Referendum costituzionale: le ragioni del NO.

a cura di Alfiero Grandi – Comitato per il NO al referendum

 

 

Il voto è  previsto in un’unica tornata, insieme a quello per regioni, comuni, supplettive parlamentari il 20/21 settembre 2020…

Non è mai accaduto che un referendum costituzionale, da sempre considerato fondamentale, venisse abbinato ad altre elezioni perché quando i cittadini sono chiamati a decidere direttamente con il loro voto dovrebbero poterlo fare dopo essere stati informati adeguatamente e attraverso un confronto pubblico tra le ragioni del Si e quelle del No degno di questo nome. Purtroppo non sarà così.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito in parlamento ad una sceneggiata poco edificante. Pur di costringere a votare insieme per le elezioni regionali, per quelle dei Comuni, per le suppletive parlamentari e per il referendum costituzionale sul taglio del parlamento si sono viste forzature di tutti i colori.

Anche le regioni hanno tentato di fermare questa costrizione che nega la loro autonomia decisionale, prevista dai loro Statuti, punto che andava salvaguardato. Semmai è su altri aspetti del ruolo delle regioni che il governo avrebbe dovuto già intervenire con maggiore determinazione, come ha dimostrato la pandemia, per garantire gli stessi diritti a tutti i cittadini e per questo obiettivo sarebbe utile approvare una semplice e chiara norma che obblighi il governo a garantire l’unità nazionale dei diritti fondamentali dei cittadini.

La maggioranza parlamentare che sostiene il secondo governo Conte è stata pressoché costretta dal M5Stelle a insistere sull’appuntamento unico per il voto, individuato dal governo nel 20/21 settembre.

Tutto si poteva cambiare tranne questo aspetto perché si voleva a tutti i costi avere un unico appuntamento elettorale. Perché?

La ragione sta nel fatto che evidentemente il referendum costituzionale non è in sé un argomento in grado di convincere i cittadini ad andare a votare per il taglio del parlamento, obiettivo di cui il M5Stelle ha fatto una bandiera ideologica nella speranza di risalire nei sondaggi, senza prestare attenzione alle conseguenze politiche ed istituzionali della sua scelta.

Per porre riparo allo scarso interesse dei cittadini su questa scelta non si è trovato di meglio che tentare di arrivare ad un unico appuntamento elettorale per votare per le regioni, per i comuni, per le suppletive parlamentari e per il taglio del parlamento, forzando la precedente legge in vigore, che – correttamente – non prevedeva la possibilità di accorpare le modifiche della Costituzione con altri appuntamenti elettorali per lasciare ai cittadini la possibilità di informarsi e di scegliere sulla base di un vero confronto di opinioni.

Viene spesso trascurato che nei referendum costituzionali elettrici ed elettori esercitano un potere diretto, cioè decidono al posto del parlamento, le cui decisioni sono sospese fino a quando non abbiano la conferma o la sconfessione dei cittadini.

Per questo, su pressione del M5Stelle, si è arrivati ad approvare una nuova legge per cambiare le regole in vigore.

La responsabilità del M5Stelle è evidente, pur di arrivare a tagliare i parlamentari ha deciso di forzare la mano, prima imponendo alla nuova maggioranza parlamentare del Conte 2 di votare, nella quarta ed ultima lettura parlamentare, la modifica della Costituzione (un grave errore perchè la Costituzione non dovrebbe mai essere sacrificata ad un accordo politico di governo) poi puntando ad un unico appuntamento elettorale da quando è apparso chiaro che tra gli elettori non c’è lo stesso entusiasmo che sembra esserci nel gruppo dirigente del M5Stelle, con l’obiettivo di tentare di portare a votare per il referendum gli elettori che già debbono scegliere l’amministrazione regionale, quella comunale o i nuovi parlamentari.

Le motivazioni sui rischi di svolgere elezioni in questo periodo, causa covid 19, appare e scompare a seconda della convenienza del momento.

Nessuno nega i problemi legati ad una pandemia che tuttora non è sotto controllo, ma è altrettanto chiaro che tra settembre e ottobre nessuno è in grado oggi di prevedere una reale differenza. Infatti tra settembre e ottobre non è possibile stabilire per ora una differenza di pericolo del ritorno della pandemia e nessun esperto può assicurare che un periodo sarà meglio dell’altro.

Possiamo solo augurarci che la pandemia non ritorni e fare di tutto per prevenirne la possibile nuova diffusione. Inoltre si potrebbero individuare altre sedi istituzionali, diverse dalle scuole, storicamente utilizzate come seggi elettorali, in cui potere esercitare il diritto di voto, diminuendo di molto – se non azzerando – l’interferenza con l’anno scolastico.

Quindi un unico appuntamento elettorale a settembre non ha reali motivazioni se non l’interesse di una parte, in questo caso il M5Stelle, per cercare di trarre un presunto vantaggio da un maggiore afflusso elettorale, cercando così di evitare i pericoli per l’esito legati ad una partecipazione al voto molto ridotta sul taglio del parlamento e quindi con il rischio di un sostanziale fallimento politico di questa modifica della Costituzione.

Sono state presentate diverse richieste ai giudici per bloccare la decisione di un unico appuntamento per il voto, per difendere l’importanza e la specificità di argomenti che riguardano importanti modifiche della Costituzione e vedremo quale sarà l’opinione della Corte costituzionale, visto che i senatori che hanno promosso il referendum hanno preannunciato un ricorso.

