I problemi del lavoro nel mondo

Sandro Antoniazzi

 

Il mondo del lavoro è attraversato oggi in modo evidente da un’infinità di problemi e non può che essere così perchè il lavoro è “incastrato” nella economia e nella società e quindi partecipa delle loro trasformazioni e vicissitudini.

Proprio per questo i problemi attuali non sono né congiunturali né di razionalizzazione, in quanto attengono piuttosto ai cambiamenti epocali in corso, dove fra l’altro il lavoro costituisce spesso l’oggetto su cui scaricare le contraddizioni.

Per entrare nel merito ritengo che si possano riunire le molteplici questioni attorno a tre  nodi fondamentali che sono i seguenti:

  1. Il lavoro manca, ce n’è poco, non ce n’è per tutti.
  2. Il lavoro è sempre meno importante nella vita come fattore di identità e di espressione personale,
  3. Con la caduta delle ideologie, il movimento del lavoro ha perso un orizzonte di valori e una visone della società, che erano strettamente uniti fra loro.

1)  Il primo problema, tanto per l’Italia quanto  per l’Occidente,  è che il lavoro diminuisce, manca.

E’ così anche per il Sud, ma ci sono più abituati; ora però la popolazione è in continua crescita e la situazione si aggrava.

Quando parlo del lavoro, intendo il lavoro buono, il lavoro standard (idealmente quello indeterminato a tempo pieno); è diminuito per via delle tecnologie, delle delocalizzazioni mondiali, della terziarizzazione, dello sviluppo del lavoro immateriale.

In compenso si diffondono lavori precari, a termine, part-time, interinali, a basso costo, in nero, occasionali, lavoretti; riempiono la mancanza di lavoro, sono come dei succedanei sempre più discrezionali.

Uno sguardo mondiale è molto utile per capire come stanno le cose e a riguardo si possono richiamare almeno due questioni principali.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel mondo i lavoratori informali rappresentano il 60% del totale, contro il 40% dei formali. Se poi come ricorda la rete delle riviste dei gesuiti “The future of the world”, si tiene conto anche  del lavoro di sussistenza, queste cifre si riducono della metà perchè il 50% di tutti i lavori è costituito dalla sussistenza.

Dunque la gente nel mondo vive anche senza il lavoro standard e forse la diffusione del fenomeno del precariato  potrebbe segnalare un processo incipiente che porterà alla trasformazione del lavoro anche da noi.

Occorre poi tener presente un secondo dato strutturale. Partecipando tempo fa a un seminario, ho avuto occasione di ascoltare l’ amministratore delegato di una filiale italiana di una multinazionale americana che stava realizzando il trasferimento di una fabbrica di 150 dipendenti dall’Italia al Vietnam: qui il costo del lavoro annuo per lavoratore era di 37.500 euro, in Vietnam era di 1.200 euro.

In questa differenza abissale, che consente alle multinazionali di pagare i prodotti in maniera irrisoria e di rivenderli nei paesi sviluppati con ampi margini, sta una buona parte dei nostri problemi.

Queste considerazioni ci portano a due conclusioni.

La prima ci induce ad adottare una visione diversa del lavoro, rispetto a quella che abbiamo sempre avuto, esclusivamente riferita al lavoro salariato; ci sono tante altre forme di lavoro nel mondo e occorre prenderne atto, perchè nella società futura che si prospetta esisterà un misto di lavori diversi, per i quali dobbiamo attrezzarci.

In secondo luogo l’Occidente vive in una buona misura sul lavoro poco pagato del Sud del mondo, che consente a noi dei consumi più che dignitosi, di cui altrimenti non potremmo godere.

Così è assolutamente necessario far crescere i salari del Sud anche se questo avrà una ripercussione sul rialzo dei prezzi dei beni di consumo; entrambi i processi potranno portare ad una attenuazione delle attuali differenze, il che significa per noi essere disposti a qualche sacrificio e forse, domani, ad una vita più modesta.

Siamo all’interno di processi più grandi di noi e tutto fa pensare che non sarà possibile tornare al pieno impiego del lavoro salariato di un tempo, ma che piuttosto si andrà verso una pluralità di lavori e di soluzioni differenziate.

 

2) Un secondo nodo è costituito dalla perdita d’importanza del lavoro come espressione di identità e di realizzazione personale. Si lavora perchè si deve guadagnare, ma la ricerca della soddisfazione personale è ricercata altrove, al di fuori del lavoro.

