamo le scale con i bagagli: i mongoli da dietro un vetro ridono, forse per loro è un tipico spettacolo notturno.

Siamo all’aeroporto, sono le 22 (forse le 24, forse più, forse meno). Che importa: spazio, tempo annegano nella stanchezza. Abbiamo un punto di orgoglio: continuare a riderne, a reagire, non arrendersi. La resistenza di massa è una forza, piccola, perdente, rispetto alla GRANDE BUROCRAZIA, ma ammirevole.

Non chiediamo più informazioni: buon segno.

Tutti si stendono su sedie e panche, ridono, sono felici, soprattutto le “tre sorelline” nel loro lettone (accento sulla o).

 

 

Martedì 15

 

Noi siamo i dannati della terra,  viviamo una  tragedia.

Un signore che viaggia con noi, il Miani,  per festeggiare i 50 anni ha scelto di fare “qualcosa di indimenticabile”.E’ venuto sin qui per comperare un colbacco per suo fratello. Ci spiega che ha la testa più grande della sua. Gli consiglio un colbacco per bambini.

All’alba  (4.30 del mio orologio,che è quello che conta) i 31 dannati si svegliano: tutti, salvo Martina. Luca è di pessimo umore.

Ore 7 (locali) : dramma della colazione.

Usciti dalle nostre tane,carichi di lordume e ira repressa, ci ribelliamo con la ferocia propria dei deboli. Un grido: “la colazione non si paga”. Minuti che valgono anni.

Vinceremo? L’imperativo categorico è : resistere un minuto più della GRANDE BUROCRAZIA. Alcuni crumiri cercano di pagare a parte. Tatiana ci informa che la colazione è prevista per le ore 9 e che il vero problema è che noi non capiamo il sistema sovietico. Tatiana invece sembra non capire cos’è l’umanità. Ogni rapporto con lei, non dico dialettico, ma almeno feudale, ci è precluso.

La lotta paga, la colazione non si paga.

Ore 9 : esausti per il successo ottenuto i dannati giacciono riversi sui sedili dell’aeroporto ; camminano, si aggirano inquieti. Non abbiamo passato , non abbiamo futuro, attendiamo il verdetto della GRANDE BUROCRAZIA.

Fuori c’è gente, vita, cose, ma noi siamo i dannati dell’aeroporto.

Ci stiamo adattando,qualcuno fa piccoli passi di corsa con le braccia aperte, imitando con suoni gutturali il rullio dei jet sulla pista. Ma non decolla.

Altri hanno costruito caverne negli angoli più reconditi, perché hanno saputo che l’inverno sarà molto rigido.

Si regredisce a rapporti primitivi: esclusi dalla tecnologia cresce la nostalgia della clava.

Un annuncio perentorio: “si parte”.

Sbarriamo gli occhi,increduli,quasi dispiaciuti, abbiamo ormai paura di quello che c’è fuori.

Smontiamo con rapidità l’accampamento. Il signore che credeva di essere un aereo è invidioso di quello vero, si allenava per portarci lui a destinazione. Per consolarlo gli assicuriamo che in caso di nuove difficoltà ci serviremo delle sue nuove capacità.

Rendiamo presentabili quelli delle caverne, che però non perdono un forte odore di animale selvatico.

Ore 11 : arrivo a Samarcanda. Ahi città del mio sogno, porta dell’oriente. Quanto ci è costato giungere fino a te.

Ore 12 : annuncio drammatico di Tatiana : “alle ore 14 partenza per Bukara”. Quelli delle caverne dell’aeroporto trovano persino eccessive queste due ore e vorrebbero partire subito.

E’ la rivolta , che l’aereo parta pure senza di noi, quel che sarà sarà, qui siamo e qui restiamo.

Che ricordo della magica , misteriosa Samarcanda ? Gente viva intravista in un mercato, una sequenza di mausolei e moschee, bellissime e sovrapposte nella memoria, indistinguibili. Nessuna emozione,nulla nel cuore, una corsa affannosa,violenza al secolare scorrere del tempo. Ahi Samarcanda, non ti abbiamo conosciuta, resterai misteriosa: non tornerò a Samarcanda.

