Le buone idee del new deal per l’ oggi.

 

di Leo Ceglia – Punto Rosso –

Che sarà dopo la pandemia? Quando avremo trovato il vaccino tutto tornerà come prima? Cosa ci troveremo di fronte? Saremo in cammino verso un mondo migliore o peggiore? Certo, dicono i più: nulla sarà come prima.

Penso, ed è quel che si sosterrà nelle pagine che seguono, che bisognerà battersi perché il dopo pandemia possa essere un orizzonte “ecosocialista”. E per quell’orizzonte il “New Deal”potrebbe aiutarci e molto.

Si fa un gran discutere sul come lo Stato (con la S maiuscola) debba intervenire nelle ricadute anche economiche oltre che sanitarie nella gravissima crisi “covid19”. La discussione oscilla tra due estremi: dare i soldi disponibili alle aziende e alle banche affinché esse possano rilanciare l’economia, da un lato, oppure, dall’altra, se si debba anche prevedere il suo ingresso nella gestione diretta del capitale delle aziende e delle banche, e quindi l’ingresso nei loro Consigli di Amministrazione (e c’è persino chi propone la (ri-)costituzione di aziende e banche pubbliche).

Ora, se si guarda alle grandi crisi economiche del passato, a cominciare da quella del 1929 ( ma anche a quella del 2008 dalla quale secondo alcuni non siamo mai usciti e che ora viene “assorbita” e si prolunga in questa del “covid19”), si può senza alcun dubbio osservare che “la presenza e l’azione” dello Stato”, il suo indebitamento con relativa crescita del debito pubblico, c’è stato ed è stato forte, e, nel bene e nel male. Decisiva. Significa che si può far crescere il debito pubblico e non uscire affatto dalla crisi e anzi la si può aggravare , oppure, si può far crescere il debito pubblico e uscire dalla crisi, ma optando per una soluzione antidemocratica e autoritaria dello stato o, infine, si può far crescere il debito pubblico e fuoriuscire dalla crisi economica e consolidare la democrazia. Nel 1929 questa ultima soluzione è quella che conosciamo come New Deal. Queste tre opzioni si sono sperimentate nel mondo nel 1929 come possibili risposte alle crisi e immancabilmente si ripropongono nelle grandi crisi successive ed anche oggi nella crisi economica innescata dalla pandemia covid 19. E’ ovvio che l’opzione che la sinistra dovrebbe perseguire per avere un ruolo nella crisi covid 19 è quella del New Deal. In quel che segue vedremo rapidamente le due opzioni che respingiamo e un po’ più ampiamente l’opzione New Deal . La ragione è semplice. Nella vulgata popolare a sinistra il New Deal è associato a Keynes. Di keynes i più sanno solo che era a favore dell’intervento dello stato nell’economia e in particolare tutti più o meno conoscono la metafora che riassumerebbe in sé e rappresenterebbe l’attività del lavoratore pubblico , quella che dice :<<scava una buca e poi riempila>>. Ora, è mia opinione che mai metafora fu più autolesionista. Allora come oggi la propaganda e l’odio liberista e antikeinesiana si nutre di quella metafora, laddove i lavoratori pubblici sprecherebbero denaro pubblico ,per attività inutili, svolte da lavativi scansafatiche, ecc., insomma la litania che ben conosciamo.

Tra gli studiosi invece, sopratutto a sinistra, non si può certo dire che ci sia unità di valutazione sia su Keynes sia sul New Deal. A questo destino ha certo contribuito lo stesso Keynes. <<Negli anni Trenta circolava una battuta secondo la quale cinque economisti messi insieme avrebbero prodotto non cinque ma sei punti di vista diversi e questo perché Keynes di sicuro avrebbe sostenuto contemporaneamente due posizioni differenti.>> ( pag. XII , P. Sabbatini, Keynes -come uscire dalla crisi – Ed La Terza, 2004).

Due precisazioni. La prima: divideremo il nostro lavoro in due parti. Nella prima ci prenderemo la responsabilità di dire apertamente quel che ci sembra utile anche oggi ,in questa crisi, degli insegnamenti del New Deal. E li descriveremo rapidamente senza nulla togliere, ci auguriamo, al dovuto rigore concettuale. Nella seconda parte daremo invece un rapido sguardo di cornice alla dimensione economica mondiale della crisi per poi arrivare alla situazione del nostro paese. Dove, proprio rifacendoci al New Deal, valuteremo scelte e provvedimenti del governo e diremo la nostra su quel che andrebbe fatto (che ci piacerebbe si facesse ). La seconda precisazione riguarda la bibliografia e le fonti di riferimento. Sul New Deal due testi sono qui stati utilizzati, il già citato << Keynes, come uscire dalla crisi>> e il bellissimo classico di Leo Huberman <<Storia popolare degli Stati Uniti>> , Einaudi. Tutto il lavoro che si riferisce ai provvedimenti europei è debitore anzitutto al “Diario della crisi” che quasi quotidianamente Luigi Vinci, già parlamentare europeo di Rifondazione Comunista per due legislature,ha pubblicato sul sito di “Puntorosso.it”.

Infine, preziosi suggerimenti di analisi e proposte sono stati trovati nei siti di “Sbilanciamoci.it”, “Valori.it” in quello di “sinistrainzona.it”, di “energiafelice.it”, nel sito del “Forum disuguaglianze e diversità”.

PARTE PRIMA LA GRANDE CRISI DEL 1929

Nella grande crisi del ‘29 la disoccupazione negli USA, che all’inizio (ottobre ) era intorno al 3% era salita a marzo del 1933 al 25% (15 milioni di disoccupati); il PIL si era dimezzato ed era sceso da 80 miliardi di dollari a 40; i salari di operai e agricoltori (a quel tempo il 25% degli occupati) si erano ridotti del 30-40%; il commercio estero (esportazioni e importazioni) era sceso a 1/3 dei valori che aveva nel ’29; le banche chiudevano i battenti una dopo l’altra (se ne contarono in media 40 al giorno tra novembre del 1932 e marzo del 1933); la borsa era in coma (il 24 ottobre del 1929, 12.894.650 azioni cambiarono di mano a Wall Street a prezzi più che dimezzati – John Kennet Galbraith, con un po’ di perfidia, scrisse che ricchi e benestanti subirono <<un’azione di livellamento paragonabile per vastità e subitaneità a quella diretta oltre un decennio prima da LENIN>>-); milioni di operai vagavano per le città in cerca di lavoro, di cibo, di un posto dove dormire (in tantissimi avevano perso la casa); idem per gli agricoltori scacciati dalle loro terre, sotto ipoteca per miliardi di dollari, che venivano sequestrate dalle banche.

Insomma, quel che mirabilmente ci hanno descritto John Steinbeck in “Furore” e John Ford nel film omonimo tratto dal suo romanzo. E che ha ispirato il bellissimo “the ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen.

Perché nei 3 anni e mezzo prima di Roosevelt la situazione continuava a precipitare e non si vedeva una via di uscita? E perché tutti i provvedimenti che vennero presi per uscire dalla crisi sortivano l’effetto opposto a quello desiderato? Perchè evidentemente quei provvedimenti erano sbagliati. E lo erano perché tutti i provvedimenti presi dall’allora presidente HERBERT HOOVER erano ispirati a un credo economico e ideologico “liberista”.

Ora passeremo in rassegna alcuni provvedimenti presi da Hoover e ne specificheremo in termini semplici le idee che ci stanno dietro, si vedrà come e perché essi sortirono l’effetto opposto a quello desiderato. Ci soffermeremo brevissimamente su alcuni filoni principali; quello del lavoro, della democrazia, e dei diritti sindacali, quello della tutela dei debitori, quello dell’assistenza e, infine, quello decisivo dell’intervento dello Stato nell’economia (finanziaria e reale – avvertendo che allora come ora (ora per la verità la forbice è più ampia) poche grandi banche e imprese, non più di 200 nel 1933 su qualche milione, controllavano oltre il 50% dell’intera economia, e i banchieri sedevano nei consigli di amministrazione delle imprese e viceversa, e gli uni e gli altri frequentemente occupavano i posti di comando dell’Amministrazione della Casa Bianca-).

L’intervento dello Stato nell’economia modello Hoover

(modello liberista). (1929-1933)

Fin dall’inizio della crisi Herbert Hoover e i suoi consiglieri erano convinti che lo Stato dovesse intervenire per far ripartire l’economia. Si dirà che questa non è un’idea “liberista”, che il liberismo esclude l’intervento dello Stato nell’economia. E invece non è così. Il liberismo esclude l’intervento dello Stato nell’economia solo in certi casi, e precisamente quando i soldi pubblici vanno verso <<IL BASSO>>. Hoover e i suoi consiglieri invece sostenevano che i soldi pubblici dovessero andare solo <<VERSO L’ ALTO>>, vale a dire alle banche e alle imprese private, perché da esse ,e solo da esse, quei soldi potevano essere utilizzati a fini produttivi. Banchieri e Imprenditori avrebbero trovato loro, perché era il loro mestiere, il modo di far ripartire l’economia e, via via, il beneficio della ripresa avrebbe riguardato tutti. Della serie dateci i soldi e poi ci pensiamo noi.

Viceversa, sostenevano Hoover e banchieri e padroni delle corporation, dare soldi <<VERSO IL BASSO>>, vale a dire ai poveri, ai disoccupati, ai lavoratori, avrebbe costituito non solo uno spreco di denaro pubblico a fini improduttivi, ma avrebbe anche indebolito la fibra morale, lo spirito e la dignità, l’orgoglio dei cittadini americani che non avevano certo bisogno dell’aiuto dello Stato per affrontare i loro problemi (negli USA l’ideologia del “mi sono fatto da solo” –self made man- è tuttora fortissima e affonda le sue radici nella epopea della “conquista del west”, e ciò spiega perché lo slogan liberista di Reagan negli anni ’80, <<lo Stato è il problema non la soluzione>> abbia avuto così tanto successo (sorprendentemente il cittadino medio americano non ha avuto nulla da ridire quando lo stesso Reagan e poi Bush hanno regalato ai paperon de’ paperoni USA sgravi fiscali per centinaia di miliardi di dollari, come se anche questo non fosse intervento dello Stato nell’economia e come se i soldi dati ai ricchi imprenditori e banchieri non sfibrassero anche la loro fibra morale ).

Dunque sì all’intervento dello Stato in termini di erogazioni monetarie “verso l’alto e non verso il basso”. Ma non al suo intervento diretto nella gestione dell’economia. Così Hoover aprì i rubinetti dei soldi pubblici e li mise fiducioso nelle mani di banchieri e imprenditori con una serie di leggi (ad es. sul fronte finanziario la RFC (Reconstruction Finance Corporation), e su quello agricolo la FFB (Federal Farm Board) ma… non servì a nulla. Quei soldi non vennero impiegati produttivamente nella cosiddetta economia reale, finirono ancora e sempre in quella cosiddetta finanziaria perché banchieri e imprenditori contavano di recuperare rapidamente in borsa le precedenti perdite nelle medesime borse, e perché, in fondo, un privato investe nell’economia reale quando è relativamente certo che il suo prodotto verrà consumato e ne trarrà profitto, e nella crisi del ’29 non v’era alcuna ragionevole aspettativa in tal senso.

Sul fronte del lavoro, della democrazia e dei diritti sindacali nei luoghi di lavoro, i guasti della gestione Hoover della crisi furono, se possibile, ancora più gravi. Non che diritti e democrazia nei luoghi di lavoro fossero granchè negli USA in quegli anni, fatto è che nei 3 anni e mezzo di Hoover si assistette ad una vera e propria orgia regressiva nelle condizioni di lavoro nei luoghi di lavoro. Via via che la crisi si approfondiva si scatenò una vera e propria guerra all’insegna della <<concorrenza sleale>> tra impresa e impresa, basata sul peggioramento progressivo delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori. Niente sindacato, più orario e meno salario, divennero le regole in ogni luogo di lavoro. Intensificazione dei ritmi di lavoro, repressione dura di ogni forma o presenza di sindacati, anzi, le medie e grandi aziende stavano bene attente ad assumere solo lavoratori e lavoratrici non iscritti al sindacato. Infine, si ebbe una crescita esponenziale del lavoro dei bambini. In parole povere, la ripresa economica e la ricerca del profitto venivano perseguiti sull’abbassamento del costo del lavoro e sull’intensificazione dello sfruttamento di lavoratori e lavoratrici bambini e bambine compresi.

Risultato: la domanda interna si depresse ulteriormente perché i salari erano troppo bassi, quella estera scendeva perché la crisi era mondiale, le merci rimanevano invendute, e le fabbriche chiudevano. A questo portava la <<concorrenza sleale>> tra le imprese . E le cifre spaventose sono quelle ricordate sopra.

