Sindacato e pandemia

  di Leo Ceglia

Quando questa pandemia sarà finita molte cose non saranno più come prima. Un rapidissimo “elenco – promemoria” ci aiuta a valutarne l’impatto. La pandemia è rapidissimamente dilagata nel mondo come mai prima. Oggi nel mondo siamo a oltre 43 milioni di contagiati e ad oltre 1,1 milioni di morti. A fronte di tale rapidità di espansione del virus nessun sistema sanitario occidentale (Cina e Corea del sud sono casi particolari) è sufficiente e preparato a fronteggiare ritmi simili di crescita ancora per molto tempo (il vaccino, che molti promettono tra fine anno e la prossima primavera sarà disponibile su scala ampia e sufficiente nel mondo entro due anni). Le ricadute economiche sono state pesantissime nel mondo intero in termini di PIL, crescita della disoccupazione, aumento delle povertà, e crescita delle diseguaglianze (<<solo negli Stati Uniti, dal 18 marzo al 15 settembre, la ricchezza di 643 persone è cresciuta complessivamente di 845 miliardi di dollari. Contemporaneamente 50 milioni di lavoratori perdevano il lavoro. Milena Gabanelli sul “Corriere della sera” del 19 ottobre 2020>>. Inoltre ci dice che 2.153 miliardari posseggono la ricchezza del 60% della ricchezza globale, cioè questi 2.153 miliardari hanno l’equivalente della ricchezza posseduta da 4,6 miliardi di persone nel mondo.  Lo stesso dicasi per il resto del mondo, Italia compresa. Forbes (cfr. Gabanelli) segnala che qui da noi ad Aprile i miliardari erano 36 e che a luglio sono diventati 40.

E da dove arrivano questi guadagni ai miliardari? Dai mercati finanziari e dallo sfruttamento ottocentesco del mondo del lavoro in molte loro attività. Le aziende di nuova generazione, Microsoft, Google, Facebook, Alibaba, ecc. sono iperspecializzate nell’evasione fiscale e nell’imboscamento dei soldi nei paradisi fiscali (in ciò favoriti anche da una legislazione ad hoc in paesi quali ad es. l’Olanda . Gran parte delle multinazionali del mondo hanno in Olanda una sede legale dove fanno transitare i soldi per pagare tasse bassissime e poi dirottarli, attraverso scatole cinesi escogitate da raffinatissimi commercialisti e avvocati, nei vari paradisi fiscali sparsi in giro per il mondo). Se si considera che oggi il rapporto tra economia cosiddetta reale e quella cosiddetta finanziaria è di 1 a 18 (cioè nella finanza girano 18 volte i soldi che girano nell’economia reale ) si capisce come il potere e il primato della finanza sull’economia è ormai assoluto nonché pericolosissimo e in grado di scatenare crisi devastanti come quella del 2008.  Quanto allo sfruttamento ottocentesco, per fare un solo esempio riportato da Gabanelli, Jeff Besoz, che è l’uomo più ricco del mondo, ed è CEO di Amazon, paga i co.co.co. in Italia meno di 700 euro al mese.