Ciascuno porta con se un ricordo piccolo: le tre sorelline quello del bel tartaro che ci è stato guida; il gruppo dei fotografi d’assalto tutte le possibili immagini, senza amarti, sconosciuta Samarcanda. La frenesia non si concilia con tempi dell’amore.

Ahi, Tamerlano, dove riconoscere la tua leggenda?

Io ricorderò la visione della danza nell’acqua di Adriana, qualche volto scolpito di vecchio, il caldo e viuzze appena intraviste. Nulla.

Solo mia madre ha visto tutto,ricorda tutto, compresi gli archivi dell’anagrafe e una via nota perché non c’è assolutamente niente.

La sera improvvisiamo una recita in un teatro all’aperto.

Ore 22: si parte in pulman, notte calda di luna.

Chi era in fondo non ha viaggiato, ha cavalcato.

Nel gruppo ci deve essere un “porta sfiga”: il pulman si è rotto.

 

Mercoledì 16

 

Ore 4: arrivo a Bukara, siamo irriconoscibili, più della metà avanza in ginocchio, gli altri strisciano; con i loro bagagli sulla schiena sembrano grosse lumache. Una scena pietosa. L’ascensore non funziona, naturalmente siamo al 5° piano, se capitavamo in un grattacielo ci saremmo avviati lo stesso verso il 200° piano, mormorando poche parola di protesta, salvo gli uomini delle caverne che con i loro urlacci bestiali si sarebbero precipitati nelle cantine. Ma la compagnia regge; quasi ovunque è vietato fumare, da bere non se ne trova, quasi certamente l’attività sessuale complessiva di 31 individui definibili sani (con una certa generosità di giudizio) ha raggiunto minimi storici, ma la compagnia regge.

Incomprensibile, i grandi fatti non trovano spiegazioni semplici.

L’autobus con il quale facciamo il “tutta Bukara in 120 minuti” è dotato di una interessante porta posteriore a “doppia lama”, perfezionata con un ingegnoso meccanismo a “doppio colpo” che funziona così: la porta si apre e prima che il passeggero abbia fatto in tempo a scendere si richiude. E’ praticamente infallibile.

La nostra squadra ha diversi contusi, ma pochi feriti gravi, per l’agilità con la quale abbiamo imparato a muoverci. Il Miani per poco non ci lascia il braccio sinistro, penso che se fosse successo sarebbe risalito dalla porta anteriore con il moncherino nella mano destra mormorando “indimenticabile, un viaggio indimenticabile…. Devo ricordarmi di non raccontarlo a nessuno”.

La mini comunità delle “tre sorelline” si aggira con occhi sognanti: “ ahi bel tartaro, dolce e maschio, dove sei?”. Mi chiedo con quali criteri potrebbero spartirselo. I sogni posseggono innegabili benefici rispetto alla realtà.

Ore 10,30: monumento X; ore 10,37 monumento Y¸ore 10,42: monumento Z, ecc. ecc., tutti splendidi. E’ un film ma a piedi.

Qualcuno ha i primi miraggi: vede una meravigliosa portatrice d’acqua avanzare coperta di soli veli. La rincorre con urla bestiali, la butta a terra con violenza e le ruba la brocca d’acqua.

Altri attraversano una piazza battuta dal sole, a metà sprofondano nell’asfalto fuso, prima di sparire accennano al saluto militare e intonano un penoso canto patriottico. Potevano farne a meno; gli altri si chiedono se nei loro bagagli hanno ancora jeans.

Dalle ore 10,50 alle 11,20 “contatto” col popolo.

Tatiana ci dà il via con un colpo di pistola e cronometra il rientro.

Ci buttiamo a socializzare. Ma è un mercato, la bestia del consumismo che è in noi si scatena. Un povero venditore di ceramiche in 4 minuti e 12 secondi vede sparire il lavoro di 4 mesi e se ne torna a lavorare incazzato come una belva.

