La nuova alleanza: lavoro e ambiente.

FRANCO CALAMIDA

La pandemia è globale, globali sono le conseguenze per l’economia e l’ intera umanità. Non è la sola minaccia, sebbene assai attuale; il pianeta è minacciato dal riscaldamento globale,   da possibili conflitti nucleari , dalla crescita delle diseguaglianze e dalla povertà, dalla carenza d’acqua, fonte della vita.

Questo ordine di problemi è stato ampiamente denunciato e analizzato, la saggistica è di alto livello; non mancano le idee e i progetti per il futuro . Basti citare la Costituente della Terra ( Luigi Ferrajoli e Raniero La Valle), l’ enciclica “Laudato si’ “ (Papa Bergoglio) , i 15 punti proposti dal ForumDD ( Fabrizio Barca e Massimo Florio), solo per citarne alcuni . Molti altri progetti sono interessanti e ben elaborati. Forse disponiamo addirittura di un eccesso di proposte; non per sminuire i meriti di ciascuno, ma convergere su un numero limitato di obiettivi potrebbe favorire la nascita di un movimento all’ altezza della sfida e capace di attivare sinergie tra il movimento fridays for future, i movimenti femministi, quelli ambientalisti e il movimento operaio. E i molti altri attivi nel sociale, ma ciascuno tendenzialmente autoreferenziale.  Sebbene tutti, o quasi, concordino , a parole, che globale dovrebbe essere anche l’ approccio e il modo di ragionare, nella pratica sono rari gli esempi di coerenza.

Io comunque non ho soluzioni da offrire. Mi limito ad un contributo, con riferimento alla mia esperienza ( non so se è di buona qualità, ma data l’ età è abbondante) relativa agli strumenti e strutture necessarie per far procedere i progetti. Uno in particolare : il sindacato, o meglio i sindacati, tutti i sindacati del mondo. Non se ne sente la voce, è “globalmente” silenzioso. O quasi.

Il sindacalismo ha una grande storia, non è un modo di dire: dalle lotte di lavoratori e lavoratrici derivano gran parte delle conquiste di diritti e libertà delle moderne società democratiche. I nostri diritti, le nostre libertà.

La parola sindacato deriva dal greco Sin (insieme) e Dikè (giustizia) , cioè insieme per la giustizia sociale. Le prime forme associative sorsero in Gran Bretagna durante la rivoluzione industriale: le trade unions (1824). Nel 1901 nacque la Federazione sindacale internazionale (Ilo) con sede ad Amsterdam, cui aderirono sindacati inglesi, francesi e statunitensi. Sospesa durante la prima guerra mondiale si ricostituì nel 1919 . A livello Europeo la Confederazione europea dei sindacati fu fondata nel 1973 . In Italia le prime Camere del Lavoro nacquero nel 1891 ( a Milano, Torino e Piacenza). La Cgil fu fondata il 3 giugno del 1906.

Diverse forme d’organizzazione sindacale sono presenti in molti paesi del mondo; si tratta di sindacati di mestiere, cioè rappresentano gli interessi di una specifica categoria . Sono numerosissimi, la globalizzazione ha ulteriormente ridotto il loro potere contrattuale, purtroppo hanno scarsa o nulla incidenza sulle grandi scelte di carattere generale operate dai governi nei rispettivi paesi. Hanno storie diverse, tutti sono stati più o meno brutalmente contrastati dai gruppi di potere dominanti ( i padroni) . Hanno anche diverso ruolo e statuto giuridico , ma quasi tutti, in comune hanno le lotte, non di rado durissime e violente, che sono state necessarie per conquistare il diritto di rivendicare diritti. E’ un grande patrimonio, da queste lotte derivano le conquiste di civiltà di tutte le moderne società democratiche: il rifiuto di considerarsi merce, la dignità, e anche le pensioni, l’ orario di lavoro, la contrattazione collettiva. Quando ne ho l’ occasione lo racconto alle mie nipoti ( bisogna che i giovani sappiano) che mi guardano con la simpatia riservata agli alieni . Non mi faccio illusioni. Lo ricordo anche a me stesso, che da qualche tempo , e non sono il solo, ho rimosso la “questione sindacato”. Per inciso: non tutti sanno che esiste un sindacato mondiale: quello dei marittimi. Che regolarmente contratta, il che è normale essendo comuni le condizioni di lavoro . Oggi, per chiunque lavori, la pandemia pone in termini nuovi, e drammatici, il tradizionale diritto alla salute e alla vita. Quelli della mia generazione che lottarono negli anni 70 per costruire il “Sindacato dei Consigli” dovrebbero aver ben presente questa semplice verità: il sindacalismo democratico e partecipato è importante.

