Alcune interpretazioni del lavoro nell’attuale contesto globale.

Sandro Antoniazzi. Segretario Fim Cisl nel 69/72 – segretario generale Cisl Milano 79/88 e della Lombardia.

L’anno 1973 rappresenta uno spartiacque fondamentale nel mondo del lavoro. La crisi economica aperta dall’eccezionale aumento del prezzo del petrolio consente un reale rovesciamento di una situazione sociale che aveva visto la preminenza della classe operaia nei rapporti di lavoro (il famoso “autunno caldo”).Le imprese colgono la crisi come occasione per individuare nuovi assetti produttivi che consentano loro un miglior governo della forza lavoro: chiusura di aziende marginali, introduzione di nuove tecnologie in sostituzione del lavoro operaio, decentramento produttivo, primi accenni di delocalizzazione all’estero in cerca di ambienti più confacenti. La crisi man mano si assesta, ma la condizione eccezionale degli anni caldi di piena occupazione e di particolare forza della classe operaia, non ritornerà più.  L’azione di “ripiegamento” o, se si preferisce di un lento e progressivo “ridimensionamento” della classe operaia, continuerà senza sosta, senza limiti. Man mano l’intero sistema produttivo si trasforma: scompaiono le grandi fabbriche, intere produzioni si spostano all’estero, la delocalizzazione diventa generale, l’0utsourcing dilaga, il lavoro si disarticola, diventa più precario, si terziarizza.  Siamo entrati progressivamente nell’era della globalizzazione, l’era del lavoro globale. Tutte queste vicende che coprono un arco di circa 70 anni hanno necessariamente indotto ad un ripensamento del tema lavoro, per cogliere i cambiamenti e tentando di ridefinire concetti e interpretazioni. Non senza difficoltà; anche perché il criterio interpretativo più consolidato, quello marxista, appariva ormai decisamente superato in tante sue parti e decisamente in crisi ( anche in relazione alla crisi dei sistemi socialisti e dei partiti comunisti). In un certo senso veniva meno quella “classe operaia” che rappresentava il centro della riflessione sul lavoro, in quanto soggetto predestinato a rivoluzionare il sistema economico-sociale. E con la sua scomparsa veniva meno l’interesse politico-ideologico a interessarsi del lavoro. Come diceva tempo addietro Axel Honneth della Scuola di Francoforte, da quando gli studiosi hanno preso atto che non esiste più una classe operaia che intende realizzare la rivoluzione hanno spesso di studiare il lavoro. E’ molto vero perché mentre i problemi si accumulavano e i cambiamenti avanzavamo impetuosi, ci si è trovati sprovvisti non solo di risposte, ma anche di una base culturale adeguata ad affrontarli. Si può dire così: che l’elaborazione di analisi e metodi interpretativi man mano più proporzionati e capaci di cogliere la novità dei problemi, richiedeva a monte una profonda revisione teorica, la ridefinizione di un  quadro di pensiero in grado di “comprendere” la nuova situazione. Un decisivo contributo a riguardo è venuto nell’ultimo decennio del secolo scorso da Marcel Van der Linden, per vari anni Direttore  di ricerca all’ Istituto di Storia sociale di Amsterdam, istituto di fama internazionale, in quanto depositario dei manoscritti originali di Marx,  Engels e di molti altri dirigenti del movimento operaio. La proposta di Van der Linden ha costituito una svolta decisiva:  passare dallo studio della storia del movimento operaio alla “global labor history”, una storia comprendente ogni genere di lavoro e per tutte le diverse epoche storiche.