Il problema del lavoro è politico.

SANDRO ANTONIAZZI

E’ importante che la prima iniziativa di Demos (1) sia dedicata al lavoro. Non si tratta di un fatto  casuale. Ha invece un significato programmatico e ideale. Il lavoro e i lavoratori costituiscono,  costituiranno per noi un impegno permanente e prioritario.

La prima ragione di questo convegno nasce dalla constatazione della caduta impressionante del  valore del lavoro, della sua svalorizzazione. Il titolo e i contenuti di un articolo della rivista “Il  Mulino” “Lavoro senza valore” illustrano bene questa tendenza. Noi intendiamo impegnarci  esattamente per l’opposto, per riaffermare il valore del lavoro, per ridare al lavoro senso, dignità,  riconoscimento.

Il modello economico-sociale che nel dopoguerra aveva consentito un notevole sviluppo, la piena  occupazione, un miglioramento generale delle condizioni di vita (i trenta anni gloriosi, come sono  stati chiamati) è finito negli anni ’70 e ad esso è subentrata la realtà della globalizzazione che ha  spostato altrove una larga parte dei lavori produttivi. Il lavoro è diventato terziario, frammentario,  precario; si sono diffuse tante forme atipiche di lavoro che richiederebbero nuove regole, nuove  soluzioni.

Sia la dimensione mondiale che la finanziarizzazione fanno sì che il valore sia prodotto o estratto  altrove, così che diventano più difficili le rivendicazioni sindacali. La concorrenza internazionale si  presenta come una “race to bottom”, una corsa al ribasso, naturalmente per i salari.

Questi cambiamenti, insieme al diffondersi delle nuove tecnologie, hanno di fatto emarginato e  cancellato la classe operaia, che aveva le sue roccaforti nelle grandi fabbriche, che sono  scomparse. Ma con la classe operaia è sparita anche l’idea collettiva del lavoro, il lavoro come  rapporto sociale, da cui i lavoratori traevano la loro forza.

Da questi brevi cenni, emerge quanto sia ampio il lavoro ricostruttivo necessario. Ricreare una  prospettiva valida e condivisa del lavoro, che possa costituire un punto di convergenza e di unione,  favorire nuove norme e soluzioni, operare per un lavoro che abbia senso, che possa essere  apprezzato: dunque un lavoro dignitoso, partecipato, libero.

Dignitoso innanzitutto nel salario e nelle condizioni. Per il salario va sostenuta la proposta di un  salario minimo garantito che per essere efficace deve essere realizzato in accordo col sindacato e  rapportarsi ai contratti nazionali.

Pensiamo ad un lavoro sempre più partecipato, dove il lavoratore sia non solo esecutore, ma  possa esprimere al meglio le proprie attitudini e capacità; le nuove tecnologie e lo smart working  dovrebbero favorire la partecipazione, non ostacolarla. Ma in prospettiva pensiamo anche che si  debba modificare lo statuto dell’impresa, realizzando altri modelli di rapporti tra i lavoratori, la  proprietà e la gestione.

Il problema del lavoro non è solo un problema sindacale, investe tutte le persone, l’intera società:  in altre parole è un problema politico. Il sindacato, quindi, non può essere lasciato solo ad  affrontare questi problemi: occorre creare una diffusa coscienza e consapevolezza nella società

riguardo al lavoro. Una volta esistevano partiti operai, partiti dei lavoratori; adesso non c’è più  nulla di tutto questo. Il nostro impegno è ricreare un’attenzione, un impegno e una visione politica  per il lavoro e per i lavoratori.

Una seconda ragione di questo convegno è data dalla situazione attuale: oggi il lavoro è il  problema numero uno di Milano e per questo motivo noi riteniamo che il Comune di Milano  debba farne un suo compito prioritario. Non ci sono poche e semplici risposte risolutive a  riguardo, piuttosto occorre sviluppare tante risposte diverse che nell’insieme rilancino la città.

Le attività del Comune sono molteplici e fra queste si tratta di individuare quelle che oggi possano  avere effetti economici e risvolti occupazionali. Sono previsti investimenti nazionali ed europei  rilevanti nell’ istruzione, nella sanità, nel digitale, nella politica industriale: Milano deve farsi  trovare pronta con progetti di fattibilità e immediatamente operativi. E poiché si parla molto di  medicina territoriale, sarebbe opportuno chiedere un maggiore ruolo del Comune a riguardo.

Ma, al di là dei compiti specifici, in una situazione eccezionale come questa, pensiamo che il  Comune di Milano debba assumere un ruolo di riferimento, di stimolo, di orientamento per  l’intera città. E’ un compito da assumere subito, non possiamo aspettare i programmi elettorali  della prossima primavera: si tratta di un programma di ripresa, di rigenerazione, di rilancio che  deve essere attivato al più presto. Per questo è bene che Sala riconfermi subito la sua candidatura  e prenda in mano immediatamente la situazione.

E’ il Comune che deve stimolare le notevoli risorse culturali, economiche, finanziarie, professionali presenti nella città perché contribuiscano a individuare nuove iniziative e soluzioni. Si è parlato di  un Patto per il Lavoro, che noi immaginiamo non come un convegno o un documento, ma come  una mobilitazione permanente delle energie disponibili. Ben vengano i tavoli e i confronti, ma ciò  che conta sono le iniziative e i progetti che si mettono in campo.

Quello che possiamo fare noi – gruppo appena sorto e dalle forze ancora modeste, sia pure in  crescita – è metterci in grado nei prossimi mesi di avanzare delle proposte, magari limitate ma  concrete e nello stesso tempo mettere in atto alcuni servizi informativi e di incontro sul lavoro (di  cui uno in questa sede), servizi che in rete con altre realtà analoghe possono costituire un fattore  utile di conoscenza e di iniziativa. L’idea poi di svolgere un ruolo di connessione tra le diverse  realtà sociali e del terzo settore costituisce una delle nostre finalità essenziali e anche un metodo  di lavoro costante.

Un terzo motivo del nostro convegno è che per rivalutare il lavoro occorre rafforzare e potenziare  il pensiero sul lavoro, occorre che il lavoro ritorni ad essere studiato, analizzato, approfondito; che  si elaborino nuove idee, nuove prospettive e che si aprano dibattiti pubblici a riguardo. Aveva  ragione Axel Honneth, della Scuola di Francoforte, che anni fa diceva: da quando gli studiosi hanno  capito che la classe operaia non sembra destinata a fare la rivoluzione, hanno smesso di studiare il  lavoro. Mentre oggi sono molti i motivi per studiarlo di più.

Così ci troviamo ad affrontare un tema come lo smart working senza adeguati strumenti  contrattuali e anche solo di conoscenza, per poterlo inquadrare e riportarlo a una dimensione  normale, evitando esagerazioni.

Il tema dell’orario di lavoro che era in auge negli anni ’70 (“lavorare meno, lavorare tutti”) è stato  abbandonato e da anni non se ne parla; se non è attuabile una riduzione generalizzata, si possono  pensare soluzioni di riduzione modulari e flessibili, abolendo il più possibile gli straordinari,  introducendo tempi parziali più consistenti e così via. C’è bisogno di superare una cultura  tradizionale, propria di un’epoca del tutto diversa, sempre meno adeguata alla situazione attuale.  E’ un tema da riprendere con forza, di fronte alle innovazioni tecnologiche ed a un lavoro che  tende a rarefarsi.

Sono emerse poi tante forme di lavoro nuove che gli stessi giuristi non sanno come classificare e  che richiedono normative ad hoc che sono da predisporre, innovando e sperimentando.

Più a fondo si pone un problema che appare teorico, ma che ha enormi conseguenze concrete:  eravamo abituati a misurare il valore del lavoro in termini fisici, materiali. Ma come misurare il  lavoro cognitivo, il lavoro informatico, il lavoro di cura, il lavoro educativo, il lavoro relazionale che  oggi costituiscono la gran parte del lavoro e che per loro natura presentano un carattere  immateriale?

Anche l’impegno culturale sarà dunque una dimensione essenziale a cui ci dedicarsi.

Tante volte si è parlato di Milano come capitale del lavoro; è bene oggi qualificare questa  espressione. Milano dovrebbe mirare a un obiettivo più ambizioso, diventare una città esemplare  per il lavoro, in Italia e in Europa, la città appunto, del lavoro libero, dignitoso e partecipato.  Milano dovrebbe costituire un modello ideale di come deve essere una città del lavoro. Questo è  per noi il vero programma di Milano per il prossimo futuro.

