Vinci sugli scritti di Agostinelli e Molinari

 

Luigi Vinci

Mario ha scritto una riflessione molto interessante e a essa si è aggiunta la riflessione parimenti interessante di Emilio.

Inoltre, Emilio ha aggiunto ieri sul Manifesto un intervento, in tema di condizione vergognosa della gestione in Italia dell’acqua, che merita assai di essere diffuso. Emilio, ricordo, è stato assieme ad Alex Zanotelli figura guida del movimento, anni ottanta, a difesa dell’acqua pubblica contro le privatizzazioni di governo 2008-2009. Riporto più avanti questo secondo intervento di Emilio.

Vengo a confrontarmi ai due antecedenti scritti di Mario e di Emilio.

Mario prende le mosse dall’Enciclica di Papa Bergoglio, ovvero dalla sua proposta di una conciliazione tra un’umanità sottoposta, in un modo o nell’altro, a largo dominio economico, politico, culturale capitalistico, e l’“ambiente” globale in cui essa vive, si riproduce, lavora, si trasforma, crea, inquinando, avvelenando, distruggendo però sempre più le risorse sul pianeta, in quanto “finite”, compresa l’aria che nelle città respiriamo.

Concordo sostanzialmente con le intenzioni dei loro ragionamenti: ma suggerisco anche qualche precisazione o integrazione, guardando a questioni che ritengo complicate.

Mario è tranchant nella sua tesi d’avvio, rendendola così di valore paradigmatico: occorre separarsi definitivamente dall’idea dello “sviluppo”. Quest’idea, egli aggiunge, “continua ad alimentare un’illusione rivelatasi al fondo un disastro: che, cioè, l’aumento della torta da spartire in base alla crescita non avrebbe trovato limiti nelle risorse della biosfera e non avrebbe fatto i conti con la rapacità del sistema capitalista nell’appropriarsi delle ricchezze provenienti dal lavoro e dalla natura”.

Le categorie in questione, quindi, sono in Mario due: “sviluppo” e “crescita”. Non sono sinonimi assoluti, la crescita ha significato quantitativo, lo sviluppo qualiquantitativo. Come tale, lo sviluppo richiede un’analisi teorica molto attenta.

In ogni caso, dal punto di vista di persone e gruppi umani genericamente di sinistra, orientati alla salvezza del pianeta e, contemporaneamente, al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità, potrebbe ritenersi che si tratti, essenzialmente, di pseudocategorie: di strumenti di manipolazione, di controllo autoritario molecolare portato da un’enorme strumentazione economica e politica, parimenti, di apologia e al tempo stesso di occultamento di un’universale disorganizzazione anarchica di sistema, data la concorrenza tra capitali, tra poteri politici e ideologici, ecc., cioè dato il capitalismo. In conclusione, risulterebbe indubbiamente vero che si abbia a che fare con imbrogli. Spesso è quanto ci dichiarano molti economisti di sinistra, sia di scuola keynesiana che marxista.

Però, a parer mio, non basta porre l’analisi in questo modo e trarne questo tipo di conclusione: perché quelle pseudocategorie sono anche non-imbrogli, sono teorie reali, efficaci, sono categorie operative funzionanti, che fanno grandi e durevoli risultati, in quanto, in breve, altamente capaci di gestione sociale, culturale, ecc. Non a caso sono, detto altrimenti, un prodotto storico di lunga lena e che ha fatto e rifatto il mondo. Dal punto di vista dei grandi poteri sistemici più o meno capitalistici contemporanei queste categorie risultano efficacissime per non dire essenziali dal punto di vista dei loro obiettivi di dominio e di ricchezza, del loro antropocentrismo, del loro machismo, del loro razzismo, ecc. Quello che sul piano teorico si presenta, in superficie, prima facie, come un paradosso teorico da demistificare è, in realtà, un non-paradosso, è, invece, la manifestazione concreta di un dualismo teorico oggettivo, sostanziale, dato il dualismo sociale, dato, in altre parole, lo sfruttamento di classe. Ce lo spiega bene Enrique Dussel: non c’è niente nelle società di classe che possa considerarsi eticamente e teoricamente comune, in sede di scienze sociali (per ipotizzarlo occorrerebbe kantianamente cassare dall’analisi, infatti, l’esistenza dello sfruttamento e della vita penosa di immense realtà umane).