Rita compra un cappello da una dolce e saggia vecchina, che fa segni magici di affetto e fortuna, la grande madre di tutti i figli, poi con il rublo ricevuto tocca gli altri cappelli (7 forse 8 rappresentano tutta la sua mercanzia) per propiziarne la vendita e anche quelli della vicina, che sorride per ringraziare. Poi stringe con entrambe le mani la mia e mi sorride. Io so che nel passato e nel futuro c’è anche un mondo diverso. Ricordo dolce. Mi affretto a comprare altri cappelli, uno per venditrice. Mi pare di cogliere il loro pensiero: “ ma perché turisti così cretini devono venire fin qui?”.

Al tempo stabilito rientriamo tutti, nessun ritardo, ci è andata da Dio, niente multe, niente rimproveri né castighi. Meno male, ero preoccupato. Solo un paio di vittime della “porta a doppia lama”.

Un altro dolce ricordo: tutti seduti su grandi lettoni in legno coperti di tappeti, a bere tè verde e guardare altri che devono tè da oltre 2.500 anni, lo trovano ottimo e non vogliono cambiare. Desiderio di non dire niente, ma come i saggi che sanno, anche voglia di dire, ma cose da niente.

BANG: incanto rotto, alle 13,14 si deve andare via, era programmato.

Che Dio maledica la programmazione.

Pomeriggio: visita ad una fabbrica di tessuti lavorati e ricamati con macchine a comando manuale. Sono orribili. Una donna per macchina, una macchina per donna.

E’ la programmazione. Donne non solo sfruttate, ma oggetto di visita turistica. Son cose da mostri, senza la coscienza di esserlo.

Noi e loro. Francesi, tedeschi, italiani si aggirano tra le macchine e pensano: “ che bei colori come è interessante, abbiamo visto anche una tipica fabbrica, tutto compreso nel prezzo”.

A piedi nel rione più povero per vedere una cosa che secondo Tatiana non dovremmo vedere: una moschea, splendida e sconsacrata con 4 torri. Adriana e Martina raccontano: “ dei ragazzi ci hanno spinto su per una scala della torre, ma che palpate!, però non ci hanno fatto pagare niente”. Probabilmente anche i ragazzi stanno raccontando agli amici la stessa cosa: “ Non ci hanno fatto pagare niente”. Suppongo si sia trattato di uno scambio alla pari. Però Luciano, che uomo, le ha difese. Dopo circa un’ora, forse roso dall’invidia, è sbottato: “ Adesso basta con le palpate”. E’ un bel personaggio, espansivo e disponibile fino ai confini della sua comodità quotidiana, un “agro-dolce” alla “ecce Bombo”. Va da Dio in questi tempi barbari, senza miti, fermi in modo frenetico.

 

Giovedì 17

 

Una parte del gruppo ci precede a Taskent, noi restiamo a Bukara.

Mattina di mercato, una continua grande onda di sole e di calore, piccoli acquisti, colore in movimento, simpatia: una ragazza kirghisa ci invita al suo “lettone da tè”, molto viva. Per la prima volta non desidero essere altrove.

Trasferimento in aereo da Bukara a Taskent, per la parte restante del gruppo, nel pomeriggio.

Dovremo partire a scaglioni, ma la fortuna ci assiste, si parte tutti insieme.

L’ipotesi che avevo avanzato già la mattina per la sequenza di episodi fortunati, cioè che il “portasfiga” si trovi nell’altro gruppo, ha una conferma. Adesso devo individuarlo, osserverò tutti attentamente; i prossimi giorni avranno le tinte di un giallo, alla fine del viaggio scopriremo che è l’“assassino”.

E’ il primo viaggio organizzato al quale partecipo, ma ho sentito dire che esiste la crisi del “7° giorno”: è il giorno nel quale le tensioni esplodono, le dinamiche sotterranee che hanno percorso i rapporti dei componenti il gruppo vengono alla luce.