(L’Istituto ha dato seguito a questa indicazione promuovendo tra l’altro un’ opera sulla storia del lavoro in Africa e sviluppando incontri e rapporti con studiosi e centri di ricerca di altri continenti, interessati a partecipare a questo piano di lavori). E’ lo stesso Van der LInden che  poi,  a più riprese e all’interno di questa prospettiva, ha affrontato criticamente varie affermazioni di Marx.Nella visione marxista i lavoratori sono persone libere che vendono la propria forza lavoro: la condizione di libertà è ciò che rimarca la differenza del lavoro salariato rispetto alle passate strutture corporative, comunitarie e consuetudinarie, che tenevano vincolati i lavoratori. Vale la pena di citare per intero l’affermazione di Marx, secondo cui il lavoratore “deve poter disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona. Egli si incontra sul mercato con il possessore di denaro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti,  distinti solo per essere uno compratore, l’altro venditore, persone dunque giuridicamente uguali.”Ma in questa visone gli schiavi e i lavori coercitivi dove si collocano? Per Marx la schiavitù va considerata come capitale fisso, facente parte delle proprietà del padrone analogamente agli strumenti e alle macchine. Ma allora non producono valore e plusvalore? E la ricchezza che producono e che hanno prodotto per secoli, quale origine ha?Questo caso non è evidentemente solo un  caso scolastico: non solo perché nel mondo attuale la schiavitù e la coercizione sono molto diffuse, ma anche perché questo dimostra che il lavoro salariato non è l’unica forma attraverso cui si produce il valore, ciò che mette in crisi la teoria stessa.Dunque la classe operaia non è l’esclusiva produttrice del valore (ciò che costituiva il suo motivo d’orgoglio, essere i “produttori”, e gli conferiva il suo ruolo storico), ma altrettanto lo sono diverse altre categorie;  lavoratori indipendenti, lavoratori a contratto semi-indipendenti, lavoratori a mezzadria (sharecropping) forma di lavoro ancora molto diffusa a livello mondiale, lavoratori  e lavoratrici nella sussistenza, lavoratori tradizionali e comunitari, partecipano alla creazione di plusvalore.Un’osservazione specifica merita il concetto di vendita della forza lavoro. In realtà non c’è nessuna vendita perché non esiste nessun passaggio di proprietà: l’imprenditore può solo “usare” la forza lavoro messa a disposizione per un determinato tempo: Il lavoratore presta il proprio lavoro, ne offre l’uso, ma non cede la propria forza lavoro, la propria capacità: argomento che apre una riflessione sul tema lavoro-merce, che non possiamo sviluppare in questa sede. Considerazioni rilevanti provengono naturalmente anche da altri studiosi; ad esempio Ricardo Antunes, sociologo brasiliano noto anche in Italia, sostiene che nella classe lavoratrice attuale ( che chiama “la classe che vive del lavoro”) vanno compresi tutti i lavoratori salariati. In questa visione l’affermazione più rilevante è il superamento della distinzione tra lavoratori produttivi e improduttivi (che molto ha pesato nelle divisioni interne alla classe lavoratrice); questione certamente non secondaria nella visione marxista secondo cui è solo il lavoro produttivo che crea valore (mentre i lavori improduttivi, al contrario, non creano, ma consumano valore).Secondo Antunes, nella nuova situazione lavorativa (nella nuova morfologia del lavoro, per usare le sue parole) tale differenza è molto sfumata, esistono attività che sono al contempo produttive e improduttive, lavoratori improduttivi che svolgono mansioni simili ai produttivi, infine gli improduttivi coinvolti in forma indiretta alla formazione del valore esprimono una partecipazione sempre più vitale. Anche per questa via si estende in forma sempre più ampia la dimensione della classe lavoratrice e infatti Antunes esclude ben pochi gruppi sociali, in pratica solo i dirigenti e i percettori di rendite.Un ulteriore  e radicale mutamento di prospettiva deriva dalle tesi che provengono dal  movimento femminista. Benchè forse più noto per le battaglie di identità e sui diritti, non si può certo trascurare che non meno rilevante è l’apporto del movimento femminista in tema di riproduzione. L’attività riproduttiva in senso ampio  ( dall’attività domestica, a quella di cura, a quella di sussistenza) riveste un ruolo essenziale in rapporto alla produzione e costituisce a livello mondiale l’attività economica principale. Se contrariamente alla tradizione marxista, e più in generale della visione economica dominante,  riteniamo condivisibile la tesi portata avanti dal movimento, cambiano totalmente sia l’universo dei lavoratori/lavoratrici, sia il calcolo della formazione di valore.   