“Nulla di questo mondo ci risulta indifferente”. ” Laudato si’.”

 

 

Presentazione del libro attualizzato al “Tempo del contagio”. A cura di DANIELA PADOAN.

Indulgenza

Lo scenario che abbiamo provato a tracciare nei capitoli di questo libro, insieme alla richiesta di cambiamenti radicali e non più rimandabili nelle priorità della politica e negli stili di vita, ha avuto in sorte di essere messo alla prova, proprio nei giorni precedenti la sua pubblicazione, dall’esplodere della pandemia di Covid-19. Gli stessi concetti, le stesse parole cui abbiamo fatto ricorso hanno assunto risonanze diverse, come oggetti travolti da un’alluvione o da un terremoto, bisognosi di essere ripuliti e indagati con occhi nuovi. Ogni affermazione, ogni convinzione si confronta ora con una distesa di morti. «Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti1», ha detto papa Francesco il 27 marzo, in una metafisica piazza San Pietro sferzata dalla pioggia, impartendo l’indulgenza plenaria ai morituri, ai malati di coronavirus, ai loro familiari, agli operatori sanitari, a tutti coloro che si prendono cura di  chi sta male: una cesura inaudita anche per i non credenti, nel suo mostrare la profondità della strage presente e ventura, impensata a tal punto che, pur essendovi immersi, fatichiamo a capirla. A cosa vale un libro – ci siamo chiesti – nello sconvolgimento delle esistenze, nella perdita dei punti fermi, nell’incertezza del futuro? Nel momento in cui consegniamo le bozze per la stampa, il 20 aprile 2020, il coronavirus Sars-CoV-2 ha infettato 2.463.357 persone nel mondo e 168.906 hanno perso la vita, di cui 24.114 solo in Italia. Un contatore giornaliero la cui corsa lascia annichiliti2. Non sappiamo quando e come si fermerà, né quali macerie avrà lasciato dietro di sé quando questo libro sarà tra le mani dei suoi lettori. Man mano che i contorni e le implicazioni del contagio si vanno precisando, vediamo però come intimamente la pandemia sia legata alle argomentazioni che ci hanno fin qui sorretto, e quanto ne sia, in qualche modo, una figurazione.

Virus

«I virus esistono da miliardi di anni, esistono da prima dell’arrivo degli uomini sulla terra ed esisteranno dopo che la specie umana si sarà estinta. Non è più possibile separare la salute degli uomini da quella degli animali e dell’ambiente: l’esperienza di questi anni, con l’emergere di continue zoonosi, ci ricorda che siamo ospiti e non padroni di questo pianeta e ci impone di cercare il giusto equilibrio tra le esigenze della specie umana e delle altre specie animali e vegetali che viaggiano insieme a noi in questa arca di Noè chiamata Terra3». Non è la teoria di un ecologista ma la sintesi lapidaria di chi fin dai

2 Coronavirus Covid-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (Csse), Johns Hopkins University Resource Center. 3 G. Ippolito, in V. Martinella, Coronavirus, “Corriere della Sera”, 26 marzo 2020.

primi giorni ha dovuto lottare contro l’epidemia, il direttore scientifico dell’Ospedale Spallanzani di Roma. Gli scienziati sono concordi nell’affermare che la fuoriuscita di un virus dal suo habitat silvestre, il salto di specie e la sua diffusione globale è diretta conseguenza della crescita incontrollata delle megalopoli, della devastazione degli ecosistemi, della continua perdita di specie animali e vegetali, di un traffico aereo parossistico, di un consumo smodato e irresponsabile, di una ripartizione della ricchezza che permette condizioni di vita protette a pochi, mentre costringe a promiscuità e abbandono miliardi di esseri umani. Secondo una ricerca pubblicata nel febbraio 2020 dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, l’attuale pandemia «deriva da un drastico aumento dell’appropriazione delle risorse naturali da parte dell’uomo allo scopo di tenere il passo con la rapida crescita della popolazione, dai cambiamenti alimentari connessi a un maggiore consumo di prodotti animali e da un maggior fabbisogno di energia» e la risposta non può essere che il ripristino degli equilibri ecosistemici. «La protezione di paesaggi forestali può andare a beneficio della conservazione della biodiversità e dello stoccaggio globale del carbonio, prevenendo al tempo stesso il rischio di trasmissione di malattie all’uomo4». Eccoci dunque nel cuore dell’enciclica da cui questo libro ha preso le mosse, del suo invito alla cura della casa comune, del suo richiamo a fermarci prima che sia troppo tardi.