Conclusione: occorre, a parer mio, che si prenda atto di come le scienze sociali dei neoliberisti funzionino bene per le classi abbienti, siano, perciò, oggettivamente scienze validamente orientate alla tutela e al rafforzamento di tali classi, e che le scienze sociali dei neokeynesiani funzionino bene per le classi popolari (il marxismo nel frattempo si è sostanzialmente spento, non essendo riuscito ad affrontare validamente le rivoluzioni industriali del Novecento). Va da sé, questo è solo uno schema. Potremmo aggiungersi analoghe schematizzazioni guardando ai rapporti di genere, o ai rapporti, vedi Stati Uniti, tra bianchi e neri, o a quelli tra le forme della sessualità ecc.

Altra conclusione: occorre portare l’elemento oppresso e sfruttato dell’umanità a una superiore capacità operativa (quella delle classi dominanti c’è abbondantemente; se non l’avessero non sarebbero dominanti). Questo, a parer mio, significa riuscire a porre mano sia teorica che pratica, sperimentale, ecc. alla questione delle forme di organizzazione dell’elemento oppresso e sfruttato, sapendo dell’obiettiva complessità della questione. Storicamente (ma prescindendo dai momenti di radicale subalternità dell’elemento oppresso e sfruttato, ricorrenti) quest’elemento si è organizzato in partiti verticali affidati a élites piccolo-borghesi, intellettuali, ecc. (la verticalità essendo determinata sia dall’inesperienza qualitativa popolare, sia dalla formazione borghese di tali élites), oppure in movimenti sociali in genere monotematici od orientati a programmi di obiettivi immediati: ma questo dualismo si è rivelato ad abundantiam, a mio parere, semplicemente nefasto: anche quando si vinca, alla fine si perde. L’esperienza dell’unità tra partiti di sinistra e sindacati di classe è stata e rimane un’eccezione, inoltre in genere incapace, data la comune burocratizzazione, di lasciarsi dietro i difetti di separatezza elitaria di gruppi dirigenti e apparati. Non ho soluzioni, affido all’entrata in campo, che fortunatamente vedo crescere, di nuove generazioni, di movimenti di donne, di associazioni contadine, di organizzazioni sindacali di nuova generazione, ovvero, affido alla loro autopoliticizzazione la creazione di risposte che riescano a superare questo storico handicap.

Ma no, si potrebbe obiettare, i poteri delle classi abbienti stanno in realtà sbagliando tutto: guardando alla prospettiva di medio termine, se non verranno fermati e sconfitti morranno di surriscaldamento, avvelenamento sistemico, moltiplicazioni di guerre tra classi dominanti, per via del crollo generale del pianeta. Io, però, non penso che una tale forma di crollo abbia molta probabilità di esserci: tutto, invece, mi sembra tendere alla distruzione di una larga parte sia del pianeta che di umanità, ma non di tutto dell’uno e dell’altra, perché la parte abbiente si collocherà in territori ristretti super-armati e blindati (anzi, un po’ già lo sta facendo), colonizzerà territori spopolati già gelidi resi più praticabili dal riscaldamento climatico, ecc. L’antropocene continuerà a esistere, si generalizzerà, non sparirà. Ancor meno spariranno i rapporti di classe a sfruttamento, anzi si faranno estremi (anzi, già da qualche tempo ciò sta accadendo).