Un tema oggi molto discusso e che merita di essere ricordato per la sua rilevanza  è quello della “accumulazione originaria”, di cui è difficile stabilire la paternità del rilancio. Marx, nel Capitale, vi dedica un capitolo dove descrive le condizioni di avvio della società capitalistica. Si tratta dunque di attività non capitalistiche che creano le condizioni affinché il capitalismo possa decollare.Viene definita accumulazione originaria perché appunto si colloca alle origini del capitalismo: lo sviluppo di questo è destinato a eliminare progressivamente ogni sopravvivenza di strutture e forme precapitalistiche, secondo la concezione marxiana di un capitalismo destinato a dominare l’intera sfera economica mondiale (per via dello “illimitato sviluppo delle forze produttive”). Accumulazione originaria significa superamento di forme economiche arretrate e desuete, ma anche conquista di poteri e di ricchezze non con mezzi economici, ma in modo violento (la forza e le guerre), oppure utilizzando leggi, potere, autorità per la propria affermazione.Il riapparire di questo concetto, che sembrava ormai relegato all’archeologia, si deve alla constatazione crescente che l’accumulazione originaria non è conclusa, ma che essa è più che mai in atto così da dover essere considerata non una parentesi del passato, ma come un fattore permanente anche del capitalismo attuale. In altre parole il capitalismo si sviluppa non soltanto economicamente, ma anche attraverso altre forme “politiche” con cui allarga la propria sfera di influenza. ( Ad esempio, una forma oggi molto diffusa di intervento coercitivo è quello dell’indebitamento con cui si preleva il reddito di masse  di persone ai limiti della sussistenza, come si è visto in USA nel 2008 coi subprime, dove la finanza ha svolto un ruolo estrattivo del valore prodotto in altri sedi).Appare evidente come queste elaborazioni mutino radicalmente una visione troppo semplificata e mutilata dell’economia, ridotta un po’ troppo forzatamente alla contrapposizione capitale-lavoro. Non solo la ristretta classe operaia viene sostituita da una ben più ampia classe lavoratrice (che considerando il lavoro domestico e di sussistenza comprende quasi l’universo, ad esclusione della classe al potere), ma ancor più l’estrazione del valore non avviene solo attraverso il lavoro salariato e non, ma in molte altre forme e riguarda sempre di più l’intera società.E’ utile aggiungere conclusivamente il pensiero di Toni Negri sulla produzione sociale, la biopolitica e la moltitudine. Col concetto di produzione sociale (che naturalmente non è solo di Toni Negri) si intende sostenere che ormai le produzioni sono sempre più correlate tra loro, che i rapporti uomo-macchina sono sempre più stretti, che il ruolo del lavoro immateriale è sempre più rilevante, che la cooperazione favorita dall’informatica è ormai pervasiva, e che l’insieme di questi processi rende ormai difficile identificare chi, dove e come produce valore, perché orami è l’intera società interconnessa che lo produce.“Nel lavoro immateriale la produzione travolge i limiti dell’economia tradizionalmente intesa e investe direttamente la cultura, la società e la politica. L’oggetto della produzione non sono più soltanto beni materiali, bensì relazioni e forma di vita”. Lavoro e vita, dunque la soggettività, si intrecciano sempre di più e dunque si trae plusvalore dalla vita stessa, dalla soggettività; però la soggettività è una realtà “eccedente” e dunque se il capitalismo tende a sfruttarla è altrettanto vero che essa rappresenta la forma attuale della libertà, la nuova forma di resistenza. L’insieme delle soggettività capaci di esprimere forma autonome di vita, il potere affermativo della vita, costituisce la moltitudine.