Il Comitato per il No al taglio del parlamento comunque ha deciso di avviare la campagna elettorale per il referendum, pur nelle condizioni difficili che si prospettano, con tv, radio, stampa, social del tutto alieni da un’opera di doverosa informazione degli elettori.

Per di più la campagna elettorale risentirà pesantemente delle conseguenze della forzata chiusura in casa nel periodo acuto della pandemia da covid 19 e del periodo di agosto, nonché della presenza contemporanea di altri appuntamenti elettorali che rischiano di togliere attenzione alle modifiche della Costituzione.

Eppure proprio chi ha voluto arrivare a questo taglio del parlamento aveva attribuito un significato simbolico, di svolta, a questa scelta. Ci si poteva aspettare un comportamento coerente ma così non è stato e alla fine l’importante sembra essere quella di imporre la scelta con ogni mezzo.

Questo ci impone una campagna elettorale netta, senza risparmio, capace di mettere in luce le responsabilità ed i comportamenti opportunisti che hanno reso possibile arrivare ad approvare iltaglio del parlamento.

Infatti solo il capovolgimento di posizione politica delle altre componenti di sinistra della attuale maggioranza, passando dal No al Si all’improvviso e senza spiegazioni, ha consentito di ottenere la maggioranza per approvare definitivamente il taglio del parlamento.

Taglio del parlamento le cui motivazioni erano e restano ridicole e i presunti esigui risparmi di spesa lo confermano.

I risparmi di spesa sono tipiche motivazioni che lisciano il pelo al populismo. Mentre sarebbe indispensabile una discussione sul ruolo che dovrebbe avere il parlamento in Italia, che è una repubblica parlamentare, fondata sul ruolo della rappresentanza dei cittadini, liberamente eletta.

E’ ormai chiaro che il taglio del parlamento non è fatto per rilanciarne il ruolo ma finirà per ridimensionarlo, ribaltando i rapporti tra parlamento e governo.

Sostenere che il parlamento può essere ridotto di numero, un terzo circa, senza riguardo alle conseguenze delle sue funzioni, tanto più dopo un periodo non facile come quello della pandemia, vuol dire sottovalutare che si scaricherà sulla rappresentanza dei cittadini una perdita di ruolo preoccupante, che modificherà i rapporti di forza con gli altri assetti istituzionali del nostro paese, in particolare con il ruolo del governo.

I cittadini peseranno ancora meno, avranno una rappresentanza meno in grado di farsi sentire. Il danno sarà anzitutto per loro. Già oggi il governo pesa troppo e il parlamento è costretto ad approvarne i provvedimenti, talora a scatola chiusa, mentre dovrebbe essere il contrario.

I cittadini dovrebbero eleggere i loro rappresentanti che dovrebbero rappresentarne la voce, le preoccupazioni, le speranze e sulla base di una maggioranza dare la fiducia ad un Presidente del Consiglio e quindi ad un governo con lo scopo di farlo governare sulla base delle leggi e degli indirizzi del parlamento.

Siamo proprio sicuri che sia giusto ridurre il ruolo del parlamento dopo la fase della pandemia nella quale in parte per ragioni oggettive ma soprattutto per scelta politica c’è stato un accentramento mai visto dei poteri nel governo, con un uso dilatato del ruolo del Dpcm, strumento di norma limitato nel suo utilizzo perchè sfugge ai controlli, in particolare del parlamento e del Presidente della Repubblica e di cui risponde il solo Presidente del Consiglio?

Ad un certo punto forse si è capito che occorreva non esagerare e quindi si è ricorsi ai decreti legge, che il parlamento ha l’obbligo di esaminare e convertire entro 6o giorni, per dare un fondamento di legge ai Dpcm.

Era già eccessivo in precedenza il ruolo del governo che di fatto condiziona da anni il ruolo e l’agenda del parlamento con i decreti legge e i voti di fiducia a raffica.

Da troppi anni il parlamento ha visto ridursi la sua effettiva capacità di rappresentare, cedendo buona parte di questo ruolo al governo che di rappresentanza ne ha proprio pochina, visto che il voto di fiducia verso il governo non dà presunzioni di rappresentanza, ma semmai certifica la delega da parte del parlamento.

La pandemia del corona virus è stata l’occasione per dare un altro colpo pesante al ruolo della rappresentanza parlamentare.

Certo ci sono anche i gravi difetti della rappresentanza stessa, questo non può essere negato, perché i parlamentari, anzitutto per l’effetto di leggi elettorali che da troppi anni sottraggono agli elettori il diritto di scegliere direttamente i loro rappresentanti, sono di fatto subalterni ai governi e ai capi partito.

Di fatto gli eletti sono scelti dall’alto. Non rispondono agli elettori da troppo tempo, perchè la loro elezione non dipende da chi debbono rappresentare (i cittadini) ma dai capi che decidono le liste e a cui di fatto rispondono, perchè dai capi dipende la loro elezione, ed eventuale rielezione.

Quindi i parlamentari hanno le loro responsabilità, mostrate plasticamente con la lontananza dai loro compiti per una fase della pandemia.

Tuttavia ai capi partito fa comodo avere questa situazione, perchè questo consente loro un accentramento formidabile del potere di scelta, al punto che il nostro sistema parlamentare oggi è fortemente modificato da questa situazione. Questo porta in primo piano l’esigenza di approvare una nuova legge elettorale, che deve essere proporzionale, senza sbarramenti assurdi e con la certezza che gli elettori possano scegliere chi eleggere in parlamento, non come oggi.

