Essere sindacalisti è una vocazione

 

Riportiamo parte dell’ intervista a Bruno Manghi a cura di Gianni Saporetti.

 

Questa bella intervista a Bruno Manghi( La lezione di Pierre Carniti) pubblicata sul numero di febbraio 2020 della rivista on line “Una città” è un saggio sulla storia del modo d’essere di un sindacato d’altri tempi, costruito dalle generazioni degli anni ’60 e ’70. Una storia del passato prossimo che può ancora avere un futuro, se si pensa alle molte ingiustizie e disuguaglianze che ci circondano.

Durante la grande industrializzazione, negli anni Sessanta, quando si forma una generazione di giovani e combattivi sindacalisti, che pensano che il sindacato debba stare in fabbrica, che la contrattazione aziendale sia decisiva, che i sindacalisti non debbano fare i deputati, che l’unità sindacale sia necessaria, Pierre Carniti è uno dei loro leader; quello spirito missionario che si accompagnava al rispetto del sapere e della sua autonomia.

Bruno Manghi, sociologo, già sindacalista Cisl, ha pubblicato Far del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata, Marsilio 2007.

Come avveniva l’incontro con gli operai?

Allora non c’erano permessi sindacali, l’unica cosa che si poteva fare era aspettare i lavoratori a fine turno per parlargli.  Solo nelle aziende medio-grandi, dove c’era il commissario interno, avevi la possibilità di entrare. Il commissario interno era quello che sapeva tutto della fabbrica.
Questi sono i primordi. Pierre partecipò alla stagione dei primi conflitti per i contratti, che cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. Ma tutti gli anni Sessanta furono grandi anni di preparazione, senza i quali il ’68 e il ’69 non sarebbero esistiti. Il sindacato si faceva strada tra mille difficoltà e Pierre, di quegli anni fu un protagonista, ovviamente con delle tesi.

La Fim in particolare sosteneva la tesi del salario legato alla produttività e l’idea di un sindacato che si fa prima di tutto in fabbrica. Quello è il punto di partenza che segna la differenza tra il sindacalismo industriale, praticato ovviamente anche dalla Fiom e dalla Uilm,  e il sindacalismo agrario che era il suo fratello maggiore e che era un sindacalismo delle piazze, non dei campi.

D’altra parte eravamo nel pieno della grande industrializzazione.

Poi Pierre venne a Milano, cominciavano le lotte interne e lui molto presto si convinse della necessità dell’unità d’azione e trovò anche degli interlocutori. Nei primi anni Sessanta due vertenze importantissime scossero Milano, quella degli elettromeccanici e quella dei premi di produzione.

Lì si fece il primo comizio unitario che, però, per sfuggire alla condanna delle confederazioni che non vedevano di buon occhio questo eccesso di unità, si svolse al Vigorelli. Il tutto fu orchestrato da Carniti e dall’allora segretario socialista della Camera del lavoro di Milano, Di Pol, che poi morì in un incidente stradale.

I due cortei arrivarono al Vigorelli contemporaneamente e lì si fecero i comizi. Quella data divenne famosissima. Ma erano giovani i sindacalisti, erano giovani i lavoratori. Con in più questi commissari interni che erano più anziani e che, però, sapevano tutto. Senza di loro quel lungo periodo di vigilia non ci sarebbe stato.

Quando si faceva il direttivo del sindacato con Carniti c’erano tutti questi giovani operatori, i combattenti, e poi queste persone, dai quaranta ai cinquant’anni, che per noi erano anziani e venivano a volte con il grembiule di lavoro, perché la riunione si teneva a fine turno, e che parlavano poco ma parlavano giusto…

 

…Tutto il resto fa parte ormai della storia: soffia il vento del nord, Carniti si afferma con il consenso di Storti, si va alle lotte, Noi galleggiammo bene, ma non è che inventammo, c’era un movimento che era impressionante. Poi c’erano gli studenti, anche se Carniti è sempre stato un difensore della primazia dei lavoratori. Lo infastidiva la superbia di questi giovani che pensavano di insegnare ai lavoratori, questo eccesso di protagonismo: uniti sì, ma prima gli operai, questa era la sua tesi.

Ciò non toglie che un incontro, breve casomai (io ho scritto anche un piccolo testo su “Vita e pensiero”, su questo, “Il breve incontro”) fra operai e studenti nel ’69 ci fu. E va detto che ebbe una risultanza importante nelle fabbriche perché molti di questi giovani diventarono impiegati e tecnici e soprattutto al nord ci fu un grande movimento di operai e tecnici insieme nel sindacato.