Si potrebbe forse tentare di aggiungere ai termini “sviluppo” e “crescita” connotazioni stabili, fisse, onde fare un po’ di chiarezza, onde evitare di non capirci più niente data una quantità enorme di parole che internamente collocano cose e concetti tra loro eterogenei o contrapposti (fatto questo che sta aiutando a trasformare quasi tutti i grandi media da informatori a manipolatori, essendo anch’essi un potere che per di più si sta allargando). Lo “sviluppo” potrebbe essere precisato dalla connotazione “sociale”, la “crescita”, dalla connotazione “culturale”, ecc. A sua volta, una parola importante come “libertà” richiederebbe di essere connotata: correggendo così l’equivoco che vuole che per le classi abbienti essa significhi poter legittimamente fare quel che gli pare della natura e delle persone delle classi sfruttate, dominate, dunque significhi la non-libertà di queste classi. Ma mi pare che queste connotazioni o precisazioni oggi non siano che un tentativo debole, fiacco, insomma, molto inadeguato: prima di tutto, perché l’egemonia delle classi dominanti si è fatta nel mondo quasi totale, per cui puoi aggiungere quello che vuoi a sviluppo, crescita, libertà ecc., il loro significato continuerà a essere quello delle classi abbienti, dominanti. Per chiarire mi rifaccio a una situazione opposta da me direttamente vissuta. Quando ero un giovane comunista (a cavallo del 1960) la lingua che si parlava nel PCI era completamente diversa da quella che si parlava nella DC. Certo, le parole erano le stesse: ma, per esempio, si capiva subito che cosa significasse libertà per i comunisti e che cosa per i democristiani, cioè due cose alternative, e lo stesso valeva per un intero vocabolario. Un analogo momento da me vissuto fu l’ondata di lotta degli operai e dei giovani degli anni 60 e 70. Di ciò, dunque, abbiamo oggi bisogno, anche di dipanare l’attuale matassa linguistica confusionaria: ma, perché possa funzionare, sapendo che prima viene il ritorno ad autonomia politica delle classi dominate, sfruttate; quindi, che a ciò occorra primariamente, concretamente, passo passo, operare. Se ciò non avverrà, la confusione semantica continuerà alla grande.

Anche da questo punto di vista occorre ragionare in termini pratici di percorso. Giova, intanto, constatare come l’anomia culturale, tipica di tutte le grandi crisi sistemiche, abbia sfondato, e, perciò, serva aiutare a dare una mano, noi vecchia generazione che ne ha viste, tentate e subite di tutti i colori, a quanto oggi concretamente operi a fare massa sociale e politica e riesca così a portare a casa risultati significativi, benché al momento incompleti, muovendo nella giusta direzione cioè guardando alla difesa e alla salvezza del pianeta e dell’umanità. Siamo, per così dire, in una situazione prepartitica della lotta per questi obiettivi, e bisogna aiutare i suoi attuali portatori, non già riempiendoli di chiacchiere, non già pretendendo di esserne i capi politici o intellettuali, ma fornendo una mano leggera. Dobbiamo, inoltre, aiutare quei portatori a evitare di essere colonizzati dalla generazione politica o intellettuale intermedia: formata in un periodo di assoluta ordalia neoliberista, è nella sua quasi totalità pericolosissima, tirando essa famelicamente all’accumulazione individualista di potere.