Anche se questo accentramento sulla singola persona ha radici più antiche, si può dire che è iniziato quando è stato consentito di mettere il nome del candidato presidente del Consiglio sulla scheda elettorale. Tutto è iniziato con Berlusconi, che non ha trovato una vera resistenza nelle altre forze politiche, ed è proseguito in altri settori politici, sinistra compresa. Ad un certo punto il nome del leader nel simbolo è diventata una moda che pochi hanno respinto.

Questo ha avviato una fase di accentramento delle decisioni e un disequilibrio nei poteri che da tempo non trova soluzione, perchè restiamo una repubblica parlamentare che però usa strumenti che non sono propri di questa forma istituzionale. Strumenti che sono fortemente personalizzati, e questo crea una situazione anomala e squilibrata.

Tuttavia bisogna ricordare che alcuni scelgono di spingere in questa direzione perchè sono convinti che prima o poi l’Italia dovrà abbandonare la forma della repubblica parlamentare.

Del resto in settori politici disparati, non da oggi, ci sono tentazioni presidenzialiste, che per alcuni a destra sono una scelta di modifica più di fondo della nostra Costituzione e che per altri – democratici e sinistra – rappresenta un’evoluzione certo di minore impatto ma che sottovaluta lo slittamento che ci potrebbe essere verso una repubblica presidenziale vera e propria, come vuole la destra, che lo dice apertamente.

Infatti ci sono percorsi che quando iniziano rischiano di prendere la mano e il taglio dei parlamentari è uno di questi perchè indebolisce il ruolo del parlamento, che oltre al taglio in sé resterà sotto botta per molto tempo e avrà difficoltà perfino a svolgere il suo ruolo ridimensionato, visto che dovrebbe approvare nuovi regolamenti parlamentari di funzionamento per i quali sono sempre occorsi anni.

Infatti parlare di taglio dei parlamentari e insieme di rilancio del parlamento è come pretendere di bombardare un edificio per ristrutturarlo, è evidente che verrà raso al suolo. Il taglio dei parlamentari è un modo per ridimensionare strutturalmente il ruolo del parlamento e questo per alcuni è in realtà la premessa per cambiare il nostro sistema istituzionale, nato con la Costituzione.

Quindi il taglio del parlamento è una decisione da apprendisti stregoni, con risultati finali che potrebbero prendere la mano, perfino oltre le intenzioni, e finire con un serio rattrappimento della democrazia italiana.

Ci potevano essere altre scelte, bastava discuterne, ma la demagogia populista non ha sentito ragioni e i confronti sono sempre stati finti, in realtà la discussione doveva solo confermare l’assunto iniziale. Purtroppo altri hanno ceduto, subito, accolto questo gioco al massacro.

In gioco ci sono da un lato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla vittoria sul nazifascismo, che è certamente avanzata e socialmente fondata su valori e diritti dei cittadini, dall’altra ci sono i rischi derivanti da modifiche poco meditate e ancor meno in grado di essere controllabili nell’approdo finale.

Questa è la vera responsabilità degli altri partiti della maggioranza, che hanno capovolto la loro posizione parlamentare, ma anche dell’opposizione di destra che già prima ha contribuito con il voto a favore del taglio del parlamento durante il periodo del primo governo Conte, di cui la Lega faceva parte.

E’ censurabile mettere la Costituzione e le sue modifiche sullo stesso piano di scelte politiche contingenti come può essere un programma di governo e questo opportunismo politico è stato comune con diverse coalizioni, sia con il Conte 1 che con il Conte 2. Così si è arrivati a votare un taglio dei parlamentari – che in realtà non convince neppure chi l’ha votato – solo perchè c’era il timore di mettersi contro un’opinione pubblica considerata a favore di questa scelta, scegliendo in sostanza un comportamento opportunista.

In realtà questa scelta era contrastabile e anche il M5Stelle poteva essere costretto a prendere atto che il suo orientamento ideologico era un errore. Per altri argomenti è stato fatto, in questo caso no, la differenza sta tutta nel grumo di interessi che hanno portato a resistere in alcuni casi e a mollare sul taglio del parlamento. Una scelta grave e miope.

Recentemente in più occasioni esponenti della destra hanno rimbrottato al governo di non volersi confrontare in parlamento, di non rispettarne il ruolo. Curiosa critica da parte di chi dichiara di essere favorevole al taglio dei parlamentari e al ridimensionamento del ruolo della rappresentanza. Un atteggiamento a corrente alternata. Il parlamento sembra importante solo quando si è all’opposizione. Tuttavia il governo Conte 2 e la maggioranza dovrebbero sfidare la destra a riconoscere e valorizzare il ruolo del parlamento, ma non sono in grado di farlo perché è proprio la maggioranza che ne porta avanti il taglio e il ridimensionamento. Tutto questo porta a una situazione confusa, incomprensibile, contraddittoria che va denunciata con forza.

La campagna elettorale sarà Costituzione contro populismo e opportunismo. Fare vincere il No è la migliore garanzia per il futuro della nostra democrazia.

Alfiero Grandi

22/7/2020

Seguono articoli di Franco Calamida, Mariangela Villa, Nadia Urbinati, Barbara Spinelli , Luigi Ferrajoli, Roberto Biorcio e Valerio Onida.