Ora lascio la parola agli altri amici. Devo solo aggiungere che ci sono temi importanti, come quello  del lavoro degli immigrati e del ruolo del terzo settore, di cui non ci siamo dimenticati; sono per  noi così importanti nella nostra attività che intendiamo dedicarvi degli incontri specifici,  naturalmente con la partecipazione dei diretti interessati.

(1) Demos – Democrazia solidale  – Milano

 

Questo articolo illustra le ragioni del Convegno che si è svolto a Milano il 10 ottobre 2020 : Milano città del lavoro dignitoso e partecipato.

Sono intervenuti: Aldo Bonomi, Massimo Ferlini, Marzia Pontone, Anna Ponzellini, Marco Carcano, Tommaso Senni, Gianluca Alfano, moderatore:  Luca Caputo.

Di seguito riportiamo i loro interventi.

 

MARZIA PONTONE 

Quale ruolo per il Comune di Milano? 

Parlare di lavoro oggi, in una metropoli come Milano, e nei mesi della faticosa ripresa  delle attività economiche dopo il difficile periodo del lock down, non è affatto  semplice.

Non esistono ricette magiche e di facile attuazione che possano risolvere con  immediatezza un problema che non è stato certo causato dall’emergenza sanitaria, ma  che è stato piuttosto messo a nudo ed aggravato dalla situazione che ci siamo trovati a  fronteggiare.

Come è già stato messo in luce dalla relazione introduttiva, infatti, il punto centrale  della nostra riflessione è che il lavoro ha perso negli anni la sua centralità, il che ha  causato – a cascata – le tante distorsioni del mercato del lavoro con cui ci siamo  confrontati nei mesi passati e con cui ancora continuiamo a confrontarci.

Si potrebbe dire in molti modi, ma forse ha senso dirlo qui con chiarezza: il lavoro oggi  manca, manca per le tante persone che ne hanno bisogno per vivere e arrivare alla fine  del mese, manca soprattutto nelle forme dignitose e partecipate, di cui abbiamo assoluta  necessità per incentivare una crescita economica duratura, inclusiva, equa e sostenibile

– come richiesto peraltro anche da uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 (GOAL 8  “Lavoro dignitoso e crescita economica”).

E qui arriviamo alla domanda contenuta nel titolo del mio intervento: quale ruolo per  il Comune di Milano di fronte alla sfida ambiziosa di promuovere un’occupazione  piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti nel prossimo decennio, peraltro a  fronte di un ciclo economico avverso?

Una premessa si rende necessaria: è noto a tutti che il livello di governo dell’Ente  Locale non ha competenze stringenti in materia di lavoro, in quanto il piano di governo  più intrinsecamente implicato è quello nazionale. Tuttavia, riaffermare la centralità del  lavoro significa anche questo. Ogni livello di governo deve compiere lo sforzo di  orientare tutte le azioni possibili per conseguire l’obiettivo di favorire l’incremento di  un lavoro dignitoso e partecipato, senza delegarlo ad altri livelli di governo. Tutti siamo  responsabili in tal senso, non solo chi si vede riconosciute dal Legislatore le  competenze specifiche per materia.

E dunque, quale ruolo può assumere in questo contesto il Comune di Milano?

Il primo punto che vorrei sottolineare riguarda la necessità che l’Ente Locale svolga un  ruolo di coordinamento e messa in rete tra tutte le iniziative sviluppate sul territorio  (anche da privati e terzo settore) per favorire l’accesso al mondo del lavoro e ridurre la  disoccupazione, anche attraverso percorsi di formazione e riqualificazione  professionale. Questo è un punto di grande importanza. Fare rete rafforza le  potenzialità di successo nel contrastare la difficoltà di accesso a contesti lavorativi  degni e partecipati. E tuttavia, la rete si costruisce solo se gli attori hanno modo di  conoscersi, mutuare pratiche e strategie. In questo, il Comune può svolgere un ruolo  propulsivo non irrilevante. Oltre ovviamente al rafforzamento in proprio delle strutture degli Sportelli Lavoro, appoggiandosi magari a reti capillari di servizi comunali già  radicati nei quartieri: penso per esempio alle biblioteche di base. E, in stretta  connessione, il tema della disseminazione di contenuti informativi. Chi è in difficoltà  nella ricerca del lavoro, infatti, spesso non conosce le opportunità a sua disposizione.  Il Comune di Milano, quindi, potrebbe svolgere un ruolo ancora più proattivo nell’indirizzare quanti cercano lavoro verso i percorsi di supporto e riqualificazione più  adeguati.

Pure sul tema dei percorsi di formazione e riqualificazione il Comune può giocare un  ruolo centrale, ampliando il ventaglio delle opportunità, anche in base a quanto  suggerito dall’Agenda 2030 (target 8.2), che – non a caso – parla di diversificazione,  aggiornamento tecnologico e innovazione per raggiungere livelli più alti di produttività  economica, anche attraverso un focus orientato ai settori ad alto valore aggiunto e ad  alta intensità di manodopera (su Milano per esempio si potrebbe pensare di valorizzare  spazi come la ex mediateca di Santa Teresa impiantando uno spazio di co-working per  attività di restauro e conservazione delle opere d’arte).

L’Agenda 2030 ovviamente menziona questi 3 elementi in merito alle imprese, ma  diversificazione, aggiornamento tecnologico e innovazione sono parole chiave anche  per chi cerca di entrare per la prima volta nel mondo del lavoro o di riqualificarsi per  rientrarvi o cambiare lavoro. Spenderei una parola in più almeno sul discorso  dell’aggiornamento tecnologico.

Nei mesi del lock down, infatti, abbiamo visto con forza gli effetti del digital divide sul  mondo del lavoro: accanto al potenziamento dell’infrastruttura tecnologica cittadina e  della diffusione capillare dei devices, assolutamente fondamentali peraltro, è  indispensabile procedere di pari passo con lo sforzo di aggiornamento tecnologico di  tutti. Per inciso, questo impatta in particolare sugli over 50 che escono dal mondo del  lavoro. Può essere quindi individuato come ambito prioritario d’intervento nelle  strategie di aggiornamento e riqualificazione proposte dal Comune.

Inoltre, aggiornamento tecnologico e innovazione sono anche alla base della modalità  di lavoro ‘obbligata’ a cui ci ha costretti l’emergenza sanitaria: lo smart working. Qui  il discorso sarebbe davvero molto ampio in termini di rapporto costi-benefici, sia in  materia di condizioni di lavoro sia rispetto all’indotto generato dal lavoro in presenza.  Mi limiterò a dire che per attuare lo smart working a livello di pubblica  amministrazione, all’interno del Comune di Milano, occorrerà ripensare tutti i processi  in termini di obiettivi e, un po’ alla volta, riorganizzare i servizi della macchina  comunale. Per non parlare poi del necessario ripensamento del Piano Territoriale degli  Orari (PTO) per coordinare e armonizzare in modo innovativo e funzionale, dopo  l’emergenza CoronaVirus, il piano dei tempi della città, favorendo la conciliazione dei  tempi della vita e del lavoro (soprattutto per le donne e le madri lavoratrici) e  privilegiando gli spostamenti di prossimità: la famosa città in quindici minuti. È quanto  si prefigge di implementare il nuovo progetto MIRE – Milano in rete, dal welfare al  tempo ritrovato, avviato a giugno scorso. Ma qui il discorso sarebbe davvero troppo  vasto.