In Italia come sappiamo, dopo il lockdown di marzo e aprile, le proiezioni su base annua sul PIL sono state di un decremento oscillante tra l’8 % e il 12%. a seconda del mese e degli istituti di rilevazione. Milioni di lavoratori sono rimasti a casa, i poveri sono raddoppiati ecc. Come ha reagito il mondo (Italia compresa) a questa situazione? Nell’unico modo possibile. Con una gigantesca iniezione di denaro pubblico nell’economia.   Con buona pace del credo liberista, vale a dire del “lascia fare” al libero mercato che tutto si aggiusterà, gli stati, tutti gli stati, hanno versato miliardi e miliardi di dollari e di euro sia sulle imprese sia sui lavoratori che sui disoccupati. In altre parole, tutti gli Stati si sono indebitati con crescite del debito pubblico che mediamente nel mondo si prevede crescerà nel 2020 intorno al 20%. Cioè passerà da 255.000 miliardi di dollari a 271.000 miliardi di dollari (cfr: dossier de l’Avvenire del 17-05-2020 dal titolo “il debito globale sta esplodendo” >>.   In altre parole, in pochi mesi di pandemia, tutta l’ortodossia liberista degli ultimi 40 anni, quella dello stato che è il problema e non la soluzione è andata gambe all’aria nella pratica prima che nella teoria. Così anche in Italia si prevede un salto dell‘indebitamento per quest’anno (rapporto debito / PIL) dal 130% al 155%. Insomma, al crescere della pandemia, in Italia e nel mondo, si assiste simultaneamente ad effetti disastrosi sulla economia e sulla occupazione . Da qui la dialettica e il difficile equilibrio tra economia e salute nei provvedimenti del nostro Governo e di tutti gli altri nel mondo.

Nel primo picco della pandemia nel nostro paese, marzo / aprile, la scelta del governo è stata decisamente centrata sul primato della salute. In questa seconda fase invece, a cominciare dai DPCM di Ottobre, questo primato, nei provvedimenti adottati, sembra scemare. La ricerca dell’equilibrio difficile tra economia e salute ha prodotto scelte poco comprensibili e discutibili (la chiusura di cinema e teatri di contro alla apertura delle chiese ad esempio). E non sono mancate da parte dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo manifestazioni di protesta. Altre manifestazioni invece sono decisamente inquinate da pericolose strumentalizzazioni politiche delle destre. Le prossime settimane ci diranno con più precisione gli effetti sulla salute e sulla economia di queste scelte del Governo.  Tra i grandi cambiamenti prodotti in questi mesi due in particolare riguardano il mondo del lavoro. Si tratta della crescita enorme dello smart working e del lavoro dei riders. Si tratta di due tipologie di lavoro che preesistevano alla pandemia e che, ora che sono state sperimentate a livello di massa, difficilmente retrocederanno nella loro quantità al termine della pandemia. E ciò perché certamente hanno incontrato il favore dei datori di lavoro (essi intravedono grosse opportunità di risparmio sui mezzi di lavoro laddove la casa, o qualunque altro luogo dove usare il computer, sostituendo l’ufficio e relativo arredo, potrà essere sottratto alle loro spese). Controversa è invece l’accoglienza dei lavoratori e delle lavoratrici. Senza l’ufficio manca la socialità dicono taluni, lavorando da casa mi autogestisco la giornata come voglio, dicono altri. Quanto ai riders, considerati lavoratori autonomi dai colossi della cosiddetta economia delle piattaforme, hanno fatto luce sul ritorno, su scala abnorme, a forme di sfruttamento che pensavamo definitivamente scomparse almeno qui in occidente. Queste due forme di lavoro, per le dimensioni che hanno assunto, costringeranno nel tempo a cambiare persino il modo di pensare le città e i loro centri storici, commerciali, quelli della movida, ecc. Ugualmente esse costringeranno il sindacato a ridefinire contrattualmente le condizioni salariali e normative di entrambe.