Rovesciamento

L’espansione della malattia respiratoria acuta nota come Covid-19, spiegano i virologi, non è un’improvvisa e

4 M. Di Marco, M. L. Baker, P. Daszak et al., Sustainable development must account for pandemic risk, “Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – Pnas”, 25 febbraio 2020.

 

inaspettata catastrofe, un meteorite caduto dal nulla: è l’ultimo anello di una concatenazione di eventi epidemici che si sono verificati in poco più di un decennio, tra il 2003 e il 2014, in varie parti del pianeta: Sars, influenza aviaria, Mers ed Ebola. Nel settembre 2019, uno studio commissionato dall’Organizzazione mondiale della sanità metteva in guardia i decisori politici del pianeta sul pericolo imminente di «una pandemia in rapido movimento, altamente letale, dovuta a un agente patogeno respiratorio in grado di uccidere da cinquanta a ottanta milioni di persone e di spazzare via quasi il cinque percento dell’economia mondiale. Una pandemia globale su questa scala», continuava il rapporto, «sarebbe catastrofica, creerebbe caos diffuso, instabilità e insicurezza. Il mondo non è preparato. I focolai d’infezione colpiscono molto più duramente le comunità a basso reddito – data la loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alle strutture igienico-sanitarie; ciò aggraverà la diffusione di qualsiasi agente patogeno infettivo. Gli amplificatori delle malattie, tra cui la crescita della popolazione e le conseguenti tensioni sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, sia forzate che volontarie, aumentano il rischio per tutti, ovunque. I leader a tutti i livelli detengono la chiave. È loro responsabilità dare la priorità alla preparazione, con un approccio che coinvolga tutta la società e che garantisca il coinvolgimento e la protezione di tutti5». Nessuno ha preso sul serio l’avvertimento della commissione internazionale di esperti che ha redatto il rapporto. I leader politici si sono lasciati cogliere alla sprovvista, la comunità scientifica si è divisa, i mercati finanziari sono impazziti; gli imprenditori hanno cercato di impedire il fermo delle produzioni, spesso senza prevedere alcuna tutela sanitaria per lavoratrici e lavoratori, ma hanno poi dovuto fermare

5 A World at Risk. Annual report on global preparedness for health emergencies, Global Preparedness Monitoring Board, settembre 2019, p. 6.

gli impianti nei settori non essenziali di fronte al dilagare dell’epidemia. Il lavoro più umile e invisibile, sottopagato, in nero o gratuito – nell’agricoltura, nella logistica, nelle strutture ospedaliere, nella pulizia di palazzi e strade, nella cura familiare – si è trovato a reggere l’urto di interi Paesi colpiti nella necessità primaria di alimentarsi, ricevere merci essenziali, governare la produzione di rifiuti, assistere i malati, badare ai bambini, agli anziani, agli invalidi. I marginali d’un tratto sono diventati il centro. Tra chi aveva preteso politiche di respingimento della migrazione, molti ora chiedono sanatorie per gli stranieri irregolari, vedendo a rischio la produzione agricola. Il coronavirus ha sollevato il velo sugli invisibili su cui poggia la nostra quotidianità, ha stabilito nuove priorità, ha costretto a definire le attività necessarie e quelle superflue, ha ridato centralità alla sanità pubblica devastata da anni di privatizzazioni e tagli di bilancio, ha mostrato come il pianeta, risparmiato da un formicaio umano vorace e in perenne movimento, possa ricominciare a respirare e a rigenerarsi grazie alla contrazione delle attività nei Paesi cosiddetti sviluppati.