E cosa veniva fatto per i poveri, i disoccupati, quelli che perdevano le case e le fattorie perché non riuscivano più a pagare i debiti con le banche? Niente. Per non mortificare la loro tempra morale di liberi cittadini i soldi non dovevano andare “verso il basso”. Così, dopo 3 anni e mezza, la crisi continuava ad aggravarsi.

L’intervento dello Stato nell’economia modello Roosevelt:

il New Deal.

Finalmente, Il 4 marzo del 1933, era un sabato, Franklin Delano Roosevelt entrò alla Casa Bianca. Si usa spesso dire che con Roosevelt “si uscì da sinistra dalla crisi”.

L’espressione può essere considerata corretta in un’unica accezione, quella che

“l’uscita da sinistra” non vada considerata in alcun modo in senso anticapitalista o socialista. Roosevelt era un convintissimo assertore dell’economia di mercato capitalistico. Non era socialista. Forse, se glielo si fosse chiesto, non avrebbe neppure gradito definirsi di sinistra. Egli nel 1937 dichiarava di andare orgoglioso di aver salvato il capitalismo americano da sé stesso (dalla sua autodistruzione ?), e questo forse è vero. Roosevelt in definitiva era un democratico, non era un liberista, ma aveva buone idee sui rapporti tra Stato e Cittadini.

New Deal significa <<nuovo patto>>. Tra chi? Tra Stato e cittadini e tra capitale e lavoro con la mediazione dello Stato.

Roosevelt propose un <<nuovo patto>> tra lavoratori e datori di lavoro, tra ricchi e poveri, tra banchieri da un lato e azionisti e risparmiatori dall’altro. In definitiva un <<patto interclassista>>. E propose alcune poche idee, buone, per attuarlo. Esse si possono riassumere nel seguente modo:

  1. I SOLDI PUBBLICI PROPRIO PERCHE’ PUBBLICI DEVONO RIGUARDARE TUTTI. E PERCIO’ DEVONO ANDARE SIA “IN ALTO” CHE “IN BASSO”.
  2. OGNI DISOCCUPATO IN PIU’ AGGRAVA LA CRISI PERCHE’ DEPRIME ULTERIORMENTE LA DOMANDA . PER QUESTO OCCORRE RIMETTERE TUTTI AL LAVORO ANCHE CON L’INTERVENTO DIRETTO DELLO STATO.
  3. NO ALLA “CONCORRENZA SLEALE” TRA LE IMPRESE ,SI AL SINDACATO NEI LUOGHI DI LAVORO, SI ALLA CONTRATTAZIONE, SI AI DELEGATI.

Ciascuna di queste idee, come vedremo, è in relazione sinergica con le altre e su di esse iniziò e si sviluppò il New Deal.

All’indomani del suo insediamento, era Domenica, Roosevelt convocò una seduta straordinaria del Congresso per il giovedì successivo e, all’una di notte del lunedì, riesumando una <<Legge sui commerci con il nemico>> promulgò un provvedimento radicale per fronteggiare la crisi a partire dalla finanza, perché, come si diceva, nei mesi precedenti le banche chiudevano al ritmo di 40 al giorno e, in ambito finanziario, allora come ora, regnava la più completa deregolamentazione. Così Roosevelt proclamò 4 giorni di “vacanza nazionale obbligatoria delle banche”.

Il NEW DEAL INIZIAVA CON LA CHIUSURA PER 4 GIORNI DELLE BANCHE! Roosevelt intendeva ripristinare, a partire dal sistema bancario, la merce più rara e preziosa in tempo di crisi, vale a dire la FIDUCIA.

Fiducia nel futuro, fiducia nello Stato, fiducia in se stessi e come popolo. Fiducia. Il contrario della paura, la cosa più pericolosa in tempo di crisi come ebbe a dire nel suo intervento di insediamento alla presidenza: <<…mi sia concesso di asserire la mia ferma convinzione che l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa…>>. –Poi disse la verità al popolo americano e al mondo- <<…I valori si sono contratti in modo fantastico; i mezzi di pagamento, congelati, bloccano gli scambi commerciali; le foglie morte delle nostre imprese ingombrano il terreno; i nostri agricoltori non trovano più mercato per i loro prodotti; le economie di milioni di famiglie sono scomparse; un esercito di cittadini senza lavoro si trova di fronte al duro problema di vivere. Bisogna essere degli ottimisti molto sciocchi per negare le tragiche realtà del momento (si riferiva a Hoover )…La nazione esige azioni e azioni immediate. Nostro primo compito sarà di rimettere questo popolo al lavoro>>.

Al Congresso chiese ed ottenne il giorno stesso autorità completa sulle banche. Fece subito approvare due leggi ( il GLASS-STEGALL ACT e il SECURITIES ACT -che istituì la famosa SEC ( securities and exchange commission)- che gli diedero il controllo sul movimento dell’oro e delle altre valute e di tutte le transazioni di cambio con l’estero. Chiese ed ottenne anche il diritto di riaprire le banche che l’Amministrazione riteneva solide e di riorganizzare quelle che potevano essere riorganizzate con intervento pubblico.

In questo modo Roosevelt chiedeva un nuovo patto tra Stato e banchieri e tra essi e azionisti e risparmiatori.

A questi ultimi disse che i loro depositi erano garantiti e che le banche che avessero riaperto avevano la garanzia dello Stato che erano sane e non sarebbero fallite. Se volevano riaprire i banchieri dovevano adottare il principio della loro responsabilità e trasparenza nella vendita dei titoli (niente titoli tossici si direbbe oggi). Così risparmiatore e azionista potevano stare tranquilli, la banca non li avrebbe fregati.

Nella prima delle famose <<conversazioni al caminetto>> alla radio, il 12 marzo, Roosevelt spiegò queste cose agli americani. E gli americani gli credettero. Nei giorni successivi, agli sportelli delle banche, che via via stavano riaprendo, la gente si recava non a ritirare i depositi ma a rimettere i soldi prima ritirati e nascosti sotto i materassi.

Roosevelt non ha né nazionalizzato né sostituito i banchieri responsabili della crisi. Ha però chiesto e ottenuto autorità completa sulle banche. Ne ha controllato i bilanci e verificato quelle sane da quelle non sane, ha concesso crediti solo a quelle che, a insindacabile giudizio dell’Amministrazione, potevano essere riaperte e osservare il patto stabilito con risparmiatori e azionisti.

Dopo aver “sistemato”, per così dire, l’emergenza bancaria, Roosevelt passò agli altri compiti che aveva sintetizzato nel suo programma, le famose “3 R” del New Deal (RELIEF, RECOVERY, REFORM, -cioè assistenza, ripresa economica, riforme).

Qui gli slogan furono semplici e radicalissimi: <<RIMETTERE TUTTI AL LAVORO>>, <<NESSUNO DEVE PATIRE LA FAME>>. Roosevelt era convinto e diceva che ogni disoccupato in più avrebbe aggravato ulteriormente la crisi, perché avrebbe ulteriormente depresso la domanda interna. Dunque rimettere tutti al lavoro. Quanto ai poveri, nella prima delle <<conversazioni al caminetto>> del 1934 ebbe a dire:

<<(…) la prima preoccupazione di un governo retto dagli ideali umani della democrazia è il semplice principio che (…) nessuno patisca la fame.>> (un Papa Francesco ante litteram praticamente).

Queste idee e questi principi semplici erano una piccola rivoluzione nella democrazia degli USA del tempo (e lo sarebbero anche oggi e non solo negli USA). Queste idee e questi principi furono realizzati con leggi che prevedevano l’intervento diretto dello Stato nell’economia. I soldi pubblici devono beneficiare tutti diceva Roosevelt, e se per fare arrivare i soldi pubblici anche ai poveri e ai disoccupati necessitava l’intervento diretto dello Stato, ebbene, lo Stato doveva intervenire.

Pane e lavoro non avrebbero più depresso la fibra morale degli americani, l’avrebbero, al contrario, tirata su. Il lavoro creato e diretto dall’amministrazione non avrebbe costituito uno spreco di denaro pubblico, al contrario avrebbe costituito un volano per l’intera economia.

I provvedimenti che furono presi, e che portarono al lavoro circa 3 milioni di disoccupati l’anno fino al 1937, che introdussero per la prima volta l’assistenza pubblica negli USA (e provvedimenti su sanità e pensioni e disabili che oggi chiameremmo di Welfare State), che abrogarono il lavoro dei bambini, che condussero al più grande programma di opere pubbliche nella storia del capitalismo mondiale, furono il PWA (public works administration), il WPA (works progress administration), il NIRA (national industrial recovery act), l’NRA ( national recovery administration ), l’AAA (agricultural adjustment administration).

Da sottolineare il fatto che all’inizio furono aumentate le tasse ai ricchi e che ogni dollaro pubblico mise in moto un dollaro e mezzo dei privati che furono trascinati nelle attività pubbliche come indotto (il famoso moltiplicatore keynesiano).

Un’altra ottima idea del New Deal fu quella di CONTRASTARE LA CONCORRENZA SLEALE TRA LE IMPRESE E FAVORIRE LA PRESENZA DEI SINDACATI NELLE STESSE IMPRESE CON DIRITTI CONNESSI AI LAVORATORI.

Anzitutto furono introdotti un salario minimo e un orario massimo di lavoro in ogni settore manifatturiero. Agli industriali fu fatto firmare un <<codice di concorrenza leale>> ed essi si impegnarono a dare libertà di associazione e organizzazione sindacale in ogni azienda e furono obbligati a trattare con i sindacati e i delegati aziendali dei lavoratori così che essi potessero liberamente contrattare migliori salari e migliori orari.

Insomma, un po’ di libertà di organizzazione e di democrazia e diritti sindacali, salari più decenti e orari più umani fecero bene a tutti, anche ai padroni e al paese.

Infine, (allora come nel 2008 e oggi ), v’era il problema dei mutui . Come oggi centinaia di migliaia di cittadini erano a rischio pignoramenti delle case e/o delle fattorie, che una volta pignorate e svuotate degli occupanti sarebbero state svendute al migliore offerente. Con grave danno per chi perdeva la casa, per chi perdeva la fattoria, e per le stesse banche che non avrebbero realizzato il credito previsto per intero.

L’intervento di Roosevelt fu semplice e radicale. Furono stanziati fondi per venire in aiuto ai debitori. Due Enti creati ad hoc si occuparono del problema.

Quello per i mutui casa venne chiamato HOLC (Home Owners Loan Corporation) , quello per gli agricoltori che avevano acquistato fattorie e macchine agricole FCA (Farm Credit Administration).

Questi due enti comprarono dalle banche tutti i mutui e li rinegoziarono con gli interessati abbassandone i tassi e allungandoli. Migliaia e migliaia di famiglie evitarono il pignoramento e la svendita delle loro case e delle loro fattorie e restarono nelle loro case e nelle loro fattorie. Lo Stato sciolse questi enti nel dopoguerra (HOLC nel 1955) e da quella operazione, a conti fatti, guadagnò un bel po’ di dollari. Sembra l’uovo di Colombo. Ci guadagnarono le banche, le famiglie e lo Stato. Eppure fu proprio così.

Questo fu il New Deal. Poche idee su eguaglianza ( i soldi pubblici a tutti ), libertà e democrazia ai lavoratori ( sì ai sindacati), giustizia sociale e solidale (nessuno deve patire la fame ), niente dogmi sull’intervento diretto dello Stato nell’economia in tempi di crisi, regole alle banche e alla borsa e provvedimenti conseguenti. E i risultati, dal marzo del 1933 all’estate del 1937, si videro e furono apprezzati sommamente dalla stragrande maggioranza del popolo americano. Poi quando, e questo fu un grave errore di Roosevelt, gli investimenti governativi furono interrotti, si precipitò nuovamente in recessione.

Padroni e banchieri infatti odiavano profondamente Roosevelt e fino all’estate del 1937 cercarono in ogni modo di contestare i suoi provvedimenti. Sostennero campagne denigratorie e bollarono Roosevelt come socialista e comunista. Sopratutto sulla questione dell’intervento dello stato anche verso il basso e sull’aumento del debito pubblico. Per sostenere i suoi programmi Roosevelt si era indebitato e aveva chiesto prestiti sui mercati internazionali. In questo modo come abbiamo visto l’economia era ripartita, l’occupazione era aumentata, e con essa i salari, ecc. Nonostante ciò, insistevano i suoi avversari, il debito pubblico prima o poi andava ripagato e allora sarebbero stati dolori. Più alto il debito pubblico più alto il rischio bancarotta era lo slogan. Come sa ogni buon padre di famiglia aggiungevano. Roosevelt cedette a queste pressioni nell’estate del 1937. Fu un grave errore perché si tornò rapidamente in recessione.

Ma ormai la guerra era nell’aria, e già nella prima metà del 1938 gli investimenti pubblici ripresero con forza e vennero finalizzati al riarmo.