La crisi pandemica, infine, ha incrociato una crisi più lontana nel tempo. Quella climatica e ambientale. Ci sono studi che dimostrano che le polveri sottili favoriscono del 15% la diffusione del virus e le distruzioni delle specie viventi animali e vegetali associate alle deforestazioni hanno favorito il cosiddetto salto di specie (spill over) dei virus dal regno animale a quello umano.  Tale crisi ambientale è stata tuttavia in questi anni posta al centro dell’attenzione da due figure assai influenti su scala mondiale quali Papa Francesco e Greta Thunberg. Quest’ultima con la nascita di un movimento giovanile mondiale, friday for future, che pone con radicalità il diritto al futuro dei giovani in “coesistenza pacifica”con quello di tutte le specie viventi. Papa Francesco a ricordarci con l’enciclica “LAUDATE SI” la necessità della cura della nostra “casa comune” (la Terra) perché <<il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora>>. Così, un po’ il Covid-19 un po’ Greta e il Papa, pongono in termini nuovi e radicalissimi il tema del lavoro e del suo rapporto con la natura per uscire dall’una e dall’altra crisi. Oppure, detto in altri termini, viene prima l’economia o vengono prima la salute e l’ambiente?  A queste domande occorrerà rispondere qui in Europa, dunque anche da noi, secondo gli indirizzi programmatici e politici del cosiddetto RECOVERY FUND (o next generation EU). Come è noto su proposta della Commissione Europea il 21 luglio 2020 il Consiglio europeo ha approvato lo stanziamento di 750 miliardi di euro per risollevare l’economia dei 27 paesi europei dalla crisi economica provocata dalla pandemia. E’ altresì noto che 390 di questi miliardi sono dati in “solidarietà” dall’Europa ai paesi più colpiti, e tra essi l’Italia è quella che ne beneficerà di più. All’Italia andranno complessivamente 209 miliardi di euro (81,5 mld a fondo perduto e 127,5 in prestiti a “tasso negativo”).Per poter beneficiare di questo flusso di “denaro europeo”, naturalmente, occorrerà impegnarsi a spenderlo in modo che a beneficiarne sia complessivamente l’Europa intera.  Per garantirsi questo risultato la Commissione Europea ha indicato delle linee guida entro le quali i progetti dei singoli stati dovranno essere elaborati e proposti entro aprile del 2021.

Queste linee guida riguardano. 

  1. Ambiente : European green new deal (il 37% del denaro ricevuto dovrà essere speso in progetti di sviluppo ecosostenibili -per noi si tratta di 37,33 mld) 
  2. reti digitali 
  3. ricerca 
  4. liquidità alle imprese 
  5. difesa e sviluppo della occupazione 
  6. sanità (compreso piani per la difesa da possibili epidemie anche per il futuro) 

Come si intuisce al primo sguardo, queste linee guida, ove agite, hanno ricadute positive sull’intera Europa oltre che nei singoli paesi. Al di fuori di queste linee guida, però, non arriva neanche 1 euro. Non solo, i soldi arrivano e arriveranno di anno in anno nei prossimi 5 anni se, e solo se, i progetti saranno approvati dalla Commissione e i cronoprogrammi delle loro realizzazioni verranno rispettati. Se a questo si aggiungono le risorse che ogni paese potrà utilizzare sulla base delle decisioni assunte dalla BCE (acquisto dei titoli di stato a tassi negativi e disponibilità a tenerseli in pancia fino a che sarà ritenuto necessario per fuoriuscire dalla crisi), ai soldi resi disponibili dal SURE (da qui l’Italia ha preso i soldi per prolungare la cassa integrazione), a quelli del MES (da utilizzare solo per la sanità e come è noto per l’Italia sono disponibili subito 37 miliardi), ai soldi della BEI per il sostegno alle PMI – per l’Italia 8 miliardi) ,ecc. si capisce bene come un utilizzo intelligente e uno sguardo lungo e solidale potrà non solo portare l’Europa (e con essa i singoli paesi) fuori dalla pandemia e dalla crisi economica, ma potrà altresì segnare un sentiero promettente verso un nuovo modello di sviluppo (new green economy) e un grosso passo avanti verso quello che i padri fondatori dell’Europa sognavano, ovvero <<gli Stati Uniti d’Europa>>. Queste sfide e queste opportunità saranno raccolte in Europa e in Italia dalla politica e dai governi da essa espressi ? Alcuni indizi non lasciano ben sperare. I governi dei paesi cosiddetti frugali (Olanda, Polonia, Svezia, Danimarca, Finlandia, repubbliche baltiche, Ungheria, Austria) continuano a mettere i bastoni tra le ruote (per ora senza successo) ai piani della Commissione Europea. Quanto al nostro paese, si insegue giorno dopo giorno la ricerca (per ora vana) di una stabilità alla azione di governo. Dunque dalla politica potrebbero venire crisi in grado di ostacolare e pasticciare il cammino iniziato il 21 luglio a Bruxelles.