Occidente

Entro il 2030, avvertiva un rapporto dell’Ocse del 2018, fino a 620 milioni di persone – circa l’ottanta percento della popolazione più povera nel mondo – vivrà all’interno di Stati fragili, esposti a conflitti, epidemie e povertà estrema, in conseguenza del cambiamento climatico. Il virus ha però colpito l’Occidente. Dopo aver sferzato la Cina e la Corea del Sud, ha travolto Europa e Stati Uniti come un’onda inarrestabile, mettendo in crisi una proterva presunzione di immunità al cospetto dei “dannati della terra”, oltre che un modello economico e finanziario basato sulla predazione delle risorse e sull’immaterialità delle esistenze, un mondo organizzato su diseguaglianze e schiavitù invisibili e normalizzate, e il frenetico reticolo di spostamenti di esseri umani e merci che chiamiamo globalizzazione. Quello stesso Occidente che ha mutato il volto del pianeta a tal punto da nominare come Antropocene un nuovo periodo geologico segnato dai suoi stessi rifiuti, è ora costretto a fare i conti con se stesso, con la propria onnipotenza, con le proprie menzogne ammantate di retorica umanitaria, con la propria illusione di poter mantenersi indenne dai conflitti e dalle devastazioni che ha introdotto in altre parti del mondo per trarne guadagno. Se avevamo creduto che le epidemie fossero un residuo del passato, patrimonio di Paesi destinatari di aiuti e missioni umanitarie, Covid-19 ci sta mostrando che, come ogni essere umano, facciamo parte del mondo animale; che essendo animali siamo abitati da virus, e che i virus ci prediligono non in considerazione della superiorità che l’uomo bianco o caucasico ha assegnato a se stesso in tutte le tassonomie che dalla scimmia vanno al cielo, fin dal Systema naturae di Linneo, ma perché la nostra condotta ci rende il veicolo più funzionale alla loro strategia replicativa. Covid-19 – con gli homeless fatti sdraiare a distanza nei parcheggi di Las Vegas, con le fosse comuni in Iran, in Brasile e a New York, con la moria di anziani nelle case di riposo italiane ed europee, con i furti di mascherine e materiale sanitario tra Stati – ci sta insegnando che tutta la nostra tecnologia non ci basta a difesa e che la superiorità di chi pretende di governare l’energia atomica, l’intelligenza artificiale, la diffusione di ordigni militari, la disseminazione di guerre e la distruzione del pianeta non è che balbuzie e delirio. L’opinione pubblica mondiale si è chiesta se il virus fosse fuoruscito da un laboratorio: un’ipotesi sconvolgente e tuttavia plausibile, che ha potuto essere confutata solo da studi di biologia molecolare, dal momento che tutte le grandi potenze continuano in segreto la ricerca di agenti letali bio-batteriologici, considerati armi di distruzione di massa e banditi da una convenzione ratificata da 183 Stati. Davanti alla pandemia, il titanismo della nostra cultura è costretto a imparare la lezione dell’essere in balia. «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità», ha detto Francesco nella sua preghiera in piazza San Pietro. «Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato6».

Africa e Amazzonia

Di questo mondo malato e assediato fanno parte a pieno titolo le due aree più preziose e martoriate del pianeta, l’Africa e l’Amazzonia, polmoni verdi del nostro ecosistema. Nel febbraio 2020 sull’Africa si è abbattuta un’invasione di miliardi di locuste, partita dal Kenya e giunta in Tanzania, favorita dalla perturbazione dell’equilibrio climatico. Gli sciami sono composti da circa ottanta milioni di individui per ogni chilometro quadrato e possono percorrere più di centoventi chilometri al giorno, nutrendosi della stessa quantità di cibo che servirebbe a trentacinquemila persone. In una situazione già deteriorata da crisi ambientali e guerre civili, la Fao stima che più di venti milioni di persone si troveranno ad affrontare una situazione di insicurezza alimentare acuta7. Se a questo dovesse aggiungersi la pandemia, che finora sembra aver toccato solo marginalmente il continente africano8, si avrebbe una moria di dimensioni spropositate. Secondo il ministro della salute sudafricano, dal sessanta al settanta percento della popolazione del Paese potrebbe venirne contagiata con

6 Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia – Meditazione del Santo Padre, cit. 7 Fao Director-General says greater action needed to avert a humanitarian crisis as Desert Locust spreads, Food and Agriculture Organization of the United Nations -Fao, 12 febbraio 2020. 8 Al 6 aprile 2020, il Centro di Controllo delle Malattie dell’Unione Africana ha registrato 9.158 casi di contagio in 51 Stati e 414 decessi.

 

esiti drammatici, considerando che un sesto degli abitanti (dieci milioni di persone) è già affetto da patologie che compromettono il sistema immunitario, come l’Hiv9. Il primo aprile 2020 si è registrato il primo contagio tra i nativi amazzonici: una giovane donna dell’etnia ancestrale dei Kokama, in Brasile, entrata in contatto con un medico infetto10. Come il passato recente ha dimostrato, i popoli della regione amazzonica sono particolarmente vulnerabili alle nuove malattie, soprattutto di tipo respiratorio; la mortalità nei villaggi non contattati è quasi doppia rispetto a quella del resto della popolazione. Eppure, i governi dei diversi Paesi della regione amazzonica non hanno predisposto un piano complessivo per frenare la diffusione del contagio tra i nativi11; al contrario, all’inizio di marzo, in Brasile, il governo Bolsonaro ha attenuato il divieto di contatto introdotto a protezione delle comunità più esposte. Anche in questo caso, il coronavirus potrebbe acuire la devastazione di quanto di più fragile e prezioso è rimasto del pianeta e delle sue culture originarie, trasformandosi in agente scatenante di politiche genocide ed ecocide davanti alle quali il mondo si è mostrato inerte e indifferente. Il compito che ci sta di fronte, l’ecologia integrale, consiste nella necessità di riparare il dissidio tra esseri umani e natura, e nel ricostruire il tessuto strappato dell’uguaglianza, dei diritti, della solidarietà internazionale, poiché – come ripetutamente ricorda l’enciclica Laudato si’ – giustizia ambientale e giustizia sociale sono indissolubilmente connesse.