Dunque negli USA, nei quasi otto anni (dal 1929 al 1937) della grande crisi, si sperimentarono due modelli alquanto differenti di intervento dello Stato nell’economia.

Il primo, quello di Herbert Hoover, liberista e improntato alla filosofia dell’indebitamento e della crescita del debito pubblico a favore solo di aziende e banche perché esse, e solo esse, sarebbero state in grado di portare il paese fuori dalla crisi. Si rivelò un modello catastrofico che aggravò la crisi a dismisura. Il secondo modello fu quello del New Deal roosveltiano, del quale abbiamo appena detto.

Domandiamoci: perché nella crisi del 1929 si manifestarono in modo così radicale, negli USA, due opposte concezioni, l’una liberista di Hoover e l’altra rooseveltiana ma ambedue interne al credo capitalistico, per fuoriuscire dalla crisi? Non è facile dare una risposta a questa domanda e noi non ce l’abbiamo. Si può azzardare che a quel tempo v’era l’Unione Sovietica che si apprestava a divenire in quegli anni una grande potenza industriale mentre tutti gli altri grandi paesi occidentali attraversavano una grande crisi. E questo costituiva un fortissimo incentivo per gli USA a trovare una via di uscita che non fosse il socialismo. Da qui, forse, il New Deal e la rottura del tabù del laissez-faire alle cosiddette leggi del libero mercato nel paese guida del capitalismo. E in effetti le classi padronali dell’epoca gridarono ai soviet riguardo ai provvedimenti di Roosevelt, cosa non vera come abbiamo visto. Certo è che allora erano pochissimi gli economisti e i politici occidentali ad aver capito natura e profondità della crisi e tra essi spiccava sopra gli altri John Mainard Keynes (1883-1946). Già da tempo in diversi suoi scritti Keynes sottolineava la necessità di un <<controllo pubblico>> dell’economia che, lasciata alla libera iniziativa senza regole dei privati, avrebbe inevitabilmente portato a crisi pesantissime. Si trattava di anticipazioni di un corpus di idee che avrebbero trovato sistematizzazione teorica solo nel 1936 nella sua opera più famosa “TEORIA GENERALE DELL’OCCUPAZIONE, DELL’ INTERESSE E DELLA MONETA”. Fatto è che nel 1931 Keynes si recò negli USA e rimase fortemente impressionato dalla spaventosa distruzione di risorse umane e materiali che la crisi stava provocando. Così, nel 1933, egli salutò calorosamente l’avvento del New Deal e in una lettera aperta a Roosevel del luglio dello stesso anno scriveva: <<Lei si è eretto a fiduciario di coloro che, in ogni paese, cercano di guarire i mali della nostra situazione mediante un esperimento ragionato nel quadro del sistema sociale esistente. Se Lei non riesce, il progresso razionale risulterà gravemente pregiudicato in tutto il mondo, lasciando ortodossia e rivoluzione a combatterlo. Ma se riesce, metodi nuovi e più arditi saranno sperimentati dovunque, e noi potremo datare il primo capitolo di una nuova èra economica dal suo avvento al potere.>>

Come si vede un’apertura di credito a piene mani all’esperimento del New Deal rooseveltiano. Apertura di credito che nel 1936 venne teorizzata nella “TEORIA GENERALE” laddove si affermava la necessità, in tempi di crisi, dell’intervento pubblico nell’economia con politiche fiscali e monetarie atte a rilanciare la domanda aggregata e combattere la disoccupazione. Era la rottura con il primo comandamento, per così dire, del credo economico capitalistico liberista della libera iniziativa economica privata e della fiducia nei meccanismi spontanei del mercato sempre e in ogni circostanza.

Detto ciò in tanti concordano sul fatto, e io con loro, che Keynes non fu all’origine del New Deal. Esso sorse grazie alle buone idee di Roosevelt, alla sua sensibilità democratica e al suo alto senso di giustizia sociale.

Il keynesismo ebbe molta più fortuna in Europa nel dopoguerra che negli USA. Almeno fino agli anni settanta e segnatamente nel periodo della ricostruzione postbellica. Nel dopoguerra si aprì un ciclo di sviluppo capitalistico assai sostenuto sia negli USA che in Europa e in Giappone.

Il modello autoritario dittatoriale, fascismo e nazismo ieri, oggi sovranismo e populismo

Ma vi è stato anche un altro modo, un altro modello si potrebbe dire, di affermare la presenza dello Stato nell’economia. Si tratta del modello autoritario antidemocratico e nazionalista affermatosi in Europa (in Germania con il nazismo e in Italia con il fascismo) e in Giappone.

In questi paesi i soldi pubblici vennero destinati in gran parte al riarmo , e poco o nulla fu destinato al lavoro e ai salari da un lato e alla assistenza sociale dall’altra (i sindacati liberi e democratici vennero sciolti ). Nacquero regimi che scatenarono la seconda guerra mondiale.

Che cosa insegna allora la grande crisi del 1929? Insegna che il capitalismo ha al suo interno ben tre possibilità di fronteggiare le sue crisi : quella reazionaria statalista e nazionalista, quella liberista in senso classico e quella roosveltiana/keynesiana.

Bene, queste tre opzioni, si sono presentate nuovamente sulla scena mondiale nel 2008 e come vedremo si ripresentano ancora oggi nel 2020.

La crisi del 2008

Si è già accennato all’idea che la crisi cominciata nel settembre del 2008 con il crak di Lehman Brothers non sia affatto terminata e che anzi essa si prolunga ora con la crisi innescata dalla pandemia.

Non discuteremo se questo sia vero o meno (penso sia vero ) , in questa sede ci interessa sottolineare rapidissimamente come le tre opzioni affacciatesi nel mondo nel 1929 si siano riaffacciate anche nel 2008.

Alcuni paesi imboccarono decisamente la via antidemocratica e autoritaria (Ungheria, Turchia ecc.) ma non divenne questa una via prevalente tra le tre.

Neppure quella modello new deal ebbe un gran seguito se non negli USA con alcuni tiepidissimi e pallidi tentativi di Obama sul welfare (cd. Obamacare). Negli USA infatti, all’indomani del crak di Lehman Brothers, il Presidente Bush stanziò in fretta e furia 600 miliardi di dollari per impedire che il crollo della borsa contagiasse rapidamente le altre grandi banche di investimento e l’economia reale. Il debito pubblico salì del 4% in pochi mesi fino a dicembre. Ma la situazione peggiorò. Pochi mesi dopo divenne presidente Obama il quale nei suoi due mandati raddoppiò quasi il debito pubblico portandolo al 105% del PIL. In Europa invece hanno prevalso decisamente le politiche dell’austerità e dunque le politiche liberiste volte a reprimere la crescita del debito pubblico dei paesi membri e il contenimento della inflazione. Risultato è stato che da quella crisi non siamo ancora usciti su scala globale. Qui e là dei paesi hanno fatto dei passi avanti ed hanno recuperato in parte le perdite del 2008. Ma il grosso dei paesi (e tra questi l’Italia) non e’ ancora tornato ai livelli pre-crisi 2008.

Ed ora è piombata addosso al mondo la crisi “covid 19”, che , sono in tanti ormai a dirlo, nelle sue ricadute economiche farà impallidire le crisi precedenti.

Il “COVID 19” E LE RICADUTE ECONOMICHe

La crisi è in primo luogo sanitaria: è una pandemia. E a questa si deve anzitutto pensare. Diciamo subito però che la collaborazione internazionale per fronteggiare il problema comune sanitario è stato inizialmente assente e tutt’ora è carente, ma, per quanto possa sembrare incredibile, si assiste invece ad accuse di Trump alla Cina che viene additata come responsabile della pandemia e alla sua uscita dall’OMS perché accusata di essere asservita alla Cina stessa (e qui qualche ragione forse ce l’ha). Quanto alla Europa, anche qui, sul piano sanitario nulla di nulla anche se la cooperazione sanitaria sarebbe prevista dai trattati. Al contrario si è inizialmente assistito a episodi vergognosi di egoismi nazionalistici riguardo ai supporti medicali tipo tamponi o mascherine. Nel momento in cui scriviamo la pandemia in Europa sembra sotto controllo. Nessuno però può escludere che in autunno possa esserci una ricaduta.

Nel mondo ad inizio giugno vi sono stati invece 7.700.000 contagiati e quasi 400.000 morti. Per la prima volta nella storia dell’umanità , a fine aprile, 4 miliardi di persone , sono rimaste chiuse in casa in un confinamento surreale testimoniato da immagini e video di città di tutto il mondo che difficilmente si cancelleranno dalla memoria. Questa crisi è anche classista. Lo è sia dal lato sanitario che economico.

Sono i più deboli a perdere anzitutto il lavoro ed a contagiarsi e morire ( negli USA ad esempio i neri sono il 6% della popolazione ma tra i malati covid 19 sono il 30%, e lo stesso vale tra chi perde il lavoro). A causa del virus interi settori si sono fermati inevitabilmente (turismo spettacolo scuole ecc). Ed inevitabilmente a questi ultimi sono state indirizzate le spese dei primi provvedimenti. Occorrerà ovunque anzitutto tamponare gli effetti negativi del crollo dell’occupazione, della produzione, e assistere chi è subito precipitato nella indigenza. E naturalmente occorrerà far fronte alle spese sanitarie necessarie alla lotta al corona virus. E’ la cosiddetta “fase 1”. Quella dell’emergenza sanitaria ed economica su basi assistenziali . Poi quando si sarà controllato prima e sconfitto il virus poi (definitivamente solo con il vaccino, dunque almeno 1/1,5 anni ) si dovrà pensare alla “fase 2” , cioè “ricostruire” sulla devastazione economica.

ALCUNE CIFRE DELLA CRISI NEL MONDO E NELL’AREA EURO : PIL, OCCUPAZIONE, DEBITO PUBBLICO

E’ utile richiamare anzitutto quanto stimato dal Fondo Monetario Internazionale a fine aprile 2020 nel mondo e in alcune sue zone.

IL PIL NEL MONDO. Si stima che per il 2020 si avrà una caduta del 3%. ; negli USA 5,9% ; in Cina + 1,2% (a fronte di una previsione a gennaio del + 6,2%) .

Nell’area euro si stima una caduta del PIL a -7,5%; in particolare in Germania 7% ; Francia -7,2 % ; Spagna -8%.

OCCUPAZIONE / DISOCCUPAZIONE . Si prevedono nel mondo 1,6 miliardi di disoccupati. Negli USA la situazione è drammatica. In quasi tre mesi di pandemia ci sono state oltre 40 milioni di domande di sussidi di disoccupazione. Cioè oltre 40 milioni di persone sono rimaste senza lavoro e la metà di esse pare abbia in banca un gruzzolo di risparmi che non supera i 500 dollari. Cioè sono concretamente a rischio fame. E non a caso le file dove si distribuisce un pasto gratis sono lunghissime.

Quanto alla crescita del debito vediamo un po’ di cifre. Le abbiamo tratte dal dossier sul quotidiano L’Avvenire del 17-05-2020 dal titolo “il debito globale sta esplodendo” .

Nel 2019 il debito globale di famiglie imprese e governi è stato di 255.000 miliardi di dollari. Cioè il 322% del PIL mondiale e il 40% in più rispetto al 2008. Il debito è così ripartito : a) 74.000 miliardi fanno capo alle aziende non finanziarie; b)63.000 miliardi a quelle finanziarie; c)48.000 miliardi alle famiglie; d)70.000 miliardi ai governi.

A marzo, con l’inizio della pandemia , le emissioni di titoli di stato per rastrellare denaro hanno raggiunto la cifra di 2.100 miliardi di dollari (il doppio della media degli ultimi anni). Si prevede per quest’anno un aumento del debito globale di 20 punti percentuali ; cioè esso salirebbe a circa 271.000 miliardi di dollari.

Gran parte del nuovo debito arriverà dalle economie avanzate: USA + 4.000 miliardi di dollari, zona euro + 1.500 miliardi di dollari, (in realtà a giugno siamo già a oltre 3.500 miliardi) ecc.

Si vedrà salire ovunque il rapporto debito / PIL e in alcuni paesi del G7 avremo : USA fino al 131% del PIL, Giappone 251%; Italia 155%; Francia 115%; ecc.

Molti paesi nel mondo per l’aumento del debito saranno a rischio default : nella lista Argentina (già tecnicamente in default perché non ha onorato la restituzione di un debito di 500 milioni di dollari ), Equador, Libano, Mozambico, Congo, Iraq, Sri Lanka, ecc.