Ma il lavoro costituiva una condizione comune e quindi un legame che univa; le attività extralavorative sono invece scelte individuali che non possiedono questo carattere unitivo.

Il lavoro poi comportava una motivazione forte di stima di sé, di espressione delle proprie capacità, di contributo che si dava alla convivenza sociale; tutto questo è largamente assente nelle scelte individuali.

Si determina uno scompenso notevole: un lavoro che occupa tanta parte del tempo quotidiano, ma con sempre minor senso; parallelamente un’attività di ricerca di soddisfazione individuale esterna altrettanto incerta socialmente.

Il lavoro deve avere senso.

Per  questo fine innanzitutto deve essere dignitoso; questa è la battaglia fondamentale portata avanti dall’ Organizzazione Internazionale del Lavoro con la proposta del “decent work” e quella successiva dei “core labour standards” (condizioni minime di un lavoro civile e umano).

Questo è anche il senso del discorso, da noi e in Occidente, della partecipazione.

La partecipazione del lavoratore nell’ impresa non è un optional,non è un sopvrappiù: è il senso del lavoro stesso, è il lavoro come deve essere: un lavoro dove il lavoratore possa esprimersi, dire la sua, manifestare le sue potenzialità personali.

Qui il discorso potrebbe e dovrebbbe ampliarsi: continua a sussistere un’idea e un diritto dell’impresa che è quello di 100 anni fa.

E’ ora di affermare con forza che l’azienda non è del padrone, è tanto dell’imprenditore che dei lavoratori: è un fatto collettivo, è un’associazione. Il capitalista mette i capitali, i lavoratori il loro lavoro e poi si decide insieme come gestire nell’interesse comune.

Alla fine dell’anno pagati gli interessi al capitale e i salari ai lavoratori (managers compresi) quello che avanza di chi è? Io penso di tutti, non solo del padrone,perchè è il risultato di un’ opera collettiva. ( Questo mi sembra il significato attuale della dottrina sociale sulla partecipazione agli utili che non può ridursi a qualche elargizione simbolica di azioni,ma deve riconoscere l’interesse e il diritto a poter condividere finalità e funzionamento dell’impresa)

Forse sono andato un po’ lontanto, ma è la strada su cui dobbiamo muoverci.

Certamente per migliorare il lavoro esistente si possono e si devono fare tante cose, tutte importanti per dare valore al lavoro.

Ridare senso al lavoro, e non ridurlo a un puro scopo economico, è fattore essenziale per riequilibrare la vita e il lavoro; è importante la vita fuori dal lavoro, ma è importante anche il lavoro: dall’equilibrio delle due si può pensare a una vita umana migliore.

E la valorizzazione del lavoro è poi importante anche per il movimento del lavoro; se il lavoro non conta, come può contare il movimento del lavoro? Questa è poi una base importante per il  rilancio di un movimento del lavoro nel nuovo quadro mondiale.

 

3) Infine una terza problematica impegnativa che riguarda il mondo del lavoro è la caduta delle ideologie che ne avevano determinato e sostenuto lo sviluppo per oltre 150 anni.

Come è noto queste ideologie erano sostanzialmente due, la comunista e la socialdemocratica.

La prima è praticamente scomparsa col crollo dell’Unione Sovietica, ma già prima aveva perso il proprio ruolo “propulsivo” essendosi traformata da una grande speranza di una nuova società per i lavoratori e per i popoli in un regime dittatoriale; la seconda, in modi e per motivi diversi, è pure entrata in una crisi profonda.

La socialdemocrazia, particolarmente in questa secondo dopoguerra, ha espresso uan scelta esplicita a favore del capitalismo, a condizione che allo sviluppo economico fosse strettamente connesso lo sviluppo sociale.

Per diversi decenni questo legame tra sviluppo economico e  sviluppo sociale ha funzionato molto bene (sono stati i cosidetti trenta “anni gloriosi”), sia perchè erano anni di grande sviluppo, sia perchè capitalismo ed Occidente erano uniti per contrastare il pericolo comunista.

Esisteva dunque un interesse comune a questa crescita condivisa.

Poi lo sviluppo ha rallentato, il nemico comunista è scomparso, il capitalismo ha potuto espandersi liberamente nel mondo intero senza più il peso della responsabilità del sociale.