9 S. Mlambo, Coronavirus will affect 60-70% of South Africans, warns Mkhize, “Iol”, 20 marzo 2020. 10 Primer indígena contagiado de COVID-19 en Amazonía brasileña, “Red+”, 1 aprile 2020. 11 L. Capuzzi, Coronavirus. Gli indios si barricano nella foresta. Colpiti tutti i Paesi amazzonici, “L’Avvenire”, 27 marzo 2020.

Potere

Se il precipizio pandemico ha messo in luce straordinarie capacità di generosità e abnegazione da parte degli individui, ha anche rivelato le soglie meno visibili del potere che delimita le nostre esistenze. Ha mostrato l’egoismo degli Stati e il vacillare della costruzione europea; la faglia che ogni emergenza apre alle derive autoritarie; la propensione mai sopita della nostra cultura a dividere tra vite degne e vite di scarto, al punto da proporre protocolli che sacrificano vecchi e malati nell’accesso alle terapie intensive; ha mostrato l’abbandono degli anziani poveri negli ospizi, fino a prevederne la morte di massa; dei detenuti nelle carceri, dove rivolte sedate nel silenzio hanno causato decessi attribuiti a suicidi per overdose di farmaci; dei senzatetto nelle strade, dei migranti nei centri per l’espulsione, dei rifugiati nei lager chiamati campi profughi in Turchia e in Grecia; dei cittadini rom e sinti in campi dove i servizi sono stati sospesi e scarseggiano cibo e acqua corrente. Come sempre nelle morti di massa, comincia l’abitudine ai numeri, alla riduzione a statistiche, al gioco delle interpretazioni. E quando l’esorbitanza delle morti restituisce corporeità ai cadaveri, si trasforma in problema di smaltimento, mettendo a nudo la fragile costruzione di civiltà per cui – quasi per miracolo – in tutto il mondo le macchine rispettano i semafori e il senso di marcia. Basterebbe nulla per rompere l’ordine che disciplina il caos. Basterebbero i corpi ammucchiati in sacchi neri sui marciapiedi dell’Ecuador, bruciati in strada, o le file di bare in attesa per giorni, trasportate da camion militari da una città all’altra d’Italia mentre i crematori si intasano – come è stato per i cimiteri milanesi, chiusi per un mese così da poter smaltire il sovraccarico di morte. Si tratta di crinali su cui si gioca la democrazia e la possibilità di convivenza. Quasi inevitabilmente, lo stato d’eccezione approfitta del caos e della sofferenza per imporre ciò che in tempi normali sarebbe impensabile. Sull’esempio cinese e sudcoreano, in molti Stati europei si è cominciato a porre apertamente in atto pratiche di tracciabilità e controllo informatico dei cittadini: l’utilizzo sistematico di applicazioni, droni e sensori potrebbe, se normalizzato, condurre a una società totalitaria invasiva basata sulla sorveglianza e sulla repressione. Le misure adottate sono senza precedenti in tempo di pace, in Paesi dove inizialmente si è descritto Covid-19 come un’influenza per poi rapidamente passare a parlare di medicina di guerra e di guerra tout court. Nel volgere di pochi giorni, sono stati introdotti criteri di selezione per determinare chi può essere lasciato morire in caso di incapacità degli ospedali di governare l’eccesso di ricoveri nelle unità di rianimazione. Le Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, pubblicate dalla Società italiana di anestesia e rianimazione, hanno posto un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. «Non si tratta di compiere scelte meramente di valore», chiosa il documento con linguaggio aziendale e burocratico, mentre decine di medici e infermieri muoiono per aver contratto il virus in condizioni di scarsa o nulla protezione, «ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza, e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone. È ipotizzabile che un decorso relativamente breve in persone sane diventi potenzialmente più lungo e quindi più resource consuming sul servizio sanitario nel caso di pazienti anziani, fragili o con comorbilità severa12». In Francia, un rapporto dell’Associazione degli anestesisti e rianimatori spiega, rifacendosi all’esperienza italiana, che i medici potrebbero trovarsi «costretti a fare scelte difficili e a stabilire priorità per quanto riguarda l’accesso alla rianimazione,

12 Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, Società italiana di anestesia e rianimazione (Siaarti), 6 marzo 2020.