Quattro le considerazioni aggiuntive al riguardo. Primo, smetterla di ignorare quanto avvenga nel dibattito politico e culturale di chi fuori dall’Italia affronti queste questioni nella nostra medesima prospettiva. Siamo quasi tutti noi italiani di sinistra di un campanilismo tanto gracile quanto impressionante. Chi di noi questo comprende dovrebbe fare il massimo sforzo nell’organizzazione sistematica di letture, seminari, convegni, per esempio, sulle proposte teoriche, politiche, sociologiche di studiosi come Laclau, Dussel, Antunes, latino-americani, Wallerstein, Eric Wright, statunitensi, nonché sulle teorie economiche neokeynesiane, vedi Chomsky ecc. Ciò aiuterebbe molto l’attuale sinistra prepolitica a non disperdersi, a capire meglio come utilmente agire e svilupparsi, in questo nostro caotico e incerto momento sociale.  Secondo, ascoltare e recuperare quanto avvenga nel mondo in sede di lessico, categorie, pratiche sociali nei grandi campi progressisti consapevoli della pericolosità estrema di quanto accade: quindi, nel lavoro sfruttato, o, meglio, nelle sue associazioni non corporative ma democratiche e critiche del capitalismo, nell’insorgenza ormai planetaria delle donne, nelle forme autonome della contigua attivazione della generazione più giovane, nel tentativo politico di Bergoglio, si sia o non si sia credenti. Non sono d’accordo quanto Mario scrive che “nell’ordine attuale delle cose” non ci sia ancora la “forza che ha animato i movimenti politici in nome della libertà e dell’uguaglianza”: la “forza” c’è, ma non è ancora adeguatamente politica, dovendo trovare una sua strada e non avendo la politica ufficiale esistente niente in grado di dirgli di importante, di non compromesso, di non pavido nei confronti dei grandi poteri. Terzo, archiviare nelle librerie, con tanto di rispetto e di ringraziamento, la quasi totalità dei paradigmi storici dell’Ottocento e di tre quarti abbondanti di Novecento orientati alla lotta anticapitalistica, a partire dal settarismo, dallo schematismo, dal primitivismo del coacervo di quelli marxisti. Essi hanno fatto il loro tempo, sono obsoleti, i loro portatori tritano e ritritano qualche schema concettuale decotto. Quarto, evitare di fare l’ennesimo tentativo ideologico nuovista o passatista che ci chiarisce tutto in un nanosecondo. E’ da sempre tipico dei ceti dell’intellighenzia, quali che ne siano i colori politici e le sponsorizzazioni sociali, ma in quanto ceti separati, proclamare che della grande crisi planetaria in corso essi abbiano da sùbito capito tutto, che tutto quanto ci occorra sia già scritto nei loro libri, e che se le cose vanno male è perché non sono loro a guidarle. Per fortuna a guidarle non è accaduto quasi mai. Si sa delle grandi transizioni sistemiche solo ed esclusivamente quando siano giunte a un buon grado di sviluppo cioè ex post.

Emilio: uno straordinario intellettuale combattente. La “partenza dal basso” dei movimenti di lotta, egli scrive, è necessaria alla realizzazione di grandi obiettivi sociali. Non credo che egli, lo conosco bene, neghi che occorrano anche la “partenza dall’alto” nonché la partenza a metà tra l’alto e il basso. Uno dei più grandi marxisti, Antonio Gramsci, scrisse che per fare un partito occorresse già disporre di un grumo di gruppo dirigente, una certa quantità di quadri capaci, una buona quantità di militanza di base almeno in via di formazione politica. Gramsci, critico, nei suoi scritti dal carcere, anni 30, anche di Marx (avendone rifiutato l’illusione di un’oggettività obbligata dei passaggi in avanti, progressivi, delle formazioni sociali, inoltre avendo rifiutato l’affidamento rigido alla sola classe operaia della trasformazione sociale), propose, al contrario, che l’azione di partito dovesse orientarsi alla realizzazione di un “blocco storico” composto di proletariato industriale, contadini poveri, intellighenzia democratica e progressiva. Non è un caso che Gramsci sia il marxista più studiato oggi al mondo (a parte l’Italia, dove si studia poco di tutto anche quando si sia a sinistra). Ovviamente, quel tipo di “blocco” valeva negli anni 30, oggi sarebbe tutto da riformulare: ma ne vale tuttora la metodica, basata sull’analisi concreta, la pratica sociale, la sperimentazione, la discussione democratica.

Emilio sottolinea la tesi che occorra “ritornare al valore d’uso come primaria condizione” di lotta alla crisi climatica, delle risorse, ecc.: e ciò, egli aggiunge, vuol dire che occorra “produrre e consumare meno” e che non basti il “riciclo” organico. Ma anche qui, a parer mio, la questione è parecchio complicata, in sede pratica come in sede politica come in sede teorica. Non si tratta soltanto di affrontare la bulimia di intere grandi realtà sociali occidentali, o asiatiche, e di più o meno grosse minoranze nelle altre realtà planetarie: ma anche di come alla bulimia si unisca la miseria di altrettante grandi realtà, e non, in genere, perché manipolate dalle grandi realtà dominanti, anzi, spesso, in rivolta. Non c’è solo la canaglia Bolsonaro a consentire alla grande proprietà capitalistica-agraria brasiliana di devastare enormi territori forestali: ci sono anche i contadini poveri o senza terra brasiliani a tagliare gli alberi. Lo stesso accade in Africa e nel sud-est asiatico. Lo stesso, in altre forme, negli Stati Uniti. Lo stesso, in forma meno aggressiva, in forma anche contrastata, nell’Unione Europea.