Il neoliberalismo ha compreso che a livello internazionale l’economia poteva “slegarsi” dal sociale e così il modello socialdemocratico ha esaurito il suo ruolo, non serviva più, è stato accantonato.

L’ area “sociale (il sindacato, i partiti di sinistra, i movimenti) si sono trovati nel contempo privi dei grandi orizzonti ideali e ancor più di una visione positiva della società, come era stata quella

socialdemocratica.

Ricostruire qulacosa che sia anche lontanamente paragonabile a questo non è mpresa facile.

Così è da 40 anni che alla posizione dominante della politica liberista non si è stati in grado di proporre una valida alternativa.

E come appare da quanto abbiamo detto, non si tratta di un po’ di keynesismo e di welfare, ma di una prospettiva che sappia tenere insieme tante cose: l’economia col sociale, la visione di una società più giusta, il riconoscimento della funzione tanto dei lavoratori quanto dei popoli.

In questa situazione oggi ciò che avviene sono tante battaglie specifiche, tutte giuste, ma che  faticano a trovare un senso generale, un denominatore comune.

Non si può certo pensare di unificare facilmente lotte del Sud e del Nord, dei lavoratori e delle donne, lotte ambientali e lotte democratiche, ma uno sforzo perchè tutti cerchino anche questo senso comune si presenta essenziale, per dare forza a queste stesse battaglie e per poter contare di più a livello globale.

Così portando avanti le battaglie del lavoro, sociali e politiche a livello locale e nazionale, dobbiamo avere la coscienza che esse sono inserite in un contesto mondiale da cui non possono prescindere e dobbiamo anche sostenerle in modo da affermare con evidenza questa più ampia dimensione.

 

giugno 2020                                                                                                  Sandro Antoniazzi  – segretario Fim Cisl Milano e succcessivamente Cisl Milano e Lombardia –

Questo articolo è pubblicato anche dal sito dei cattolici democratici.

2 Risposte

  1. Redazione ha detto:

    Dico la mia sull’articolo di Sandro Antoniazzi sui <>. Riporto per comodità sue citazioni e le commento. Leo Ceglia.

    Antoniazzi (A.)tocca tre temi:

    << 1. Il lavoro manca, ce n’è poco, non ce n’è per tutti. 2. Il lavoro è sempre meno importante nella vita come fattore di identità e di espressione personale, 3. Con la caduta delle ideologie, il movimento del lavoro ha perso un orizzonte di valori e una visone della società, che erano strettamente uniti fra loro.>>

    Sul primo tema dopo aver detto che il lavoro “buono e standard “ cede il passo a quello precario nelle più varie forme e che le delocalizzazioni spingono in questa direzione ci propone due considerazioni:

    << La prima ci induce ad adottare una visione diversa del lavoro, rispetto a quella che abbiamo sempre avuto, esclusivamente riferita al lavoro salariato; ci sono tante altre forme di lavoro nel mondo e occorre prenderne atto, perchè nella società futura che si prospetta esisterà un misto di lavori diversi, per i quali dobbiamo attrezzarci.>>.

    Commento mio. No. Per me non è così. Il lavoro salariato è la forma dominante del lavoro nel capitalismo e coesiste con altre forme di lavoro che sono sopravvivenze del lavoro schiavistico, semischiavistico, feudale, semifeudale e, grazie alle nuove tecnologie, vi sono adesso le new entry tipo smart working, riders, ecc. legate alle aziende di nuova generazione -Google, Apple, Amazon ecc.- Le cd altre forme di lavoro non sono altro che la coesistenza nella catena del valore di questa o quella azienda di nuova e/o vecchia generazione di forme schifose di sfruttamento di una parte di forza lavoro con un’altra parte di forze di lavoro della medesima azienda con forme di lavoro invece “smart” e standard e buone. E perché è possibile tutto ciò? Perche’ il mondo del lavoro e le ideologie che lo hanno sostenuto in crescita e positivamente in oltre 150 anni hanno subito una sconfitta storica che ha spianato la via agli appetiti del capitale (in ciò A. ha ragione). Appetiti soddisfatti con legislazioni ad hoc sulle quali si è poco riflettuto a sinistra (lo diciamo in senso largo e per semplicità). Dunque per me che un’azienda possa avere la sede della ricerca nella Silicon Valley, quella della produzione dei circuiti a microcip in Indonesia, le sedi fiscali a Londra, e le casseforti alle Cayman, non è frutto inevitabile e naturale del mondo che cambia, no, è frutto anche di scelte politiche che come sono state introdotte potrebbero essere cambiate. la società futura sarà un misto di lavori pagati diversamente ma sempre di lavoro “salariato” si parla anche se mascherato da forme differenti. Resto marxianamente convinto che senza lavoro salariato non siamo più nel capitalismo. Noi non dobbiamo abituarci a questo e certo dovremo attrezzarci per organizzare chi lavora nei luoghi virtuali (le cd piattaforme digitali), ma anche noi potremo usare la tecnologia per aggiornare le forme organizzative dei sindacati e delle forze politiche di sinistra ecc. (esistono già “piattaforme digitali parasindacali” autoorganizzate suscettibili di sviluppo ).