Come è ovvio ogni paese che va in default manda in crisi paesi creditori di quei debiti non più esigibili. Per tale ragione a metà aprile il G20 , il FMI, e la Banca Mondiale hanno concesso a circa 70 paesi “a basso reddito” la sospensione temporanea dei pagamenti dei debiti . Il rapporto sottolinea altresì che circa 20 di questi paesi hanno da pagare interessi sul debito che superano le loro entrate. Poichè molti di questi paesi sono in Africa e sono debitori verso la Cina allora si è chiesto alla Cina di estinguere quei debiti. Per ora la Cina non ha risposto.

PIL , OCCUPAZIONE E DEBITO IN ITALIA

Le previsioni per il 2020 da noi sarebbero : PIL -9,1% ; la disoccupazione crescerebbe al 12,7% ; il rapporto debito/PIL schizzerebbe a + 155% .

PARTE SECONDA LE RISPOSTE DEL GOVERNO ITALIANO NEL QUADRO EUROPEO

L’azione del Governo “fase 1” e “fase 2” ( il “cura Italia”e il “rilancio Italia”)

“CURA ITALIA”. A metà marzo era sensazione diffusa ovunque che si era di fronte a una crisi sanitaria ed economica senza precedenti. E’ in questo clima, e con l’Europa che sospendeva le regole su debiti e deficit e allentava quelle sugli aiuti di stato alle imprese, che il 17 marzo il Governo Conte emanava il DL 18 / 2020 , convertito in L.

  1. 27 del 24 aprile 2020, dal titolo << misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese , connesse alla emergenza epidemiologica da COVID-19 >> (cosiddetto CURA ITALIA).

L’impegno economico è stato di quelli importanti: 25 miliardi.

In particolare si segnalano:

  • finanziamento aggiuntivo al sistema sanitario nazionale di 3,5 miliardi.
  • sostegno ai redditi dei lavoratori e delle famiglie di 10 miliardi.
  • Sostegno alla liquidità necessaria alle imprese e alle PMI.

Si noti che sul totale di 25 miliardi, 13,5 mld (il 54%) vanno a lavoratori ,famiglie e servizio sanitario nazionale (cioè pubblico). Torneremo su questa osservazione.

Tra le misure più significative ricordiamo il blocco dei licenziamenti collettivi e individuali (quelli per giustificati motivi economici fino al 16 maggio (il blocco verrà in seguito prorogato prima fino al 17 agosto poi infine si parla già di prorogarlo fino a fine anno , dicembre 2020) . La cassa integrazione in deroga è stata estesa a tutti i settori lavorativi salvo il lavoro domestico. Un bonus di 600 euro alle partite I.V.A. e ai lavoratori autonomi per il mese di marzo (in seguito verrà prorogato fino a maggio) ,ecc.

“DECRETO LIQUIDITA’” . Da segnalare che l’8 aprile, con il DL n. 23 /2020 si emanava il cosiddetto “decreto liquidità”. Vale a dire che si sono disposte misure urgenti per l’accesso al credito per le imprese e le PMI. Si è sostanzialmente consentito ai soggetti interessati dal DL di accedere al credito con autocertificazione invece che con le vecchie istruttorie bancarie. Si arriva così a metà maggio, con la pandemia che si comincia a controllare e le ricadute economiche sempre più gravi. In questo contesto viene deciso il cosiddetto “RILANCIO ITALIA”.

“RILANCIO ITALIA”.

Il 13 maggio un secondo Decreto Legge , il n.34/2020 del Governo , oltre due volte più impegnativo del “CURA ITALIA”, ben 55 miliardi, per fronteggiare la crisi a sostegno di lavoratori famiglie imprese e PMI e, nello stesso tempo sostenere “progetti di rilancio” e di ricostruzione del tessuto economico del Paese. Riportiamo brevemente alcuni dei provvedimenti e la ripartizione prevista aiutandoci con la sintesi proposta su “Il Fatto Quotidiano” del 14 maggio.

  • Finaziamento aggiuntivo sul sistema sanitario di circa 4,5 miliardi
  • 3 miliardi al sistema scolastico pubblico (1,5 miliardi per la scuola e 1,5 miliardi per l’università)
  • 25 miliardi sostegno al reddito di lavoratori e aiuti alle famiglie
  • sostegno alle imprese e alle PMI 22,5 miliardi

Tra i provvedimenti nuovi rispetto al “CURA ITALIA” si segnala il <<reddito di emergenza>> (400 euro a persona per due mesi per famiglie con reddito ISEE sotto 15.000 euro) , per precari , atipici ,ecc.; si introduce una indennità per colf e badanti di 500 euro. E’ previsto un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi per lavoratori stranieri che hanno lavorato in settori agricoli o come colf e badanti e la regolarizzazione del permesso a tempo indeterminato qualora dovessero trovare lavoro. Per le imprese invece un “regalo” sostanzioso di ben 4 miliardi con la cancellazione del saldo 2019 e dell’acconto dell’IRAP 2020 alle aziende con fatturato fino a 250 milioni di euro (senza nessuna distinzione tra le aziende che invece in questa crisi hanno guadagnato! e senza considerare che l’IRAP finanzia in parte il sistema sanitario ). Infine sono state cancellate le clausole di salvaguardia sull’IVA per la prossima finanziaria per il 2021 e 2022 (si parla di circa 47 miliardi se fossero rimaste). Ma nel rapporto con l’Europa quali sono, e quante, le disponibilità economiche per il nostro paese?

L’ AZIONE DEL GOVERNO E IL CONTESTO EUROPEO

In Europa per ora abbiamo da un lato la sospensione temporanea del patto di stabilità (niente austerità quindi nella crisi covid 19 ), dall’altro la sospensione del divieto di sostegno degli stati alle proprie imprese, e, infine, i seguenti provvedimenti che assieme rendono disponibili (nei modi e per gli scopi che vedremo) circa 4.500 miliardi di euro , dei quali in parte, nel rispetto di regole e circostanze precise, potremo beneficare anche noi. I provvedimenti sono:

  • Il SURE (100 miliardi) ( support to mitigate unemployment risks in an emergensy ), un supporto per mitigare i rischi di disoccupazione dovuti all’emergenza. La Eu emette bond finanziandosi sui mercati fino a 100 miliardi di euro complessivi. I paesi che vorranno beneficiarne potranno chiedere un prestito alla Commissione Europea. Si stabiliranno insieme le condizioni del prestito cioè durata massima e prezzo e ulteriori condizioni e, infine, si presenta la proposta al Consiglio Europeo per l’approvazione o meno. Si prevede che il 60% del fondo sarà utilizzato dai paesi più colpiti dalla crisi come Italia e Spagna. SURE è’ attivo dal 1 giugno 2020. La ministra del lavoro Catalfo ha annunciato il 6 giugno in una intervista su “La Stampa” di voler attingere 20 miliardi da questo fondo per prolungare fino a dicembre la Cassa Integrazione.
  • il MES (240 miliardi) (meccanismo europeo di stabilità detto anche fondo salva stati). Ogni paese può attingere se vuole fino al 2% del suo PIL. Per l’Italia si tratterebbe quindi di circa 37 miliardi. Si tratta di un prestito a tassi 7/8 volte inferiori a quelli di mercato e da restituire nei tempi lunghi ,10-15 anni . L’unico requisito per accedervi sembra essere che venga utilizzato solo per spese sanitarie. Ogni paese concorre alla costituzione di questo fondo in proporzione al suo PIL e al numero di abitanti. E’ già attivo.
  • AIUTI DI STATO ALLE ECONOMIE DELL’ UNIONE (1940 miliardi). La

Germania potrà accedere ad oltre la metà di questi soldi (quasi 1000 miliardi di euro). La Francia a 350 miliardi , l’Italia a circa 400, ecc. Le cifre richieste di autorizzazione agli aiuti dipendono dalla situazione dei bilanci dei singoli stati. Chi è messo meglio e meno indebitato prende di più. La Francia vi ha già fatto ricorso con un prestito alla Renault di 5 miliardi e di 7 alla Air France; anche la Germania sta pensando di nazionalizzare parzialmente Lufthansa con 9 miliardi. In Italia si presteranno 6,3 miliardi a FCAItalia. (diamo per conosciute le polemiche sorte in proposito).

  • BEI (banca europea degli investimenti, 200 miliardi ). La banca europea d’investimenti mette a disposizione linee di credito di 200 miliardi. Esse permetteranno di ottenere prestiti con tripla A a tassi vicino allo zero. Con circa 8 miliardi ad es. l’Italia potrà sostenere la liquidità di oltre 100.000 PMI.
  • BCE (1.110 miliardi) (PEPP , Pandemic emergensy purchase programme). La BCE si è impegnata ad acquistare titoli di stato e titoli di imprese e banche fino a 1.110 miliardi entro l’anno. (ed alche oltre se sarà necessario). Ai 240 miliardi di inizio anno si sono aggiunti 120 miliardi il 12 marzo e 750 miliardi il 18 marzo. I soldi vengono resi disponibili a tassi negativi e ciò consente di tenere contenuta la crescita del debito. Si consideri che la BCE ha già titoli italiani per 400 miliardi e si impegna a prenderne per altri 200 miliardi entro fine anno. la BCE si impegna a tenere in pancia questi titoli per il tempo che sarà necessario. Ulteriori 600 miliardi sono stati aggiunti il 4 giugno con gli stessi scopi e proiettando la durata dell’intervento a giugno 2021.
  • RECOVERY FUND (Next generation Ue) , 750 miliardi. Si tratta di un fondo proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen il 28 maggio 2020 che ha così raccolto da un lato quanto proposto dalla Merkel e da Macron una decina di giorni prima (500 miliardi di sovvenzioni – quote a fondo perduto-) per gli stati più colpiti dalla pandemia; dall’altro quanto obiettato da quattro stati autodefinitosi “frugali” che proprio non hanno gradito la proposta di Germania e Francia (si tratta di Austria, Olanda, Danimarca e Svezia). Von Der Leyen ha aggiunto ai 500 miliardi di sovvenzioni proposti da Merkel e Macron 250 miliardi di prestiti. Questi soldi, qualora dovessero essere approvati dal Consiglio Europeo all’unanimità e poi dai singoli parlamenti dei 27 paesi membri, verrebbero poi resi disponibili a seguito della approvazione di piani nazionali redatti secondo le linee proposte dalla Commissione. I soldi verranno presi indebitandosi sui mercati finanziari con obbligazioni della Commissione e verranno aggiunti al bilancio comunitario 2021-2027 che va approvato in questi giorni e che ammonta a circa 1100 miliardi. Assai importante è che i titoli potranno essere rimborsati entro il 2058 ma non prima del 2028. Inoltre la Commissione suggerisce ai 27 paesi di rimborsare il debito con un aumento delle risorse proprie anche ricorrendo a tasse sul digitale e sulle emissioni di anidride carbonica. In generale la erogazione di questi soldi è condizionata alla persecuzione di tre obiettivi principali che i piani nazionali dovranno perseguire:
  1. 1. sostegno ai paesi membri; 2. rilancio della economia; 3. rafforzamento dei programmi già esistenti. La priorità assoluta va data comunque allo sviluppo del digitale e all’ambiente. Come si vedrà in seguito c’è ampio spazio di manovra per i piani nazionali. L’Italia sarà il primo beneficiario delle risorse di questo fondo e ad essa sarebbero destinati (se tutto resterà fino alla fine dell’iter di approvazione) 172,7 miliardi di cui 81,9 in sovvenzione (a fondo perduto) e 90,9 in prestiti. Seguono la Spagna con 140,4 miliardi; la Polonia con 63,8; la Francia con 38,8; ecc. Infine sui tempi. Una prima riunione è prevista per il 18-19 giugno ma ad essa seguirà quasi certamente un’altra per due ragioni; da un lato per le opposizioni dei 4 Paesi “frugali” cui si sono aggiunti l’Ungheria e la Repubblica Ceca. Dall’altro si proseguirà la discussione con la presidenza di Angela Merkel del semestre europeo a partire dal 1 luglio. La riunione del consiglio si svolgerà a fine luglio. Ed è assai probabile che un accordo si troverà perché la Merkel è sostenitrice del piano della Von Der Leyen. Dovesse essere questo il risultato entro ottobre i singoli paesi dovrebbero presentare i loro piani per ottenere le loro richieste economiche e solo verso i primi mesi del 2021 essi sapranno se saranno stati accolti o meno. Il Recovery Fund o Next generation Ue, viene salutato da più parti come un salto di qualità verso un’Europa davvero unita (gli Stati Uniti d’Europa?). Si tratta infatti di una sorta di “euro bond” come immaginati da J. Delors all’inizio degli anni ‘90 del secolo passato e che sui mercati internazionali vede in azione un “rischio sovrano europeo” al riparo da ogni possibile speculazione. Oltretutto la BCE acquisterà molto probabilmente una buona fetta di questi bond ed è comunque la prima volta che l’Europa punta su un “bond comune” per finanziare investimenti su vasta scala.