le limitazioni del trattamento e il sostegno a fine vita13. In un documento interno distribuito in alcuni ospedali francesi, si raccomanda un triage basato sul riconoscimento di quattro distinte categorie di malati che potrebbero soccombere: «morti inevitabili: pazienti al di là di ogni risorsa terapeutica a causa della gravità della malattia o delle condizioni di fondo, inclusa l’età»; «morti evitabili: che si sarebbero potute evitare con una migliore assistenza o una migliore organizzazione»; «morti “accettabili”: pazienti molto anziani o polipatologici»; «morti “inaccettabili”: pazienti giovani senza gravi comorbilità, la cui morte è evitabile». L’obiettivo primario «è lo zero percento di morti inaccettabili», quello secondario è «limitare le morti prevenibili». Il triage deve dunque basarsi sul «non ammettere in terapia intensiva pazienti la cui morte è inevitabile, dare priorità ai pazienti la cui morte sarebbe inaccettabile, limitare »

o cessare le terapie attive erogate ai pazienti la cui morte è “accettabile” per vecchiaia, gravi polipatologie, demenza14». Anche in Spagna, le associazioni degli internisti e intensivisti hanno emesso Raccomandazioni etiche per assumere decisioni nella situazione eccezionale di crisi rappresentata dalla pandemia di Covid-19 nelle unità di terapia intensiva, dove si legge che, in caso di anziani, le persone con maggiori possibilità di sopravvivenza dovrebbero avere la priorità per il ricovero. In particolare, «nelle persone anziane si deve tener conto della sopravvivenza libera da disabilità, occorre «valutare attentamente il beneficio di ricovero di pazienti con un’aspettativa di vita inferiore a due anni» e si deve «tenere conto del valore sociale della persona malata15». Protocolli simili sono stati diffusi in altri

13 Enjeux éthiques de l’accès aux soins de réanimation et autres soins critiques (SC) en contexte de pandémie COVID-19, Société Française d’Anesthésie et de Réanimation (Sfar), 17 marzo 2020. C. Hecketsweiler, F. Béguin, Coronavirus: les hôpitaux se préparent à la «priorisation» de l’accès aux soins en cas de saturation des services, “Le Monde”, 18 marzo 2020. 14 C. Coq-Chodorge, M. Turchi et. al, Les services de réanimation se préparent à trier les patients à sauver, “Médiapart”, 20 marzo 2020. 15 Recomendaciones éticas para la toma de decisiones en la situación excepcional de crisis por pandemia Covid-19 en las unidades de cuidados intensivos, Sociedad Española

 

Paesi d’Europa e degli Stati Uniti ancor prima che si avesse un numero significativo di contagiati e di morti. Insensibilmente, nel mezzo della “guerra” contro il virus, vengono introdotte discriminazioni che riguardano demenza, disabilità, valore sociale, aspettativa di vita, sia nella selezione attuata in ingresso al triage ospedaliero, sia in quella implicita nel non riconoscere la malattia, nel lasciare le persone “sacrificabili” morire nelle proprie case o nei ricoveri, quale che sia il tipo di assistenza al quale possono affidarsi. È questo, forse, lo scossone più violento dato alle fondamenta di una cultura che si è faticosamente risollevata dalle macerie etiche e politiche del Novecento, dimenticando dove ha condotto la propensione alla “selezione” davanti alla limitatezza delle risorse, la competenza su chi scegliere e chi scartare teorizzata già da Platone16 e resa sistema dalle applicazioni politiche del darwinismo sociale. «L’espressione ultima della sovranità consiste, in larga misura, nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire», avverte il filosofo camerunese Achille Mbembe. «Uccidere o permettere di vivere definiscono perciò i limiti della sovranità, i suoi attributi fondamentali. Esercitare la sovranità significa esercitare il controllo sulla mortalità e definire la vita come il dispiegarsi e il manifestarsi del potere17». Oggi più che mai è necessario il “dovere di memoria”, se per tutti questi anni non abbiamo fatto solo un esercizio di retorica: l’unicità di ogni essere umano, il primato di ogni voce di testimonianza, l’impossibilità di ridurre ciò che vive a nuda vita di cui è pensabile e praticabile l’eliminazione.

de Medicina Intensiva, Crítica y Unidades Coronarias – Semicyuc, pp. 10-12, § 17, 21, 23. 16 Platone, Repubblica, III, 407c, 409e-419a. 17 A. Mbembe, Necropolitica, tr. it. di R. Beneduce e C. Vargas, ombre corte, 2016, pp. 7-8.