    Dice ancora A: <> con Ferruccio de Bortoli allibito di fronte a quel che Piketty diceva. Quest’ultimo illustrava alcune delle proposte (che chiama “socialismo partecipativo”) contenute nel suo libro: (riporto da il manifesto del 9 giugno 2020)

    <> Anche su questo A. ha ragione. Accennavo prima alla importanza sulla legislazione dell’impresa.

    <>

    Commento mio . Eh! Questa sì che è una affermazione forte. Siamo ben oltre l’art. 46 della nostra Costituzione. Quando si tira in ballo la proprietà siamo in zona border line. A. pensa alla Olivetti anni ‘60? Anche lì però non si trattava di un diritto dei lavoratori ma di una concessione di un capitalista illuminato e illuminista.
    Prosegue A. <>

    commento mio: Oltre l’art. 46 C. <> E se si è in perdita? Interviene lo stato? La partecipazione è importante, ma non bisogna mai dimenticare che potenzialmente gli interessi e le condizioni di partenza non sono gli stessi. Comunque negli ultimi anni CGIL CISL UIL hanno deciso che si può fare come in Germania (e anche meglio si spera) e far parte dei CdA aziendali in rappresentanza dei lavoratori. Nulla in contrario; anzi da rivendicare con forza laddove alle aziende arrivano aiuti di stato oppure sono a partecipazione statale.
    In proposito mi viene in mente che a queste problematiche aveva pensato nel 1989, anno fatidico, un premio nobel dell’economia, tale James Meade (insiema a Keynes e Sraffa nel cd circolo di Keynes) che in un libro che ebbe un breve e intenso successo e poi finì nel dimenticatoio avanzò tesi originali e che potrebbero venir buone anche oggi. Di sicuro potrebbero dialogare con le tesi di A. Il libro è <>, ed.Feltrinelli. Questi si inventò un luogo inesistente (agathotopia appunto) dove però vigeva un’economia che raccoglieva il meglio del capitalismo e il meglio del socialismo. Per dare un’idea riporto poche righe della pagina retro di copertina
    <>