Abbiamo menzionato gli over 50, e le loro difficoltà di reinserimento nel mondo del  lavoro. Altro ambito prioritario d’intervento e contesto sfidante per il Comune di  Milano sono i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile a livello cittadino, infatti,  rimane significativamente più alto rispetto al tasso di disoccupazione generale (nel  2019 – fonte Istat – i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni non impiegati e usciti  dai percorsi educativi/formativi erano il 18,1%, mentre il tasso di disoccupazione  generale nella città metropolitana di Milano si attestava al 5,9%). In particolare,  preoccupano i cosiddetti NEET, noto acronimo inglese che serve a indicare giovani  (15-29 anni) non impegnati né nello studio, né nella formazione professionale, né nel  lavoro (Agenda 2030, goal 8.6: “Entro il 2020, ridurre sostanzialmente la percentuale  di giovani disoccupati che non seguano un corso di studi o che non seguano corsi di  formazione”). E qui bisognerebbe riflettere anche sulle implicazioni che l’assenza di  dispositivi, connessioni e competenze digitali determina in merito ai fenomeni di  dispersione scolastica a cui abbiamo assistito durante il lock down. Per contrastare  questi fenomeni, dunque, l’amministrazione cittadina potrebbe decidere di potenziare  le risorse assegnate per garantire stabilità ai progetti integrati, frutto del partenariato  pubblico-privato, con la collaborazione attiva del Terzo Settore, che impattano in tale  direzione. Perché non dimentichiamo che, sul lungo periodo, istruzione e formazione rappresentano una delle principali leve di innovazione tecnologica e, quindi, di  sviluppo economico.

Questo ordine di progetti, peraltro, consente di accedere, attraverso i bandi di Regione,  Stato e Unione Europea, a risorse ulteriori rispetto a quelle destinate in bilancio alle  varie direzioni centrali dell’amministrazione comunale. Accrescere le risorse è un tema  chiave della ripresa economica della città negli anni a venire. Essere competitivi  nell’accedere alle risorse messe a bando dai livelli di governo superiori a quello  dell’ente locale è la strada da percorrere con decisione. Non intendo solo nella  partecipazione da parte dell’amministrazione comunale ai bandi. Intendo anche nella  logica del coordinamento di cordate con partners del Terzo Settore e del mondo del  volontariato che intendano partecipare ai bandi. Provo a dettagliare questo aspetto.  Spesso per le realtà di Terzo settore e volontariato è difficile accedere ai complessi  bandi regionali, nazionali e soprattutto europei, sia in fase di partecipazione sia in fase  di rendicontazione. Sono competenze complesse ed è richiesto tempo per acquisire e  gestire queste competenze. Dunque, l’amministrazione cittadina potrebbe costituire  uffici dedicati alla formazione e alla gestione delle stesse, supportando quanti volessero partecipare ai bandi. E parimenti, incentivare i bandi di crowdfunding civico, già posti  in essere dall’attuale Amministrazione, per implementare la ricerca di fondi aggiuntivi  nello sviluppo dei progetti per il territorio.

Vorrei toccare altri due temi, prima di concludere. Il primo attiene al discorso della  creatività. L’agenda 2030 parla di “Promuovere politiche orientate allo sviluppo che  supportino le attività produttive, la creazione di lavoro dignitoso, l’imprenditorialità, la  creatività e l’innovazione”. Creatività ed innovazione rimandano ovviamente al  discorso delle start up cittadine da una parte, al discorso dell’attrazione di capitali e  talenti internazionali dall’altra. Ma non solo. La creatività e l’innovazione sono anche  un modo nuovo di comporre la scacchiera con elementi già noti nel quadro cittadino. Farò un solo esempio, perché concerne lo sviluppo delle reti del commercio di  prossimità. A Milano è radicata l’esperienza dei DUC, distretti urbani del commercio.  Ripensarli in modo creativo ed innovativo può significare integrarne il perimetro e le  funzioni con la rete dei servizi culturali del territorio (biblioteche, musei, cinema,  teatri), allo scopo di rilanciare la vocazione turistica dei quartieri e individuare elementi  identitari attrattivi condivisi a entrambi i circuiti attivi sul territorio.

È un esempio, se ne potrebbero fare altri. Vorrei almeno menzionare, sempre in  relazione a creatività e innovazione, il discorso dei migranti, per riaffermarne la  potenzialità di rilancio del tessuto economico e sociale della nostra città. Penso in  particolare ai giovani di seconda generazione, ponte tra culture ed età differenti, educati  in Italia ma con radici lontane e profonde in altri mondi. Ma penso anche a quanti hanno  saputo affrontare la sfida della migrazione, con lo sguardo rivolto al futuro: il loro  spirito orientato al cambiamento e le competenze pregresse acquisite in altri contesti  possono rappresentare un proficuo innesto di capitale umano nel nostro sistema  economico. Nell’era post Covid abbiamo bisogno dell’apporto di tutti per esplorare  strade nuove e rilanciare la città. In questo l’amministrazione cittadina ha una lunga  tradizione alle spalle, ma anche una strada da continuare a percorrere con decisione per  il futuro. E ritorna qui il tema del coordinamento delle esperienze e degli apporti  positivi dei migranti, che deve vedere un ruolo partecipe e proattivo da parte  dell’amministrazione cittadina.

L’ultimo accenno che vorrei fare concerne le partecipate (o municipalizzate) del  Comune di Milano. Questa linea di intervento pubblico nel libero mercato affonda le  sue radici nella storia della città. Ad oggi non sono poche le partecipate del Comune di  Milano (14). Tra le più note si ricordino, per esempio: A2A, MilanoSport e  MilanoRistorazione, ATM, SEA, MM, SOGEMI. Si è parlato più volte di come  reinvestire gli utili societari (prevalentemente in attivo fino a febbraio 2020) delle  municipalizzate, incanalandoli verso fondi rotativi di supporto alle imprese, che  consentano l’erogazione di credito a tasso agevolato per permettere ai piccoli imprenditori di accendere un mutuo per la propria azienda senza dover ipotecare la  propria abitazione. Oppure impegnandoli in fondi di garanzia municipale, per esempio  a supporto dell’accesso ai servizi abitativi da parte di specifici utenti target come i  giovani.

Vorrei però adesso sottolineare un altro aspetto della questione: lo straordinario valore  aggiunto che hanno le partecipate nel consentire rapidità d’azione al sistema pubblico  nella gestione dei servizi, dal momento che operano in regime di diritto privato. Servizi  difficili da gestire in piena economia da parte del Comune di Milano, ma di cui non si  reputi accettabile l’esternalizzazione a enti gestori privati, possono essere utilmente  gestiti tramite lo strumento delle partecipate. Un esempio su tutti, frutto della tragica  esperienza del Covid: la gestione delle 5 RSA cittadine, da alcuni anni esternalizzate a  enti gestori privati, in passato affidate a dipendenti comunali. Si potrebbe pensare, per  esempio, di tornare a gestire con mano pubblica le 5 strutture, affidandole alla  partecipata AFM, che ha in gestione anche le farmacie comunali. E questa estensione  di competenze (sul modello per esempio di Reggio Emilia) consentirebbe anche di  aumentare l’offerta di posti di lavoro dignitosi a personale paramedico. Perché non  andrà dimenticato che, se da una parte l’emergenza Covid ha messo in luce la tragedia  delle morti di anziani nelle RSA, dall’altra ha acceso un faro sulle difficili condizioni  di lavoro del personale paramedico e ausiliario all’interno degli istituti, che spesso  lavorano per cooperative con contratti deprofessionalizzanti.

Ho detto forse troppe cose, dal piccolo delle realtà di quartiere, al grande (anzi  grandissimo) di quanto mette in relazione la nostra città con il resto del mondo sul  piano economico e sociale. Tre sono – a mio avviso – le parole chiave della ripresa,  per quanto concerne il ruolo del Comune di Milano: azioni di coordinamento dei servizi  integrati sul territorio, attrazione di risorse private e pubbliche di livello ulteriore (in  particolare europeo), sviluppo del sistema delle società partecipate. Però, queste strade  non si percorrono da soli: servono un grande concorso di energie da parte di tutti e uno  sguardo sempre vigile sul tema del lavoro. Questo è il nostro impegno, perché Milano  possa risollevarsi in questi tempi complessi dopo la fase più acuta dell’emergenza  sanitaria.

 

Smartworking: necessario un patto con l’impresa e con la comunità

Anna M.Ponzellini

Da settimane parlando di SMW sento una pressione ansiosa a trovare soluzioni normative. A mio  parere, non è questo il punto, comunque non ora. Già Gino Giugni, teorizzando la law-in-action,  aveva messo in guardia dal definire le norme del lavoro prima della osservazione empirica di dove  vanno l’organizzazione e i rapporti di lavoro. Quindi prima di ipotizzare una nuova legge o  regolazioni più o meno stringenti di questa nuova modalità di lavoro è necessario sperimentare,  osservare gli impatti, selezionare le pratiche che funzionano. Anche Tiziano Treu recentemente sul  Sole 24 ore metteva in guardia da frettolose regolazioni per legge sottolineando all’opposto  l’importanza della contrattazione soprattutto aziendale.