 

 

 

 

 

 

 

 

5 Risposte

  1. Calamida ha detto:

    Voterò NO.
    Il referendum dovrebbe essere occasione di dialogo sociale. Così non è stato. C è indifferenza e non fa bene alla democrazia che è in crisi e ancor più lo sarebbe con la vittoria dei si. Il movimento 5 S lo ha proposto come forma di attacco al Parlamento e dunque alla Costituzione. “L apriremo come una scatola di sardine” lo dissero. Sono ben cosciente della difficoltà della democrazia, ma credo non si debba rinunciare alla “buona politica” contrapposta all “antipolitica”, cosi diffusa. La Costituzione va applicata, in particolare l art. 49, restituendo i partiti alla società (Luigi Ferrajoli). La democrazia diretta (leggi di iniziativa popolare) deve essere praticabile con efficacia (proposta di Stefano Rodotà). So che non basta IL NO. Dovremo essere propositivi, non è la fine della democrazia. So che che nulla è semplice in questo referemdum e che vi sono diversi punti di vista. Il mio punto di vista è che se vince il si tutto sarà più difficile. Per molto tempo. Nessun argomento del si mi pare convincente, non si può votare si. Un buon risultato del No aprirebbe invece qualche spazio più favorevole. Senza farmi troppe illusioni. Franco Calamida.