    Si potrà recuperare in questi esperimenti il senso e il valore del lavoro. Non lo sappiamo ma sperimentare è necessario e decisivo. Dunque proviamoci.
    A mio parere però per recuperare oggi il valore e il senso del lavoro occorre anzitutto comprendere culturalmente e teoricamente la necessità della alleanza del lavoro con la natura e della loro necessaria lotta insieme contro il capitale. Considero questa “ignoranza” una delle origini delle sconfitte delle culture e ideologie del movimento operaio, e delle sinistre tutte. Si sempre ignorato l’ambiente (qui in Italia) almeno fino al report del Club di Roma nel 1970. Quando la questione ambientale ha cominciato ad affacciarsi sul palcoscenico della politica la sua esistenza si è subito contrapposta con il mondo del lavoro e viceversa. Se per difendere l’ambiente si deve sacrificare posti di lavoro niente da fare, barricate del sindacato e delle sinistre. Viceversa, il disinteresse e il fastidio quasi verso le tematiche sociali dei lavoratori ( i loro diritti a cominciare da quello al contratto e a quelli sanciti dallo Statuto dei lavoratori) è stato sempre manifestato senza problemi. Questo ancora oggi e le contrapposizioni dolorose nel mondo e da noi (ex ILVA docet) si sprecano.
    Eppure se lavoro e ambiente fossero alleati sarebbero ambedue fortissimi e il mondo del lavoro e il pianeta avrebbe solo da guadagnarci. Dire ambiente vuol dire natura. Dire natura nel processo lavorativo in ogni tempo e luogo nel mondo vuol dire OGGETTO di lavoro, (comunque trasformato o da trasformare). Nel “ricambio organico” tra l’uomo e la natura per riprodurre la vita si devono incontrare “lavoratore – mezzo di lavoro – oggetto di lavoro”. Così è sempre stato e così sarà anche in futuro. Senza farla lunga allora possiamo tranquillamente affermare che nel processo lavorativo capitalistico l’oggetto di lavoro (cioè la natura comunque trasformata o da trasformare) appartiene al capitale al pari del mezzo di lavoro e del lavoratore per il tempo che lavora per esso. E’ per questo che il capitale non ha nessuna attenzione per la natura al di fuori del suo interesse primario al profitto. E le leggi sono dalla sua parte perché se l’è fatte ad hoc con governi asserviti o disattenti. Carbone e petrolio o la foresta amazzonica,solo a titolo di esempio, ci hanno messo milioni o miliardi di anni per formarsi ed accumularsi. Dovrebbero essere patrimonio dell’umanità e della terra. Perché esistono delle leggi che permettono a singoli capitalisti di sfruttare quelle risorse a proprio primario vantaggio? E perché il lavoro umano che pure è indispensabile in ogni processo lavorativo (quelli che lo negano parlando di aziende completamente automatizzate e robotizzate omettono che qualche umano ha progettato e messo assieme il tutto e controlla l’alimentazione di materia prima e mezzi per la riproduzione nel tempo della sua attività. – per Marx senza lavoratori da sfruttare non c’è capitalismo-) deve poter essere sfruttato nel modo che sappiamo e senza diritti e con salari da fame in mezzo mondo?.. Lavoro e natura possono e debbono allearsi. Con l’aiuto dello stato quando serve. La sensibilità ambientale è oggi interclassista e intergenerazionale. Meglio così. E’ più larga la superficie della possibile alleanza. Cosi il lavoro potrà recuperare senso e valore non solo per il singolo lavoratore ma per l’intera umanità se denuncia aggressioni all’ambiente e si batte per farle cessare. E viceversa gli ambientalisti dovranno poter contare sui lavoratori laddove il loro territorio dovesse essere aggredito da amministratori e governi poco sensibili a queste tematiche. Vi sarà simpatia reciproca tra lavoro e ambiente in questo modo. Questo che alcuni chiamano orizzonte ecosocialista potrà essere la nuova cultura e la nuova ideologia per restituire al movimento operaio e sindacale un respiro lungo nella storia futura.

    Il terzo tema di A è la crisi del comunismo e e quella della socialdemocrazia. Sono personalmente convinto che la socialdemocrazia ha beneficiato e tanto in occidente della presenza (e spauracchio) dell’URSS. Si sono riempite intere biblioteche per spiegare il fallimento del comunismo e il declino della socialdemocrazia. E molti se ne scriveranno ancora perché di spiegazioni soddisfacenti a mio parere non ce ne sono molte. E non sarò certo io ad aggiungere nulla sull’argomento.

  2. Redazione ha detto:

    Cari amici,
    cerco di rispondere e Leo Ceglia, che ringrazio delle sue riflessioni e del suo impegno e scrivo anche a voi per continuare la discussione.
    Innanzitutto Ceglia si sofferma sul tema del lavoro salariato, di cui riconferma la centralità.
    Su questo, e chiedo scusa della sinteticità, ricorderei tre cose:
    – il dibattito fra gli studiosi marxisti a livello mondiale sull’argomento è molto aperto. Ho scritto un appunto in proposito che Franco ha pubblicato. C’è Antunes che dice “tutti i lavoratori salariati” (superando la distinzione fra produttivi e improduttivi), c’ è Van der LInden (che parla di classi subalterne), c’è Toni Negri (che usa il nuovo concetto di moltitudine) e poi c’è il pensiero femminista, la Meis che parla del lavoro di sussistenza e in ogni caso non si può trascurare oggi il lavoro di riproduzione.
    – a livello mondiale in questo momento il lavoro informale supera quello formale o standard (60% contro il 40%). Se poi si considera anche il lavoro di sussistenza che è la metà di tutto il lavoro, le cifre di cui sopra si riducono al 30% per l’informale e al 20% per il lavoro formale (dove c’è dentro di tutto anche il lavoro a termine, part-time, a chiamata, precario,ecc). Sul lavoro informale ricorderei quanto sosteneva uno studioso africano:oggi gli africani sono un miliardo e 200 milioni, fra trenta anni saranno il doppio. Non penserete che tutta questa gente lavorerà con un lavoro a tempo pieno e indeterminato.
    – ciò che induce gli studiosi marxisti a un ripensamento è il fatto che attualmente il plusvalore solo in parte, e spesso non la maggiore, proviene dal lavoro salariato. Molto oggi viene prelevato attraverso la finanza (leggere Lazzarato sul lavoratore indebitato), o attraverso la rendita (quella sulle case, ma non solo) e poi mediante l’estrazione, forme di accumulazione non capitalistiche, ma che usano il potere politico e di coercizione (c’è una grande riscoperta della accumulazione originaria, che non è più soltanto originaria, ma che funziona anche nel capitalismo avanzato permanentemente. Vedi Harvey e la Fraser, ad esempio).
    A me sembra che abbiamo di fronte una situazione più complessa.