Questo in condizioni normali, definibili di benessere. Ma qui si tratta di ben altro. Il pezzetto di pollo con crauti come sola portata del pasto serale è un preciso indicatore: la cosa va facendosi seria.

La compagnia regge ancora, ma sono già evidenti segni di cedimento.

Due passi in branco per tirare l’ora di andare a letto, con l’entusiasmo con il quale gli impiegati di 4° livello del reparto contabilità vanno al lavoro il lunedì mattina.

Clima dopolavoristico. Martina però cambia di colpo la scena della recitazione collettiva: si butta vestita in una fontana, al centro di una gran piazza illuminata e sorvegliata da severi busti di bronzo di ignoti (a noi) personaggi. Vuol fare il bagno e lo fa, ma la libertà individuale è anche un fatto di rapporti e comportamento collettivo; c’è Martina che nuota, c’è chi assiste e, lo voglia o no, non può non considerarlo uno spettacolo.

Cosa ha pensato ciascuno vedendo riemergere Martina dall’acqua?

Le incantevoli trasparenze del suo corpo effetto degli abiti bagnati? Moralismo, simpatia, ammirazione, desiderio, un po’ di tutto? Idee diverse.

Luciano lo dice quello che pensa: “sono cose da film” e se ne va. Adriana pensa invece sia cosa naturale e non da film, lo vuole dimostrare, è incerta, irritata dai commenti, fa la scelta dell’indipendenza di comportamento e si tuffa a sua volta, ma è una forzatura; Luca la segue e si rialza col naso che sanguina e con una vistosa protuberanza sulla fronte.

Altri gruppi di turisti passano osservano e vanno.

E’ l’una di notte, sono in camera, fa caldo.

Abbiamo festeggiato il compleanno di Miani che ha offerto tre bottiglie di vino, e cantato per lui “tanti auguri a te”.

Degli altri non so dire, ma io mi sento un poco triste.

 

 

 

Venerdì 18

 

Ore 9,30: “sulla vostra destra… sulla vostra sinistra….”. E’ il giro in pulman di Taskent, non c’è nulla di particolarmente interessante da vedere, ma se anche ci fosse che senso ha, che cosa si conosce, che cosa si apprende, in cosa si cambia? Io ricordo la sete; di una città che ha lottato per ricostruirsi dopo il terremoto ricordo solo la mia sete, e anche un museo di artigianato locale e un centro di acquisti.

Il Miani è in forma, continua a darmi del Lei, devo chiedere a Luciano se me lo presenta.

Trasferimento in aereo da Taskent, capitale dell’Usbekistan, a Dusciambè, capitale del Tagikistan.

Sotto di noi il deserto. Centinaia di chilometri di terre aride, non un campo, non una casa,  nulla. Arrivati nella piazza di Dusciambè  Tatiana informa, con sussiego da socialismo realizzato: “Ogni giorno da qui partono 30 mila persone” “ma dove cazzo vanno” è il mio commento.

Accoglienza cordiale, albergo confortevole, ottimo ristorante, la prima impressione è di un popolo espansivo e interessante.

Volti più distesi. Il Miani è sempre più soddisfatto, la mattina è rimasto impressionato dalla bellezza della accompagnatrice Usbecka e afferma di essere un intenditore. Non capisco come abbia fatto a costruirsi una specifica competenza in donne usbecke. Nel pomeriggio circola per la città in pantofole, sciolto, disinvolto, ringiovanisce di giorno in giorno. Se va avanti così lo riportiamo in Italia in una culla. Luciano l’ha preso sotto la sua protezione.

Assurdo giro in pulman, statue e tombe di personaggi qui illustri, che a noi non dicono nulla e non possono dircelo.

Scambio di doni con una commessa di un negozio di dolci.

Luciano avanza l’ipotesi che il gruppo sia sottoposto ad un esperimento per studiare le reazioni psico-fisiche e di comportamento di 31 individui che non mangiano per 2 giorni, poi due pasti nel giro di 3 ore, sottoposti a periodi lunghi di mancanza d’acqua, sbalzi frequenti di altitudine, esposti al sole per più ore ogni giorno ecc., ecc.. Se è così bisogna informarli che Luca ha picchiato la testa e che i bambini italiani non nascono tutti con un corno.

