L’unità sindacale è oggi un’ utopia possibile?

 

di Adriano Serafino *

Che forza ha oggi il sindacato? Potenzialmente elevata contando le tre principali Confederazioni oltre 11,3 milioni di iscritti [1], ma alla prova dei fatti (es. sui grandi temi per lo sviluppo e l’occupazione) sono da tempo poco influenti. Così pure è avvenuto, ora in tempo di Covid, su aspetti decisivi per la riapertura in sicurezza di tutte le attività che richiedono – oltre le norme ben definite nel protocollo governo e parti sociali – un controllo sull’inedito esercito di cittadini asintomatici, portatori “sani”, incendiari inconsapevoli di focolai dove si soffermano. Si stima che siano circa dieci volte [2] quei numeri quotidianamente comunicati come contagiati (i sintomatici) dalla Protezione Civile. Le tre T [3]testare-tracciare-trattare– sono rimaste letteratura o buoni consigli e il sindacato è rimasto anch’esso a …guardare le stelle o meglio fare affidamento al tradizionale “stellone d’Italia” che in tale contesto per le caratteristiche conosciute di questo virus, e per quanto ancora non conosciuto, offre scarse certezze e sicurezze per la nostra protezione.

Si riaprono in sequenza troppo veloce, e senza controllo adeguato, tutte le attività economiche lasciando al palo la cultura e la scuola. La decisione è stata assunta dalla politica (Governo e Regioni) in base al “rischio calcolato” che sarà – è stato detto dal premier – verificato con sofisticati metodi di cui si conosce pressoché nulla, e ciò ben evidenzia quel tallone d’Achille tutto italiano della latitanza della cultura della prevenzione[4] (i rischi delle persone) e della mancata manutenzione ( per i rischi delle opere e dell’assetto del territorio).

 

Sarebbe diverso con l’unità sindacale?

E’ un’utopia credibile prospettare, proprio ora, un percorso per un sindacato unitario e pluralista? Con una nuova e diversa rappresentanza, che sappia ridare voce alle centinaia di migliaia di Rsu e Rls, oggi sostanzialmente assorbite nelle problematiche aziendali senza poter influire sulle scelte a livello territoriale e sui grandi temi che qualifichano la strategia confederale; che sappia dare un nuovo ruolo ai 11,3 milioni di tesserati (dati 2018) che da molti anni sono solo numeri, pacchetti di tessere da far valere ai Congressi, ogni quattro anni, nelle mediazioni per definire gli organigrammi dei sindacalisti a vita. Il sindacato, per avviarsi all’unità, dovrà mettere in campo iniziative per risvegliare culturalmente – con la formazione continua a vasto raggio e con numerose inchieste sul campo – quel grande organico a pieno tempo, cresciuto a dismisura[5] dopo le grandi conquiste dei diritti sindacali con lo Statuto dei Lavoratori, allargati poi (monte ore, deleghe permanenti per le trattenute sindacali del tesseramento, quote di servizio) con la contrattazione nazionale e integrativa, o con patti tra gentlemen agreement nelle grandi aziende e nella Pubblica Amministrazione. Queste decine di migliaia di sindacalisti a vita non amano pensare all’unità organica, la gran parte di essi sono refrattari, se non contrari, a questo obiettivo in quanto temono venga posta in gioco la loro tranquillità sociale come ruolo e occupazione. Un vero rompicapo di cui poco si parla!

C’è un bisogno di più sindacato nel mondo

Nel mondo, in Europa, nel nostro paese si avverte la necessità di un sindacato con una diversa e innovativa rappresentanza che unisca il mondo del lavoro in rapida trasformazione e tutelato dalla contrattazione, con il variegato mondo del precariato e della galassia degli invisibili fuori dai radar vetusti del nostro sindacato ancora organizzato sul modello e la tradizione del ‘900.