Chi invece può svolgere un ruolo attivo, propositivo, e per molti versi decisivo, nel senso giusto indicato a Bruxelles? A nostro avviso il Sindacato. Certamente in Italia. E con possibili coinvolgimenti sui sindacati europei. Il sindacato confederale in Italia è una forza ancora molto potente. Ha complessivamente oltre 10 milioni di iscritti e una capacità potenziale di mobilitazione e di iniziativa che non ha confronto con altre istituzioni e partiti e movimenti. In questa situazione, cogliendo la specificità della crisi che stiamo vivendo (vale a dire la simultaneità e la correlazione stretta tra pandemia crisi economica e crisi ambientale) il sindacato potrebbe fare e sostenere con forza delle scelte in grado di dare una spinta forte nel senso delle linee guida del Recovery Fund (d’ora in poi RF). Il sindacato confederale, unitariamente, cioè CGIL CISL UIL, potrebbe dare il suo contributo nella proposta di piani coerenti sul versante di uno sviluppo sostenibile ed ecocompatibile, e su quello occupazionale e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.Nel farlo, esso potrà anche iniziare a nostro avviso una radicale revisione e ridefinizione della problematica del rapporto tra lavoro salute e ambiente.  Questo rapporto è sempre stato, nella storia del movimento operaio e sindacale un rapporto conflittuale. Detto brutalmente e in termini provocatori, lavoratori e sindacati e partiti di sinistra hanno sempre difeso il lavoro contro le pretese degli ambientalisti a favore dell’ambiente. Laddove l’attenzione all’ambiente avrebbe potuto significare sacrificio (o riduzione ) dell’occupazione e della produzione, i lavoratori e i suoi rappresentanti politici e sindacali hanno sempre scelto il lavoro e la produzione a scapito dell’ambiente. Non solo, hanno sempre bollato gli ambientalisti come radical chic aclassisti e indifferenti alle sorti dei lavoratori, del loro posto di lavoro, dei loro diritti sociali.  Lo stesso dicasi per il movimento ambientalista verso il movimento operaio e sindacale. Molti ambientalisti hanno dato e continuano a dare la responsabilità dei disastri ambientali ai lavoratori e ai loro rappresentanti per il cieco attaccamento al loro posto di lavoro, anche quando esso è svolto in processi lavorativi dannosi alla salute e all’ambiente e decisamente “novecenteschi”.  Se volessimo datare la data di inizio di tale conflitto (almeno nel nostro paese) potremmo risalire al 1972 , cioè al celeberrimo libro<<I LIMITI DELLO SVILUPPO>>, del “Club di Roma” (associazione di scienziati e ambientalisti) che per la prima volta pose l’accento sulle ricadute in termini ambientali e della salute di uno sviluppo economico sempre crescente e con le caratteristiche capitalistiche allora date e che persistono in buona parte anche oggi.   Da quel momento, ogni qualvolta le osservazioni e le richieste degli ambientalisti mettevano a rischio i posti di lavoro, questi ultimi venivano difesi e l’ambiente e la salute sacrificati. Così gli ambientalisti avevano buon gioco (e qualche ragione) a sostenere che il mondo del lavoro era schierato a favore del capitale e dei capitalisti e contro l’ambiente e contro il resto della popolazione. Si esagera? No.