Capitalismo

Mentre il virus uccideva migliaia di persone nel Nord Italia, piccole e grandi imprese esercitavano pressioni per spingere il governo a recedere dalla scelta di istituire “zone rosse” a protezione dal contagio, anteponendo le proprie esigenze produttive alla tutela dei dipendenti. Mentre quasi mille morti al giorno rendevano ineludibili misure di distanziamento sociale e di fermo produttivo, imprenditoria, finanza e media già cominciavano a interrogarsi sulla “ripresa”, la “ripartenza”, la “continuità” necessaria per fronteggiare l’inevitabile crisi economica e sociale. Mentre la mancanza di apparati di terapia intensiva del costo unitario medio di ottantamila euro condannava a morte migliaia di persone, Fincantieri annunciava la stipula di un contratto da 1.300 milioni di euro con la Marina militare italiana per due sommergibili U-212, e i lavoratori della Leonardo venivano chiamati a mantenere la produzione dei cacciabombardieri F35, del costo unitario di centocinquanta milioni di euro, in ubbidienza alla supremazia del complesso finanziario-militare-industriale che impone ai governi di anteporre la spesa militare a quella sociale. Basterebbe il paradosso di un pianeta paralizzato dalla mancanza di mascherine – le cui forniture, delegate al Paese che per primo è stato colpito dal virus, sono diventate dapprima introvabili e poi oggetto di trattative internazionali – a dire dell’irragionevolezza del modello economico attuale, dove è il mercato a dettare le regole, anche agli Stati, che si trasformano in produttori di protocolli mentre i loro parlamenti sono compiutamente ridotti al silenzio. A questo si aggiunge che nei Paesi avanzati, alla prova dei fatti, le industrie fondate sul predominio tecnologico, l’automazione degli impianti, la digitalizzazione e smaterializzazione dei processi si sono dimostrate totalmente incapaci di riconvertire parte della produzione in funzione del bene pubblico. Non solo i progressivi tagli alle spese per la sanità e la ricerca hanno devastato le strutture ospedaliere pubbliche e la rete di presidi sanitari sul territorio, ma la privatizzazione della ricerca ha impedito di continuare la sperimentazione di un possibile vaccino Sars, considerato poco redditizio dopo la fine della precedente epidemia. Il modo in cui le grandi multinazionali farmaceutiche traggono profitto dalle malattie e dalla loro diffusione è forse il miglior specchio del funzionamento di un’economia indifferente agli esseri umani e alla vita. In un rapporto del 2018, Goldman Sachs – «società leader che opera a livello mondiale nell’investment banking, nel trading di titoli e nella gestione di investimenti» – ha affermato che non è vantaggioso trovare il rimedio definitivo per alcune patologie. «Nel caso di malattie infettive, come l’epatite C, la cura dei pazienti diminuisce anche il numero di portatori in grado di trasmettere il virus a nuovi pazienti, quindi riduce il bacino dei casi», si legge nel documento, mentre «laddove un bacino di casi rimane stabile, per esempio nel cancro, il potenziale di una cura presenta un rischio minore per la sostenibilità di un’entrata forfettaria18». La pandemia mette a nudo la «società spettrale del management totalitario» descritta dal filosofo canadese Alain Deneault, fatta dalle leggi del mercato e dalle élite finanziarie che, dopo aver eroso le istituzioni democratiche, continueranno a nutrirsi di crisi, guerre ed emergenze, finché non ne verranno anch’esse travolte. L’alternativa, scrive Deneault, è una consapevole, capillare, vitale mobilitazione per un futuro riconciliato con il clima e l’ambiente, decisa a «organizzare collettivamente qualcosa di completamente diverso», a scoprire nuovi rapporti fra le persone, a «liberare senso ai margini di un mondo in fallimento19».

18 Profiles in Innovation: The Genome Revolution. Sizing the genome medicine opportunity, Goldman Sachs Group, 10 aprile 2018, pp. 16, 21. 19 A. Deneault, Governance. Il management totalitario, tr. it. di A. Folin, Neri Pozza 2018.