Adriana, fa praticamente il giro delle fontanelle dell’Asia centrale, probabilmente lo desidera fin da piccola.

Franco, l’ accompagnatore italiano, spesso stanco e molto teso, ha la sua grande serata: suona con notevole perizia il pianoforte. Successo di pubblico.

Tatiana appare più socievole, tutti i segni di approvazione da parte del gruppo (rarissimi) le danno una evidente soddisfazione. E’ molto interna al ruolo, mi domando cosa pensi del gruppo, perché non cerca di capire e conoscere. Presumo da parte sua un giudizio molto negativo. Del resto non c’è stata una sola discussione collettiva su nessuno dei problemi: difficoltà, obiettivi, programmi, significato delle cose che si fanno. Qualcosa non funziona nel meccanismo dei viaggi organizzati in generale e in particolare in URSS. Viene qui applicato il modello occidentale  come pura e semplice trasposizione, con gli stessi identici risultati di espropriazione, di superficialità, di liquidazione dell’esperienza individuale e collettiva, di ogni spazio di spontaneità, creatività, iniziativa. L’obiettivo vero del viaggio organizzato in queste forme è sorvolare la realtà, eliminare ogni possibilità che accada qualcosa, cioè l’esperienza vissuta, il rapporto con la gente, i fatti, la storia e la vita dei popoli. Immagini congelate nel tempo sostituiscono la ricerca, la volontà di conoscere, di scontrarsi con pezzi di cose vere e vive.

Questo mi manca, nel paese della rivoluzione d’ottobre. L’ho amato per la sua storia, ma cosa posso dire adesso, dopo esserci stato? Non sono i cessi degli alberghi o i pasti il problema vero, io mi attendevo ostelli e mense universitarie.La questione è che tutto è sfuggente.

 

Sabato 19

 

Dopo la colazione visita al museo storico di Dusciambè, alcune cose interessanti, grande plastico prospettico della città che solleva l’entusiasmo di Luca e Martina.

Martina è stranamente attenta, forse teme di non passare l’esame finale e di non avere il visto d’uscita.

Interessante esperimento di marcia forzata sotto il sole nella parte centrale della giornata. Superiamo la prova, il gruppo non cede. Abbiamo sete, voglia di far pipì ma non ci arrendiamo. L’influenza della geniale intuizione dell’imperatore romano Vespasiano ( gli orinatoi peraltro erano a pagamento, da cui il detto ”pecunia non olet”) non ha raggiunto l’Asia centrale. I cessi pubblici sono introvabili. I meno acculturati del gruppo provano ad utilizzare, con risultati imbarazzanti e penosi, alcuni attraenti casotti circolari sui quali sta scritto Kacca (banca).

La marcia è durissima, mi chiedo il perché. “strisciai, strisciai come una lumaca attraverso i miei giorni” (Spoon river).

Acquisti in un grande magazzino, poi  in una “bottega d’arte”. Ho osservato fenomeni di regressione a comportamenti primitivi da parte del gruppo.

E’ noto che le scimmie vivono in branchi, spostandosi frequentemente. Mentre il capo del branco cerca i posti più favorevoli per sostare, mangiare, dormire, ecc. ecc. i componenti del branco si raggruppano in attesa,  uno a fianco dell’altro , molto stretti e compatti.

Il nostro gruppo ha un comportamento analogo, le gradinate sono la base preferita di questi grappoli che si compongono ormai spontaneamente.

Li guardo alla “bottega d’arte”; la sola differenza con le scimmie è che queste ultime hanno lo sguardo più vivo.

Il Miani ha acquistato un costume da bagno, alla frontiera lo indosserà per ingannare i doganieri. Se nessuno fa la spia può anche cavarsela, in caso contrario corre il rischio di essere incriminato per contrabbando di costumi locali.