Ma, a maggior ragione, è utile avviare una riflessione di respiro prima di regolare, visto che il  cambiamento del lavoro che si è innescato – e non si fermerà – è destinato a cambiare  l’organizzazione del lavoro ma anche a disegnare un diverso rapporto tra economia e società. Come  tutti abbiamo intuito, cambieranno le abitazioni, la mobilità, le città, la morfologia dei territori, le  scansioni temporali della vita sociale. E a valle di tutto questo cambierà il nostro sistema di relazioni.  Un cambiamento profondo pari forse solo a quando in passato è avvenuto il movimento opposto,  quello che ha portato contadini e lavoranti a domicilio a uscire dalla case e dai campi e andare a  lavorare nelle fabbriche e negli uffici. La nuova forma delle relazioni sociali è destinata a riplasmare  l’economia: Polanyi per primo ha sottolinea quanto l’economia sia radicata nelle istituzioni e nelle  relazioni sociali. Come cambieranno, come stanno cambiando le nostre abitudini, le nostre relazioni e le istituzioni sociali che in base a queste stiamo costruendo?

Se anche ci concentriamo solo sui cambiamenti del lavoro, molte cose lasciano perplessi.  Intanto, il passaggio fondamentale perché in una organizzazione, pubblica o privata, sia davvero  lavoro smart, è l’esistenza di una organizzazione smart: una organizzazione i cui processi siano  semplificati e digitalizzati, dove vi sia delega, l’accesso alle informazioni sia garantito, e le relazioni  intra-organizzazive siano prevalentemente orizzontali, dove ciascuno possa lavorare col collega  dall’altra parte del pianeta allo stesso modo che col vicino di scrivania.

Una trasformazione non dissimile da quella che si è realizzata in produzione con il toyotismo e la  lean organisation. Sul processo di innovazione tecnica occorre comunque attenzione, perché  bisogna stare attenti a non lasciare troppo spazio alla standardizzazione delle attività: uno dei rischi  di una organizzazione smart è il neo-taylorismo.

Cambierà il rapporto con i capi, prevedibilmente avremo più autonomia nel lavoro, ma dovremo  addossarci più responsabilità, dovremo costruire rapporti di cooperazione meno casuali ma forse  più efficaci coi colleghi.

C’è una questione fondamentale meno facile da analizzare. Siamo di fronte alla fine della  “presenza” al lavoro. La presenza è una intersezione tra uno spazio, un tempo, dei corpi. La  riduzione delle occasioni in presenza che impatto avrà sulle organizzazioni (sulla performance) e  sulla qualità della vita di lavoro? Abbiamo una serie di teorie che ci possono aiutare a capire:

– Intanto, il venir meno della fisicità erode la percezione degli altri intorno a noi (Simmel) e  rende più complicata l’empatia (Sennet): capirsi al volo e simpatizzare sono fondamentali  per lavorare bene insieme.

– La frequentazione di meno spazi, la riduzione della mobilità, delle occasioni di incontro ci  metterà di fronte all’importanza per la creatività nel lavoro dei cosiddetti legami deboli,  delle illuminazioni che vengono dagli incontri fortuiti e dalle connessioni inaspettate (Microsoft).

– E ancora: cosa succederà delle forme con cui si costruisce il capitale sociale, su come si  accumula, su come si collega al potere nelle organizzazioni? E’ probabile che aumenterà la  disuguaglianza, nel senso che le persone che sono nelle periferie dei network diventeranno  ancora più marginali, e questo impatterà soprattutto sui giovani, sui neo-assunti.

Pensiamo allo spazio. L’ufficio non è solo uno spazio con sedie e scrivanie, è la chiacchiera alla  macchinetta del caffè, è la birretta al bar coi colleghi.. Con la fine dell’ufficio (e per converso l’enfasi  sullo spazio domestico) finisce un luogo che non è solo fisico ma simbolico, emotivo. Luigino Bruni  sull’Avvenire (4 ottobre2020) distingue “spazi” (geografici, e direi geometrici) da “luoghi” (hanno  anima, perché toccati da dio). In effetti, nei luoghi, come nelle cose secondo Remo Bodei, si  depositano idee affetti e simboli “di cui a volte non conosciamo neppure il senso”.

E pensiamo anche al tempo: siamo alla fine di una certa scansione del tempo quotidiano e  settimanale, forse persino di quello annuo. Le routines temporali – l’ora di punta sui mezzi e sulla  tangenziale, lo stacco dal lavoro all’ora di pranzo, l’happy-hour, il week-end – sono praticamente  istituzione sociali. E la fine di questa scansione è destinata a cambiare l’economia: lo vediamo già dai bar che chiudono, dalla permanenza fuori città che va oltre il fine settimana e la vacanza estiva.

Detto questo, certamente poter lavorare da remoto è un passo avanti incredibile per la conquista  di un nuovo equilibrio tra il lavoro e il resto della vita. Libererà ore e ore di inutili spostamenti,  semplificherà l’organizzazione della vita famigliare, ci permetterà di instaurare una nuova scansione  della giornata che non sarà più giocata tutta attorno al lavoro con le altre attività – stare coi figli,  partecipare alla vita di quartiere, coltivare una passione – relegate ai ritagli di tempo. Pian piano  creeremo nuove routines spazio-temporali e relazionali. Ma come queste saranno non è ancora  facile prevederlo.

In sintesi, con l’avanzare del lavoro in remoto siamo di fronte ad una prospettiva in parte ignota.  Per tutte queste ragioni dobbiamo e dovremo osservare con disincanto quello che ci sta  succedendo, quello che succede al nostro lavoro, quello che cambia nella società. Schierarsi tra  essere a favore e essere contro – come sta succedendo – non serve molto. Bisogna piuttosto  guardare, procedere per tentativi, considerare cosa ci va bene e cosa no. Non è detto che per tutti  sia il sistema migliore.

Osservare e sperimentare serve anche a proposito della regolazione di questo modo di lavorare.  Come si diceva all’inizio, ne sappiamo troppo poco per metterci a fissare norme rigide di legge (che  da noi sono poi molto difficile da cambiare). Meglio, nelle aziende esigere di partecipare alle  riorganizzazioni, interrogare i lavoratori, definire progetti sperimentali. Per regolare, una legge c’è  già (la legge 81, sul Lavoro agile) ed è basata su tre pilastri fondamentali: la volontarietà,  l’alternanza tra remoto e ufficio, la flessibilità dell’orario. Questi pilastri vanno difesi, soprattutto  la volontarietà (attenzione allo scambio che viene offerto al sindacato: abolizione del contratto  individuale contro ampia delega al CCNL). In questo momento osserviamo, riflettiamo,  sperimentiamo, corriamo dei rischi, vediamo cos funziona e cosa no.

Piuttosto è necessario un nuovo patto sociale per lo smartworking. Partiamo dal considerare che,  a regime, lo SMW aumenterà la produttività e genererà risparmi nella mobilità. Per questo il sindacato potrebbe farsi promotore di un Patto per redistribuire le risorse generate:

  • con le imprese, lo scambio è in riduzione dell’orario (max cinque/sei ore al giorno quando si  è in SMW)

• con lo Stato/amministrazioni locali, le risorse pubbliche risparmiate vanno rese alle famiglie  e ai cittadini: con investimenti di edilizia convenzionata, sgravi fiscali, incentivi per chi  acquista abitazioni più ampie, ecc.; e anche una nuova urbanistica basata sulla vita di  quartiere, su centri di servizi attorno alle abitazioni anziché attorno agli uffici, su coworking  per chi vuole evitare il pendolarismo ma non vuole restare in casa.

