Il diritto di morire – il diritto di avere il proprio testamento biologico

riporto qui di seguito una riflessione di Giuseppe Landonio, consigliere comunale per Sinistra Democratica.

Il tema è molto personale e uno Stato laico deve rispettare i valori e le sensibilità di ogni individuo: voi che ne dite?

ciao

Antonella

 

Il diritto di morire

La recente sentenza della magistratura che consente la sospensione della alimentazione forzata ad Eluana Englaro, la ragazza da 16 anni in coma vegetativo per un drammatico incidente stradale, ripristina il confine tra rispetto della dignità umana e puro accanimento terapeutico.

Si può così sperare che la vicenda, resa esemplare dalla lunga e tenace battaglia legale condotta dal padre di Eluana, in nome del rispetto della volontà della giovane, possa rapidamente concludersi nel modo più dignitoso possibile (probabilmente all'interno di un hospice).

Questa vicenda segue di oltre un anno quella di Piergiorgio Welby, il malato che dopo essersi appellato al Presidente Napolitano per la concessione dell'eutanasia, in relazione alla sua malattia ormai senza alcuna speranza e causa di gravi sofferenze, si era fatto aiutare a morire da un coraggioso medico, Mario Riccio.

Due storie non confrontabili, ovviamente, ma che segnalano l'attualità e la non eludibilità del Testamento Biologico. Un tema non più all'attenzione del Parlamento (in tutt'altre faccende affaccendato), ma che dovrà tornare a discuterne sulla base dei numerosi progetti di legge già depositati.

Ci sono paesi (dall'Olanda all'Inghilterra alla Germania) in cui il testamento biologico, o l'espressione delle volontà anticipate, o il "living will" (per usare un termine anglosassone) è legge ormai da molti anni. In Olanda, ma anche in Belgio e Svizzera, è operante anche una specifica norma sulla eutanasia.

Di che cosa si parla quando si parla di Testamento Biologico? Della possibilità e della modalità garantita (anche attraverso un esecutore fiduciario) di esprimere le proprie volontà rispetto alla interruzione o alla prosecuzione delle cure nel caso della incapacità di esprimere una valutazione attendibile. In particolare: la prosecuzione o sospensione delle terapie in casi chiaramente compromessi, o addirittura di "stato vegetativo"; le direttive rispetto alla terapia trasfusionale e alla idratazione/nutrizione artificiale; le direttive in ordine alla donazione degli organi; le disposizioni per il post- mortem.

In Italia tutto questo è oggi solo parzialmente garantito: del 2001 è la ratifica del convegno di Oviedo (1997), che ha sancito il prevalere dei diritti del cittadino-paziente rispetto a quello che di solito viene chiamato "accanimento terapeutico"; c'è stato il pronunciamento di molti comitati etici e degli stessi ordini professionali attraverso i loro codici deontologici; è ormai generalmente applicata la normativa del consenso informato (anche se molto ci sarebbe da dire sulla "qualità" del consenso stesso). Manca tuttavia una legge "complessiva" che offra garanzie di tutela dei diritti e di applicabilità.

Esistono infatti le condizioni estreme, alla Terry Schiavo o alla Eluana Englaro, o allo stesso Piergiorgio Welby, che devono essere affrontate con saggezza e rispetto delle volontà sia dei familiari più vicini che dello stesso paziente. Sono condizioni certamente difficili, quasi strazianti, ma guai ad affrontarle con giudizi o pre-giudizi ultimativi e deformanti. In questi anni alcuni film coraggiosi (Le invasioni barbariche, Il mare dentro, One million dollar baby) hanno affrontato con delicatezza questo tema non eludibile nel dibattito di una società civile, che si preoccupi non tanto e non solo della "quantità" della vita, ma soprattutto della sua "qualità". Non serve aggiungere anni alla vita, quanto piuttosto vita agli anni.

Ha detto Piergiorgio nel suo appello: "Io amo la vita. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l'amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso. Morire mi fa orrore, ma purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio…"

Vorrei soltanto far notare a chi si erge a difesa dei valori della vita, sempre e comunque, che non è vero che la vita venga sempre prima di tutto. Anche nella concezione cattolica, chi dà la vita per difendere un valore, un ideale, una fede non solo non viene condannato, ma viene addirittura celebrato. Welby, con tutta la sua testimonianza di vita, non esprimeva forse una fede, un ideale, un valore, auspicando il ricorso alla "buona morte" per sé e per altri? E il padre di Eluana, in tutti questi anni, non si è battuto per gli stessi ideali?

Giuseppe Landonio

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