Chiunque di noi ha sentito o letto in quest’ultimo decennio dei dibattiti tra la popolazione di Taranto sulla ex-ILVA nella loro città non fa nessuna fatica a riconoscere quanto detto.  Bene, proprio a partire dalla ex-ILVA, ora ARCELOR MITTAL, il sindacato potrebbe proporre un suo piano che per le sue caratteristiche, che ora proporremo, potrebbe corrispondere perfettamente alle linee guida del RF, indicare una via assai promettente per un nuovo modello di sviluppo ecocompatibile, e, infine, avviare un cammino promettente per un alleanza strategica tra mondo del lavoro e mondo ambientalista. La proposta che il sindacato dovrebbe fare riguarda la decarbonizzazione della ex ILVA. E’ possibile farla? Si è possibile.  La Ex-ILVA, OGGI ARCELOR MITTAL è una questione che riassume in sé e rappresenta in modo pratico e simbolico l’intreccio tra lavoro ambiente ricerca e ruolo del pubblico. La situazione attuale è giunta ad un punto assai critico. Ormai sembra proprio che con Arcelor Mittal non si caverà un ragno dal buco. Avrebbero avuto dunque ragione quanti hanno sostenuto sin dall’inizio che l’ingresso di Arcelor Mittal nell’ex-ILVA aveva come scopo ultimo quello di eliminare un concorrente importante in Italia e in Europa e accrescere così la capacità di mercato del colosso indiano dell’acciaio. Che fare allora? Cercare altri partner? No. Bisogna prendere il coraggio a quattro mani e (ri)nazionalizzare, per la semplice ragione che all’Italia (secondo paese manifatturiero d’Europa) l’acciaio serve. Naturalmente occorrerà conciliare produzione e salute, vale a dire che gli altiforni dovranno essere alimentati a idrogeno. E cioè decarbonizzare la produzione e niente CO2.  Il ricorso alla energia con idrogeno lo suggerisce anche in una intervista al Corriere del 7 giugno 2020 il vicepresidente della Commissione Franz Timmermans con delega al Green New Deal. Egli non dice che dobbiamo nazionalizzare ma considera la produzione dell’acciaio con idrogeno un fatto che certo interessa i piani green europei. Ecco cosa dice Timmermans : <<L’Italia potrà usare i fondi europei per l’ex ILVA di Taranto. Vogliamo investire lì perché c’è un problema con l’acciaio e il carbone. Se saremo capaci di costruire l’acciaio europeo con l’idrogeno anche a Taranto avremo l’acciaio verde e saremo competitivi.>>.  

L’acciaio verde lo chiama Timmermans. Servito su un piatto d’argento sembrerebbe. Resta l’ostacolo del -chi lo fa?- Deve farlo lo Stato anche temporaneamente. Per quanto tempo? Almeno 10 o 20 anni poi si vedrà. Tre giorni dopo l’intervista a Timmermans si poteva leggere sul Sole 24 ore (10 giugno) che (titolo): << la Germania investe 9 miliardi per diventare leader mondiale dell’idrogeno>>. Il ministro dell’economia tedesco Peter Altmeier ha presentato il piano come interno all’obbiettivo che la Germania si è dato di eliminare entro il 2050 completamente carbone e nucleare per l’approvvigionamento energetico ed ottenere tutta l’energia solo da fonti rinnovabili. Si punterebbe perciò ad ottenere entro il 2030 una produzione di idrogeno per via elettrolitica dall’acqua in grado di fornire 5.000 megawatt di energia elettrica e 10.000 megawatt per il 2040. Certo che attualmente estrarre idrogeno dall’acqua per via elettrolitica e poi usarlo per produrre energia costa più che produrre energia con il carbone. Ma, si ragiona oggi in Germania, nei tempi lunghi quei 9 miliardi saranno stati soldi spesi bene perché l’elettrolisi è un processo senza produzione di CO2, e poi, con il tempo, se la scala di produzione dell’idrogeno aumenta e aumenta la ricerca sull’intero ciclo produttivo potrebbero anche scendere i costi.  Ad ogni modo si tratta di una decisione economica che prenderebbe lo Stato e che antepone le ragioni ambientali e della salute a quelle strettamente economiche. Lo Stato può farlo e se lo può permettere. Difficilmente lo farà mai un privato. Così si è deciso in Germania con decisione del governo.

Perchè tutto ciò non si dovrebbe poter fare anche in Italia? 