Cosa abbiamo da proporre, che si fa? La redistribuzione dell’esistente a tendenza decrescente? E’ mia opinione che occorra evitare ogni richiamo che suoni come pauperista: non solo i ricchi reagirebbero ma anche i poveri, insieme farebbero blocco, diverrebbe difficilissimo anche solo tentare di imporre ai ricchi una moderata fiscalizzazione progressiva. Occorre riportare le classi povere, oggi in Europa in buona parte regredite e allo sbando, a lottare contemporaneamente per sé e a difesa dell’“ambiente” globale in cui viviamo, e farlo alla svelta: ma per riuscirci davvero non vale, a parer mio l’agitazione e l’organizzazione dell’obiettivo della riduzione delle risorse destinate a intere popolazioni, di fatto a quote delle stesse classi popolari, ma proporgli un tipo di percorso che tenti di unire benessere sociale e grandi processi di trasformazione dell’economia, in altre parole, tenti di unire benessere sociale e nuova rivoluzione industriale. Non è fantapolitica: una rivoluzione industriale è in corso; dato il susseguirsi di crisi economiche, data la pandemia, data la precipitazione di una gigantesca crisi industriale, è concreto tentare di generalizzare ciò che di utile, all’umanità e al pianeta essa può portare, e tentare invece di contrastare ciò che essa può fare danno.

Un paio di ragionamenti in questo senso. Primo, occorrerebbe, a parer mio, recuperare e, non solo, porre anche come ontologica la categoria di “spreco” (peraltro largamente usata da Emilio, quando era tra i capi della lotta contro la privatizzazione dell’acqua), essendo esso caratteristica organica, gigantesca, ineliminabile del modo di produzione capitalistico (intendo per spreco, ovviamente, distruzione, inquinamento, avvelenamento industriali, mancato riciclaggio di materia utilizzabile, inoltre, spreco di lavoro, esseri umani, biosistemi, vivente non umano, acque, mari e oceani, ecc.). Probabilmente un contrasto efficace allo spreco così inteso (e rendendolo un costo, sul piano economico, un reato, sul piano politico e culturale) compenserebbe ad abundantiam la riduzione del consumo suggerita da Emilio, senza perciò danneggiare qui intere popolazioni e lì classi popolari. Se non ricordo male, già ebbi modo a suo tempo di ascoltare da Emilio un ragionamento del genere. Secondo, occorrerebbe fare della rivoluzione industriale in corso un campo ampio di lotta politica e sociale, dunque proporsi di conquistarci risultati decisivi, richiamando popolazioni e classi popolari con l’offerta di un complesso di migliori condizioni di vita e ambientali. Ciò, preciso, mi pare di significato fondamentale. Ovvero, bisogna tentare, a parer mio, come nostro complesso di forze sociali, politiche, culturali, di fare della rivoluzione industriale in atto il più decisivo campo di lotta contro il riscaldamento climatico, la distruzione delle risorse del pianeta, la distruzione di grandi ecosistemi, l’avvelenamento di aria, acque, ecc.