Oggi le conquiste del passato sono rimesse in discussione, ma i movimenti di ribellione hanno radici profonde. I padroni ci sono ancora, diversi da quelli che nel medio evo quando i contadini si ribellavano, perché ridotti alla fame , dicevano “ Sono preda del diavolo” e risolvevano il conflitto con orrendi bagni di sangue. Diversi, spero, ma pur sempre padroni. Ma torniamo all’oggi. Sul terreno dei diritti si sta arretrando e la pandemia favorisce chi si propone di ridimensionarli o cancellarli.

In un contesto di non favorevoli rapporti di forza per i lavoratori, in molti paesi del mondo , il sindacato in Italia regge meglio di altri. A giudizio di un mio buon amico sindacalista di lungo corso, questo è dovuto ad una specificità: la confederalità. Questo giudizio va ben tenuto presente per avviare una riflessione sulle prospettive del sindacato e su come possa affrontare la sfida del presente e del futuro. Ma certo è dovuto anche alla continuità di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici nel nostro paese. Decenni di lotte. Anche su questo è bene riflettere: cosa è andato perduto, dagli anni 60 ad oggi, quali valori ed esperienze possiamo salvare, cosa dovremmo cambiare?

Nel 1968/69 , in Italia e non solo, e negli anni successivi, la lotta di classe (si chiamava così) cambiò in profondità la società e anche gli stessi sindacati. Non intendo riproporre qui l’ “affascinante storia”, se non per un aspetto: vi fu la partecipazione di lavoratori, lavoratrici, studenti e anche medici e infermieri e molte altre categorie…per lo più giovani. Oggi questa vasta e convergente partecipazione di massa non c’è . Fragile è la comunicazione e l’interazione tra movimenti. Alle aspettative di “progettazione del futuro” dovremmo cercare di dare dare un senso concreto, una credibilità. O meglio, dovrebbero farlo quelli che possono farlo. Ad esempio una sinistra sindacale, che non c’è. Perché non c’è? Nessuna legge lo vieta.

Da qualche tempo il mondo del lavoro sembra un fantasma, il sindacato è poco influente. Eppure, durante la pandemia, c’era chi stava a casa ( come me ) e chi lavorava, e non solo medici e infermieri. Il lavoro c’era: nei campi, nei trasporti, nell’erogazione di energia, nello smaltimento rifiuti. Lavoravano i riders (così vengono chiamati) che portavano il cibo nelle case. E anche molte altre attività produttive. Il lavoro c’era. E c’è. Spesso precario, dequalificato, sottopagato, in nero, ma c’è. E ci sono anche la disoccupazione e la povertà . Ci aspettano tempi durissimi, ma non ci stiamo preparando. Il ruolo del sindacato, oggi in difficoltà, può essere decisivo; per questo, se fossi ancora un lavoratore, penserei: “Non dobbiamo chiederci cosa può fare il sindacato per noi, ma cosa possiamo fare noi per il sindacato”. Un tempo dicemmo: “Il sindacato siamo noi”

Oggi, con la pandemia globale, tutti affermano che “nulla sarà più come prima”, ciascuno poi la pensa a modo suo. Non sono ottimista al riguardo, ho ben presente che siamo ai primi passi di un percorso accidentato, che non sappiamo dove ci porterà, ma che possiamo considerare questo momento epocale. Senza enfasi. Mi pare perciò utile un breve richiamo storico.