Infine, tra le risorse utilizzabili vi sarebbero anche

  • Fondi strutturali. 25 miliardi circa. Si tratta dei fondi cosiddetti strutturali (FESR- fondi europei per sviluppi regionali -, FSE – fondi sociali europei – ecc.) resi disponibili dal bilancio europeo 2014-2020. (un elenco si può trovare in europarl.europa.eu/italy/it/succede-al-pe–rispondere-allemergenza-covid19 ). A questi fondi l’italia vi potrebbe accedere con relativa facilità.
  • Opere pubbliche già finanziate. 70 miliardi (cfr. Carlo Cottarelli , intervistato su “Il Corriere della Sera” del 3 giugno). Naturalmente tra queste opere pubbliche vi sono anche alcune cosiddette grandi opere che sono fortemente e giustamente contestate per ragioni ambientali. Al netto di queste ultime tuttavia risorse immediatamente disponibili ve ne sono anche qui.

Insomma, grazie all’Europa, tra BCE, Recovery fund, disponibilità agli aiuti di stato,

SURE, MES, BEI, ecc. il nostro governo potrebbe disporre di notevoli risorse economiche per fronteggiare la crisi. I problemi allora diventano due. Il primo è quello di sostenere l’orientamento prevalente ora in Europa e sostenerlo contro quelli che vorrebbero ostacolarlo (i paesi cosiddetti frugali e quelli sovranisti). Una vittoria contro questi ultimi ci consentirebbe , osservando le condizioni poste dalla Europa, di accedere ai soldi disponibili perché in grandissima parte sono a tassi di interesse assolutamente vantaggiosi, prossimi allo zero, e da restituire nei tempi lunghi (e alcuni a fondo perduto). Il secondo problema è come e per che cosa spendere quei soldi una volta che li avessimo a disposizione. Vale a dire se si immagina di uscire dalla crisi per tornare a un modello di sviluppo antecrisi, oppure se farne tesoro e predisporsi a un cambio di orizzonte nella storia del capitalismo in Italia , e battersi per un nuovo orizzonte anche in Europa e nel mondo.

L’EUROPA A UN BIVIO?

Sono in molti a dire che con il Recovery Fund si è di fronte a un nuovo capitolo della storia europea. Per la prima volta, come si diceva, si sta cercando di proteggere il mercato unico europeo con la solidarietà tra i suoi stati. L’euro senza lo stato è stato un unicum nella storia delle monete. Il mercato unico europeo ha resistito fino ad ora tra alti e bassi ma a fronte di crisi come quella covid 19 potrebbe sgretolarsi con estrema facilità se a prevalere fossero gli interessi egoistici nazionalisti e sovranisti invece che quelli solidaristici. La lista infatti potrebbe allungarsi; ad Austria, Danimarca , Olanda e Svezia, si potrebbero aggiungere anche Ungheria, Polonia, Bulgaria, Lituania, Repubblica Ceca , Slovacchia e Slovenia. La domanda in questi mesi è di quelle fondamentali e dirimenti: I cittadini degli stati europei si proteggono meglio in una dimensione nazionale o in quella europea a fronte di tale crisi? Nazionalisti e sovranisti sostengono che la migliore protezione sia quella nazionale. Altri sostengono sia quella europea. A giudicare dal carattere globale della crisi e a giudicare dalla dimensione dei grandi protagonisti della scena economica e politica mondiale (USA CINA RUSSIA) sembra evidente che non c’è nessun paese europeo che, da solo, può reggere il confronto. Neppure la Germania, che nell’ultimo mese sembra averlo capito. E’ così che è scaturita la proposta del Recovery Fund, e non è pensabile che essa possa essere stravolta e/o respinta. Eppure, per le regole europee in vigore (l’unanimità dei 27 paesi), questo è possibile, almeno sulla carta. E comunque, tale regola consente un potere di veto e/o di ricatto ai paesi frugali e sovranisti che non è più tollerabile. Nel considerare l’ipotesi di una bocciatura della proposta della Commissione da parte di uno di questi paesi , autorevoli personalità politiche e intellettuali europee (Thomas Piketty e Daniel Cohn Bendit ad es.) sono per buttare fuori dall’Europa tali paesi e modificare le regole europee . Oltretutto ci sono paesi come l’Olanda che sono per certi versi dei veri e propri paradisi fiscali che sottraggono ogni anno ai paesi europei tasse per 10 miliardi di dollari ( all’Italia 1,5 milardi) . (cfr. “il sole 24 Ore” del 10 aprile 2020 , il bel dossier di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi dal titolo <<Olanda, quei paradisi fiscali dietro il rigore dei conti pubblici>>. Ancora più scandaloso è che a porre il veto possa essere un paese come l’Ungheria che è ormai una dittatura. Con Orban abbiamo assistito alla proclamazione in diretta di una dittatura laddove egli ha chiesto al Parlamento, e questi glieli ha concessi, una “legge sullo stato di emergenza permanente” che nel sottomettere stampa e magistratura gli assegna i pieni poteri per affrontare senza discussione alcuna qualunque decisione sulla pandemia da corona virus (declassata ovviamente a semplice raffreddore). L’Ungheria di Orban è ormai un paese incompatibile con le democrazie europee. Insomma, per grandi decisioni tipo il Recovery Fund la regola della unanimità andrebbe rivista. Ad es. potrebbe benissimo valere la regola della maggioranza qualificata dei 2/3 in un disposto combinato del peso economico e del numero di abitanti di ciascun stato.

Un altro “incidente” che potrebbe mettere a rischio il futuro dell’Europa è la decisione , il 5 maggio 2020, della Corte Costituzionale tedesca di contestare la decisione della BCE sull’acquisto dei titoli di debito pubblico dei paesi europei (quantitative easing). La Corte in sostanza ha contestato alla BCE il finanziamento del debito pubblico dei paesi europei cosa espressamente vietata alla Bundesbank . La Corte ha così dato tempo 3 mesi alla BCE per rispondere alla sue contestazioni che, se non soddisfacenti, porterebbero alla interruzione dei finanziamenti della Bundesbank alla BCE. Come si vede uno scentro micidiale. E cioè uno scentro sul potere della Corte Costituzionale di un paese (la Germania in questo caso ma lo stesso varrebbe per qualunque altra Corte Costituzionale ) contro quello di un organismo sovranazionale come la BCE. Se vince La Corte muore la BCE, se vince la BCE saremmo di fronte a una cessione di un pezzettino di sovranità dello Stato Tedesco (dunque di tutti gli stati) a un entità superiore – l”’Europa in nuce”-, per così dire. Tutto lascia pensare che sia quest’ultima a spuntarla.

Insomma, lo scontro BCE -Corte Costituzionale Tedesca e il recovery Fund potrebbero segnare un passaggio importante e cruciale sul lungo cammino degli “Stati Uniti d’Europa” auspicati da lungo tempo e da tanti.

Così, se l’Europa sopravvive, e resiste alle aggressioni e ai veti di paesi frugali e paesi sovranisti, potremo avere a disposizione i soldi necessari per uscire dalla crisi. E possibilmente uscirne meglio di come ci siamo entrati. Anche qui però ci sono delle condizioni di cui tener conto e avversari da battere. Per ottenere i prestiti e i soldi a fondo perduto previsti dal Recovry Fund dall’Europa bisognerà predisporre piani che rispettano le destinazioni e le priorità richieste. Altri prestiti come abbiamo visto sono già disponibili (SURE, MES, ecc.) In sostanza si tratta di restare nell’alveo delle seguenti raccomandazioni:

  1. Prestare la massima attenzione all’ambiente negli investimenti per lo sviluppo
  2. dare la massima priorità allo sviluppo delle reti digitali
  3. promuovere la ricerca
  4. fornire la liquidità necessaria alle imprese
  5. tutelare l’occupazione
  6. garantire l’approvvigionamento dei prodotti necessari a combattere l’epidemia anche per il futuro

Dunque, ora che dal 3 giugno siamo entrati nella “fase 3”, bisognerà da subito pensare alla ripartenza, sapendo che ai soldi già disponibili si dovrà fare di tutto, qui e in Europa, per sommarvi anche quelli che saranno disponibili verosimilmente non prima del 2021. Occorre perciò da subito prendere decisioni importanti e predisporre piani a breve, media e lunga scadenza.

FASE 3. QUALE PIANO PER L’ITALIA ?

Diciamo pure che l’avvio di questa difficile fase 3 non è stato dei migliori. In un micidiale “uno -due”, prima il presidente Conte poi il capo della task force Vittorio Colao hanno l’uno mandato in fibrillazione la coalizione di governo, l’altro proposto una sfilza di soluzioni anticrisi tutte di stampo liberista che andranno, si spera, respinte al mittente. Conte ha proposto gli “stati generali dell’economia”, senza parlarne prima con i suoi ministri e con i partiti della coalizione. La proposta in sé potrebbe anche essere buona e forse anche necessaria (sentire le parti sociali è sempre buona cosa) ma annunciarla in splendida solitudine è eccesso di protagonismo e mancanza di rispetto dei partner di governo. In una Repubblica parlamentare il Presidente del consiglio é “primus inter pares” e giustamente, sopratutto nel PD, il malumore è salito alle stelle.

Non è Stato da meno Vittorio Colao. Ha presentato il suo rapporto alla stampa prima che al Governo e l’insieme delle proposte è ,tra condoni e regalie, della serie “date tutto alle imprese che ci pensano loro”. Una proposta subito accettata da Salvini e dalla Confindustria.   Comunque gli stati generali si faranno e subito dopo si capirà quali proposte il governo saprà fare sia per presentarsi ora in Europa sia per predisporre la prossima finanziaria.

Abbiamo detto di Confindustria che ha gradito il piano Colao. Su Confindustria va detto che il nuovo presidente , Carlo Bonomi, si è subito presentato al paese con le peggiori intenzioni liberiste. Solo per dirne alcune: ha esordito dicendo che i contratti nazionali hanno fatto il loro tempo e che bisogna spostare la contrattazione a quella di secondo livello dove possibile (sottinteso: prima di cancellare anche quella e lasciare il singolo lavoratore e la singola lavoratrice a contrattare da soli con i loro datori di lavoro le loro condizioni di lavoro e salariali). Ha proseguito nel salotto di Vespa a Porta a Porta dicendo che l’Italia dovrebbe fare come l’Olanda e diventare anch’essa un “paradiso fiscale” per attrarre investimenti nel nostro paese. Infine ha aggredito il Governo dicendo che butterebbe via i soldi con le elargizioni “a pioggia” e senza finalizzazione alla crescita economica (sottinteso: date i soldi a noi, alle imprese , perché saremo noi a creare lavoro altro che sussidi e redditi di cittadinanza o di emergenza ecc.) e che così facendo il Governo Conte farà più danni che la pandemia. Erano anni che non si vedeva un esordio ordoliberista ai vertici di Confindustria come questo. Al confronto i suoi predecessori ci appaiono come simpatizzanti socialisti.

Nei prossimi giorni quindi avremo gli elementi per valutare i provvedimenti della fase 3. Nell’attesa però proviamo a fare l’esercizio di valutazione che abbiamo proposto all’inizio del nostro lavoro e chiederci se anche in questa crisi le possibili soluzioni possono prendere le tre direzioni che si sono manifestate anche nel passato ; vale a dire la direzione autoritaria, quella liberista, e quella Rooseveltiana / Keynesiana. La risposta è senz’altro affermativa.

Se diamo uno sguardo nel mondo non possiamo non preoccuparci delle tendenze autoritarie che in troppi paesi si vanno consolidando. Abbiamo già detto della proclamazione di una dittatura nel Parlamento Ungherese, seguito sulla stessa lunghezza d’onda dalla Polonia. Le preoccupazioni crescono se si guarda alla Turchia, alla Russia, alla Cina , al Brasile, e, su un’altro piano, perfino alle pulsioni sovraniste in Inghilterra e negli USA. In realtà la lista è molto più lunga ma si voleva solo sottolineare che il disordine mondiale cresce di giorno in giorno e la crisi globale covid 19 può da un giorno all’altro scatenare crisi sociali e politiche che possono prendere qualsiasi direzione. Le cifre della crisi che abbiamo visto in precedenza e che sentiamo peggiorare nelle previsioni giorno dopo giorno diverranno a breve disagio grave e insopportabile per milioni e milioni di persone (miliardi se si guarda ai senza lavoro molti dei quali con sussidi sociali nulli o insufficienti). E allora la rabbia sociale crescerà. Anche alimentata strumentalmente dai reazionari di ogni razza e risma come sappiamo. E la storia ci dice che in tali circostanze “l’uomo forte” ha il suo fascino sulle masse disorientate e disperate.