Qualche esempio su base storica, sempre per chiarire meglio ciò che penso. Se la prima grande rivoluzione industriale (a ridosso del Settecento) fosse proseguita e fosse poi passata alla seconda (verso fine Ottocento) continuando a usare a manetta legna e carbone come mezzi di produzione di energia, non saremmo qui a discutere dell’attuale crisi climatica, essa sarebbe già stata realizzata alla grande e da un bel pezzo. Ma a risolvere il problema fu l’esclusione sempre più larga della legna, l’arresto della crescita dell’uso del carbone, la loro generale sostituzione con il petrolio, molto più efficace sul piano del rendimento energetico. In breve, una grande rivoluzione industriale risolse il problema. Da qualche decennio, il combinato petrolio più carbone, data la continua enorme crescita della richiesta mondiale di energia (quale che sia la forma sociale di economia), ci ha buttato in tutta drammatica evidenza in una crisi climatica e ambientale in rapida crescita. Parallelamente, tuttavia, la crescita economica e scientifica portata dalla grande rivoluzione industriale in atto da alcuni decenni a questa parte tende sempre più a un larghissimo ricambio energetico, ovvero, alla messa da canto del carbone, alla stasi del ricorso al petrolio, a un ricorso superiore al metano, al passaggio sempre più veloce a produzioni energetiche, più o meno recenti, non riscaldanti né significativamente inquinanti; inoltre, a partire da ciò, tende in prospettiva a ridurre il ricorso al petrolio, ad accelerare il ricorso alle produzioni energetiche più recenti, ecc. Sino a poco tempo fa queste produzioni erano cresciute lentamente, occupavano una posizione marginale: gli investimenti di molti stati fondamentali, quelli immediatamente aggiuntisi da parte direttamente capitalistica, stanno rettificando il quadro. L’Unione Europea ha portato l’obiettivo della propria “neutralità climatica” al 2030, prima era al 2050.

Tutto sta andando a posto? Neanche per sogno: occorrono ulteriori grandi sviluppi, economici, politici, nei modi di ragionare e di operare delle popolazioni. Nondimeno, è questa, a parer mio, la strada in grado di funzionare, un’altra non la vedo. Prima di tutto, perché essa è una realtà concretamente partecipata da grandi forze sociali, politiche ed economiche.

Che fare, per rendere organico e rapido tale percorso? Occorre, intanto, che esso venga largamente generalizzato al pianeta, in specie a quello “sviluppato”. Il valore del passaggio negli Stati Uniti dalla presidenza Trump a quella Biden è, prima di tutto, nella possibilità che in questo paese si configurino un contrasto serio al riscaldamento climatico e un miglioramento radicale delle abiette condizioni complessive di vita di buona parte della sua popolazione.

E’ obbligatorio, stando ai nostri amici settari, che l’ipotesi che sto formulando fallisca? Perché mai? Le precedenti rivoluzioni industriali non fallirono, funzionarono benissimo. Per questo semplice motivo di fondo: che esse convennero sia al capitalismo che al grosso delle classi popolari. La lotta di classe servì, a fine Ottocento, a correggere positivamente (per le classi popolari) la ripartizione del prodotto sociale, non già a ridurlo, abbattendo così nei quartieri popolari di Londra descritti da Engels e vissuti da Marx il numero dei bambini che morivano come mosche di inedia, bronchite, morbillo, difterite. La lotta di classe non declinò bensì crebbe, creò partiti e sindacati di massa, le classi popolari conquistarono governi, gli orari lavorativi furono tagliati, la salute popolare migliorò, i figli degli operai cominciarono ad andare a scuola, ecc. Oggi alla spinta sociale, incentivata dall’esperienza del riscaldamento climatico e della pandemia, si sono uniti, in quanto ormai giganteschi business, grande industria (soprattutto pubblica), grande finanza, importanti governi, spesso a prescindere dal colore politico. Come giustamente scrive Emilio, “occorre portare il lavoro e la natura dalla stessa parte”. Ma per realizzare ciò, insisto, occorre sia impadronirsi, da parte popolare, dei risultati reali o potenziali della grande rivoluzione industriale in atto, sia entrare come sinistre nei governi, avendo a condizione minima che questi affrontino crisi climatica e pandemica. Altrimenti come sinistre non conteremo un fico secco, e ciò indebolirà le classi popolari.

Occorre, concretamente, darsi a fondo da fare alla ricostruzione di un fronte politico, esattamente nei termini indicati da Mario. Infatti, prima di tentare la realizzazione di partiti (di una qualche consistenza), occorre tentare quella del fronte, dello schieramento, facendo in modo che sappiano reggere. Il processo di ripoliticizzazione popolare è agli inizi, e non può essere forzato volontaristicamente, l’effetto sarebbe negativo. Quale potrebbe essere un suo giusto e utile programma pratico? Esattamente, tramite la sua stabilizzazione organizzativa, la sua partecipazione alle lotte politiche, la conquista di posizioni istituzionali, l’organizzazione sociale larga, la capacità di concorrere significativamente alla lotta alla crisi climatica e alla pandemia. E sul piano immediatamente politico? Esattamente, concorrendo alla realizzazione di un sistema politico e istituzionale la cui base economica, primo, sia mista, secondo, a guida pubblica, terzo, capace di tenere sotto controllo le realtà del capitalismo multinazionale.