La crisi economica degli anni 30 fu affrontata dal Presidente del Usa Franklin Delano Roosevelt , democratico, con coraggiose riforme di impronta keynesiana ed ecologista, nell’ arco di tempo compreso tra il 1933 e il 1937. Non lasciò le cose come stavano, per nulla. Voglio ricordarne solo due: *la riforma fiscale ( nel 1936 portò l’ aliquota di imposta diretta che colpiva i redditi più alti al 79%) * con il National Industrial Recovery Act garantì la protezione e crescita dei sindacati , vietando la costituzione di sindacati gialli. Fu, ovviamente, contrastato dai conservatori e dai potenti della finanza americana, che definì “monarchici dell’ economia”, portatori di avidità ed egoismo. Creò posti di lavoro e incontrò, ovviamente, il consenso dei lavoratori, che lo avevano eletto.

Ogni parallelo con la nostra realtà italiana ( basti citare Bonomi presidente di Confindustria: “abolire la contrattazione nazionale, niente riduzione d’ orario, niente patrimoniale”…nel paese che ha il più elevato patrimonio privato del mondo) è fin troppo ovvio e lo evito.

Mi preme concentrare l’attenzione sulla politica, e la cultura politica , e il sindacato. Roosevelt intese rafforzarlo. In Germania, in piena crisi economica, Hitler e il partito nazional socialista fecero scelte esattamente opposte e agirono, con leggi e con violenza, per distruggere il sindacato e il movimento dei lavoratori. Lo stesso accadde in Italia con l’avvento del fascismo. Cosa accadde dopo è noto.

Non intendo fare alcun parallelo tra il nostro presente e quei drammatici eventi, ma solo affermare a mia volta, come altri stanno già facendo, che la crisi che investe tutto il mondo   non è solo economica ed effetto del diffondersi del Coronavirus. Ha dimensioni  paragonabili a quella degli anni 30 e probabilmente più gravi o assai più gravi. Le nubi nere all’ orizzonte, anzi sopra di noi , sono le guerre, il nucleare, i cambiamenti climatici, la carenza di risorse idriche, le crescenti diseguaglianze, la fame, la povertà e la disoccupazione per una parte vasta dell’umanità. E’ bene averlo presente sempre. Non è allarmismo. E’ invece preoccupante che non ci sia la percezione da parte di quanti detengono il potere dell’effettiva gravità della situazione o almeno dei possibili rischi. E lo stesso può dirsi della larga maggioranza della popolazione.

E’ noto che le buone idee diventano politica quando sono condivise da molti. E’ inoltre certo che senza la partecipazione dei lavoratori non ci sarà riconversione ecologica,

Dunque decisivo sarà il ruolo del sindacato, o meglio, dei sindacati di tutto il mondo. Mi limito a riportare alcune significative prese di posizione e iniziative concrete di quanti/e si occupano di questo ordine di problemi. Convergono tutte sulla ricerca di una “visione del mondo” per offrire un orizzonte strategico e un anima a quella generale mobilitazione che tutti consideriamo necessaria.

Per non restar nel generico, ma tenendo il filo del ragionamento, mi chiedo:

“Come può cambiare e cosa può fare il sindacato ? Quale nuovo ruolo possono avere le Rsu? E in Europa? E nel mondo? “

Antonio Pizzinato, nel 1986 segretario generale della Cgil , ritiene necessario un “nuovo sistema di relazioni e rapporti sociali”:

“Oggi, nel 2020 – a cinquant’anni dalla conquista dello Statuto dei lavoratori – ci troviamo in una situazione profondamente mutata, a partire dalle realtà tecnico produttive, nell’organizzazione del lavoro, nelle tipologie professionali (contratti a termine, flessibilità, lavoro nero, ecc.), nei diversi settori economico produttivi in Italia, in Europa e nel mondo. Per realizzare, costruire, un nuovo sistema di relazioni e rapporti sociali che assicuri parità di diritti e tutele sociali ai diversi mondi del lavoro, è necessario ripensare le forme di organizzazione delle forze sociali e politiche (sindacati, partiti) e delle norme e dei diritti dei mondi del lavoro. Partendo e riflettendo sulle mie esperienze di lavoro, sindacale e politico ritengo che sia profondamente necessaria ridefinire sia le forme organizzative – sia sociali che politiche- che le regole e le norme di contrattazione dei diritti sociali e Politico-Istituzionale. È cambiata la realtà e la composizione del mondo del lavoro, della società.”