 

 Tommaso Senni

  1. QUALCHE INDICAZIONE SULLE ATTIVITÀ A SOSTEGNO DEI DISOCCUPATI

1.1 Sottolineare l’importanza di strutture ricettive ma non statiche (le strutture a supporto dei disoccupati devono permettere di  realizzare politiche proattive e devono andare incontro all’utenza, anticipando le sue esigenze in maniera mobile e dinamica).  Sarebbe utile avvalersi delle associazioni del territorio per organizzare iniziative di raccordo tra gli “sportelli” istituzionali e il  territorio (senza aspettare gli utenti si rechino presso gli sportelli di propria iniziativa), con particolare riguardo alle scuole e alle  istanze del territorio, per far conoscere le opportunità offerte dagli sportelli e, soprattutto, offrire strumenti di ascolto (proattivo)  dell’utenza. Non si deve attendere l’iniziativa dell’utente, che, invece, spesso ha bisogno di essere sollecitato o “provocato”.

1.2 Spesso chi è alla ricerca del lavoro deve contemporaneamente affrontare i tipici problemi legati al reddito, all’affitto, alla banca,  al fisco, alle esigenze della famiglia, ecc.: spesso, la ricerca del lavoro (che dovrebbe monopolizzare buona parte del tempo  libero) viene ostacolata dai problemi del quotidiano, riguardo ai quali, peraltro, il disoccupato spesso non conosce le  soluzioni/opzioni disponibili (misure comunali di sostegno al reddito, rete di supporto legato all’associazionismo, microcredito,  ecc.). Il percorso che agevola l’incontro tra domanda e offerta di lavoro dovrebbe, quindi, essere abbinato ad un “tutoraggio” da  parte di esperti che accompagnino il disoccupato nella ricerca delle soluzioni alle criticità del quotidiano (offrendo informazioni,  soluzioni, strategie e una verifica degli esiti, volta per volta). Ci si riferisce ai tipici problemi incontrati da chi è in attesa di  un’offerta di lavoro (tolti di mezzi quelli, verrebbero liberate grandi energie mentali, economiche e di tempo a favore del  disoccupato). Questo percorso di tutoraggio (che avrebbe anche indubbi riflessi di motivazione e di incoraggiamento del  disoccupato) dovrebbe diventare una componente imprescindibile del supporto nella ricerca del lavoro. Il gruppo di esperti (tutor)  che lavora sui problemi del quotidiano dovrebbe operare a stretto contatto e in sinergia con chi si occupa del supporto “classico”  nella ricerca del lavoro. Questo potrebbe permettere, tra l’altro, al disoccupato di liberare risorse mentali e di tempo per riflettere  su un “progetto” professionale (e non solo), per delineare una prospettiva di vita più consapevole e di lungo periodo.

1.3 Gli sportelli a disposizione del disoccupato sono segmentati (ciascuno di occupa di un settore specifico). La crisi economica,  invece, coinvolge più aspetti contemporaneamente, che vanno analizzati e risolti contemporaneamente, in un solo contesto.

  1. (SEGUE): ESEMPIO DI APPLICAZIONE DEL PUNTO 1 ALLA REALTÀ: LO “SPORTELLO ANTICRISI”
  2. [EVENTUALE ULTERIORE PUNTO: LAVORO E INNOVAZIONE]

I cittadini ultra-quarantenni sono, per ragioni demografiche, di gran lunga più numerosi rispetto ai più giovani (la popolazione di età  compresa tra i 40 e i 60 anni rappresenta una quota pari al 30,9% della popolazione complessiva). Il numero dei disoccupati over 40,  in particolare, supera quello dei giovani disoccupati per oltre il 30%. Inoltre, chi ha perso il lavoro tra i 46-55 anni, nel 60% dei casi  è disoccupato da più di due anni. Negli ultimi anni, la disoccupazione in età matura (soprattutto nella fascia di età tra 35 e 49 anni) ha  subìto una decisa accelerazione e ha assunto dimensioni preoccupanti.

Si tratta di un capitale umano di grande valore, che ha spesso rappresentato un fattore decisivo per lo sviluppo delle imprese. È nota,  tuttavia, la resistenza (da parte di molte aziende) al reinserimento lavorativo delle persone over 40/50/60 rimaste disoccupate; inoltre,  anche in caso di reinserimento, il lavoratore maturo subisce spesso gli effetti negativi di un ambiente che non valorizza adeguatamente  il suo potenziale e la sua esperienza. In caso di mancato reinserimento, gli over 40 si trovano a fronteggiare difficoltà economiche  (legate al proprio sostentamento e a quello dei propri familiari) e incertezze sul proprio futuro, che impediscono di panificare con  serenità i propri progetti e le proprie aspirazioni. Spesso le persone over 40 perseguono acriticamente la ricerca di un nuovo posto di  lavoro dipendente (riproponendo le strategie che avevano funzionato nel passato), mentre sono riluttanti a considerare l’avvio di una  propria iniziativa economica e rifiutano di considerare l’idea di trasformarsi da cercatore di lavoro in creatore di valore (per sé e per  gli altri), senza rendersi conto che, spesso, con il passare degli anni di inattività, diventa sempre più arduo ricollocarsi sul mercato del  lavoro. Pensiamo che ciò sia dovuto spesso ad ostacoli legati alla mancanza di informazioni/consulenza/supporto.

Per combattere queste difficoltà, mancano servizi che assistano specificamente gli over 40 e forniscano informazioni e consulenza a  tutto tondo per il lancio di una iniziativa economica in proprio. Per le ragioni di cui sopra, le esigenze degli over 40 sono, infatti, del  tutto diverse da quelle dei giovani aspiranti imprenditori. Dal nostro punto di vista, si potrebbe valutare le seguenti iniziative:

(a) creare “sportelli” di ascolto, orientamento, supporto e consulenza specificamente dedicati agli ultra-quarantenni, per fornire  informazioni, tra l’altro, sulle forme di finanziamento e su come redigere un primo business plan dell’attività;

(b) creare un proprio fondo innovazione riservato alle iniziative degli ultra-quarantenni disoccupati. Il fondo potrebbe essere  alimentato con risorse derivanti anche dal coinvolgimento di fondi pensione, da associazioni del territorio o da iniziative di  pensionati che (perché no?) vogliano contribuire allo sviluppo sociale del proprio territorio, investendo piccole parti della  propria pensione in progetti di micro impresa locale: in questo modo, tra l’altro, si “chiuderebbe il cerchio” tra generazioni  diverse, che si passerebbero il testimone tra loro, in un contesto di dialogo sociale virtuoso (combattendo, così, quel vago  “antagonismo” intergenerazionale che si sta facendo strada in Italia). Il Comune potrebbe lanciare/patrocinare una iniziativa

di questo tipo per incoraggiare questo incontro tra generazioni (e, al tempo stesso, soddisfare l’esigenza finanziaria di molte  nuove iniziative di ultra-quarantenni disoccupati). Inoltre, una quota degli utili delle società partecipate dal Comune di Milano  potrebbe essere destinata ad alimentare il fondo;

(c) sviluppare un piano di comunicazione delle opportunità offerte, mediante un portale telematico e cicli di incontri da  organizzare presso i Municipi e in collaborazione con le associazioni del territorio;

(d) promuovere la proposta di creare un fondo regionale (o nazionale) dell’innovazione (ci si potrebbe avvalere, tra l’altro, delle  competenze già esistenti nell’ambito del Mise e di Cassa Depositi e Prestiti) dedicato alle iniziative degli over 40 disoccupati.  Il Comune potrebbe promuovere la proposta di creare incentivi a favore dei fondi di seed capital, di venture capital, degli  emittenti di “social success notes” e dei fondi pensione per i progetti di micro imprenditoria di ultra quarantenni disoccupati

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e che siano finalizzati a soddisfare un’esigenza del territorio, con precedenza ai progetti green, business sociale, periferie e  lotta allo spreco alimentare;

(e) il Comune potrebbe promuovere la proposta di prevedere un incremento della detraibilità degli investimenti in progetti di  nuova imprenditoria di ultraquarantenni; si potrebbe, inoltre, proporre di introdurre uno stimolo nei confronti dei gestori e degli asset manager, condizionando gli sgravi fiscali a investimenti in fondi che investono in tali progetti, sollecitando gli  operatori del settore della gestione patrimoniale a dare priorità al settore e a presentare un piano e progetti concreti per  sostenere tale azione. Si tratta di proposte che hanno già dato ottimi frutti in altri paesi europei, che hanno visto tassi di  crescita superiori a quelli italiani e opportunità per la creazione di posti di lavoro ad alta qualificazione.