L’assassinio razzista di George Floyd che ha suscitato una reazione immensa e inaspettata di condanna al razzismo in tutto il mondo non deve farci chiudere gli occhi su quel che accade ancora oggi nel mediterraneo, dove, un giorno sì e l’altro pure, si sente di naufragi e di morti e, sui nostri campi agricoli nel foggiano, dove migranti sfruttati e schiavizzati raccolgono frutta e verdura per i nostri supermercati, ci sono aguzzini che li chiamano <<scimmie>> nelle loro conversazioni registrate. Per intanto, comunque , la soluzione autoritaria e sovranista in Italia non ce l’abbiamo. Anche se ci siamo andati vicino.

La soluzione liberista è quella scelta senza se e senza ma dai paesi “frugali” qui in Europa (con qualche ripensamento della Finlandia e della Danimarca) . Su un sentiero moderatamente liberista sembra essere la Francia e grosso modo anche noi. Qualcosa che sembra rivelare un orientamento più di sinistra e vagamente keynesiano/Rooseveltiano lo si riscontra in Spagna e Portogallo. Staremo a vedere.

Ora però vediamo più da vicino quel che si è fatto in Italia fino ad ora e , come fosse un “gioco” (un “esercizio scolastico”, se si preferisce) proviamo a valutarlo alla luce degli insegnamenti del New Deal sempre evocato ma mai e poi mai declinato.

Si ricorderà che il primo sacrosanto principio adottato da Roosevelt fu quello che i soldi pubblici devono beneficiare tutti. Ora, se si guarda alle due manovre del Governo, quella cosiddetta del “Cura Italia” e l’altra del “Rilancio Italia” si può constatare che quasi il 57% dei soldi resi disponibili sono andati (e sono destinati entro fine anno) al lavoro alle famiglie e al pubblico ( sanità e scuola e università) e il 43% circa alle imprese. Dunque da questo punto di vista i soldi pubblici sono per ora andati a tutti. Chi come Confindustria ha lamentato e lamenta che così si sprecano i soldi è servito. In questa fase quel che è stato fatto con i finanziamenti alla CIG (compreso la estensione di quella in deroga) e con il reddito di emergenza e con i bonus alle P. IVA e agli autonomi o con i soldi (pochi per ora) per la sanità e la scuola andava fatto per tamponare l’emergenza e non farlo sarebbe stato grave e imperdonabile.

Il secondo principio (slogan) del New Deal è stato rimettere tutti al lavoro.

Roosevelt, lo abbiamo ricordato all’inizio di questo lavoro, aveva constatato che con Hoover, dal 29 al 33, i soldi pubblici dati alle imprese non avevano portato ad un aumento della occupazione, al contrario erano finiti nel “casinò” della borsa a Wall Street perché i padroni non avendo nessuna certezza che i loro investimenti nella produzione sarebbero andati a buon fine, e cioè che i loro prodotti sarebbero stati venduti, hanno pensato bene di provare il colpo grosso in borsa. A qualcuno è andata bene ai più no come sempre accade al “casinò”. Oltretutto, quelli che invece hanno continuato a produrre dal ‘29 al ‘33 lo hanno fatto scatenandosi in una orgia di concorrenza sleale per conquistarsi quote di mercato con bassi prezzi ottenuti con un aumento bestiale dello sfruttamento della forza lavoro , con il lavoro dei bambini, aumentando l’orario di lavoro, abbassando i salari ecc. E naturalmente niente sindacato. Il risultato è stata una catastrofe : giù l’occupazione, giù i salari , giù il PIL, lavoratori sfrattati dalle loro case ecc. E masse di affamati agli angoli delle strade come abbiamo già detto.

Roosevelt ha fatto il contrario di quel che ha fatto Hoover. Si è indebitato e molto, ma i soldi li ha dati ad agenzie costruite ad hoc che hanno provveduto a pianificare una quantità impressionante di opere pubbliche in infrastrutture (strade ponti porti dighe aereoporti, ecc. che ancora oggi sono un tessuto infrastrutturale importante negli USA). Naturalmente le aziende private hanno concorso mettendoci del loro in queste opere ma ad esse Roosevelt ha chiesto un patto: niente concorrenza sleale sulla pelle dei lavoratori e dei bambini , quindi orario massimo di lavoro, divieto di lavoro ai bambini, e libertà sindacale. Ai lavoratori si lasciò la libertà di contrattare il proprio salario e le loro condizioni di lavoro. La concorrenza andava fatta sulle innovazioni tecnologiche e di processo e non sullo sfruttamento semischiavistico che era ed è l’ostacolo principale alle innovazioni tecnologiche e di processo. E così è stato. E ad ogni dollaro di denaro pubblico impiegato nella produzione e che andava ad aumentare il debito se ne aggiungeva uno e mezzo dei privati che a seguito delle garanzie pubbliche nei lavori avevano ora certezza nel loro investimento e nel suo ritorno in profitti. Il debito pubblico aumentava certo, ma aumentava l’occupazione (e i soldi prima destinati all’assistenza e alla solidarietà sono finiti nell’economia reale) , aumentava la produzione , aumentavano i salari, aumentava il PIL, aumentava la fiducia dei cittadini, e il debito pubblico pur se cresciuto era divenuto più che sostenibile.

Alla luce di questo insegnamento Rooseveltiano/keynesiano , qui da noi , e non solo da noi, sono piuttosto i soldi dati alle imprese senza vincolo alcuno a preoccupare . Facciamo degli esempi. Abbiamo dato una garanzia statale dell’80% su un prestito di Banca Intesa di 6,3 miliardi a FCA da restituire in 7 anni. Che garanzie abbiamo chiesto a FCA? Che quei soldi restino in Italia sia sui dipendenti diretti che su quelli dell’indotto. Ma con quali garanzie se sappiamo che tra un anno la FCA si fonderà con Peugeot ed Elkan, che diverrà il presidente di questo nuovo colosso dell’auto, ha annunciato negli stessi giorni che il prossimo anno gli azionisti di FCA Italia si divideranno un dividendo di 5 miliardi? Il rischio che quel denaro pubblico finisca agli azionisti si materializza subito (anche perché Elkan ha detto che la sua promessa agli azionisti è “scolpita nella pietra” -mentre la promessa ai lavoratori italiani non ha registrato neppure una stretta di mano tra Conte e Elkan). Almeno gli si poteva chiedere il rientro nel contratto nazionale dei meccanici di FCA Italia visto che Marchionne – buonanima ma altro campionissimo dell’iperliberismo_ se ne era uscito dal contratto nazionale abbandonando con ciò anche Confindustria. Bisogna stare attenti a dare i soldi alle imprese senza chiedere loro un patto. Ad esempio: visto che il neo presidente di Confindustria Bonomi vuole cancellare il contratto nazionale, che se così dovesse essere ci ritroveremmo nella situazione di concorrenza sleale tra le imprese che fu una delle principali ragioni del fallimento delle politiche di Hoover, perché non porre come condizione (una delle condizioni) dei soldi da dare alle imprese non solo il ritiro di tale proposito ma anche quello di appoggiare assieme ai sindacati la traduzione in legge dell’accordo sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale (la legge sulle RSU per intenderci) che i suoi predecessori hanno firmato? Sarà dura da far capire a Bonomi (e non solo a lui) , ma parlare di ricerca innovazione e sviluppo in imprese senza la libertà sindacale dei lavoratori è pura scemenza. Quando un padrone può fottere un suo concorrente prossimo con più orario di lavoro e meno salari ai suoi dipendenti se ne fa un baffo delle innovazioni. E ,come è noto, nel mercato libero e nella concorrenza senza regole, tra due aziende che fanno lo stesso prodotto, quella che riesce a sfruttare meglio i propri dipendenti, nel tempo, cannibalizza l’altra.

C’è un’ altro tema che va seguito con attenzione sui soldi che verranno spesi per sostenere le imprese e rilanciare l’economia. Quello dell’intervento dello stato nelle imprese. Le vicende dell’ ILVA, di Atlantia spa ( Autostrade per l’ Italia ), di Alitalia, ripropongono con forza questo tema. Se altrove la presenza dello Stato nei pacchetti azionari di aziende importanti non solleva problemi (ad esempio in Peugeot PSA il 12,5% delle azioni sono statali ) qui da noi la ritrosia è massima. Lo Stato deve “facilitare” le performance delle imprese ma non deve immischiarsi nella loro gestione dice Bonomi e con lui tutti i liberisti. Il pregiudizio verso lo Stato burocratico e sprecone è radicato. Eppure oggi più che mai sarebbe necessario abbandonare questo pregiudizio.

L’intervento pubblico e diretto dello stato nell’economia è stata un’altra buona idea del New Deal. E’ così che si sono rimessi al lavoro oltre 3 milioni di lavoratori ogni anno dal 1933 al 1937 ed è tornata la fiducia nei lavoratori e nel popolo americano.

Il 13 giugno è iniziata la settimana degli stati generali dell’economia voluti da Conte , e come sappiamo la presidente Von der Leyen, il presidente Sassoli e il commissario Gentiloni , verranno a dire che i soldi ci saranno per il nostro paese, ma non saranno regalati, al contrario, essi verranno erogati a fronte di progetti corrispondenti alle condizioni europee che giustificano la loro disponibilità, sia nel contenuto che nei tempi di realizzazione dei progetti approvati. Quanto ai contenuti di questi piani essi sono indicati nella relazione che ha accompagnato la proposta del Recovery Fund, e, suddivisi per macroaree, sono: SANITA’, ISTRUZIONE, LAVORO, AMMORTIZZATORI SOCIALI, DIGITALE , PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, GIUSTIZIA CIVILE, GREEN NEW DEAL (TRANSIZIONE VERDE).   Ora, se solo ci soffermiamo sulla prima di queste aree , la sanità, non possiamo non soffermarci su una riflessione che sinora abbiamo evitato, quella che vuole leggere questa crisi covid 19 come un ulteriore campanello d’ allarme che obbliga a considerare non solo le conseguenze economiche della pandemia ma più appropriatamente quel che tale pandemia significa in termini globali per il futuro dell’umanità e della stessa sopravvivenza della vita sulla terra.

L’ “ALTRA LETTURA” DELLA CRISI “COVID 19”

Questa non è una crisi come le altre. Non è una crisi solo economica. Questa crisi mette l’economia in coda nelle preoccupazioni di tanta gente. La prima preoccupazione è vivere. E questa preoccupazione richiama alla mente analoghi momenti nei quali abbiamo provato la stessa sensazione di paura e di spiazzamento. In modo assai minore è stato così quando ci fu l’incidente di Chernobyl. Si aveva paura a mangiare l’insalata, a mangiare la frutta, a bere il latte. Oggi si ha paura a respirare e a stare vicino al nostro prossimo e persino ai nostri cari. Persino quando sono morti non si può portare loro l’ultimo saluto. I camion militari pieni di bare a Bergamo, le fosse comuni in Brasile, i senza tetto confinati negli spazi parcheggio per macchine a Las Vegas senza neppure una brandina; sono immagini che non si dimenticano. Scavano nel profondo e rimandano a tutto ciò che è contro la vita; le guerre evocate dai camion militari, la morte inattesa e invisibile nelle bare , la disumanità nei parcheggi auto. E allora l’economia può mettersi in coda. Questa economia non è poi del tutto estranea a quel che accade. Sono in tanti a pensare e ad analizzare il nesso strettissimo che ha questa pandemia con la crisi ecologica e ambientale, con quella climatica del pianeta, con la fame e le diseguaglianze nel mondo. E sono ugualmente tanti a pensare che a problemi globali occorre dare risposte globali.

Due persone oggi nel mondo riassumono e rappresentano meglio di altri questo “altro modo” di guardare alle cose che accadono, si tratta di Papa Francesco e Greta Thunberg. Il primo a ricordarci nell’ Enciclica <<LAUDATE Sì, SULLA CURA DELLA NOSTRA CASA COMUNE>> che “ il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora” , Greta con il movimento mondiale “fridays for future” a porre una domanda apparentemente ingenua ma sconvolgente nella sua veritiera radicalità : perché darsi da fare a crescere se “la terra brucia” e a breve diverrà invivibile se non cambiamo rotta? “Toglieteci tutto ma non il futuro” hanno gridato con Greta gli attivisti del movimento nelle piazze di tutto il mondo. E con la pandemia si sono detti, forse con ironia e con giovanile ottimismo, che se un virus può fermare questa economia allora ci riusciranno anche loro.

Chi è sensibile a queste tematiche, per fortuna sempre di più nel mondo, e sempre di più tra i giovani, non può non guardare alla pandemia covid 19 come a una possibilità di, appunto, cambiare rotta. Nel modo di affrontare la pandemia e in quello per uscirne , nella ripresa dell’economia , nelle priorità da condividere insieme per il futuro del mondo. E sono tante le analisi che mettono assieme uno sguardo nuovo su quello che accade e nello stesso tempo avanzano nuove proposte per il futuro. Ci limitiamo solo ad un paio di esempi tra quelli possibili . Lo facciamo con le parole del filosofo del diritto Luigi Ferrajoli e con quelle del ex sindacalista, ambientalista e presidente della associazione “Energiafelice”, Mario Agostinelli.