Qualora ciò si facesse, avremmo quattro risultati importanti. Primo: la scelta per uno sviluppo ecocompatibile che richiede tempi lunghi e molto denaro ricade sullo Stato. Ciò restituisce un ruolo al pubblico in settori importanti della economia assai significativo e importante. Secondo: si salvaguarda l’occupazione e in prospettiva la si aumenta. Terzo: sono possibili importanti momenti per la ricerca nel processo elettrolitico per estrarre l’idrogeno dall’acqua. Quarto , e assai importante, si potrebbe avere una alleanza tra ambientalisti e mondo del lavoro oggi impensabile (gli ambientalisti oggi sono per chiudere la ex ILVA perché i danni alla salute pubblica e all’ambiente sono terribili, ma su questa proposta è facile prevedere che un accordo si troverà anche con loro. Il piano naturalmente deve includere anche l’avvio immediato della bonifica del territorio). Assai importante sarebbe poi il controllo da parte dei lavoratori e del sindacato sulla realizzazione del piano di decarbonizzazione e di bonifica. I lavoratori potrebbero diventare i diretti protagonisti di lotte ambientali là dove il danno ambientale viene prodotto. Potrebbero svolgere un ruolo di denuncia e di controllo senza precedenti. Il loro lavoro sarebbe sostenuto e spalleggiato dagli ambientalisti, dalla città intera e dallo Stato.  

Morale della favola: ogni processo lavorativo può essere modificato in senso positivo verso la salute e verso l’ambiente se a prevalere sono questi ultimi e non il profitto. Le soluzioni scientifiche e tecniche ci sono tutte (quel che non c’è lo si inventa ad hoc con la ricerca su questo o quello specifico processo lavorativo). E’ solo un problema di soldi e di presenza dello Stato in tali processi. In questa crisi si avrebbe l’ulteriore vantaggio di avere al fianco l’Europa. 

Altri progetti potrebbe proporre il sindacato confederale aventi gli stessi scopi e finalità di quello della decarbonizzazione della ex-ILVA. Ad esempio , si potrebbe proporre un piano per rimediare al dissesto idrogeologico nel nostro paese.

Un piano contro il dissesto idrogeologico

Ogni volta che piove ci sono frane e allagamenti ovunque. Occorrerà piantare milioni di alberi sul nostro territorio. E nel frattempo le spese per riparare i danni sono sempre ingentissime. Meglio prevenire, si spende molto meno. E qui l’intervento delle stato deve essere non solo di natura economica e progettuale dal punto di vista ambientale ma deve investire le competenze regionali dopo la riforma del TITOLO V della Costituzione nel 2001. Per sistemare le sponde del fiume PO bisogna mettere insieme tre regioni. E se non vanno d’accordo? No. L’interesse nazionale sulle infrastrutture deve prevalere sulle opinioni difformi dei colori politici differenti delle differenti regioni. Occorrerà un Agenzia statale ad hoc. Con un incarico decennale almeno e poi si vedrà. Le ricadute occupazionali saranno certamente importanti. I privati che vorranno potranno collaborare.  Un altro progetto, potrà riguardare le scuole.

Reti digitali, obbligo scolastico a 18 anni, tetti degli edifici scolastici con pannelli solari 