Si avverte la grave carenza di questa “macchina” sindacale che pensa di rimanere legittimata e protagonista sostanzialmente con l’essere consultati di quanto in quanto dal Governo, di costruire la propria identità con twitter, o articoli sui media traendo spunti da questo o quel bravo saggista, non avvertendo che un tal modo è pressoché impossibile “leggere con nuovi occhi” la realtà della globalizzazione e il suo divenire che è ben diverso da quanto propagandato con la metafora del “villaggio globale”. Oggi il lavoro si è indebolito nel suo valore e nei diritti, centinaia di milioni di poveri assoluti hanno trovato un lavoro ma sono molti di più coloro che pur lavorando per pochi euro o dollari al giorno rimangono nell’area della povertà. E tale saldo non è in attivo!

Esiste il bisogno di un sindacato unitario con capacità di pensiero, capace di sollecitare a prender parola e risvegliare il senso critico, per costruire un diverso ordinamento economico e finanziario, aprendo nuove frontiere della solidarietà con un patto tra chi è stato tra gli “ultimi” nel secolo scorso e chi tra “gli ultimi” si trova ora.

Questo sindacato italiano può ancora trovare la forza morale e etica per creare una cultura antagonista al dominio della finanza sui valori della solidarietà?

Non mancano al riguardo le proposte di studiosi e di economisti.[6]

E’ possibile provocare un tale risveglio? E’ impervio il sentiero ma percorribile, con grande lena e con qualche inedite iniziative per far “convergere” quelle forze culturalmente vivaci che oggi camminano, esterne o a fianco del sindacato, in ordine sparso con la loro identità, gelosamente custodita, in un centro di ricerca, un blog o un sito web. E sono parecchie! Ci vogliamo provare?

 

Pierre Carniti è stato protagonista nell’arco di 14 anni di due eventi con conseguenze opposte per l’unità sindacale: il primo nel costruire l’unità organica della Flm all’inizio degli anni ’70, fermata due anni dopo dalla componente comunista della Cgil; poi nel 1984 l’aspro conflitto con il PCI di Enrico Berlinguer sulla strategia[7] per frenare l’inflazione a due cifre portò allo scioglimento della Federazione Cgil-Cisl-Uil. Nella sua ultima lettera[8] del 2017, considerata da molti un testamento politico, spezza convinto ancora una lancia a favore dell’unità dei sindacati. Dopo le considerazioni sul contesto generale e sulle difficoltà in cui si ritrova il movimento sindacale, dopo aver rimarcato che l’unità è un discrimine di valore strategico,… che viene invocato il motivo che le differenze di orientamento, di cultura, di tradizioni, nei fatti, producono inevitabilmente anche strategie politiche diverse ricorda che le differenze sulle politiche ci sono sempre state e ci saranno sempre. Non solo tra diverse organizzazioni, ma anche all’interno di ciascuna organizzazione. E quando non si manifestano è un cattivo segno. Perché vuol dire che la dialettica interna è anestetizzata dal conformismo e dall’opportunismo.(…). E così concludeva “…Perché quanti, come chi scrive, sono convinti che il sindacato abbia ancora una funzione essenziale da esercitare, per realizzare più equità sociale, migliori condizioni di lavoro e di vita, garantire un importante pilastro della democrazia, devono fare quanto dipende da loro per cercare, con un impegno collettivo, di risalire la china. Non possono quindi esimersi dal compiere i passi necessari, a cominciare dalle indispensabili pre-condizioni, per ridare al mondo del lavoro un progetto ed una speranza credibili. Inutile sottolineare che la strada è tutta in salita e che il cammino è alquanto impervio. Perché le difficoltà da affrontare sono serie ed impegnative. Ma al tempo stesso si deve essere consapevoli che c’è una sola difficoltà davvero insuperabile: è la rassegnazione. Per scongiurare questo pericolo,faccio mia l’affermazione dell’ex presidente del Consiglio europeo, già primo ministro belga, Herman Van Rompuy, che in un recente intervento a Roma, ha detto: “Io resto un uomo della speranza“. Infine i fraterni saluti del vecchio militante, invio fraterni saluti.