 

MARCO CARCANO 

LA PARTECIPAZIONE VALORIZZA IL LAVORO 

  1. Introduzione  

Partiamo dal titolo; la partecipazione valorizza il lavoro. In questo titolo ci sono due termini,  la.

partecipazione e il lavoro, che vanno, anche se sommariamente, definiti.  Prima però penso utile porsi una domanda; il post-pandemia spinge o no verso maggiori  processi partecipativi all’interno delle imprese?

Dalle ancora poche informazioni di cui sono in possesso mi sembra che si possa dare una  risposta che definirei “ambivalente”. Da un lato infatti abbiamo esperienze molto positive di  relazioni industriali partecipate per la gestione della messa in sicurezza dei lavoratori  rispetto alla situazione Covid 19 e, dall’altro, l’espansione rilevante del lavoro a distanza,  del lavoro a remoto, (tutti denominati, erroneamente smart working) può non incidere  positivamente su relazione di lavoro partecipative a meno che di promuovere, e la cosa  non è certamente impossibile, forme nuove di democrazia deliberativa.  Al di là comunque di queste considerazioni analitiche io penso che in futuro ci saranno  maggiori spazi per la partecipazione se i soggetti sociali preposti se ne faranno maggiore  carico.

E veniamo adesso al punto specifico della partecipazione e del lavoro. La partecipazione può essere vista come una particolare forma organizzativa per regolare  le relazioni di lavoro o, con una definizione più tecnica, come una modalità gestionale che  va oltre la contrattazione collettiva.

Nel lavoro, per lo scopo di questa relazione, si possono individuare tre aspetti, tre  dimensioni; quella del contenuto professionale, quella delle relazioni e quella retributiva.  Concentriamo la nostra attenzione sulla partecipazione che impatta su tutte queste tre  dimensioni del lavoro con particolare attenzione a quello delle relazioni di lavoro.

2 La partecipazione: non una ma tante forme 

Chi vi parla ha studiato la partecipazione dirigendo, per alcuni anni, con il prof. Baglioni e  Vito Volpe una rivista dal titolo L’impresa al plurale. Quaderni della partecipazione e

scrivendo alcuni libri (tra cui uno con Sandro Antoniazzi) su questo tema. Ma soprattutto  ho seguito, operativamente, molte imprese che hanno svolto esperienze partecipative e  attualmente, insieme al prof. Luciano Pero stiamo sviluppando in interessante progetto  con Assolombarda e Cgil-Cgil-Uil di Milano e di Monza e Brianza.

Cosa ho capito da questa attività?

Mi sembra di potere affermare questa tesi. Che esistono diversi tipi di partecipazione, che  la partecipazione interviene, soprattutto, sulle relazioni di lavoro e che ci sono dei fattori  che la ostacolano e dei fattori che la facilitano.

Proviamo ad argomentarla questa tesi.

Solitamente quando si parla di partecipazione si allude alla presenza di sindacalisti  all’interno dei Consigli si amministrazione delle aziende.

Non è solo così.

Infatti possiamo almeno distinguere tre tipi di partecipazione; quella

istituzionale/contrattuale; quella diretta/organizzativa e quella economico/finanziaria. Vediamo le caratteristiche essenziali di ognuna.

La partecipazione istituzionale/contrattuale – che trova il suo fondamento nella  distribuzione del potere – può assumere tre prospettive: quella della presenza di  rappresentanze del lavoro in organismi o di gestione delle imprese (Consigli di  amministrazione) o di controllo dell’andamento aziendale (Consigli di vigilanza); quella  della presenza di organismi – di tipo informativo-consultativo – su diversi aspetti della vita  aziendale (formazione, organizzazione del lavoro, inquadramento ecc..) come sono  previsti nella prima parte di (quasi) tutti i contratti nazionali di lavoro; quella degli Enti  bilaterali con particolare riguardo alla formazione, alla previdenza integrativa, alla sanità  integrativa e al sostegno al reddito a ai vari benefits.

Se questa è una possibile classificazione come essa si declina nella realtà italiana? Abbiamo poche esperienze di cogestione; una presenza diffusa di forme informative consultive caratterizzate però da una messa a terra insufficiente; un numero consistente di  Enti bilaterali il cui funzionamento concreto rischia di allontanarsi da logiche partecipative.

La partecipazione diretta/organizzativa – che trova il suo fondamento nel lavoro – è quella  che si sviluppa attraverso, soprattutto, i gruppi di lavoro, i team work, i circoli della qualità  ecc. Può avere una dimensione informale e formale. Inoltre può essere richiesta  dall’azienda – e in questo caso si può confondere con una tecnica manageriale evoluta – o

spinta dal sindacato e in questo caso è spesso preceduta da un accordo aziendale. E’ una  forma partecipativa abbastanza diffusa anche se presenta diverse articolazioni che qui  non possiamo approfondire.

La partecipazione economico-finanziaria – che trova il suo fondamento nella retribuzione  e/o nel reddito del lavoratore – si caratterizza per l’aggancio del salario/stipendio  all’andamento economico dell’azienda e quindi rappresenta, per il lavoratore il suo “rischio  d’impresa”. E’ decisamente la forma partecipativa più diffusa essendo legata alla  contrattazione del cosiddetto premio di risultato. Esistono poi poche esperienze di  partecipazione finanziaria nelle quali il lavoratore possiede delle azioni dell’impresa in cui  lavora.

3 Partecipazione e ruolo degli Enti Locali 

Bisogna distinguere fra Regioni, Comuni e Imprese “municipalizzate. Per quanto riguarda le Regioni nulla vieta che esse sperimentino una legislazione  specifica su questa materia e il Comune di Milano può certamente spingere in questa  direzione.

Per quanto riguarda i Comuni sarebbe interessante che essi sperimentino – come una  impresa qualsiasi – qualche forma partecipativa. Inoltre possono favorire una attività  formativa su questo tema mettendo in aula rappresentanze dell’impresa e del lavoro e  favorendo così il concetto di “impresa comunità”

Per quanto riguarda le Imprese municipalizzate – che ho avuto modo di seguirne alcune  nella mia esperienza professionale – penso proprio che possano essere, per ragioni  facilmente intuibili, dei luoghi privilegiati in cui collocare esperienze partecipative. Il  Comune di Milano ne ha molte e quindi sarebbe opportuno promuovere qualche  sperimentazione.

 

MASSIMO FERLINI 

Milano. Idee e proposte per il lavoro 

Io vorrei proporvi velocemente pochi punti di riflessione su cui soffermarci per cercare di  dare un punto di vista originale da cui far scaturire qualche proposta sul lavoro per la  grande Milano.

Ritengo che al centro si debba porre una riflessione sul significato del lavoro e sulla  importanza del lavoro nelle relazioni fra la persona e la società. ( su questo punto richiamo  il paragrafo 162 dell’Enciclica “Fratelli tutti” )

Perché ci occupiamo di lavoro? E perché diamo questa centralità al lavoro? Non per un  idea laburistica della vita o perché amiamo la condanna al lavoro che viene dalla  interpretazione distorta di alcuni passi biblici. Amiamo il lavoro perché il lavoro è ciò che ci  apre alla relazione con la realtà e con gli altri. Ed è fondamentale perché riteniamo che il  pieno sviluppo dell’umanità di ciascuno di noi passi attraverso la capacità di sviluppare fino  in fondo le proprie relazioni amicali amorose e così via, ma che si allargano e si rafforzano  se sono capaci di investire nel complesso tutti gli aspetti della vita. Allora il lavoro, e le  relazioni che passano attraverso il lavoro, diventa centrale. Questa è la ragione per cui  siamo spinti ad occuparci di lavoro, per occuparci pienamente della vita dell’altro.

Se non c’è chiarezza su questo punto di fondo non capiamo cosa ci muove e che ci porta  ad occuparci fino in fondo delle politiche che riguardano il lavoro. Lo dico perché se non  partiamo dalla piena centralità della persona le cosiddette politiche attive del lavoro, quella  promessa di presa in carico della persona e dei suoi bisogni intorno a cui abbiamo  disegnato i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro rimarrebbero, schemi senza  vitalità. Pensare servizi che offrano percorsi di inserimento lavorativo a chi resta  disoccupato nei periodi di crisi, ma che si occupano anche di sostenere chi vuole  migliorare la propria posizione lavorativa, senza porre al centro la persona con i suoi  desideri ed i suoi bisogni farebbe partire l’iniziativa con il piede sbagliato. Sarebbe uno  sforzo di buona volontà ma dalla scarsa efficacia.