Anche Mario Agostinelli, sindacalista, in un bell’ articolo (Coronavirus e lavoro) affronta questo ordine di problemi, avendo ben presente il ruolo e l’ importanza del sindacato:

… di nuovo, come negli anni ‘70, occorre che il lavoro riesca a cambiare il suo registro interno… Non deve stupire che … sia passata sotto silenzio la lettera unitaria dei sindacati industriali di Italia Germania e Spagna inviata a Ursula von der Leyden per andare oltre le misure da lei annunciate e per contribuire ad “una Europa forte per i nostri membri e per tutti i lavoratori delle fabbriche, dei laboratori e degli uffici dell’Unione, che lanci un segnale di solidarietà e di coesione”. Un atto straordinario, che nella mia esperienza sindacale non era mai accaduto, eppure occultato. In effetti, troppo poche voci riflettono sulla necessità di programmare la produzione magari in senso sovranazionale e di un ritorno ad un welfare universalistico che comprenda anche la necessità di proporre il “senso del limite.”

Maurizio Landini (segretario generale Cgil), a Bonomi , che eletto presidente della Confindustria, ha chiesto il superamento della contrattazione nazionale, ha replicato, sinteticamente, “ Non c’è niente da riformare. “ Difende la contrattazione a livello nazionale, cioè generale e per tutti /tutte; difende la Confederalità; richiama l’ economia circolare e indica nel modo di produzione il rischio per l’ esistenza stessa del pianeta.  E’ un progetto di incontro e alleanza, quantomeno come cultura e visione del mondo, tra lavoro e ambiente? Queste sue parole sembrano confermarlo:

“Se tutto il mondo continua a produrre auto, motori, elettrodomestici, con i consumi che si sono conosciuti fino ad oggi, questo mette a rischio l’esistenza stessa del pianeta. Un problema che in questa dimensione non si era mai posto e che ci porta a dover ripensare gli stili di vita e i sistemi di produzione. Questa idea di economia circolare pone anche il problema di una progettazione nuova dei prodotti e dei servizi. La domanda è: cosa produco, perché lo produco, con quale sostenibilità e quindi quale ruolo hanno le persone nel lavoro. Dal punto di vista concettuale, credo che sia in corso un’evoluzione del sindacato e delle  forze politiche che per tanti anni hanno detto di rappresentare il lavoro. Questo cambiamento culturale è fondamentale per dare un futuro a quelli che verranno dopo di noi”.

E’ inutile dire, o forse lo è, che alle parole dovrebbero seguire i fatti, che sono il vero metro di misura della volontà di intraprendere il cammino verso la riconversione ecologica. Perciò: vedremo.

Bruno Manghi ricorda la tenacia di Pierre Carniti nel proporre la riduzione dell’ orario di lavoro in difesa dell’occupazione. Tema di assoluta attualità.

“Questa cosa dell’orario di lavoro, della sua riduzione, in cui io lo seguii per un breve periodo, il nesso insomma fra occupazione e orario per lui era diventato fondamentale e questa convinzione lo accompagnò fino alla fine anche se con qualche correzione.L’idea della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro per dare lavoro ha due limiti fondamentali. Uno, che è difficile farla senza ridurre anche il salario, o comunque le aspettative salariali, e quindi i lavoratori non ne sono entusiasti e, in secondo luogo, perché la riduzione d’orario pensata con Gorz alla francese, come se ci fosse un grande demiurgo che distribuisce il lavoro nella società, uno Stato che mette ordine distribuendo il lavoro, non funziona.Infatti la caricatura di questo sono le 35 ore in Francia. Carniti lo capì e corresse l’impostazione: si può ridurre l’orario di lavoro diversamente, coi contratti di solidarietà, studiando i casi tedeschi, il caso olandese che è molto interessante. Quindi bisogna lavorare sull’orario di lavoro però non pensando che ci sia un accordo generale per cui si lavora soltanto 30 ore, che tecnicamente è possibile, ma bisogna volerlo!”