  2. Redazione ha detto:

    Nadia Urbinati
    Il problema del NO sta nel fatto che a sostenerlo vi è tutta la compagine dei giornali nazionali. Essi fanno la campagna contro il governo. Della Costituzione a loro interessa poco o nulla. Sono uguali e opposti a chi vota SI per difendere l’alleanza di governo. È triste vedere quanto scarsa cultura costituzionale ci sia nel nostro paese. Eppure, la miglior difesa della democrazia è la sua ricostituzionalizzazione, contro gli interessi faziosi che la prendono per asservirla ai loro scopi.
    Francesco Cannavacciuolo
    Anche dalla parte del NO, in fatto di Costituzione siete messi male e lei lo sa bene. Si legga Barbara Spinelli “quel maledetto imbroglio del No”
    Giovanni Ceriani
    Gentile Nadia, appiattire così le posizioni è ingeneroso e propriamente sbagliato. Secondo logica causa-effetto vi è stata PRIMA il repentino, ipocrita, volgare, subdolo, pericoloso, strumentale schieramento di costoro nel fronte del no, con un potenza mediatica abnorme. E pure con una furba capacità di strumentalizzare le dignitore obiezioni di alcuni del no. POI, a fronte di uno stravolgimento della campagna in questo senso, c’è stata la presa di posizione di alcuni – ricordo che il primo è stato Bersani, non uno Zingaretti qualunque – per svelare il trappolone. Il prima e il poi, come la causa e l’effetto vanno ben spiegati e aggiungo ricompresi nell’interpretazione della fase. Poi la questione “tecnica” può rimanere sul tappeto ma – ancora una volta – ci sono VITTIME e AGGRESSORI.
    Il No di sinistra, maledetto imbroglio
    di Barbara Spinelli -, 13 settembre 2020
    Bisogna davvero essere ciechi per non vedere che i fautori del No al referendum sul taglio dei parlamentari si agitano molto, in taluni casi fino a sconfinare nel turpiloquio, ma in testa hanno un pensiero unico e fisso: questo Movimento 5 Stelle non ha da esistere, va fatto fuori, e se l’operazione chirurgica comporta la vittoria delle destre e la sconfessione di 40 anni di battaglie del Pd fa niente, sempre meglio del guazzabuglio che abbiamo davanti, i cui contorni sono talmente poco chiari.
    A ragionare così è una parte delle sinistre, e man mano che passano i giorni la loro voce si fa al tempo stesso più sgangherata e più inconsistente.
    È il caso del No proclamato su «La Stampa» da Roberto Saviano, che non ritiene utile spiegare neanche di soppiatto le ragioni della sua preferenza ma che di una cosa è assolutamente certo: i 5 Stelle, e Di Maio in particolare, sono “intrisi di una cultura profondamente autoritaria e xenofoba” e vanno finalmente liquidati con un sonoro “va ’a cag…” (equivalente sopraffino di vaffa). Quanto a Conte, l’unica prospettiva che offre è morire democristiani, dunque fuori anche lui. Il ragionamento di Montanelli sul voto dato tappandosi il naso per Saviano non vale. Poco importa se Draghi, improbabile profeta della terra promessa, non succederà a Conte sconfitto. Che vengano Salvini e Meloni. Meglio loro che Di Maio, il diavolo in persona, almeno il naso non lo tocchi e il vantaggio non è da poco.
    O per meglio dire Saviano offre una ragione, che però non ha nulla a vedere col taglio di parlamentari: questo governo intrallazza con la Libia, accetta che i migranti vengano respinti in un paese dove i richiedenti asilo vengono torturati e uccisi. Obiezione più che giusta e che condivido, se non fosse che a inaugurare gli intrallazzi non sono stati i 5 Stelle ma i governi Pd, la Lega e prima ancora Berlusconi. Non esiste neanche di lontano una maggioranza pronta a ribaltare la politica italiana in Libia ma esiste solo un suo incattivirsi, se Salvini e Meloni vanno al governo.
    Non meno inconsistente il No delle Sardine, esperte in frasi fatte e dubbie frequentazioni. Dice Mattia Santori: “Durante il lockdown abbiamo studiato tanto, soprattutto sul percorso e sulle parole che accompagnano un referendum. Per questo votiamo No”. Non è che sia propriamente una spiegazione del voto: in fondo sono stati in tanti a permettersi di passare il lockdown studiando, lasciando che a lavorare restassero Conte e governo, infermieri, medici e scienziati, maestri e “driver”. Se dopo tanto sgobbare Santori annuncia che vota No perché ha studiato farebbe meglio a star lontano dai microfoni.
    Poi c’è il no dei giornali mainstream, che i 5 stelle non li hanno mai sopportati. In particolare c’è il No di giornali che vantano una patina ormai slavata di sinistra, tipo «Repubblica». Fa impressione che questo No di sinistra sia sbandierato in nome della Carta costituzionale, che non prescrisse il numero attuale di parlamentari (questi furono portati a oltre 600 con una legge del ’63, per moltiplicare poltrone e clientes ben oltre la proporzione decisa dai costituenti in base alla popolazione). O in nome dell’analogo No che affossò la riforma costituzionale di Renzi. Come se le due riforme fossero paragonabili. Salvatore Settis ha ricordato opportunamente su questo giornale come le due riforme non siano paragonabili: quella odierna prevede il ritocco di due articoli, contro i sostanziosi 45 riscritti da Renzi.
    Naturalmente esistono dei No argomentati con più finezza, cioè fornendo qualche dettaglio in più (è il caso di Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Livio Pepino, ecc.). Ma questi ultimi sono sommersi dal chiasso dei No vuoti di senso, che hanno come solo obiettivo quello di indebolire la presidenza Conte (il Recovery Fund da lui ottenuto a Bruxelles è appena qualche bruscolino), bloccare ogni timido tentativo di collaborazione fra Pd e 5 Stelle, staccare definitivamente il primo dai secondi, nell ’astrusa convinzione che fra i due, il partito meno confusionario sia il Pd. Questo fronte dei No, Settis lo ritiene ammaliato dal breve termine e del tutto incoerente (praticamente tutti i partiti, a cominciare dal Pd, hanno difeso e votato tagli simili in passato. Per legittimare il Parlamento e non per delegittimarlo).
    Il Movimento 5 stelle è certamente una formazione ingarbugliata, come minimo. Ma non c’è partito che non lo sia, a cominciare dal Pd. Alcuni esponenti di quest’ultimo hanno addirittura cambiato opinione in pochi mesi: ieri sì al taglio e oggi no, contro il parere maggioritario del partito. Zanda e Finocchiaro sognano l’atterraggio di Draghi (per quale politica “di sinistra”?) e chi sogna non è tenuto a spiegare.
    Non sono tuttavia la confusione e frammentazione del M5S a indisporre di più. Indispone che una buona parte dell’elettorato classico della sinistra ha da tempo traslocato nel Movimento (oltre che nella Lega), e non aspira a tornare nei vecchi partiti. Questo continua a essere intollerabile per il Pd, che insiste in una visione patrimoniale degli elettori (“questi sono MIEI e me li riprendo”). Difficile presentarsi come partito che ha ambizioni egemoniche sulla sinistra o sulla cultura, quando hai sacrificato quasi tutti i tuoi vecchi programmi al punto di fare affidamento sul neoliberismo di Draghi, e vieni sistematicamente sor – passato da un movimento – un elettorato – non più monopolizzabile. L’unico che ha intuito il dramma è Bersani, il quale voterà Sì e dice chiaramente che non sarebbe Draghi a profittare di una disfatta al referendum – soprattutto se combinata con sconfitte alle regionali – ma Salvini e Meloni.
    Una delle più convincenti argomentazioni a favore del Sì mi è parsa quella di Lorenza Carlassare. “Se passasse il No –dice la costituzionalista –nulla verrebbe più cambiato. In particolare non verrebbe più cambiata neppure la legge elettorale […] la scelta di chi sarà eletto è unicamente operata dalle direzioni dei partiti […] prescindendo completamente dal rapporto con gli elettori”. E ancora: “In questa situazione non conta tanto il numero dei parlamentari quanto il loro rapporto con gli elettori. Se verso di noi non sentono alcuna responsabilità, di che democrazia stiamo parlando?” Già: di che democrazia stiamo parlando? Nessuno prova speciali godimenti nel votare turandosi il naso (neanche a Montanelli “piaceva”) ma godere per una vittoria di Salvini che magari chissà, faciliterà l’arrivo di Draghi, è più di un errore. È un maledetto imbroglio.
    © 2020 Editoriale Il Fatto S.p.A.