Ferrajoli : << Il coronavirus non conosce confini. Si è ormai diffuso in quasi tutto il mondo

(…). E’ un’emergenza globale che richiederebbe una risposta globale. Possiamo quindi trarne due insegnamenti, che ci costringono a riflettere sul nostro futuro.

Il primo insegnamento riguarda la nostra fragilità e, insieme, la nostra totale interdipendenza.

Nonostante le conquiste tecnologiche, la crescita delle ricchezze e l’invenzione di armi sempre più micidiali, continuiamo – tutti, semplicemente in quanto esseri umani – ad essere esposti alle catastrofi, talune provocate da noi stessi con i nostri inquinamenti irresponsabili, altre, come l’attuale epidemia, consistenti in calamità naturali. Con una differenza, rispetto a tutte le tragedie del passato: il carattere globale delle catastrofi odierne, le quali colpiscono tutto il mondo, l’umanità intera, senza differenze di nazionalità, di cultura, di lingua, di religione e perfino di condizioni economiche e politiche. Ne consegue purtroppo – da questa pandemia planetaria – una drammatica conferma della necessità e dell’urgenza di realizzare un costituzionalismo planetario: quello proposto e promosso dalla scuola “Costituente Terra” che abbiamo inaugurato a Roma il 21 febbraio scorso.

Il secondo insegnamento riguarda la necessità che di fronte a emergenze di questa natura vengano adottate misure efficaci e soprattutto omogenee, onde evitare che la varietà dei provvedimenti adottati, in molti casi del tutto inadeguati, finisca per favorire il contagio e moltiplicare i danni per tutti. E invece ciascun paese adotta misure diverse, talora del tutto insufficienti come quelle prese negli Stati Uniti e in Inghilterra, i cui governi stanno sottovalutando il pericolo per non danneggiare le loro economie. Perfino in Europa i 27 paesi membri si muovono in ordine sparso, adottando ciascuno strategie differenti: dalle misure rigorose dell’Italia e della Spagna a quelle più lievi della Francia e della Germania. (…)

E’ mai possibile che l’Unione Europea sia capace di imporre agli Stati membri soltanto sacrifici e politiche di austerità a beneficio dei pareggi di bilancio, e non anche misure sanitarie a beneficio della vita dei suoi cittadini? La Commissione europea ha tra i suoi componenti un commissario per la salute, un altro per i diritti sociali, un altro ancora per la coesione e le riforme e perfino un commissario per la gestione delle crisi. Cosa aspettano costoro a prendere in mano questa emergenza e a promuovere in tutta Europa, con direttive vincolanti, misure omogenee ed efficaci dirette a fronteggiarla?

Ma soprattutto il carattere globale di questa epidemia conferma la necessità – già evidente in materia di aggressioni all’ambiente, ma resa ancor più visibile e urgente dal terribile bilancio quotidiano dei morti e dei contagiati – di dar vita a una Costituzione della Terra che preveda garanzie e istituzioni all’altezza delle sfide globali e a tutela della vita di tutti. Esiste già un’Organizzazione mondiale della Sanità. Ma essa non ha i mezzi e gli apparati necessari neppure per portare nei paesi poveri i 460 farmaci salva-vita che 40 anni fa stabilì che dovessero essere accessibili a tutti e la cui mancanza provoca ogni anno 8 milioni di morti. Oggi l’epidemia globale colpisce tutti, senza distinzione tra ricchi e poveri. Dovrebbe perciò fornire l’occasione per fare dell’OMS una vera istituzione di garanzia globale, dotata dei poteri e dei mezzi economici necessari ad affrontare la crisi con misure razionali e adeguate, non condizionate da interessi politici o economici contingenti ma finalizzate alla garanzia della vita di tutti gli esseri umani solo perché tali.

Di questo salto di civiltà – la realizzazione di un costituzionalismo globale e di una sfera pubblica planetaria – esistono oggi tutti i presupposti: non soltanto quelli istituzionali, ma anche quelli sociali e quelli culturali. Tra gli effetti di questa epidemia ci sono infatti una rivalutazione della sfera pubblica nel senso comune, una riaffermazione del primato dello Stato rispetto alle Regioni in tema di sanità e, soprattutto, lo sviluppo – dopo anni di odio, di razzismi e di settarismi – di un senso straordinario e inaspettato di solidarietà tra le persone e tra i popoli, (…) siamo un unico popolo della Terra, accomunato dalla condizione comune in cui tutti viviamo. Forse da questa tragedia può nascere finalmente una consapevolezza generale in ordine al nostro comune destino, che richiede perciò un comune sistema di garanzie dei nostri diritti e della nostra pacifica e solidale convivenza.

Luigi Ferrajoli.

Stralci di un articolo pubblicato da il Manifesto 17 marzo 2020

Agostinelli : << (…) In base a queste considerazioni, penso che non si possa prescindere (…) da un livello di coscienza generale che accetti l’abbandono di una pregiudiziale antropocentrica nei rapporti sociali e con la natura. Forse non abbiamo ancora preso abbastanza le misure della portata e dell’origine della crisi sanitaria e del perché si danno ovunque dati sottostimati: mai il conflitto tra economia e vita era apparso così immanente e tanto meno la conferma delle cause antropiche della mutazione ecologica ci aveva convinto a non rimbalzare più alla cieca da un’emergenza all’altra, trattandole separatamente.

L’onnipresenza di un minuscolo virus ha generato nel pensiero della gente comune la percezione che tutto è interconnesso: veniamo tutti – dalle monete che teniamo in tasca, al cuore che ci pulsa in petto, al cervello che coordina le nostre azioni, all’albero che ci dà ombra, alla cellula entro cui si annida un virus – dalla medesima “polvere di stelle”, che si è formata, riorganizzata ed evoluta in una “cosmogenesi” permanente, che dura da 14 miliardi di anni. Siamo totalmente interdipendenti, in un inestricabile intreccio tra la luce, l’acqua, l’atmosfera, i batteri, i virus, gli uccelli, gli umani. L’intero vivente cioè, possiede un’unica storia comune, un medesimo alfabeto genetico di base e gli elementi che popolano l’immenso universo non sono differenti da quelli che modelliamo o trasformiamo in prodotti con energia e lavoro, o con cui giocano i nostri figli, o che consentono di sfrecciare affannosamente sulle strade. Se l’Universo ha una storia comune, come afferma anche Francesco nella sua Enciclica, il genere umano – che ne è l’osservatore cosciente a distanza di miliardi di anni – deve assumersi la responsabilità di farla continuare o cessare, almeno per quanto riguarda la propria specie, ultima arrivata, ma inscindibilmente interconnessa alla biosfera. Questa decisione, da far convivere con la giustizia sociale, sarà inevitabilmente l’idea di fondo di una rifondazione della politica e di un nuovo “contratto” di democrazia sociale che travalica i confini delle nazioni.

Stalcio di un articolo di Mario Agostinelli pubblicato il primo maggio di quest’anno su www.energiafelice.it e www.lasinistrainzona.it . Su questi due siti è possibile leggere molti articoli di autorevoli studiosi sulle tematiche di cui stiamo ci stiamo occupando.

LE PROPOSTE DI OGGI CON LO SGUARDO AL DOMANI

Il pubblico e i diritti di cittadinanza. La sanità pubblica. Mai come in questi mesi si è apprezzata la grande conquista di civiltà del secondo dopoguerra che è la sanità pubblica e universale. E mai come in questi mesi si è capito che ogni ospedale, ogni letto, ogni infermiere, ogni medico, sottratto al pubblico a favore della sanità privata, è una sorte di crimine contro la comunità su cui essa insiste. Che in Lombardia si sia consentito alla sanità privata di passare in 30 anni dal 10% al 40% della sua presenza e che la medicina di base e territoriale sia stata dimezzata a favore della centralità ospedaliera, spiega le ragioni oggettive che ne hanno fatto la prima area al mondo per morti e contagi in rapporto al territorio e alla popolazione. Anche le ragioni soggettive hanno pesato naturalmente e la coppia Gallera/Fontana ce la ricorderemo a lungo.

Ora si tratta di prepararsi per il futuro. Non solo per la possibile ricrescita del contagio in autunno ma anche per il futuro lontano. La sanità pubblica va riorganizzata e rifinanziata per rimediare e in fretta della squalifica che ha ricevuto in questi anni. Per farlo bisognerà pensare a quanti soldi stanziare certo, e la discussione sui soldi del MES (37 miliardi da restituire in 10 anni a tasso zero) andrà certamente fatta. Personalmente non ho pregiudizi al riguardo e temo poco le “ritorsioni” della “troika” modello Grecia. Esse, nel nuovo ciclo europeo inaugurato con il recovery fund e che mi auguro venga confermato, sono semplicemente incompatibili. Piuttosto la preoccupazione è sul tipo di spesa da utilizzare per la sanità. Ci vorranno molte migliaia di nuovi medici e infermieri e queste sono spese permanenti che non scadono a dieci anni come il prestito MES. Certo si dovesse utilizzare il MES si può comunque trovare nei 10 anni a venire finanziamenti più stabili e ricorrenti. Comunque si vedrà. Quel che invece mi viene da sottolineare è che la sanità pubblica appartiene a quella lista di DIRITTI DI CITTADINANZA che in quanto tali devono essere (sono) appannaggio esclusivo del pubblico e questo è un argomento costituzionale che nel tempo l’abbiamo un po’ dimenticato. I diritti di cittadinanza sono quei diritti costituzionali che lo Stato e solo lo Stato può garantire ai cittadini. Tra essi il lavoro e la salute, l’istruzione, la pensione e l’assistenza, e la giustizia, sono in cima alla lista e nessuno può sostenere che la loro soddisfazione può essere garantita alla pari tanto dal pubblico quanto dal privato. Ricordate l’equiparazione pubblico privato nella sanità e la libera scelta di memoria formigoniana? Ecco quella fu una operazione ideologica truffaldina e che vide la sinistra calar le brache e dimenticare tanta parte del suo essere e della sua identità (e della sua cultura costituzionale).   La sanità privata deve fare profitto e il profitto per le aziende sanitarie (aziende!) private è la prima ragion d’essere. Via il profitto via la salute del cittadino e il suo diritto costituzionale a star bene in salute e ad essere curato indipendentemente dalla carta di credito che ha in tasca. La sanità pubblica questo rischio non può correrlo. Glielo vieta la Costituzione. Quanti soldi per la sanità pubblica? Quanto basta; né un euro in più né uno in meno (Gino Strada dixit).

Lo stesso dicasi per la scuola. La scuola pubblica deve essere per tutti , gratuita e deve essere la migliore. E’ uno scandalo che il 20% degli insegnanti sia precario e non di ruolo. Anche per la scuola occorre trovare i soldi che occorrono. Lo si deve ai figli che mandiamo a scuola oltre che alle prof e ai prof. E’ anche tempo che l’obbligo scolastico venga portato a 18 anni. Se si vuole una corrispondenza con i ritmi di crescita delle innovazioni tecnologiche e le scoperte scientifiche, con la globalizzazione e la crescita della fruizione culturale in generale, l’obbligo a 14 anni è oggi ridicolo. Oltretutto ci sono buone ragioni per pensare che la crescita scolastica e culturale media della popolazione possa essere anche un buon antidoto ai “virus” antidemocratici (pulsioni fascistoidi e sovraniste ecc. ). Stesso discorso si deve fare per l’università pubblica e la ricerca pubblica. La scuola privata? Tutto il diritto di esistere e fare quel che vuole. Ma deve essere economicamente autosufficiente. Come da Costituzione. Il capitolo pensione e quello della assistenza sono altri due temi cruciali. Sulla assistenza aspettiamo ancora i LEA e sulle pensioni non si riesce più a stare in pace dal 1995. (A proposito, occhio che con il PIL in caduta libera quest’anno si rischia un taglio delle pensioni giacché il PIL è un elemento di calcolo della pensione stessa che si aggiorna ogni anno rispetto anche alla inflazione e alla aspettativa di vita). Per la giustizia civile e penale bisognerà certo trovare il modo di accorciare i tempi.

Dunque il primato del pubblico sui diritti di cittadinanza. E se il pubblico e solo esso li può garantire allora bisognerà trovare le risorse e combattere con vigore molti dei pregiudizi e delle squalifiche che in questo trentennio hanno sepolto il medesimo sotto una montagna di m.