“E’ quando il potere si estende, si diffonde in tutti i rapporti sociali – di qualunque natura esso sia – quando di conseguenza si cancella la vecchia struttura dicotomica dei rapporti di classe a favore di un’analitica dei poteri più fine, allo stesso tempo meno visibile e infinitamente più efficace, che anche l’antagonismo si estende al mondo sociale nella sua interezza” (Negri A., La fabbrica di porcellana, pg.88)-Il concetto di produzione sociale, cui si perviene anche attraverso analisi differenti, è senz’altro pertinente, mentre decisamente più discutibili sono le altre elaborazioni di Negri: il discorso sulla vita e sulla moltitudine appaiono poco più che titoli di temi ancora da affrontare; il passaggio poi vertiginoso dalla classe operaia alla moltitudine, al momento si presenta come il passaggio da un soggetto sociale determinato  (e portatore di una storia di 150 anni) a un termine onnicomprensivo sostanzialmente descrittivo. Questo limite è proprio anche delle nuove concezioni “ampie” della classe lavoratrice: più si allarga la definizione più il soggetto diventa indeterminato e sfuggente.Il concetto di produzione sociale, richiamando che vi è un apporto dell’intera società nel produrre, conferma che non esiste un gruppo, un soggetto particolare, che prevalga sugli altri nell’azione di cambiamento della società. In altre parole non esiste un ruolo privilegiato della classe operaia e neppure di una classe lavoratrice allargata, perché essa è talmente differenziata ed eterogenea per nazionalità, sesso, razza, interessi, da rendere irrealistica un’unità se non latamente ideale. In altre parole il movimento dei lavoratori ha un ruolo da svolgere nella trasformazione della società, ma non è un compito stabilito dalla storia o dal destino e può essere svolto solo per una libera scelta e nella misura delle proprie capacità, affrontando i temi complesse e inediti della situazione presente e nella consapevolezza che non si tratta di un compito esclusivo, ma che deve essere condotto con altri e alla pari degli altri.IL dibattito che è stato riportato attraverso alcuni tratti essenziali riporta ancora un’impronta essenzialmente occidentale, però le voci provenienti dagli altri continenti si fanno sempre più sentire e cresce anche la loro importanza, si potrebbe dire in proporzione alla crescita d’importanza dei loro paesi.In proposito un’opera che ha fatto epoca è il libro “Provincializzare l’Europa” di Dipesh Chakrabarty, uscito in Usa nell’anno 2000. Chakrabarty che proviene dai Subaltern Studies indiani, coerentemente con la linea di questa corrente di studi, ritiene che le culture dei paesi emergenti molto devono all’Occidente, ma contemporaneamente che queste non sono sufficienti per spiegare le dinamiche di queste realtà, che devono sempre di più sviluppare proprie autonome capacità interpretative.In particolare Chakrabarty ritiene che si possono analiticamente distinguere due storie: una Storia 1 che è la storia portata avanti dal capitalismo con la sua logica generale e una Storia 2 che è la storia delle molteplici realtà sociali e politiche che il capitalismo si trova ad affrontare e che hanno una loro dinamica propria.Il capitalismo si trova così ad affrontare, come del resto osservato in precedenza, una molteplicità di percorsi, in cui il caso del lavoro salariato costituisce una modalità tra molte altre.Qui si pone la domanda molto semplice di uno studioso africano “Gli Africani sono oggi un miliardo e 200 milioni e nel giro di 30 anni sono destinati a raddoppiare. Non penserete che tutte queste persone siano destinate a un lavoro a tempo pieno e indeterminato di tipo occidentale?” Un’analisi economica approfondita in merito è stata condotta dall’economista indiano Kalyan Sanyal che dopo aver passato in rassegna le diverse teorie economiche relative al rapporto centro-periferia nell’economia mondiale (teoria della dipendenza, teoria dei sistemi-mondo di Wallerstein e Arrighi,..)e averne dimostrato i limiti, sostiene una tesi innovativa: la possibilità di una convivenza non solo attuale, ma anche