La figura dell’impiegato era fondamentale per il sindacato perché portava il sapere che gli mancava.
Poi arrivarono queste straordinarie conquiste, il ’73, con il contratto della parità normativa operai e impiegati. Nelle fabbriche c’era una mensa separata per gli impiegati, e tante altre differenze, la liquidazione e via discorrendo. Parità normativa che poi diventa inquadramento unico.Poi arrivarono i discorsi sulla salute e il rapporto con le cliniche e i medici del lavoro, senza i quali noi di ergonomia non avremmo saputo niente. Nacque la medicina del lavoro, i corsi sulla salute, i fattori di rischio, si fecero passi in avanti decisivi.Fortunatamente il sindacalismo italiano non è stato solo un sindacalismo salariale. Poi l’organizzazione del lavoro, la lotta contro la ripetitività, la revisione dei cottimi, tutte robette molto importanti. Insomma, ci fu un tentativo, a volte riuscito e a volte no, di umanizzazione del lavoro. A un certo punto, però, quando questa spinta delle fabbriche cominciò a esaurirsi (anche se la sinistreria unita non volle accorgersene) il sindacato trasferì il suo potere, che era diventato ingentissimo, sul terreno sociale, quindi le pensioni, la riforma sanitaria, la cassa integrazione. Anche queste grandi conquiste sociali, generali, e però lì, intorno al ’78, ci rendemmo conto che una stagione era finita…

Tu hai scritto un libro che ammetteva, con grande anticipo, la fine di un ciclo…

Sì, ha avuto successo soprattutto per il titolo, “Declinare crescendo”, che scritto lì, nella seconda metà degli anni Settanta (maggio 1977, Il Mulino), quando eravamo sull’Everest come accreditamento, potere, popolarità, fu pure un po’ azzardato.E però c’era qualcosa, si capiva che sarebbe finita. Ma anche altrove i cicli erano durati dieci, quindici anni, non di più. Questo Pierre lo capì e lì cominciò, negli anni Ottanta,  quell’ultima battaglia, per combattere l’inflazione, che terminerà nei primi anni Novanta con la rottura dell’unità sindacale sulla scala mobile.Poi quella sua ricerca, che durerà fino alla morte, sull’orario di lavoro per aiutare l’occupazione…

Quindi sulla scala mobile fu lui a rompere, ma sull’unità facciamo un passo indietro. Carniti ci aveva provato ed erano stati i comunisti a…

Sì, allora l’unità sindacale non l’avevano voluta i comunisti. Quello fu un momento fondamentale. L’unità sindacale era voluta dall’ala più militante della Cisl e della Uil, sicuramente, dalle categorie dell’industria che addirittura arrivarono all’auto scioglimento. Era osteggiata dalla parte più conservatrice della Cisl che temeva un inquinamento della sua originalità ma soprattutto, per rilevanza, dai comunisti prevalenti nella Cgil. I socialisti della Cgil, e lo Psiup, era tutti favorevolissimi, da Tonino Lettieri a Giuliano Cazzola, che era un fanatico dell’unità sindacale.I comunisti proprio non ce la fecero.A un certo punto, come ho detto, si tentò di procedere verso l’unità organica a pezzi, cominciando prima dai metalmeccanici, dai chimici, per poi arrivare all’unità di tutti.Ma un’unità vera, organica, tanto è vero che sia la Fim che la Uilm fecero il congresso di autoscioglimento. Ricordo sempre la frase di Trentin: “Se volete vengo, ma vengo da solo”. Era per dirci che non ce l’aveva fatta, che i comunisti non la volevano.E quindi si fece l’Flm, un modo nobilissimo per non fare l’unità sindacale. Era una federazione, con gli iscritti in comune però con ognuno che restava nel suo. Anche se molto avanzata, non era l’unità.E si fece anche la federazione Cgil, Cisl e Uil, che ebbe una funzione, ricordo l’anno del terremoto al sud, e però restava una federazione (che sarebbe utilissima oggi, dico io, meglio di niente).Però l’unità non si fece, malgrado quelli fossero anni di grandi conquiste, anni tutti proiettati in avanti. Poi, alla fine degli anni Settanta, si capisce che questa roba è finita, cominciano le tensioni su questi temi, tensioni sempre moderate, perché allora molti dei sindacalisti che pure si …

Cosa ha fatto grande quella stagione?

Io penso che sia una cosa che facevano tutti i sindacalisti, quella di andare a cercare i giovani, “coloro che…”

Sapevano che quelle risorse umane erano decisive per riuscire, perché se tu trovavi uno trovavi tutti, ma se non trovavi quell’uno non trovavi nessuno. Il sindacato non è che parte con un’assemblea in cui tutti ti votano a favore; dentro quell’assemblea devi avere due o tre di cui ti fidi e che ti raccontano cosa è quel posto e che sono stimati dagli altri, con un altro principio decisivo dell’epoca, ma che, secondo me, vale anche oggi, che dovevano essere innanzitutto bravi lavoratori, non scansafatiche che fanno il sindacato per evitare il lavoro.