  3. Redazione ha detto:

    Luigi Ferrajoli, Perché non andrò a votare a questo referendum

    Per la prima volta nella mia vita non andrò a votare, associando peraltro al non voto un significato politico. Le mie ragioni del non voto sono legate al pessimo dibattito che da entrambe le parti si è sviluppato su questo referendum.
    Pessime, ovviamente, le ragioni – apertamente antiparlamentari – portate dal movimento 5 stelle a sostegno del Si: il risparmio annuale di qualche milione di euro. Su questo non mi pare che si debbano aggiungere altre parole a quelle spese giustamente dai sostenitori del No. Quindi non voterò Si, per non assecondare il vento dell’antipolitica che prevalentemente sta spingendo a suo favore. Ma mi pare un segno di subalternità alle penose ragioni del Si votare No soltanto per questo, e non per ragioni di merito.
    Nel merito, la modifica costituzionale che si andrà a votare è pressoché irrilevante, non paragonabile neppure lontanamente alle due controriforme promosse l’una dal centrodestra nel 2005 e l’altra dal centrosinistra nel 2016. Come ha osservato Valerio Onida, essa “non mette in gioco valori costituzionali” e neppure comporta una perdita della rappresentatività delle Camere, che non è legata al numero degli eletti ma al metodo della loro elezione. Semmai, a sinistra, abbiamo sempre sostenuto (e anch’io, ripetutamente) l’opportunità di una riduzione del numero dei parlamentari. E’ infatti innegabile che un organo collegiale è tanto più inefficiente quanto più è pletorico; e che un numero ridotto di componenti rende i parlamentari più visibili, forse selezionati con criteri più rigorosi e, comunque, più facilmente identificabili e quindi più responsabili. La vera questione, come hanno scritto nel loro documento Gaetano Azzariti, Maria Luisa Boccia e Franco Ippolito, è allora l’abbandono del sistema elettorale maggioritario, che in Italia è stato uno dei principali fattori della personalizzazione della politica sulla quale sono cresciuti tutti i populismi. E’ chiaro che una simile prospettiva, mentre sarebbe affossata da un successo dei No, ha una qualche possibilità di realizzarsi, come hanno scritto Lorenza Carlassarre e Mauro Volpi, solo se, in accordo con la riforma, sarà approvata una legge proporzionale come quella già proposta in Parlamento che elimina l’attuale quota maggioritaria (la quale, tra l’altro, sarebbe interamente conquistata, a man bassa, dalle destre unite, che non a caso stanno mobilitandosi sotterraneamente per il no).
    Ma non sono queste le ragioni più rilevanti del mio dissenso dalla campagna per il No. La mia critica principale ai sostenitori del No è molto più di fondo. Mi domando, e domando ai tantissimi amici che stimo e che si sono impegnati per il No: a che cosa giova sostenere la tesi, quanto meno fortemente opinabile, che il Parlamento che quasi certamente ne verrà, solo perché di 600 membri anziché di 945, sarà meno rappresentativo e meno legittimo di quello esistente? o peggio, come dicono in troppi, che la Costituzione ne sarà stravolta, la nostra democrazia parlamentare indebolita o peggio ancora, come ho letto, sfigurata e dimezzata? Quasi certamente vincerà il Si. Non dobbiamo quindi temere che proprio la campagna per il No, soprattutto per i suoi toni accesi e catastrofici, delegittimando il futuro Parlamento, rischi di produrre proprio gli effetti da essa associati alla vittoria dei Si?
    Che cosa faranno dal 21 settembre in poi, se vincerà il Si, i fautori del No che intendono continuare a difendere la Costituzione del ‘48 e il nostro Parlamento dal populismo montante e dai progetti di riforma del nostro sistema politico in senso presidenziale? Continueranno a dire che la nostra Costituzione non è più quella di oggi e il Parlamento con un minor numero di parlamentari è meno legittimo dell’attuale? Nei confronti del quale, oltre tutto, essi stessi sollecitano un voto di totale sfiducia, che non ha precedenti nella storia per la sua radicalità, dato che investe una riforma che come ha ricordato Onida è stata approvata alla Camera, nella sua ultima votazione, con il 97,5% dei votanti (553 voti su 567). E’ questa la mia preoccupazione maggiore: l’ulteriore delegittimazione del Parlamento, già oggi così pesantemente screditato dalla campagna in atto perfino nella sua forma attuale. Una preoccupazione che è tanto maggiore, ovviamente, quanto più stimabili e credibili sono gran parte dei sostenitori del No. C’è infatti un ruolo performativo svolto inevitabilmente dalla cultura giuridica, tanto più se stimabile e credibile, nella produzione delle nostre immagini delle istituzioni democratiche e del senso politico associato alle vicende istituzionali.
    Per questo la mia speranza è che al referendum vada a votare il minor numero possibile di elettori. E’ questo il senso politico del mio non voto. Una bassa affluenza sarebbe il segno da un lato della sconfitta dei populisti e del loro anti-parlamentarismo; dall’altro della scarsa rilevanza politica associata al numero dei parlamentari rispetto alla questione realmente di fondo. Che è quella della restaurazione della centralità al Parlamento: in primo luogo attraverso l’approvazione di una legge elettorale perfettamente proporzionale, che corregga anche le attuali proposte proporzionali dirette a escludere le minoranze con alte soglie di sbarramento; in secondo luogo mediante un’adeguata riforma dei regolamenti delle Camere che restituisca il potere di emendamento ai singoli parlamentari, abolisca i ristretti tempi dei loro interventi, ponga fine alla possibilità dei governi di bloccare la discussione con maxiemendamenti sostitutivi e sopprima i tanti altri marchingegni – canguri, ghigliottine e simili – introdotti dall’inventiva anti-parlamenre di questi anni. Sarà questo l’obiettivo che dovrà impegnare unitariamente l’insieme, oggi diviso, delle forze accomunate dalla difesa della nostra democrazia parlamentare.

  4. Redazione ha detto:

    Riportiamo la posizione espressa da Mariangela Villa, Presidente dell’ Associazione CostituzioneBeniComuni.