È quello che noi in qualche modo vediamo come limite costante nei servizi pubblici, anche  i migliori e funzionanti. In Lombardia abbiamo in fondo sul lavoro uno dei modelli di  servizio fra i più avanzati fra i modelli regionali italiani. E ciò perché è quello che ha  permesso di fare la rete a tutti gli operatori esistenti. Ha permesso di entrare nel sistema di fornitura di servizi al lavoro anche quei centri che prima erano ai margini o erano sportelli  di aiuto.

Però questo non risponderà mai comunque pienamente alla nostra esigenza di stare dentro alla domanda che viene dalle persone che incontriamo perché il nostro desiderio è  di andare sempre oltre, di cogliere cosa si muove sui confini, sui margini, perché è lì che  riusciamo ad intuire cosa sta venendo avanti e ci aiuta a leggere il mutamento in corso  nella realtà.

Per questo in questa sede, così come sta avvenendo in molte altre realtà milanesi, discuteremo di nuove iniziative di caritative per i quartieri moltiplicando i punti di incontro  con chi ha bisogno di lavoro al di là della semplice ottica del fornire un servizio. Però  abbiamo la fortuna di essere in una realtà dove quel servizio viene fatto e permette delle  aperture per innescare anche pezzi di volontariato, pezzi di attività territoriali, dentro a quella che è la rete dei servizi “istituzionali”. Credo che mai come in questo periodo di crisi  ci sia bisogno di fare rete, cioè creare un dialogo fra chi parte dall’incontro del bisogno  della persona nei quartieri, con chi ha sviluppato servizi al lavoro sostenuti da fondi  pubblici.

Non è difficile trovare interlocutori in questo mondo anche perché molti sono soggetti attivi  del terzo settore. Basti pensare ai molti centri di formazione professionale che hanno  prima sviluppato un rapporto con i servizi al lavoro per i propri studenti facendo poi  diventare la loro esperienza nel cercare sbocchi lavorativi una professionalità specifica  messa al servizio di tutti. Medesimo percorso fatto da quei centri di solidarietà che sono  diventati vere e proprie iniziative economiche di attività no profit arrivando ad essere più  efficaci ed efficienti di grandi società di lavoro.

Voglio sottolineare l’importanza di questo primo punto perché credo che noi si possa  giocare un ruolo fondamentale per le politiche attive del lavoro se riusciremo a portare la  centralità della persona nei servizi al lavoro pubblici e privati, e se sapremo fare vivere  l’ispirazione ideale che ho richiamato all’inizio nelle nostre iniziative.

Per quanto riguarda il secondo punto va detto che per la prima volta stiamo  sperimentando una crisi che ha carattere fortemente asimmetrico. E’ una caratteristica con  quasi nessun precedente alle spalle e che rischia di portare a collasso i sistemi di  sostegno al lavoro tradizionali. E’ una crisi asimmetrica perché si presentano assieme un  crollo della domanda ed una crisi dell’offerta di beni e servizi. A ciò si aggiunge la forte  asimmetria con cui le difficoltà colpiscono i diversi settori economici. Mentre alcuni settori  hanno una fase di crescita o di stagnazione per altri la domanda è completamente azzerata e la ripresa avrà tempi molto diversi per poter dire che tutto è tornato ai livelli  precedenti alla pandemia ( di cui per altro non si riesce a vedere la conclusione ). Tutto ciò creerà un sommovimento nel mercato del lavoro che avrà impatti importanti.  Pochi hanno cercato di fornire risposte nuove. Anche il sindacato, che già sta vivendo un  periodo di isolamento, mostra difficoltà a passare da proposte solamente difensive dello  status quo a proposte in positivo per promuovere un patto per il lavoro. Eppure già a marzo ed aprile nei primi incontri internazionali dedicati a capire l’impatto  della pandemia veniva messo in evidenza che, all’ uscita dal periodo post covid avremmo  visto dei settori in forte crescita e dei settori azzerati, settori che avranno una crescita  esponenziale appena si riprenderà a lavorare altri che dovranno aspettare anni per tornare  al livello pre blocco.

Permettetemi di fare un inciso che non vuole essere una divagazione, io non credo al  dibattito sullo Smart working come pancea che risolve i problemi del lavoro, anzi in questo  periodo mi sembra come quando Maria Antonietta proponeva le brioche quando mancava il pane. Ve la dico in modo un po’ brutale perché altri interventi approfondiranno l’analisi, ma oggi si ricorre al lavoro a distanza perché obbligati, oggi non stiamo facendo smart  working, non possiamo frequentarci e la gente incomincia a stare male perché non va più  in ufficio e non ha un confronto con gli altri perché il lavoro è relazione e questa non è  sostituibile. E poi lo smart working per farlo decollare va “sindacalizzato”, va contrattato e  regolato. Non è il dire state a casa, oggi è una sospensione della legge e dei diritti  sindacali quello che sta avvenendo. Ha un forte impatto economico e sociale che va  valutato e gestito. Basta girare per Milano in questi giorni per vedere come il telelavoro stia  pesando su molti settori del commercio, della cultura e del tempo libero. Questa asimmetria che possiamo cogliere anche solo durante una passeggiata per la città  segnerà anche i periodi di ripresa. Avremo settori in cui crescerà la domanda di lavoro e  non troveranno competenze adeguate (è già oggi tragico il fabbisogno di medici ed  infermieri che non trova soddisfazione) ed altri settori che dovranno diminuire gli occupati, talvolta solo per un periodo, e che vorrebbero salvaguardare professionalità che sono  scarse e richiedono una preparazione che richiede anni di specializzazione. Il blocco dei licenziamenti falsa oggi la dimensione dei problemi ma con la fine dell’attuale  normativa emergenziale avremo a livello nazionale un milione di nuovi disoccupati che si  aggiungeranno a quelli già rilevati oggi. Cioè torneremo a un numero incredibile cioè 2  milioni e mezzo di disoccupati. Molta parte di questi nuovi disoccupati, e ciò vale  soprattutto per Milano, saranno disoccupati che non accettano di stare a casa in cambio di qualche cento euro o anche di €1000 di reddito, perché non cercano assistenza ma un  aiuto per rimettersi in gioco. Si presenteranno ai servizi perché cercano di essere rimessi  al lavoro, cioè di avere un’offerta di proattivazione, di aiuto a rimettersi in piedi. Molti saranno lavoratori autonomi e non accetteranno la ricerca di una di un posto di lavoro  qualsiasi ma vorranno ripartire in autonomia nella vecchia professione, o riqualificarsi per  una nuova attività.

La composizione della disoccupazione richiede pertanto che vi siano interventi coordinati  sul territorio. Sono le comunità locali che potranno fare sì che vengano individuati progetti  di formazione per chi deve adeguare le proprie competenze, per chi deve rimanere fuori  ma in attesa che riprenda la sua attività e così via.

Credo che sia su queste particolarità che il Comune e la Città metropolitana debbano  giocare un ruolo. Mi pare che questa sia stata anche la richiesta delle organizzazioni  sindacali. Il Comune deve esercitare un ruolo di coordinamento non perché ci sono norme  o regolamenti che lo impongano ma perché solo così esercita una leadership sulla  comunità e può promuovere un patto che valorizzi le forze sociali a trovare soluzioni  adeguate ed innovative.