La scuola pubblica deve essere per tutti , gratuita e deve essere la migliore. E’ uno scandalo che il 20% degli insegnanti sia precario e non di ruolo. Anche per la scuola occorre trovare i soldi che occorrono. Lo si deve ai figli che mandiamo a scuola oltre che al corpo insegnante e a quello ausiliario.  E’ anche tempo che l’obbligo scolastico venga portato a 18 anni. Se si vuole una corrispondenza con i ritmi di crescita delle innovazioni tecnologiche e le scoperte scientifiche, con la globalizzazione e la crescita della fruizione culturale in generale, l’obbligo a 14 anni è oggi ridicolo. Oltretutto ci sono buone ragioni per pensare che la crescita scolastica e culturale media della popolazione possa essere anche un buon antidoto ai “virus” antidemocratici (pulsioni fascistoidi e sovraniste ecc. ). Stesso discorso si deve fare per l’università pubblica e la ricerca pubblica. La scuola privata? Tutto il diritto di esistere e fare quel che vuole. Ma deve essere economicamente autosufficiente. Come da Costituzione.  Il covid ha mostrato che ove dovesse essere necessario le reti e gli strumenti per la scuola a distanza non sono sufficienti. Dunque un piano e una agenzia per una rete che fornisca tutte le scuole di ogni ordine e grado di internet e degli strumenti informatici necessari così da annullare le diseguaglianze tecnologiche. Infine, chi impedisce di mettere su TUTTE le scuole di ogni ordine e grado i pannelli solari? Dove è stato fatto ha funzionato .La medesima agenzia che coprirà la rete informatica potrà seguire anche la partita pannelli solari. E anche qui le ricadute occupazionali saranno importanti. Non meno importante dovrà essere il piano sindacale sulla sanità e l’assistenza

La sanità pubblica. Mai come in questi mesi si è apprezzata la grande conquista di civiltà del secondo dopoguerra che è la sanità pubblica e universale. E mai come in questi mesi si è capito che ogni ospedale, ogni letto, ogni infermiere, ogni medico, sottratto al pubblico a favore della sanità privata, è una sorte di crimine contro la comunità su cui essa insiste. Che in Lombardia si sia consentito alla sanità privata di passare in 30 anni dal 10% al 40% della sua presenza e che la medicina di base e territoriale sia stata dimezzata a favore della centralità ospedaliera, spiega le ragioni oggettive che ne hanno fatto la prima area al mondo per morti e contagi in rapporto al territorio e alla popolazione. Anche le ragioni soggettive hanno pesato naturalmente e la coppia Gallera/Fontana ce la ricorderemo a lungo. Ora si tratta di prepararsi per il futuro. Non solo per la possibile ricrescita del contagio nell’ autunno inverno che ci attende. Occorrerà pensare anche per al futuro lontano. La sanità pubblica va riorganizzata e rifinanziata per rimediare e in fretta della squalifica che ha ricevuto in questi anni. Per farlo bisognerà pensare a quanti soldi stanziare certo, e la discussione sui soldi del MES (37 miliardi da restituire in 10 anni a tasso zero) andrà certamente fatta. Poi però occorrerà decidere e prenderli. Ci vorranno inoltre molte migliaia di nuovi medici e infermieri. Quanti soldi per la sanità pubblica? Quanto basta; né un euro in più né uno in meno (secondo la raccomandazione di Gino Strada ). Quanto al capitolo assistenza occorrerà approdare ad una “legge sulla non autosufficienza” cui da tempo si lavora e si attende inutilmente.

Per finire una questione importantissima e con risvolti costituzionali di importanza pari a quella che ebbe nel 1970 la legge 300, cioè LO STATUTO DEI LAVORATORI. Serve una LEGGE SULLA RAPPRESENTANZA E RAPPRESENTATIVITA’ SINDACALE. Essa potrà avere effetti positivi nella lotta contro la povertà salariale e cotrasterà in radice il fenomeno dei cosiddetti contratti pirata e fenomeni vistosi di concorrenza sleale tra le imprese. Il punto di partenza è l’accordo interconfederale del 10 gennaio 2014 stipulato con Confindustria. Vi sono state successive modifiche e integrazioni nonché accordi importanti ad esempio con l’INPS per la certificazione del dato associativo.

Con pochi accorgimenti la legge potrà dunque essere approvata, occorre solo la volontà politica, e a questo governo la si può chiedere. Con una tale legge tutti i sindacati, esistenti o di nuova costituzione, dovranno periodicamente, in libere elezioni, provare la loro rappresentanza e rappresentatività , e qualora essa vi fosse, secondo le regole di legge, entrare a far parte della rosa dei sindacati selezionati e autorizzati a stipulare contratti con validità erga omnes.

Milano 26 ottobre 2020

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