Ho chiesto a Tatiana cosa pensa del gruppo: ha risposto che ce lo dirà e inoltre è convinta che il gruppo sia molto negativo nei suoi confronti. Le ho anche chiesto se è prima un essere umano, con i suoi problemi da discutere, la voglia di capire confrontandosi ecc. ecc. o una guida.

Ha risposto: “io sono una guida”. Del femminismo occidentale pensa sia ridicolo. Eppure sono convinto che nessun essere umano è solo una “funzione”, un ingranaggio di un sistema, acritico e privo di contraddizioni.

Pomeriggio di libertà: mi gestisco la stanza, bevo acqua fresca, dormo, mi muovo, mi sembra fantastico.

Alla sere si va allo spettacolo. La curva di uno stadio di media grandezza è colma di gente (pochi russi).

Lo spettacolo è di un gusto, (forma e contenuti) certamente più strapaesano che popolare. Ma l’insieme è interessante, lo spettacolo è il pubblico, che commenta, mangia. Applaude, fischia, ride, urla e quando la polizia con rude discrezione espelle i più indisciplinati o quanti hanno cercato di non pagare il biglietto, sta dalla loro parte contro i poliziotti.

Ore 22,30: la gente e i tratti di ingenuità dello spettacolo (il ballo e il mimo della cerimonia nuziale) mi fan desiderare di restare, ma…..: arriva il comunicato n. 1 della Tatiana: “ con questa folla c’è pericolo per i portafogli e le teste” perciò andiamo via.

Concezione reazionaria della folla (sempre pericolosa).

Il Miani si sta montando la testa, questa sera ha detto “va bene, parlo a nome di tutto il gruppo”. Si diverte un casino, è convinto che questo spasso costi solo il prezzo del suo viaggio, invece abbiamo spese ben 15 milioni per farlo divertire.

 

Domenica 20

 

“Io al museo delle realizzazioni non ci vado” “neanch’io” così dicono tutti, o quasi. Non c’è più la forza di “fare un’altra cosa”.

Come sempre verso le 12 veniamo esposti al sole. In questa occasione su una feroce collina desolata. Non c’è nulla, solo una gradinata che porta in un posto dove non c’è nulla, ma dal quale si può vedere il posto dove si stava prima e viceversa.

Al mercato invece c’è gente, viva, curiosa, cordiale, affettuosa, che ti circonda, offre, doni, a chi due pesche, ad altri un’anguria. Scambiarsi doni, sorrisi e gesti è bello.

Io ho il più grande raffreddore dell’Asia centrale.

Le condizioni di salute del gruppo non sono eccellenti: nel giro di poche ore i più sono passati dalla più arida stitichezza a varie forma di diarrea a cascata. Occhi lucidi, nasi otturati, ventri e stomaci rivoluzionati.

Nel pomeriggio ci attende un laghetto azzurro nel verde, tra i monti.

La realtà è sempre più dura delle speranze, se così non fosse che significato avrebbe la fantasia?  E’ un lago artificiale, non molto diverso dall’Idroscalo di domenica.

Oggi è domenica.

Rita, con un piccolo costume, ha un discreto successo di pubblico.

Il tempo passa lento. Sulla via del ritorno si canta e si ride, si gridano critiche e lodi allo “sputnik”. Lo sforzo dell’accompagnatore di Dusciambè per rendere confortevole il soggiorno è molto apprezzato dal gruppo; brindiamo alla salute sua e di Tatiana, chi con bicchieri colmi di vino, chi con bicchieri di yogurt vuoti.

Lo yogurt è la forma di alimentazione fondamentale, chi non ama lo yogurt non si trova bene. Però anche alcuni che amano lo yogurt non si trovano bene. Questo dimostra quanta ragione avesse quel saggio che mi disse: “ per quanto tu ami lo yogurt, 8.000 km per berlo sono eccessivi”.

Io odio lo yogurt.

Non è successo nulla, non succede nulla.

Cose diverse, stimoli, entusiasmi, “l’inatteso” non c’è stato. Nulla fuori dal gruppo, nulla dentro. Né grandi conflitti, né grandi affetti, poche antipatie, molta simpatia, diffusa, presente sempre.