    Vengo così al secondo punto. Io penso che siamo in un sistema capitalistico, che non penso sia da abbattere, ma da cambiare, da trasformare.
    Per questo proposte come quelle di Piketty vanno bene, come andavano bene quelle di Gallino. Il punto debole di quelle proposte e il punto debole nostro è qual’è il soggetto o i soggetti disposti a lottare per cambiare il sistema. E’ la classe operaia? Già Ceglia prima parla del lavoro salariato, da cui si dovrebbe desumere che il soggetto se non la classe operaia sia la classe lavoratrice, ma poi propone un’alleanza con la natura. Si tratta di due soggetti oppure di un unico soggetto che diventa una classe lavoratrice con una coscienza ambientale?
    Quella del soggetto è il punto debole oggi della sinistra. Le discussioni di cui sopra sul lavoro salariato, informale, ecc..non è solo una discussione sul lavoro è anche una discussione che porta a individuare quali sono i soggetti della trasformazione.
    Seguo molto a riguardo il pensiero di Honneth (scuola di Francoforte) che sostiene tre cose:
    a) non abbiamo più un modello di società,dunque si tratta di cambiare questa
    b) il movimento del lavoro non è l’unico soggetto deputato a cambiare il mondo.
    c) le battaglie da fare non sono solo quelle economiche.
    Tirando le somme direi che i movimenti che possono cambiare il mondo sono vari, oltre al lavoro (il femminismo, l’ambientalismo, i popoli del Sud che combattono contro la colonizzazione rimanente e il razzismo, forze democratiche e sociali, ecc..). Occorrerebbe un orientamento convergente delle loro libere battaglie.
    Il movimento del lavoro in questa lotta ha un ruolo essenziale, però non è IL movimento , è UN movimento. Riguarda miliardi di persone e il lavoro è vitale, dunque da lì passano trasformazioni essenziali.
    Però la lotta oggi è più vasta. Insomma la mia idea del lavoro e del capitalismo è un pò meno marxista (perchè prendo Marx come studioso tuttora utile su tante cose, ma non sufficiente per stabilire una concezione politica attuale) in compenso è più ampia e comprende le realtà di oggi: oltre l’ambiente, anche il femminismo e la dimensione mondiale. E offre un ruolo centrale al movimento del lavoro.

    Per il terzo punto voglio solo ricordare che il cosiddetto compromesso socialdemocratico (capitalismo con unito progresso sociale) è stato il modello di sviluppo della nostra società come della società europea nel dopoguerra. Se siamo in crisi è perchè da allora non si è più riusciti a far valere un altro modello che unisse progresso economico e progresso sociale: ha stravinto la politica neoliberista. Non si può tornare al vecchio modello, dobbiamo lavorare a nuovi equilibri. Di qui la crisi del socialismo, salvo che risorga.
    Per il crollo del comunismo, anch’io non faccio analisi: dico solo che ha lasciato un grande vuoto nel movimento dei lavoratori (e una grande caduta del valore politico del lavoro): occorre riproporre un nuovo orizzonte per le forze del lavoro. Su questo ho detto sopra.
    Spero che ci sia in futuro occasione di incontrarci e dunque di continuare la discussione
    Un caro saluto a tutti.
    Sandro Antoniazzi

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