futura, tra un’economia capitalistica e un’economia locale, più comunitaria e diretta, fatta da piccoli produttori e dall’attività familiare e domiciliare (in evidente contrasto con la concezione marxista di un capitalismo destinato ad assorbire la totalità dell’economia).La posizione dell’economia capitalistica è certamente preminente, dominante, ma non egemonica, nel senso che deve riconoscere la validità della seconda economia e instaurare con essa rapporti cooperativi.Abbandonando l’ottica occidentale per una visione mondiale, non è difficile avvertire come i problemi di quello che una volta veniva chiamato il Terzo Mondo stiano diventando sempre di più anche i nostri problemi.Con la terziarizzazione, spesso arretrata, l’uso spregiudicato e autoritario della mano d’opera immigrata, l’appalto di mano d’opera, la polverizzazione del lavoro, il lavoro tende a impoverirsi e a disarticolarsi, si precarizza (tanto da far dire a un autore, Standing, che i precari rappresentano la nuova classe lavoratrice, anche se trattasi di una tesi più giornalistica che di teoria sociale). In ogni caso in Occidente si è aperto ormai seriamente il problema di una vasta area di lavoratori in condizione di forte fragilità che non hanno ancora trovato un’adeguata risposta sociale e per i quali si pone la necessità di un intervento da “decent work”, per usare i termini dell’ILO, ma in termini più specifici.Così, a proposito di seconda economia, la rilevante presenza in Occidente del Terzo Settore potrebbe costituire una base  per dar vita d una esperienza robusta, riconosciuta e affermata, cercando in forme nuove di dare risposta ai problemi di occupazione che avanzano.In altre parole le situazioni e i problemi tra Nord e Sud tendono a convergere, così come la presenza nel mondo di un numero sconfinato di  multinazionali collega e mescola sempre di più lavoratori di vari paesi, base potenziale di nuovi rapporti e solidarietà. Infine una riflessione va dedicata ai compiti del movimento dei lavoratori in Occidente, che non è solo quello della “difesa” dalle imponenti trasformazioni in corso; ruolo di difesa che è il ruolo sostanziale svolto in questi recenti 50 anni, non essendo stato in grado di proporre a livello generale un modello diverso di politica economica rispetto a quello liberistico.Nonostante tutto l’Occidente rimane ancora, se non nella situazione privilegiata di un tempo, certamente nelle condizioni migliori anche a livello delle strutture sindacali e per questo può essere il movimento che porta vanti delle posizioni di punta, strategiche, di democrazia più avanzata. A riguardo mi limito a citare, a mo’ di esempi significativi, i contributi di due autori: da una parte Axel Honneth e la sua proposta di riconoscimento, dall’altra Bruno Trentin per le sue idee sulla cultura e contro l’oppressione. Honneth afferma che la persona per realizzarsi ha bisogno di essere riconosciuta a livello dei rapporti personali, delle proprie capacità (lavoro) e dei suoi diritti pubblici; riconoscimento significa non un lavoro qualsiasi, ma un lavoro soddisfacente, che consenta di esprimersi, in una parola, un lavoro libero.Trentin nella sua Lectio Magistralis all’Università di Venezia ha sostenuto che il futuro del lavoro è nella cultura e nei suoi sofferti  Diari pubblicati postumi, seguendo le ormi di Simone  Weil, sostiene che prima delle questioni economiche va considerata la condizione di inferiorità del lavoratore, che poi consente il ruolo dominante dell’impresa: questa condizione di inferiorità è sostanzialmente culturale ed è a questo che dobbiamo puntare per avere lavoratori liberi.Molto è il lavoro da fare, ricercando una progressiva trasformazione delle imprese, per perseguire la finalità del lavoro libero;  ma questo potrebbe anche costituire il grande obiettivo storico del movimento del lavoro, il suo contributo nell’era della globalizzazione.  Sandro Antoniazzi. Rete Civica di Milano. Nella foto: operai Lambretta.

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