IL GREEN NEW DEAL E IL LAVORO E LA RICERCA. Una delle aree tematiche sulle quali si è più insistito nelle aree tematiche che l’Europa ha indicato come oggetto di finanziamento è quella ambientale in senso lato. Si tratta di un argomento enorme e con intrecci sul lavoro a 360 gradi. Qui i progetti possibili incrociano naturalmente le altre aree tematiche. Facciamo subito degli esempi. Investimenti verdi nella edilizia scolastica avrebbero ricadute positive sull’aria che respiriamo, sulla occupazione, sulla sicurezza , e infine sulla ricerca. Occorrerà però muoversi come ai tempi di Roosevelt. Occorrerebbe creare un’agenzia ad hoc e ad essa affidare il compito in 3-5 anni di sistemare tutti gli edifici scolastici in termini di sicurezza edilizia, connessioni a internet, e sopratutto pannelli solari su tutti i tetti. Su questi ultimi ci sono già state sperimentazioni negli anni passati e hanno dato ottimi risultati (es. a Milano e provincia ha seguito i progetti Sandro Barzaghi allora assessore all’istruzione in Provincia, e analoga esperienza vi è stata in alcune scuole di Cantu’). Naturalmente l’agenzia potrà ricorrere ad accordi e contratti con aziende private e/o pubbliche elettriche, edilizie , delle reti internet, e infine dei pannelli solari, invitando centri di ricerca alla innovazione e alla sperimentazione.

ARCELOR MITTAL. Altro capitolo che riguarda l’intreccio tra lavoro ambiente ricerca e ruolo del pubblico è quello dell’acciaio e segnatamente della ex ILVA.   Ormai sembra proprio che con Arcelor Mittal non si caverà un ragno dal buco. Avrebbero avuto dunque ragione quanti hanno sostenuto sin dall’inizio che l’ingresso di Arcelor Mittal nell’ ILVA aveva come scopo ultimo quello di eliminare un concorrente importante in Italia e in Europa e accrescere così la capacità di mercato del colosso indiano dell’acciaio. Che fare allora? Cercare altri partner? No. Bisogna prendere il coraggio a quattro mani e (ri)nazionalizzare, per la semplice ragione che all’Italia (secondo paese manifatturiero d’Europa) l’acciaio serve. Naturalmente occorrerà conciliare produzione e salute, vale a dire che gli altiforni dovranno essere alimentati a idrogeno. E cioè decarbonizzare la produzione e niente CO2. Il ricorso alla energia con idrogeno lo suggerisce anche in una intervista al Corriere del 7 giugno 2020 il vicepresidente della Commissione Franz Timmermans con delega al Green New Deal. Egli non dice che dobbiamo nazionalizzare ma considera la produzione dell’acciaio con idrogeno un fatto che certo interessa i piani green europei. Ecco cosa dice Timmermans : <<L’Italia potrà usare i fondi europei per l’ex ILVA di Taranto. Vogliamo investire lì perché c’è un problema con l’acciaio e il carbone. Se saremo capaci di costruire l’acciaio europeo con l’idrogeno anche a Taranto avremo l’acciaio verde e saremo competitivi.>>.

Servito su un piatto d’argento sembrerebbe. Resta l’ostacolo del -chi lo fa?- Deve farlo lo Stato anche temporaneamente. Per quanto tempo? Almeno 10 o 20 anni poi si vedrà. Tre giorni dopo l’intervista a Timmermans si poteva leggere sul Sole 24 ore (10 giugno) che, titolo: << la Germania investe 9 miliardi per diventare leader mondiale dell’idrogeno>>. Il ministro dell’economia tedesco Peter Altmeier ha presentato il piano come interno all’obbiettivo che la Germania si è dato di eliminare entro il 2050 completamente carbone e nucleare per l’approvvigionamento energetico ed ottenere tutta l’energia solo da fonti rinnovabili. Si punterebbe perciò ad ottenere entro il 2030 una produzione di idrogeno per via elettrolitica dall’acqua in grado di fornire 5.000 megawatt di energia elettrica e 10.000 megawatt per il 2040. Certo che attualmente estrarre idrogeno dall’acqua per via elettrolitica e poi usarlo per produrre energia costa più che produrre energia con il carbone. Ma, si ragiona oggi in Germania, nei tempi lunghi quei 9 miliardi saranno stati soldi spesi bene perché l’elettrolisi è un processo senza produzione di CO2, e poi, con il tempo, se la scala di produzione dell’idrogeno aumenta e aumenta la ricerca sull’intero ciclo produttivo potrebbero anche scendere i costi. Ad ogni modo si tratta di una decisione economica che prende lo Stato e che antepone le ragioni ambientali e della salute a quelle strettamente economiche. Lo Stato può farlo e se lo può permettere. Difficilmente lo farà mai un privato. Perchè tutto ciò non si dovrebbe poter fare anche in Italia?

Analoghi ragionamenti sul’intervento, anche temporaneo e mirato, del pubblico

(dello Stato) nell’economia si possono fare sulle vicende che riguardano L’Alitalia e Atlantia (autostrade Italia Spa).

L’intervento dello Stato nell’economia verde va fatto e subito sull’annoso problema del dissesto idrogeologico del nostro paese. Ogni volta che piove ci sono frane e allagamenti ovunque. Occorrerà piantare milioni di alberi sul nostro territorio. E nel frattempo le spese per riparare i danni sono sempre ingentissime. Meglio prevenire, si spende molto meno. E qui l’intervento delle stato deve essere non solo di natura economica e progettuale dal punto di vista ambientale ma deve investire le competenze regionali dopo la riforma del TITOLO V della Costituzione nel 2001. Per sistemare le sponde del fiume PO bisogna mettere insieme tre regioni. E se non vanno d’accordo? No. L’interesse nazionale sulle infrastrutture deve prevalere sulle opinioni difformi dei colori politici differenti delle differenti regioni. Anche qui come per la scuole occorrerà un Agenzia ad hoc. Con un incarico decennale almeno e poi si vedrà.

Quanto alle altre aree che l’Europa suggerisce per erogare i soldi stanziati, e cioè ammortizzatori sociali, digitale (l’Italia copre attualmente con la banda larga solo un quarto del paese), pubblica amministrazione (burocrazia e iperlegificazione) , giustizia civile e penale, non aggiungo nulla a quanto mediamente tutti noi conosciamo, sono problemi che ci trasciniamo da anni. Qui si voleva solo mostrare come la presenza anche temporanea del pubblico nell’economia, con agenzie ad hoc o con presenze di azioni in aziende importanti e strategiche ,uno sguardo non liberista sulle tematiche ambientali, potrebbe far guardare con fiducia all’immediato futuro per “rimettere tutti al lavoro” e lasciare ben sperare riguardo all’attenzione e alle tematiche ambientali.

IL POSSIBILE GRANDE RUOLO DEL SINDACATO

Nell’avviarmi alle conclusioni vorrei toccare ora un tema che mi sta particolarmente a cuore, quello del possibile grande ruolo del sindacato in questa crisi. Per fare quel che fin qui abbiamo suggerito per l’immediato e per un futuro più lontano, con un occhio alla esperienza del New Deal e un’altro alle tematiche ambientali ( al tempo del New Deal del tutto assenti) abbiamo un Governo che proprio forte e omogeneo non è. Sono iniziati gli stati generali e nella prossima settimana sentiremo le proposte della commissione Colao e altri contributi che poi verranno sintetizzate e presentate come orientamenti già alla riunione del Consiglio europeo del 18-19 giugno. Entro ottobre come abbiamo visto dovranno divenire progetti da presentare alla Commissione. Devo (dobbiamo) riconoscere che echi di quel che abbiamo detto sin qui difficilmente verranno riscontrati nella settimana che viene. Echi di quel che abbiamo detto si possono trovare qui e là solo nei siti particolari che abbiamo indicato della “sinistra extraparlamentare” e parlamentare (Sinistra Italiana è anche di governo) e in aree sindacali confederali ed “extraconfederali”. Tra le forze di governo c’è poco o nessuna sensibilità su quanto detto fin qui. Ora però , ci piace tuttavia pensare che l’interesse del sindacato, di tutto il sindacato, alle tesi qui sostenute potrebbe essere assai alto. Al sindacato dovrebbe interessare in sommo grado che possano esserci richieste di investimenti con piani sui diritti di cittadinanza e sull’ambiente in grado di mettere al lavoro in poco tempo centinaia di migliaia di lavoratori. Il sindacato è tutt’ora una grande forza nel paese. Una forza con decine di migliaia di funzionari e attivisti che se opportunamente motivati sono stati capaci in passato di mobilitazioni straordinarie e memorabili. E tutto lascia pensare che potrebbero ancora esserlo. Allora occorre chiedersi cosa potrebbe e dovrebbe fare il sindacato in questa situazione. Il sindacato dovrebbe UNITARIAMENTE presentare al governo un suo piano di uscita dalla crisi e battersi per ottenerlo. Mi soffermo sul fatto che questo impegno dovrebbe essere unitario. Se la crisi che stiamo attraversando è quella che vediamo ogni giorno e che potrebbe ulteriormente aggravarsi allora occorrerà recuperare lo spirito della UNITA’ SINDACALE DEL GIUGNO 1944. , quello della CGIdL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro). Oppure quello della stagione dell’autunno caldo che tra le tante cose portò anche allo Statuto dei Lavoratori del quale abbiamo da poco ricordato il cinquantenario. Quelle parentesi unitarie terminarono, nel 1948 la prima (ma la sua esistenza fu determinante per le fasi finali della guerra , della Resistenza, dell’inizio della ricostruzione del dopoguerra), a metà degli anni ‘80 la seconda (dopo aver assecondato un decennio di riforme costituzionali senza precedenti).

Il sindacato deve far valere tutta la sua forza potenziale nei confronti di questo governo e fargli capire che rappresenta 10 milioni di lavoratori e che è in grado di mobilitarli. Chi si oppone oggi a questo governo sono i liberisti antieuropeisti fascistoidi e populisti. I liberisti europeisti però in parte sono nel governo. Bene, occorrerebbe far prendere coscienza al governo che il sindacato considera l’Europa il suo orizzonte e quindi che su questo è suo alleato. E che è pronto a far di tutto per consentire l’azione del governo in un orizzonte europeo per l’accesso ai fondi disponibili e per i piani che sono a ciò necessari.

Devono unificarsi CGIL CISL e UIL ? La proposta la fece Landini in occasione della sua elezione. CISL e UIL hanno lasciato cadere la proposta. Di certo oggi nell’interesse dei lavoratori che rappresentano devono fare di tutto e in fretta per presentarsi al governo con una piattaforma e dicendosi disponibili a farla vivere nel paese e a battersi per ottenerla. Questa piattaforma deve contenere almeno tre temi: 1. lavoro e ambiente, 2. carta dei diritti, 3. legge sulla rappresentanza.   Mi rendo conto che non si può trascinare CISL e UIL su temi sui quali la CGIL ha già delle proposte organiche su due dei tre temi necessari. La CGIL ha elaborato proposte importanti sia con il piano per il lavoro che con la Carta dei Diritti (una sorta di nuovo Statuto di tutti i lavoratori). Sulla legge sulla rappresentanza invece l’unità c’è già e tutti sanno quanto essa possa essere decisiva per stroncare il fenomeno osceno dei “contratti pirata”.   Oltretutto con una tale legge anche i sindacati come l’USB potrebbero entrare a far parte della rosa dei sindacati selezionati per rappresentare quel che la Costituzione prevede all’art. 39.   Il sindacato unito contro la crisi covid 19 potrebbe essere la forza decisiva per uscire bene e meglio da essa. I loro gruppi dirigenti sì dovrebbero chiudere in un qualche convento e in fretta e uscirne con un piano unitario da far vivere nei luoghi di lavoro e nel paese con una mobilitazione straordinaria. Sogni? Ci vogliono anche quelli.

Di certo sappiamo, e con ciò chiudiamo, che ad oggi la soluzione autoritaria alla crisi è improbabile ma è in agguato. Il disordine mondiale è sempre più profondo, l’Europa è un oasi di civiltà e di diritti in tale contesto mondiale , ma è fragile, (vedi Brexit) basta un niente e si disintegra. Dovesse capitare prepariamoci al medioevo prossimo venturo. Quella liberista è più probabile ma è una prospettiva terribile perché la crisi per i lavoratori e i pensionati, per i giovani precari, diverrà sempre più terribile e a pagarne le conseguenze sarà anche e sempre di più la natura , che il capitale considera come “oggetto di lavoro suo”, indispensabile nel suo processo lavorativo, per ricavarne il massimo del profitto e nel più breve tempo possibile. Indifferente questo capitale ai cambiamenti climatici e sensibile alle tematiche ambientali solo se non contrastano l’economia come loro la intendono. E allora, per dirla con Giorgio Ruffolo, siccome <<il capitalismo ha i secoli contati>>, proviamo almeno a dargli una versione “new deal”, versione che oggi potremmo anche chiamare “ecosocialista”.

Leo Ceglia giugno 2020 Milano

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