    Domenica e lunedì prossimi si voterà in tutta Italia per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari, e in molte regioni e comuni anche per alcuni consigli regionali e comunali. Al di là della costituzionalità o meno della scelta di accorpare elezioni così diverse, quello che a mio modesto parere emerge è la chiara volontà politica di voler confondere le acque e il probabile tentativo di ridurre il rischio di un fallimento politico nel caso la partecipazione al voto referendario risultasse molto ridotta.
    Rispetto al quesito referendario non c’è una contrarietà a priori alla riduzione del numero dei parlamentari ma, come affermato dalla costituzionalista Roberta Calvano, “quando la riforma è sorretta da ragioni sbagliate (antipolitica e facile demagogia sui costi della politica) e non correttamente innestata nel corpo della Costituzione, ignorando i contraccolpi che essa produrrà su garanzie e funzionamento della macchina parlamentare, il No diventa l’unica strada.”
    Il testo di legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei Deputati da 630 a 400 e la riduzione dei Senatori da 315 a 200, nella relazione di accompagnamento al disegno di legge costituzionale tre sono gli obiettivi che vengono individuati esplicitamente:
    aumentare l’efficienza e la produttività delle Camere
    razionalizzare la spesa pubblica
    allineare l’Italia agli altri Paesi europei che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.
    Rispetto al primo obiettivo forse ci dovrebbero spiegare cosa si intende per efficienza e produttività, fare più leggi? Certamente non sono leggi che ci mancano, tutt’altro e su questo sarebbe sì interessante un confronto con altri paesi europei. Fare leggi migliori? Ma questo poco ha a che vedere col numero dei parlamentari e molto più con la loro preparazione e competenza. Forse i problemi stanno nei maxiemendamenti, nelle decretazioni d’urgenza, nel funzionamento delle commissioni, che indeboliscono la funzione parlamentare
    A riguardo della razionalizzazione della spesa è ovvio che debba essere perseguita andando però a vedere dove sono effettivamente gli sprechi e in ogni caso non può essere questa una motivazione costituzionale.
    Infine anche il raffronto internazionale può essere fatto prendendo a riferimento criteri e metodi di comparazione differenti perché non stiamo confrontando sistemi omogenei.
    Mettendo a confronto il numero dei deputati per le sole camere basse (molti Stati hanno o un parlamento monocamerale o, in caso di bicameralismo, una camera alta non eletta direttamente dai cittadini e/o con funzioni diverse dalla prima camera) il dato mostra come il rapporto fra numero dei parlamentari e popolazione in Italia si allinei a quello di altri Paesi europei. L’Italia ha un numero di deputati (camera bassa) ogni 100.000 abitanti pari a 1, identica al Regno Unito (1) e simile alla Francia (0.92) , alla Germania (0.93) , ai Paesi Bassi (0.9), alla Polonia (1.2), al Belgio (1.3). Non mancano Paesi che presentano una percentuale decisamente più alta, quali, per limitarsi a qualche esempio: Austria (2.1), Danimarca (3.1), Grecia (2.8), Portogallo (2.2), Svezia (3.4); per non citare Stati con popolazioni e territorio di dimensioni assai ridotte, come Slovenia (4.4), Lussemburgo (10), Malta (14.3).
    In caso di approvazione della riforma, l’Italia si troverebbe ad avere una percentuale pari a 0.7, la percentuale più bassa fra gli Stati membri dell’Unione europea (seguita dalla Spagna, con 0.8).
    Ma la modifica costituzionale avrebbe anche ripercussioni rispetto alla rappresentanza politica, già di per sé in crisi ormai da anni e legata alla crisi di credibilità dei partiti politici. Con la riforma si passerebbe, tra le due Camere, da 1,6 a 0,9 parlamentari ogni 100.000 abitanti e con il conseguente ampliamento dell’estensione dei collegi, i territori più marginali sarebbero destinati a perdere chiari collegamenti politici, in quanto tecnicamente impossibilitati, per ragioni appunto demografiche, ad avere propri rappresentanti.
    Altro significativo effetto distorsivo sulla rappresentanza politica si avrebbe, a legge elettorale invariata, per il fatto che la riduzione dei seggi disponibili determinerebbe soglie di sbarramento implicite più alte di quelle esplicite, tali da impedire di fatto anche nei collegi plurinominali (in minor numero e più ampi) l’accesso in Parlamento alle forze politiche minoritarie, così limitando il pluralismo della rappresentanza democratica.
    Penso siano esagerati i toni catastrofici di alcuni sostenitori del No, ma è comunque importante valutare questa riforma anche alla luce delle altre riforme in discussione, quali quelle riguardanti la legge elettorale, il regionalismo differenziato, l’art.71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare.
    Risulta quindi evidente che, se vista nel più ampio progetto riformatore la riduzione del numero dei parlamentari al di là di quanto dichiarato dai proponenti, non va certamente nella direzione della salvaguardia della dignità del Parlamento e della conferma della sua centralità.
    Spero che il NO prevalgano ma, al di là di quello che sarà il risultato finale, continueremo a impegnarci per la diffusione di una cultura costituzionale.

    .

  5. Redazione ha detto:

    Cara Mariangela

    Le tue riflessioni sono sempre interessanti, ma mi sembra che ti sfugga la questione centrale che caratterizza l’attuale fase politica.