 

L’appello più recente e di rilievo all’unità sindacale è quello rilanciato da Maurizio Landini, da piazza Maggiore a Bologna il 1° maggio 2019, pochi mesi dopo la sua elezione a segretario generale della Cgil con oltre il 90% dei voti. Un annuncio per un certo verso a sorpresa – e per la modalità scelta destinato a non far molta strada – con l’indicazione di ricostruire l’unità dal basso.

Tra le interpretazioni date a quell’annuncio è certamente fondata quella che Landini abbia voluto comunicare – al suo interno e a Cisl e Uil – il suo convinto voltare pagina rispetto alla strategia seguita (2015) come segretario Fiom di dare vita a un coalizione sociale (non un partito), rimasta sempre imprecisata, nell’area della sinistra. Quella coalizione sociale aveva come apripista quel richiamo “Il ritorno di Fiom” che ha caratterizzato la gestione Landini nella scelta del meglio “camminare da soli”[9] che “ in cattiva compagnia”, ovvero rimanere vincolati a “comportamenti considerati subalterni all’azienda” che la Fiom attribuì – a volte in modo pregiudiziale – a Fim e Uilm per la definizione dei contratti nazionali e di quelli per il gruppo Fiat nell’era Marchionne. Ne seguirono rotture storiche con conseguenze non ancora rimarginate.

Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, fu pronta a rispondere “…E con Landini c’è una comunione di vedute. Lo ha detto lui stesso di condividere le mie parole quando sostengo che la rappresentanza va ricostruita dal basso…certo dobbiamo allargare la nostra rappresentanza… E penso che l’unità sindacale e il coinvolgimento di tutte le fasce sociali siano il punto di partenza per ridare dignità e rappresentanza ai lavoratori. Lo dobbiamo fare lavorando insieme giorno dopo giorno e sui territori». Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil, in questi anni, ha riproposto una riedizione aggiornata del Patto Federativo Cgil-Cisl-Uil degli anni ’70.

Nelle settimane a seguire il tema, dopo una serie di commenti rituali, è uscito di scena.

 

La storia può ancora essere maestra?

Un tempo si ripeteva che “la storia è maestra di vita..”; oggi non è più di moda, molti affermano che la velocità delle innovazioni tecnologiche, delle scoperte della scienza, dei mutamenti antropologici e delle trasformazioni sociali, hanno reso obsoleto questo postulato. Ma nel caso dell’unità sindacale molto può servire. In primo luogo per ricordarci che il contesto dei nostri tempi determina scenari, per il lavoratori e i ceti popolari poveri, di segno opposto rispetto alle due precedenti esperienze di unità sindacale. La Cgil unitaria del 1943-48 si costituì dopo il crollo di una dittatura, con una guerra partigiana in atto e lo scenario della Liberazione dallo straniero e dai fascisti della Repubblica di Salò. Quell’esperienza fu costruita da partiti antifascisti della prima ora, un atto di grande e sincera unità in una situazione dove le divisioni ideologiche erano vere e profonde; il Patto di Roma[10] contiene una chiara idea del pluralismo che era stato soffocato per vent’anni. La breve esperienza dei metalmeccanici della Fim, Fiom, Uilm che avviarono il processo di unità organica della Flm (1972) ma non lo completarono per il niet di Luciano Lama segretario generale della Cgil e di Enrico Berlinguer segretario del PCI, si avvalse di una spinta straordinaria del ’68 studentesco e dell’autunno caldo del ’69 degli operai. In sintesi e con poche parole si può dire che le lotte contro l’autoritarismo, per la libertà e l’uguaglianza cambiarono il sindacato[11] e lo spinsero prima all’esperienza dei Consigli di Fabbrica e poi all’unità organica. E si sognava un mondo diverso, un orizzonte di emancipazione continua. Nessuno di quei “propulsori” – presenti nel prima e seconda esperienza dell’unità sindacale – sono presenti nello scenario dei nostri tempi, ove si avvertono zavorre e ceppi frenanti, scenari di nubi grigie.

Ed allora, anche per noi ha da passà ‘a nuttata [12]?