Salute circolare

«Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie», scrive David Quammen in Spillover. «Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa, un nuovo tipo di casa, o estinguersi. Dunque non ce l’hanno con noi, siamo noi a esser diventati molesti, visibili e assai abbondanti20». Colonizzatori di ogni anfratto del pianeta, siamo noi che abbiamo disturbato, sfrattato ed estinto piante, animali e altre comunità umane, credendo di poter impunemente utilizzare o sopprimere ciò che vive, per ritrovarci ora tragicamente ridicoli e impotenti davanti a uno specchio che ci mostra l’immagine deformata del superomismo al quale abbiamo creduto. La morte annunciata di centinaia di migliaia di esseri umani ci sta già di fronte, assieme al collasso di migliaia di specie. «Per controllare le zanzare portatrici di Zika si sono uccise centinaia di milioni di api, ma questo approccio non è più sostenibile», ha detto la virologa Ilaria Capua. «L’attuale pandemia ci deve aprire gli occhi e farci rendere conto che siamo solo un’altra specie animale di fronte a un virus che fino a qualche mese fa era sconosciuto21». Abbiamo bisogno di capire che siamo interconnessi, che non siamo elementi estranei all’ecosistema e che la salute di ogni elemento – animale, ambientale, umano – si riverbera in conseguenze positive o funeste. Abbiamo alterato il settantacinque percento delle terre emerse e il sessantasei percento dei mari e degli oceani. Ciò che l’ecologia integrale propone di riparare, con l’urgenza di chi si trovi a rinforzare il tetto davanti a un uragano, il coronavirus ce l’ha messo davanti agli occhi. Ha mostrato la necessità di

20 D. Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, tr. it. di L. Civalleri, Adelphi 2014, pp. 38-40. 21 S. Moraca, Sos salute circolare, “Corriere Innovazione”, 3 aprile 2020.

 

raccordare economia, salute pubblica e tutela dell’ambiente in un unico concetto di salute: del pianeta, dei suoi abitanti, dei suoi preziosi ecosistemi. Una salute circolare, interdisciplinare, che diventi cuore di ogni politica.

Il tempo del nostro giudizio

Le nostre città riprese dai droni dicono il vuoto, l’immobilità, il ritrarsi della presenza umana, l’assenza da tempo scontata della vita animale e vegetale. Grattacieli e palazzi, viali e raccordi delle tangenziali. Ritagli verdi di parchi e giardini dove all’inizio ci siamo rifugiati, preda di un’antica e profondissima nostalgia, poi vietati per ordinanza. Voli di piccioni, di passeri. Macchine parcheggiate, immobili per giorni. Poche figure umane sfuggenti e sperdute, con una mascherina o una sciarpa sul volto. Scenario impensabile al quale ci siamo velocemente abituati, chiusi nelle nostre case, rintanati come l’uomo primitivo davanti ai fulmini, o come chi ha bisogno del tempo necessario all’elaborazione del trauma. Quel vuoto è l’annuncio di una fine possibile, la prefigurazione di città e paesi senza più abitanti, in una sorta di Apocalisse voluta non da un’entità divina ma dall’uomo. Così come la comparsa di volpi nei viali di Firenze, di pesci nei canali di Venezia, di daini nella banlieue parigina ci mostra la resistenza della natura e di quel mondo animale che ferocemente stiamo portando alla scomparsa, e che pure tanta gioia ci dà nella sua ormai quasi inesplicabile presenza. È giunto il momento di ascoltare gli scienziati che da anni avvisano che ci troveremo ad affrontare non solo nuovi focolai e pandemie, ma disastrosi uragani, alluvioni, incendi boschivi; che patiremo le conseguenze della desertificazione, dello scioglimento dei ghiacci, della liberazione dal permafrost di metano e di nuovi virus e batteri di epoche a noi sconosciute. Se l’emergenza ci ha mostrato che le nostre esistenze, le nostre abitudini, i nostri automatismi più consolidati sono soggetti a cambiare radicalmente nel volgere di pochi giorni, possiamo pensare che non sia solo nel peggio. La trasmissione della cultura è come un’epidemia, dove l’avvento di un contenuto nuovo mette in moto meccanismi davanti ai quali una società, proprio come un organismo, può reagire respingendo o accogliendo ciò che può apportarle importanti modifiche22. Questa crisi potrebbe essere l’inizio di una riconciliazione degli esseri umani con il vivente, del lavoro con l’ambiente, del consumo con la pietà, del desiderio con il senso del limite. Una grande presa di coscienza di uomini e donne, perché non è dalle concentrazioni del potere che possiamo aspettarci una via d’uscita, ma dalla forza con cui organizzazioni, società civile, sindacati e movimenti prenderanno la strada dell’autoeducazione, dell’autoformazione, della responsabilità. «È il tempo del nostro giudizio», ha detto papa Francesco, «il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è». È il tempo «di trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati, e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà23».

22 Cfr. L. L. Cavalli-Sforza, in L. L. Cavalli-Sforza, D. Padoan, Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro, Einaudi 2010. 23 Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia – Meditazione del Santo Padre, cit.