Ai corsi si poteva chiamare un conservatore, un innovatore, un socialista, l’importante era che sapesse le cose e te le spiegasse. C’è un’autonomia del sapere, rispetto al messaggio, che va rispettata. Quando io ho bisogno di capire il cottimo chiamo un ingegnere dell’azienda e me lo faccio spiegare, non è che io so ideologicamente cos’è, che il cottimo è sfruttamento eccetera eccetera, no no.Questo è sempre stato un elemento molto forte nel sindacato, nella Cisl in particolare: il sapere non è dedotto da una certezza teologica. Anche se questa c’è. Ma la strada dell’emancipazione è una strada di autoformazione.

Nell’ultimo periodo della sua vita Carniti si è occupato molto della riduzione dell’orario di lavoro…

Lui era un uomo di convinzioni granitiche. Questa cosa dell’orario di lavoro, della sua riduzione, in cui io lo seguii per un breve periodo, il nesso insomma fra occupazione e orario per lui era diventato fondamentale e questa convinzione lo accompagnò fino alla fine anche se con qualche correzione.L’idea della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro per dare lavoro ha due limiti fondamentali. Uno, che è difficile farla senza ridurre anche il salario, o comunque le aspettative salariali, e quindi i lavoratori non ne sono entusiasti e, in secondo luogo, perché la riduzione d’orario pensata con Gorz alla francese, come se ci fosse un grande demiurgo che distribuisce il lavoro nella società, uno Stato che mette ordine distribuendo il lavoro, non funziona.Infatti la caricatura di questo sono le 35 ore in Francia. Carniti lo capì e corresse l’impostazione: si può ridurre l’orario di lavoro diversamente, coi contratti di solidarietà, studiando i casi tedeschi, il caso olandese che è molto interessante. Quindi bisogna lavorare sull’orario di lavoro però non pensando che ci sia un accordo generale per cui si lavora soltanto 30 ore, che tecnicamente è possibile, ma bisogna volerlo!

E chi è che comincia?

Ecco, quello fu comunque un assillo per Pierre, che poi aveva un senso della dignità, della giustizia, tremendo. Nel senso che veniva ferito dalle cose che non andavano. Ma come altri, intendiamoci. Era una generazione fatta così, insomma, Bentivogli, ma, per carità, anche la Fiom. C’era Pizzinato, un grande amico, una figura splendida, erano tutte persone integerrime con questo forte afflato etico, era gente che si sentiva offesa dalla condizione umana…

Voi della Cisl giravate il mondo…

Sì, perché noi, a differenza della Fsm comunista, avevamo la fortuna di essere in una grande centrale sindacale libera. Quindi avevamo relazioni internazionali fortissime ed erano tantissime le missioni che si facevano. Dalla Spagna dell’ultimo franchismo per vedere chi poter aiutare di quel sindacalismo, al Brasile dove andò il mio amico Tridente che scoprì Lula, al Cile dove venni mandato e scelsi Bustos che poi, purtroppo, morì.

La domanda era: cosa possiamo fare quando torna la democrazia perché ci sia un sindacato come vogliamo noi? Fu una grande avventura internazionale. Ma poi il Mozambico, la Polonia che fu l’ultima grandissima avventura, in quel caso unitaria ormai. Perché poi, a un certo punto, l’Fsm finalmente andò a quel paese, così capitò che Marini garantì perché Trentin potesse entrare nella Cisl internazionale!  La costruzione del sindacato mondiale che c’è oggi, è stata fatta da Emilio Gabaglio che Carniti, a suo tempo, aveva chiamato alla Fim e poi alla Cisl. Gabaglio fu il grande artefice di questa unificazione tra il sindacato libero, il sindacato cristiano, e tutti i residui Fsm, per cui oggi c’è un sindacato mondiale unico, che sarà debole, sarà quel che vuoi, ma che è come avere una piccola Onu.

Questo è un di più sicuramente rispetto alla Cgil.Eh sì. Chi tentò dopo di rimettere in carreggiata l’azione internazionale della Cgil fu Claudio Sabattini, che, infatti, incontrai in Cile. Una persona intelligentissima, anche se difficile, che aveva capito l’importanza della dimensione internazionale. Anche per la contrattazione, attenzione. Noi dovevamo capire cosa facevano alla Volvo per cambiare il modo di fare l’automobile. Non è che impariamo tutto da soli. Ma poi per l’aspetto contrattuale e per quello delle libertà, perché il sindacato può fare bene o male, ma intanto deve avere la possibilità di esistere.

Carniti può essere considerato un grande non solo del sindacalismo?

Beh, ha avuto la grande soddisfazione di essere amato e rispettato. Da tutti. Anche se non era un tipo facile, perché era uno che aveva mandato a quel paese tanta gente. Ma anche solo per il suo coraggio, era rispettato da tutti. Il coraggio, prima, di fare l’unità sindacale e poi, al tempo dello scontro sulla scala mobile, a cui seguì il referendum, anche di chiuderla. Nessuno ha fatto una cosa così! Ha continuato a riflettere sul sindacato, sulla società e sulla giustizia fino all’ultimo, fino agli ultimi suoi scritti. Nella sua ultima lettera pubblica riprende il tema dell’unità. Non ha mai smesso di studiare. E questa passione l’ha sostenuto.

 

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