    Tutti i principali giornali (sostenuti dai principali gruppi finanziati) da diverse settimane fanno una martellante campagna per il No al referendum. Ieri anche Berlusconi ha dichiarato la sua adesione a questa campagna, mobilitando i suoi media per il No.

    Perché si impegnano per contrastare una decisione quasi unanime del parlamento, sostenuta da un ampi consenso dell’opinione pubblica? Non credo siano minimamente interessati alla difesa della costituzione. Il vero obiettivo è di indebolire e se possibile fare cadere il governo Conte. Con la speranza di sostituirlo con un governo neoliberista (magari guidato da Draghi) o di aprire la strada al centrodestra. Salvini e Meloni dichiarano di votare personalmente Si, ma fano di tutto per indurre i loro seguaci a votare No per fare cadere il governo.

    Questo mi sembra il conflitto più rilevante in questa fase politica. Chi voto No da un contributo alla battaglia del centrodestra e dei principali gruppi economici per fare cadere il governo. Bravi!!

    L’idea che la vittoria del Si potrebbe indebolire o addirittura stravolgere la nostra costituzione mi sembra ridicola. Ti invito a leggere (o rileggere) le dichiarazioni dell’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida in una intervista a Repubblica (che cerca in tutti i modi di convincerlo a sostenere le ragioni del No).

    Un caro saluto

    Roberto Biorcio

    Professor Onida, lei quindi è favorevole al taglio delle poltrone.

    «Taglio delle poltrone è un’espressione che odio».

    Trecentoquarantacinque parlamentari in meno: è diventato grillino?

    «È vero che questa è una riforma proposta dai 5 Stelle, e non è che tutto quello che viene dai grillini sia per forza negativo. Ma essendo stata approvata, da ultimo, praticamente all’unanimità dalla Camera, e quindi da tutte le forze politiche in campo, penso che dire No senza una validissima ragione di merito, sia improprio. Il No aggraverebbe il fossato di sfiducia che già c’è tra cittadini e istituzioni».

    Per i sostenitori del No, un Parlamento dimagrito funzionerà peggio.

    «Non funzionerà peggio, anzi potrebbe funzionare meglio se si coglie questa occasione per mettere rappresentanti per ogni Regione, il peso di questi aumenterebbe indebitamente. Oggi le Camere non funzionano bene, con dibattiti spesso ripetitivi in cui, invece di dialogare e confrontarsi sul merito delle proposte, ci si dedica per lo più a polemizzare con gli avversari».

    Tagliare per risparmiare sui costi della politica: è una motivazione del Sì.

    «È una motivazione fasulla. Non si risparmia sulle istituzioni. Ma è un argomento usato purtroppo in altre occasioni da tutte le forze politiche».

    Quindi quale è la ragione principale del suo Sì?

    «Sarebbe un atto di estrema sfiducia smentire una riforma approvata praticamente all’unanimità dalle forze parlamentari. Inoltre le presunte conseguenze negative della riforma che vengono oggi agitate, non mi sembrano tali. Non quella della necessità di concentrare il lavoro delle Camere in un minor numero di commissioni o di fare lavorare gli stessi parlamentari in più commissioni. Un Senato di 200 membri può lavorare benissimo».

    Nonostante manchino i correttivi istituzionali promessi?

    «I correttivi non sono indispensabili. Prendiamo la questione dell’elezione del Capo dello Stato. Non mi convince l’obiezione che riducendosi il numero dei parlamentari e rimanendo, nell’assemblea che elegge il Capo dello Stato, tre rappresentanti per ogni regione, il peso di questi aumenterebbe indebitamente. La Costituzione ha concepito il corpo elettorale del Presidente come più ampio del solo Parlamento, trattandosi di eleggere colui che per 7 anni rappresenterà l’unità nazionale».

    Ammetterà che al Senato alcune regioni saranno sotto rappresentate.

    “No. Ci sono, anche oggi, delle differenze fra Regioni perché il Senato è eletto su base regionale, e ogni Regione ha come minimo sette senatori (diventerebbero tre). Quindi il numero di senatori da eleggere non è perfettamente proporzionale alla popolazione della Regione».

    Senza una nuova legge elettorale, lo scompenso è però certo.

    «Quale scompenso? Bene che si discuta di nuova legge elettorale, ma indipendentemente dal Sì al taglio dei parlamentari».

    Repubblica si è schierata per il No al referendum, con l’argomento stringente del disequilibrio costituzionale che si verrebbe a creare. Non ne riconosce la buona ragione?

    “Non capisco l’argomento dello squilibrio costituzionale. Perché un Parlamento meno numeroso, ma con gli stessi poteri, dovrebbe essere meno influente? Non è così. Dipende da come il Parlamento funziona e lavora e dai rapporti tra il Parlamento e gli altri organi istituzionali».

    Al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi lei votò No. La riteneva più rischiosa di una riforma così parziale, come questo taglio?

    «Il rischio di una riforma complessiva, e complessivamente negativa, l’abbiamo corso con le riforme di Berlusconi e di Renzi. Entrambe sono state bocciate nei referendum. In entrambi i casi sono stato per il No per ragioni di merito. Certo il bicameralismo paritario merita di essere ripensato. Tuttavia quello attuale è un quesito semplice, cui è più facile rispondere con un sì o con un no. Nei referendum precedenti non c’era possibilità di distinguere tra i vari aspetti».

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