Tutti alla ricerca del minimo livello di infelicità individuale e della solidarietà collettiva come forma di consumo del tempo.

Questo viaggio è la continuazione del modo di vita metropolitano.

Nulla che per un istante mi abbia fatto sentire più vivo, più libero. La fatica fisica può egregiamente sostituire la creatività. Abbiamo difeso la nostra voglia di essere allegri, di non subire tutto, ma abbiamo appunto giocato “tutto sulla difensiva”.

Vittorio, Luciano e altri sono ottimi terzini.

 

Lunedì 21

 

Ore 6: sveglia, dopo una notte calda, come le altre.

Farsi la barba con il lavandino in un posto e lo specchio nell’altro non è cosa facile.
Ti insaponi, vai allo specchio. E’ occupato. Attendi. Il sapone si secca. Torni al lavandino. E’ occupato. Ti insaponi e balzi allo specchio. Ti radi un pezzo, torni al lavandino. E’ occupato. Sapone di nuovo secco. Attendi desolato. Può durare ore.

Giornata cominciata male. Ingurgito mezzo litro di questo yogurt che detesto. Sa di dentifricio perché mi sono lavato i denti ma non ho fatto in tempo a sciacquarmi la bocca. Sa anche di sapone da barba. Lo yogurt al sapone da barba e dentifricio non mi piace.

Ore 11: siamo in aereo. Trasferimento da Dusciambè a Mosca: voliamo alla solita altezza, alla solita velocità, con i soliti spifferi d’aria gelida. Alcuni dormono, altri no. Tutto normale, tutto bene.

 

Ore 12,20: l’aereo sta precipitando. Tatiana ci informa che i nostri parenti dovranno pagare una multa di 150 milioni di rubli: Che botta, ragazzi.

Ore 12,21: l’aereo continua a precipitare. Mia madre cerca di vendere sottocosto tutte le cose che ha comprato.

Il Miani mormora “che viaggio!” e incomprensibilmente si  affanna per cambiare i suoi rubli in lire italiane, poi mormora: “non mi era mai successo, questo è da raccontare”.

Ore 12,22: scene di panico, urla. Finalmente succede qualcosa imprevisto, non programmato. Luciano tenta di ridere, dice: “io esco”.  Nessuno ride , ma quella carogna se ne va in volo; un po’ goffo, ma efficace.

Ore 12,23: si continua a precipitare. Tatiana ci dice: “restate insieme, che nessuno si allontani”. Franco comincia a contarci.

I conti tornano, noi forse no.

Ore 12,24: difficoltà a scrivere per le scosseeeeeeeee.

Ore 12,26: Mi sveglio, non stavamo precipitando, era solo un incubo. Stiamo atterrando.  Siamo a Mosca.

 

Per chi si attende di essere alloggiato al Turist (lager per turisti sfigati) la notizia che si cambia hotel è fonte di gioia.

 Mosca ci appare diversa dalla prima volta. Città nordica, “londinese”, ordinata e pulita : ampi spazi, grandi viali e giardini.  La capitale di un impero.Accorta gestione delle contraddizioni sociali, repressione del dissenso.

La popolazione appare molto meno disgregata che nelle grandi metropoli occidentali, ma egualmente passiva , molto disciplinata, abbastanza soddisfatta, con il lavoro,la casa, lo svago, il metrò a 5 copechi. Senza alcun potere, il potere sta altrove. Di nuovo al Cremlino:  testimonianza dell’impero morto, quello degli zar , cervello dell’impero vivo.

Prime e dolci luci della sera, sentiamo per la prima volta il fascino di questa città, che cominciamo a conoscere.Si cammina lungo la Moscowa; riflessi delle luci della stazione del metrò. A che diavolo stanno pensando gli altri?

Ricordi, nostalgie, affetti lontani nel tempo o nello spazio, calzini da lavare?