Certo che per fare ciò ci vuole una capacità di elaborazione autonoma che ti porta a  provare se sei capace di un ruolo di leadership, e se non ne sei capace non c’è nessun  regolamento che ti dà la capacità di esercitarlo. È un salto politico che è richiesto e cerca  nuovi interpreti. Una volta i partiti avrebbero richiamato la giunta dicendo “Ué ragazzi  sveglia, ognuno per la sua parrocchia si dia una mossa”, oggi questo ruolo deve essere  esercitato dai corpi intermedi della società. Sono le rappresentanze sindacali dei lavoratori  e delle imprese, ma anche quelle del terzo settore. Assieme possono delineare una nuova  fase dello sviluppo per la città sapendo cogliere tutte le opportunità che si presentano.  Anche il ritorno a Milano di importanti funzioni finanziarie legate alla borsa devono  diventare occasione per pensare ad un nuovo patto di sviluppo che abbia al centro il  lavoro.  Milano si rilancerà se saprà cogliere le nuove opportunità e se saprà così indirizzare  formazione e competenze verso la nuova domanda di lavoro che si svilupperà. Per sostenere questo passaggio è importante sostenere la rete di servizi al lavoro  esistente per facilitare l’incontro fra offerta e domanda di lavoro e quindi sviluppare quei servizi che, laddove c’è un vero mismatching fra professionalità richiesta dalle imprese e  disponibilità sul mercato, organizzino percorsi formativi capaci di essere un  accompagnamento al lavoro. Se non vogliamo però fare finta di non vedere la particolarità dell’attuale crisi dobbiamo prevedere anche, per 2 anni, tanti lavori temporanei che  vengano sviluppati dal settore privato e dalla rete pubblica, perché avremo gente che per  2 anni nel suo settore non potrà lavorare. Ci saranno settori che riapriranno al 30% o al  50% per poi tornare al livello precedente e quindi lavoratori che dovranno essere impiegati  in lavori sociali in attesa di tornare al loro lavoro originario. Queste tre gambe io le vedo  come la premessa per disegnare quello che serve per un patto per lo sviluppo territoriale e  per richiamare le forze sociali ed economiche a dare le proprie idee perché senza questa partecipazione collettiva non si riuscirà a smuovere vecchie incrostazioni e liberare tutte le  energie che servono per un futuro di lavoro per tutti.

 

Conclusioni di Francesco Prina al convegno 

“MILANO CITTÀ DEL LAVORO DIGNITOSO E PARTECIPATO” 

Le conclusioni di questo interessante e partecipato convegno non sono teoriche e non si  fondano solo sulle idee, ma su progetti, esperienze e servizi concreti già in essere in  diverse realtà periferiche di Milano.

  1. È difficile ma avvincente, oggi trovare un senso al Lavoro, in questo “cambiamento d’epoca”, dove il Lavoro è in crisi e sempre più terziario, frammentario, precario. Oggi è difficile ma affascinante attivarsi ed attivare processi per ridare senso,  riconoscimento, dignità al lavoro ed ai lavoratori.
  2. La Repubblica è stata fondata sul Lavoro per questi motivi, ne consegue che i Lavori devono essere sempre considerati di Tutti e per Tutti come Azione, Diritto e Bisogno. (Concetto di essere utili ed inutili) Quando c’è il lavoro dignitoso e  partecipato, paga e ripaga la persona; quando non c’è, la degrada. Chiari sono gli  esempi dei giovani e meno giovani disoccupati, inoccupati o espulsi dai processi  produttivi; (come per tutti lo sono stati quei tre mesi primaverili di lock down, in cui  abbiamo sperimentato la nostra inutilità, ci alzavamo al mattino e non sapevamo  cosa pensare e cosa fare)… appunto, quando il lavoro manca, ci si sente come  essere inutili a noi stessi, alla nostra famiglia ed alla società tutta.
  3. Nel pensare al titolo di questo convegno intendevamo mettere davanti a Milano un “per”, cioè verso una Milano città del Lavoro partecipato e dignitoso… perché siamo coscienti che in questa città del lavoro vi sono ancora contraddizioni da colmare e  da correggere. Antoniazzi nella sua relazione introduttiva, auspica un “PATTO DEL  LAVORO” (nel nuovo programma di Beppe Sala alle prossime elezioni  amministrative comunali), come una mobilitazione di tutte le energie Ambrosiane  disponibili. Già nel suo nuovo libro, “Società per Azioni”, Sala richiama l’universo  della città-mondo aperta e connessa a questa sfida.
  4. La vera e seria sfida, odierna e futura, di Milano per il lavoro, è quella di riconvertire il mercato e l’economia attuale, (basata esclusivamente sul massimo profitto dei capitalisti ed il massimo soddisfacimento dei bisogni dei consumatori), per evitare il  più possibile gli scarti sociali e gli scarti ambientali (vedi le encicliche di Papa Francesco “Laudato si’” e “Fratelli Tutti” capitolo V “La migliore Politica”, 162).
  5. Ringrazio i relatori del convegno, che hanno sviluppato i temi (del lavoro e la rigenerazione sociale), idee e proposte per il lavoro, il ruolo del Comune di Milano sul Lavoro, i problemi dello Smart working, la partecipazione e le esperienze dei  servizi e l’azione educativa nelle periferie per le politiche attive del lavoro. Si sono  scandagliate le problematiche attuali, colte le contraddizioni, ma nello stesso  tempo, sono emersi orientamenti, progetti e proposte per un programma  amministrativo dove il lavoro possa ridiventare tema centrale, partecipato e  dignitoso.
  6. In fine, sinteticamente, rivolgo ai convenuti ed agli interessati che ci seguono in remoto questa dichiarazione: “Oggi, qui al circolo Acli di Lambrate, dedicato a Giovanni Bianchi, sono convenuti diversi rappresentanti di associazioni della  società civile Ambrosiana. Ci siamo ritrovati con DEMOS-MILANO a riflettere sulle  problematiche del Lavoro, con approfondimenti sulle politiche attive, già in atto da  parte nostra sul territorio milanese ed in particolare nelle sue periferie. Da queste  esperienze, siamo convinti che è giunto il momento di proporre alla ‘città-faber’ per

eccellenza un progetto Politico, affinché a Milano, il Lavoro ridiventi per tutte le  cittadine ed i cittadini: “dignitoso e partecipato. (La Politica, ricominci da qui, dal  Lavoro!) Questi contenuti e questo metodo sono la risultante di un lungo cammino  di confronto tra diverse realtà associative e di corpi intermedi milanesi. Oggi in  questo convegno abbiamo messo a tema il Lavoro, nei prossimi mesi, affronteremo  il tema delle Politiche attive per l’immigrazione e del terzo settore. Riflessioni e  proposte su temi che dichiarano il nostro impegno di continuare a lavorare  pubblicamente per contribuire con proposte Politiche alla formazione dei programmi  di centrosinistra delle elezioni amministrative della prossima primavera 2021 al  comune di Milano. Con questa prospettiva, auspichiamo inoltre che il sindaco  Beppe Sala, sciolga al più presto le sue riserve e si renda disponibile a ricandidarsi

 

Una risposta

  1. Redazione ha detto:

    Se fossi molto giovane direi che mi sento un ragazzo che si è allenato con entusiamo nel giocare a calcio e si ritrova su un campo da rugby. Tutto è nuovo, tutto è cambiato. Bisogna confrontarsi con questa nuova realtà. Il convegno del quale sono stati riportati gli interventi accetta la sfida. E fa bene. Ma io, che vengo dall’ esperienza delle lotte del 68 e 69, dal calibrare le proposte sui rapporti di forza, dall’ agire per costruirne di più favorevoli, dalla cultura della “classe operaia operaia che liberando se stessa, libera tutti”, dalla speranza di cambaire il mondo (in meglio, ovviamente,non come è oggi), io che tutto mi aspettavo salvo che finisse così, mi ritrovo, appunto, come uno emerso dal passato che si ritova in un altro mondo. Mi consola che per alcuni aspetti il passato non è poi così passato. I padroni fan sempre i padroni e Bonomi, presidente della Confindustria ( anche peggio di quelli che ricordo ) con tutto quel che succede rivendica il diritto di licenziare, che pare sia quel di cui hanno bisogno le imprese e che porterebbe, probabilmente, ad una vandea sociale devastante). I lavoratori chiedono aumenti salariali , giustamente, (crecono infatti tra loro i nuovi poveri) e utile sarebbe un movimento unificante con l’obiettivo, non facile, del salario minimo garantito per legge. Molte cose son nuove e altre no, ci sono da sempre. Condivido comunque l’ idea di fondo del Convegno : il problema del lavoro è politico. La riorganizzazione della società (il futuro) passa per la “questione lavoro” ( si pensi alla formazione permanente, alla riduzione dell’ orario di lavoro) e per una nuova idea del lavoro. il contesto è nuovo, non dobbiamo temere le nuove idee ( io un poco le temo, per via dell’ età forse, ma come dice Garcia Marquez la saggezza arriva quando non serve più a nulla). In effetti, il rugby è diverso dal calcio, in entrambi i casi bisogna correre e dar spintoni, ma è diverso. franco calamida CBC.

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