Daniela Padoan

 

 

2 Risposte

  1. Redazione ha detto:

    PREMESSA 

    Un percorso condiviso 

    Niente di questo mondo ci risulta indifferente è il risultato di un lavoro collettivo che raccoglie esperienze, testimonianze, analisi e pratiche di donne e uomini che negli anni hanno dato vita a movimenti, mobilitazioni, forme di attivismo e partecipazione nell’ambito dell’ecologia, dell’accoglienza, dei diritti, della lotta alla povertà, del pacifismo, dell’antirazzismo, del femminismo, dell’antispecismo, opponendosi a un mondo diviso da insostenibili disuguaglianze, ferito dalla cementificazione e dalla deforestazione, avvelenato nei suoi elementi costitutivi, aggredito da una cultura di predazione che mette in pericolo gli ecosistemi e cancella il legame con la Terra e il vivente. I semi che hanno condotto al libro sono stati gettati nel corso di un Forum promosso dall‘associazione Laudato si’ nel gennaio 2019, dal titolo “Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”, quando, al termine di una giornata densa di interventi e testimonianze, i convenuti – credenti e non credenti, espressione di diversi e talvolta distanti ambiti di militanza e partecipazione – decisero di prendere a comune riferimento l’enciclica, riconoscendola come un percorso pienamente politico, capace di tenere in un medesimo orizzonte tradizioni spirituali, concezioni ecologiche, cosmogonie dei nativi, lotte dei movimenti popolari di tutto il mondo. Nel suo essere così esplicitamente rivolta alla giustizia sociale, alla cura della casa comune, a una pratica di resistenza culturale, educativa e comunicativa, la Laudato si’ venne interpretata come un ponte, un territorio condiviso da cui partire per rimarginare frammentazioni e gettare nuove fondamenta per un cambiamento radicale che esige come prima cosa di guardare in faccia le conseguenze e le cause di un dominio che calpesta esseri umani, territori ed ecosistemi, lasciando dietro di sé solo scarti. In quella sede venne deciso di redigere un testo da mettere a disposizione della società civile, della cittadinanza e delle istituzioni, così da contribuire a colmare il vuoto di elaborazione teorica e politica nel quale, da anni, sembra erodersi il principio democratico della rappresentanza. Nel giugno 2019 venne stampato e distribuito un documento programmatico che assumeva come progetto politico la giustizia sociale, ambientale e climatica, la cura del vivente, il diritto alla bellezza, la mitezza dei linguaggi, con una traduzione in obiettivi concreti, iniziative, campagne territoriali, nazionali e globali. Quel testo iniziale, frutto di una pluralità di esperienze e linguaggi che, nella loro ricchezza, non potevano essere stretti nella reductio ad unum, è stato successivamente arricchito e precisato in incontri e seminari – un’esperienza che già di per sé ha costituito una pratica politica – e infine ampliato, corredato di dati statistici, documenti e fonti, così che la realtà potesse parlare nel modo il più possibile distaccato e scevro da ideologia (“Dateci le lacrime delle cose”, chiedeva Francesco De Sanctis). Nel libro che ne è nato, si articola la possibilità di un’ampia risposta democratica all’attacco in corso all’ambiente, alla salute, all’uguaglianza, all’accoglienza, alla libertà di movimento, alla legalità e al lavoro, entro cui si consuma lo sgretolamento non solo dei diritti e della convivenza, ma della nostra stessa possibilità di permanenza sul pianeta. Niente di questo mondo ci risulta indifferente vuole essere un contributo all’avvio di un percorso di riflessione e di elaborazione di proposte da articolare a livello territoriale, nazionale e internazionale, perché un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale possa orientare le scelte della politica nella riconciliazione con le creature – umani, animali, piante ed ecosistemi. 

  2. Mariangela Villa ha detto:

    Probabilmente l’indifferenza è uno dei peccati del tempo in ci viviamo e correttamente il titolo di questo libro, così come l’enciclica Laudato sì dal cui incipit esso è tratto, ci invita a riflettere al rapporto che esiste tra la società umana e l’ambiente come a un rappporto di assoluto interscambio.
    Questa idea di interconnessione rimette in discussione l’idea che il mondo sia a disposizione dell’essere umano e che alcuni abbiano il diritto di poterlo sfruttare per la massimizzazione del proprio profitto ignorandone gli effetti sulla dignità umana e dell’ambiente naturale.
    Un’idea di poter dominare la natura che nasce dal dominio molto reale dell’uomo sull’uomo. Diventa così sempre più evidente come lo scontro politico che caratterizzerà il prossimo futuro sarà fra l’applicazione di un’ecologia integrale – che non potrà prescindere dalla battaglia per la giustizia sociale- e il ritorno al modello di distruzione e predazione che ha fin qui costituito il problema.

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