Dal 17° piano del nostro hotel si vede Mosca illuminata; c’è un bar, lì ci si trova la sera a dir cretinate e ad ascoltarne, in un ambiente che è la brutta copia di un qualsiasi bar d’albergo in una qualsiasi parte del mondo.

 

Martedì 22

 

In battello sulla Moscowa.

Alcuni pazienti pescatori sulle sponde del fiume.

Molto verde, gente che passeggia nei parchi, tutto appare rassicurante. Giornata luminosa e limpida. Benessere fisico dei compagni.

Il Miani riprende tutto con la sua cinepresa, quando non è in funzione la usa per osservare il paesaggio.

A zonzo per i viali di Mosca (per attraversare una piazza, sono tutte immense, è utile disporre di alcuni generi di sussistenza), ancora acquisti, il Gum (grande magazzino della piazza Rossa) è un operoso formicaio, attese pazienti dei russi e rapidità nello spostarsi.

Nel pomeriggio visita al museo d’arte figurativa russa, alcuni capolavori molto interessanti, molti si complimentano con Tatiana per la sua preparazione.

Grande notte del Miani, 50 anni di attesa, il momento è giunto: In forma smagliante, adesso mi dà del tu, anche se mi chiama  con i nomi più diversi.

E’ giusto, siamo solo personaggi di contorno della sua scoperta della vita. Si scola quasi una bottiglia di vodka, insidia una ragazza tedesca, dopo questo storico commento: “ Se restavo a casa era peggio. La solitudine uccide”.

Il ragionier Miani Umberto, impiegato di concetto del reparto contabilità di una piccola azienda farmaceutica, si fa ormai chiamare “Umby”.

E’ il migliore.

 

Mercoledì 23

 

“Umby” non si presenta per la prima, quanto pessima, colazione.

Partenza per la città di Zagorsk.

Sorprendenti tecniche di guida dell’autista: il pulman non supera i 30km. all’ora, scorre lento il paesaggio e anche il tempo, in salita arranca penosamente, in discesa l’autista leva la marcia e procede in folle (il motore, non l’autista).

Noi, esausti, irritati, all’improvviso e all’unisono ci mettiamo a remare, il ritmo è segnato da un canto corale “voga, voga, voga”. Risata omerica.

Le chiese di Zagorsk sono le voci di donne vecchie con abiti neri e veli neri, sono una nenia dolce e triste, la memoria dei secoli, sono la loro fede.

Odo e vedo il cuore profondo della vecchia Russia. Con la fine di questi vecchi corpi genuflessi le radici del passato saranno recise per sempre.

Tempo per vedere, tempo per fotografare, tempo per andarsene subito e in fretta, c’è un tempo per tutto.

Addio Zagorsk, addio antica e sacra terra di Russia.

Ore 15,30: si mangia.

Ore 17,30: idem.

Non si tratta dello stesso pasto.

Serata al circo stabile di Mosca.

 

Giovedì 24

 

“Questa sera saremo a Milano”, lo pensiamo tutti.

 Né rancore, né rimpianti, né nostalgia. Almeno così pare.

L’autobus che ci porta all’aeroporto si guasta e si riempie di fumo.

E’ la logica conclusione, mi sarei sorpreso del contrario.

Senza panico, siamo un’équipe ormai sperimentata, scendiamo con i bagagli e ricarichiamo loro e noi stessi su di un provvidenziale secondo autobus che ci dà un passaggio.

Al controllo doganale ci sono ansie, volti tesi, mille trucchi messi a punto durante la notte. Tutti passiamo senza problemi.

Ore 15,30 (ora di Mosca)

Ore 14,30 (ora di Milano).

Siamo in volo, torniamo con qualche matrioska, pettinini in legno fatti a mano, abachi, asinelli in gesso, cappelli in pelo e anche qualche ricordo: il colore della gente dell’Asia, le madresse di Samarcanda e Bukara, san Basilio al tramonto.

Non abbiamo visto nulla, non abbiamo amato nulla, non abbiamo capito nulla.

E’ stato bellissimo. 

Anche questa è fatta.

 

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