Ridare senso e significato alla parola unità sindacale, dopo le tante nuttate già trascorse e le tante che seguiranno, è un primo traguardo possibile, se troviamo una strada convincente che generi in noi anche curiosità culturale e entusiasmo.

Il mio assunto di partenza, verificato in più casi nel sindacato, è che l’elefantiaca struttura del sindacalisti a vita, a pieno tempo, sia un po’ simile ad un elefante che abbia perso la sua proverbiale, si dice, grande memoria. Senza conoscere la propria storia …è un bel problema! Simile o peggio può essere per le migliaia di Rsu risucchiate nelle aziende e alle prese con le ricorrenti casse integrazioni e contratti di solidarietà spesso ”taroccati”.

Ad esempio: sul sito della Fim-Cisl di Torino e Canavese su Chi siamo non si trovano quattro righe che ricordano la rinascita della Fim Torinese dopo la grande scissione per opera di Arrighi che costituì il sindacato aziendale del SIDA tutt’ora ben presente sotto la sigla FISMIC. Una mera dimenticanza? Anche nella Fiom Torinese qualche pezzo importante della memoria è stata persa come hanno testimoniato le vicende del referendum del 2010 a Mirafiori e del 2011 alla Bertone di Grugliasco. Se si cerca sui siti delle tante categorie si trovano grandi vuoti di memoria.

Che fare? Come individuare “qualcosa” che richiami il principio di Archimede

 

Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo è una frase attribuita ad Archimede, che l’avrebbe pronunciata per esprimere la propria esultanza per aver scoperto le leggi della leva. Per noi quali possono essere le tre prime azioni (il punto d’appoggio) per la non facile impresa di ridare senso e forza propulsiva alla parola unità sindacale? Sottopongo alla vostra cortese attenzione le proposte in pillole:

 

1 – Riflettere sul valore che può avere il costruire una memoria condivisa sui grandi eventi che hanno segnato l’avvio e la rottura delle esperienze di unità sindacale, sia per il livello confederale, di categoria, di grandi gruppi. Per ora esistono narrazioni, quando esistono, con il punto di valutazione – molto di bandiera – delle singole organizzazioni. E’ un lavoro e un percorso che può innescare altre processi? Forse sì, anche importanti.

2 – Il sindacato italiano è uno dei pochi, forse il solo, corpo intermedio che può sperimentare in modo ben diverso – disponendo di anagrafe aggiornate degli iscritti che pagano quote annue anche di 200 e più euro, di reti internet e altro – da quanto fatto dai partiti e movimenti atti specifici di democrazia diretta per rianimare e riportare alle corrette origini il meccanismi deformati della democrazia rappresentativa delegata. Per il sindacato significa dare uno scossone alla liturgia dei Congressi e alla cosiddetta democrazia del diodo, ovvero le comunicazioni e le idee hanno un solo flusso dall’alto al basso. Discutere sull’idea di elezioni primarie (iscritti o Rsu) per eleggere il segretario territoriale di categoria, e proporre la sperimentazione di referendum decisionale in alcune materie potrebbe scuotere e riposizionare il grande elefante in nuove direzioni di marcia.

3 – Rilanciare, in periodo di Covid che sarà ancora lungo, la proposta del Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo sulla rimodulazione degli orari che consentirebbe con meno difficoltà di realizzare il distanziamento sui mezzi di trasporto[13] (dove i contagi sono stati nella prima ondata elevati), ovvero turni di sei ore anche senza mensa, 2 ore retribuite – da CIG o altro Fondo – per attività qualificate e per formazione. Desta stupore la tiepidezza dei sindacati confederali e il No perentorio del neo-presidente della Confindustria Franco Bonomi.

Sono tre proposte che potrebbero far funzionare la leva in un contesto avverso. Proviamoci!