Adriano Serafino, Cisl Torino, pone il problema della burocratizzazione del sindacato e della necessità di “dare uno scossone”

“Il sindacato italiano è uno dei pochi, forse il solo, corpo intermedio che può sperimentare in modo ben diverso – disponendo di anagrafe aggiornate degli iscritti che pagano quote annue anche di 200 e più euro, di reti internet e altro – da quanto fatto dai partiti e movimenti atti specifici di democrazia diretta per rianimare e riportare alle corrette origini il meccanismi deformati della democrazia rappresentativa delegata. Per il sindacato significa dare uno scossone alla liturgia dei Congressi e alla cosiddetta democrazia del diodo, ovvero le comunicazioni e le idee hanno un solo flusso dall’alto al basso. Discutere sull’idea di elezioni primarie (iscritti o Rsu) per eleggere il segretario territoriale di categoria, e proporre la sperimentazione di referendum decisionale in alcune materie potrebbe scuotere e riposizionare il grande elefante in nuove direzioni di marcia.”

 

Emilio Molinari (CostituzioneBeniComuni) propone “il lavorare insieme” e il superamento della frammentazione:

“Dovremmo metterci insieme: associazioni, sindacati, movimenti culturali, sociali di uomini donne e generi diversi, in una rete, come in un nuovo Forum Sociale Mondiale non per fare la sommatoria dei contenuti congeniali ad ognuno. Ma per decidere ,con pochi obiettivi, fondamentali: I DIRITTI ALLA VITA. Un Forum che non si limiti a noiosi incontri di esperienze, ma promuova alcune campagne mondiali, trasversali nei contenuti, da articolare nelle realtà territoriali: sulla Sanità pubblica, sull’acqua pubblica per riparare e costruire nuove reti, sulla scuola, la ricerca, i farmaci e i brevetti. Da perseguire tutti assieme, in tutti i paesi, con lo stesso linguaggio che parla per UNIRE L’UMANITA’. Un Forum che non si pavoneggia in estremismi elitari che escludono.”

Anche in Francia sono presenti intellettuali e aree politiche e culturali favorevoli alla riconversione ecologica:

Thomas Piketty, economista, autorevole autore de “Il capitale nel 21°secolo”, che i suoi colleghi ritengono, a ragione, fondamentale e che io ho letto e sono sopravvissuto, in un articolo pubblicato da Le Monde propone l’ equità fiscale per garantire diritti universali, per tutti i paesi ed esseri umani:

“Questa crisi può anche essere un’opportunità per riflettere su una distribuzione di risorse sanitarie ed educative minime per tutti gli abitanti del pianeta, risorse finanziate grazie al diritto universale di tutti i paesi su parte delle entrate fiscali pagate dagli attori economici .Dopotutto, questa prosperità si basa su un sistema economico globale (e per inciso sullo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali e umane del pianeta da diversi secoli) ed esige pertanto una regolamentazione globale per garantirne la sostenibilità sociale ed ecologica, implementando in particolar modo le regolamentazioni per la diminuzione o cessazione delle emissioni di carbone più elevate.”

 Anche Gael Giraud ,francese, è un economista, ed è gesuita. Precisa, con ottimi argomenti, che la crisi ecologica ci “garantisce pandemie ricorrenti”.

“È urgente capire che la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto «cigno nero» – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti –, ma non è nemmeno uno «shock esogeno». Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni. In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più «efficace» infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. E questo sarà sempre più così, perché la crisi ecologica decimerà altre specie viventi. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti.”

 Alain Touraine, accademico, ricercatore di sociologia industriale e studioso dei movimenti , nel suo libro “ La globalizzazione e la fine del sociale” Per comprendere il mondo contemporaneo (il Saggiatore editore) scrive:

“L’individualismo imposto dalla globalizzazione ha sradicato i movimenti di massa e ha reso inservibili le categorie politiche e sociali con cui pensavamo noi stessi e gli altri: se le grandi narrazioni collettive sono finite, la vita del soggetto acquista la stessa drammaticità della storia del mondo. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per capire il presente e, soprattutto, per rivendicare i nostri diritti.”

Si può condividere o meno, tutto o solo in parte, ma certo è stimolante. La sua denuncia del trionfo dell’individualismo disgregatore e la “sensazione che il vecchio mondo sia andato in frantumi e che niente possa sostituirlo” ha argomentazioni forti. Il nuovo paradigma che Alain Touraine delinea, fondato sui soggetti e “sui diritti culturali, dove “le donne e le minoranze oppresse schiacciate possano finalmente coprire il ruolo che spetta” può essere considerato un contributo per l’ elaborazione di un pensiero critico, necessario nel mondo globalizzato. Lo segnalo perché può essere utile per ulteriori approfondimenti. Il filo di pensiero che ho seguito in questo articolo riguarda l’ “alleanza tra movimento operaio e movimento ambientalista” . Ma per essere all’ altezza della sfida la dimensione culturale è di primaria importanza e su questo terreno si possono porre in relazione movimenti diversi e importanti, attivi in molte parti del mondo.