So che questo non basta: ma ciò che manca, un livello adeguato e durevole della mobilitazione sociale, onde consolidare e generalizzare tutte queste cose, è molto di nostra stretta competenza politica, sindacale, culturale, associativa ecc. Nessun’altra corrente politica, compreso il cosiddetto centro-sinistra, intende operare organicamente in questo senso. Dobbiamo, perciò, strutturarci meglio, unificarci davvero, cominciare così a farsi davvero partito, e a essere individuato pubblicamente come tale.

L’Unione Europea sta avendo una straordinaria trasformazione complessiva, il suo tentativo economico e sociale è grandioso, è audace, ma al tempo stesso fragile: le forze politiche europee portatrici di questa trasformazione hanno posizioni disomogenee, per talune si tratta di sviluppare questo percorso, per altre di fermarlo e di tornare, tanto o poco, al neoliberismo, a pandemia finita ed economia in ripresa. Questo significa un equilibrio politico generale instabile che, come tale, è suscettibile di avanzate così come di arretramenti. Ma questa fragilità significa pure che contributi anche relativamente esigui da parte di sinistre politiche capaci di tenere i piedi per terra, serie, non passatiste, non settarie possono fare la differenza. Aggiungo: è questo, più o meno, il ragionamento da fare anche guardando al nostro specifico contesto politico nazionale, di una fragilità estrema. Comunque, è questo il “territorio”, piaccia o no, in cui occorra decisamente muoversi.

I vari fondamentali comparti politico-istituzionali in cui si raccoglie l’umanità stanno reagendo alle crisi e alla rivoluzione industriale in forme più o meno simili? E’ chiaro che non è così (non è stato così in tutte precedenti rivoluzioni industriali). Questa reazione è omogeneamente orientata alla riproduzione dei grandi poteri sistemici, più o meno capitalistici? Non mi pare: questi poteri ci provano, o ci proveranno: ma accade pure che l’organismo capitalistico globale sia attraversato da grandi tensioni e da grandi conflitti; e parimenti è in corso il tentativo, da parte di fondamentali realtà politiche, di affrontare, in modi ormai corposi, le questioni del riscaldamento climatico, delle distruzioni ambientali, della riduzione progressiva delle risorse “finite”, della condizione di acque, mari, oceani trasformati in cloache, delle condizioni di vita dei paesi in miseria e al collasso, ecc. I programmi fondamentali dell’Unione Europea, sostenuti da valanghe di quattrini, propongono un “salto” orientato alla complessiva crescita culturale delle popolazioni (tramite la generalizzazione degli strumenti del digitale) e alla decarbonizzazione nell’industria, parimenti, propongono passaggi altrettanto importanti di civiltà (si veda, per esempio, la recentissima decisione della Commissione Europea di agire contro le discriminazioni a danno di donne, immigrati, comunità LGBTIQ). E’ probabile che qualcosa in questo senso potrà operare negli Stati Uniti. Qualcosa di grosso modo contiguo è da tempo all’opera in Cina.

Non sono un apologeta di tutto quel che sta accadendo da parte di queste realtà. Credo di conoscere quella europea piuttosto bene, ne vedo, perciò, contraddizioni, debolezze, limiti, zigzag notevoli di varia natura, nonché rischi di arretramento. Ma la politica per noi è sempre stata strumento primario, assieme all’attivazione sociale, del cambiamento in meglio e del suo consolidamento. Dobbiamo perciò anche noi, per quanto anziani, e come tali molto limitatamente capaci di sbatterci, dare una mano alla politicizzazione organica, autoconsapevole, di quanto oggi si muova a favore di chi stia peggio o lotti per salvare il pianeta.

 Luigi Vinci   novembre 2020

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