Significative sono anche le esperienze e le lotte condotte in alcuni stati dell’America del nord. Lotte che hanno conseguito risultati concreti. Il sindacalista Nato Green (Usa) in un recente articolo,  proponendo le forme in cui i sindacati del servizio pubblico – come quello per cui lavora, il Seiu 1021 in California – possano, e debbano, battersi per la giustizia climatica, ha scritto:

«un sindacalista esperto che valga qualcosa ama combattere per i contratti, perché ha una deadline tassativa che cattura l’attenzione di tutti – una scadenza e la minaccia di uno sciopero. La scienza climatica ci dà una nuova deadline e l’opportunità di dimostrare che siamo all’altezza della sfida. Abbiamo 12 anni di tempo.”

Jaine Mc Alevey, da 20 anni sindacalista, afferma che per vincere la battaglia contro il cambiamento climatico bisogna porre fine alle contrapposizioni tra ambientalisti e sindacalisti, organizzando una strategia comune per il clima. In un articolo pubblicato da Jacobinmag.com ha scritto:

“A New York è stato raggiunto un accordo proprio perché i sindacati avevano il potere di portare i sussidi pubblici – e cioè le tasse – in un accordo che li metteva in condizione di soddisfare sia gli standard scientifici di riduzione delle emissioni, sia i criteri sindacali di un salario soddisfacente e altri benefit – tutte cose che i membri del sindacato si aspettavano, e per cui erano disposti a lottare. Entrambi sono fattori decisivi per modificare l’economia al ritmo e alle dimensioni di cui abbiamo bisogno.Fare davvero un Green New Deal significa ricostruire un settore pubblico robusto. Un settore pubblico robusto significa un futuro pieno di ottimi posti di lavoro per donne e uomini di colore. Ma gli attacchi delle destre a quello che resta del settore pubblico e ai suoi sindacati continueranno a oltranza. Non è troppo tardi per gli ambientalisti e tutti gli alleati progressisti per decidere di stare davvero dalla parte dei lavoratori e dei loro sindacati – ma non c’è tempo da perdere. I buoni sindacati sanno al meglio come condurre una battaglia dura con una scadenza precisa. È tempo di mettere su un Quartier generale per la guerra da vincere entro il 2030 – adesso.”

In sostanza: il Green New Deal, l’economia circolare, la riconversione ecologica,  a parole sono oggetti di elogio e apparente consenso, ma nei fatti sono quasi tutti avversari. Per costruire nuovi e favorevoli rapporti di forza occorre anche il sindacato. Sono necessarie lotte, con una visione globale dei problemi e della loro interconnessione. Sarebbe per me troppo semplice concludere dicendo:” Nei primi anni 70 del secolo scorso le lotte di massa , il controllo operaio e la ribellione sociale, modificarono radicalmente il modo di produrre, i rapporti in fabbrica e cambiarono lo stesso sindacato , nacque il Sindacato dei consigli. Facciamo come allora.” Perché No? Perché non e possibile. Non soffia il vento giusto. E’ meglio pensare ai primi passi concreti, misurabili sapendo che sarà un percorso lungo e saranno le nuove generazioni ( speriamo) a decidere il come e il quando.

Solo un aspetto mi preme sottolineare : oggi, in tempi di pandemie, chiunque svolga una attività, in fabbrica, ufficio, call center, in un grande magazzino o piccolo negozio, in ospedale, nei trasporti , i riders, nei servizi o nei campi, e anche nella propria a abitazione… ovunque, nella grande città o nel piccolo paese, in ogni continente e ogni paese del mondo, moderno o meno, a oriente o occidente… insomma, chiunque, ha un problema che lo accumuna a tutti, il rischio di contagio. Ha anche in comune un diritto: il diritto alla salute che è anche diritto alla vita. Nulla ci impedisce di proporre, intendo chi può farlo, come idea del futuro, i diritti universali del lavoro, in tutto il mondo.

 

 

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