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* Dalla fine degli anni ’50 ad oggi: studente all’Avogadro di Torino negli anni del miracolo economico, poi al lavoro in importanti aziende torinesi approdando infine all’Olivetti di Ivrea. A 25 anni ho iniziato la lunga esperienza sindacale a tempo pieno nella Fim, nella Flm, nella Cisl Torinese. Da oltre vent’anni ho terminato l’impegno diretto nel sindacato; in seguito ho ricoperto incarichi nel Cda delle Case Popolari di Torino, poi quello di Consigliere nella Comunità Montana BassaValle di Susa, poi per due anni come esperto al Comitato Sociale Europeo. Da oltre dieci anni mi dedico alla redazione del sito www.sindacalmente.it

 

[1] Cisl per il 2018 ha dichiarato 4.050.608 iscritti, di cui 42,3% di pensionati. La Cgil ha certificato, per il 2017, 5,1 mil di iscritti di cui 2,5 mil pensionati. La Uil ha dichiarato, per il 2018, 2,2 mil di iscritti di cui 571 mila pensionati.

[2] Ripetute dichiarazioni del prof. Massimo Galli, virologo, Ospedale Sacco di Milano

[3] Alessandro Vespignani, epidemiologo, in una lunga intervista a TPI, afferma che nella fase 2 sarà necessario ‘testare’, ‘tracciare’, e ‘trattare’ per scongiurare una seconda ondata pandemica.

[4] I morti per infortunio domestico sono stati 8.000 (2017), quelli per incidenti stradali 3.334 (2018) e quelli sul lavoro 1.133 (2018) – Tutti inquadrabili nel “rischio calcolato” della nostra società!

[5] Dal Bilancio di missione 2017-18 della Cisl. Il totale delle persone a pieno tempo, con responsabilità politiche e operative, è di 36.624; di cui 4.130 sono componenti di segreterie (e 2.000 di essi sono Segretari Generali), suddivisi in strutture territoriali Regionali (20) e territoriali (63) ove operano 19 strutture di categorie. Infine il livello nazionale Confederale (Segreteria di 8 componenti, esecutivo di 71, Consiglio Generale 210) e delle 19 Segreterie Nazionali di categorie con rispettivi comitati esecutivi e consigli generali. Non sono stati reperiti i dati della Cgil e della Uil. Possiamo stimare per le tre Confederazioni un numero complessivo oltre 90.000?

 

 

 

[6] Vedi ad esempio le proposte su: www.sbilanciamoci.info e su www.forumdisuguaglianzediversita.org

[7] Elaborata dall’economista Ezio Tarantelli sul criterio della programmazione d’anticipo dei punti di scala mobile da erogare nell’anno, con compensazione di ritorno se i punti reali fossero risultati superiori a quelli programmati, accompagnando tale scelta con un piano di contenimento delle tariffe e il rilancio degli investimenti (…)

[8] Lettera aperta a Cgil, Cisl e Uil del 7 ottobre 2017. Non ebbe risposta dalle Confederazioni che non pubblicarono neppure il testo sui loro siti, pochi i siti sindacali come fecero invece la Fim e la Fiom. Oltre ai siti www.uguaglianzaelibertà.it, www.nuovi-lavori.it, www.sindacalmente.org Una disattenzione? Più credibile una rimozione del problema dell’unità e forse anche una silenziosa censura.

[9] I dirigenti della Fiom Torinese Emilio Pugno, Aventino Pace, Giovanni De Stefanis, Gianni Alasia e altri, che a metà degli anni ’60, con i giovani della Fim guidati da Alberto Tridente avviarono l’esperienze di unità d’azione tra le Leghe Fim e Fiom a Mirafiori (100 attivisti e 900 iscritti tra Fim e Fiom in una fabbrica di oltre 55.000 dipendenti) avendo scelto la strategia del “mai più da soli” ricordando il naufragio della linea scelta negli anni ’50. I giovani della Fiom degli anni 2000 imboccarono nuovamente la strada opposta!

[10] Patto di Roma 9 luglio 1944, un testo sottoscritto da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi e Emilio Canevari, di sole 42 righe con una nota aggiuntiva di 8 impegnativi punti. Principi validi per ogni epoca. Anche la mia generazione – a metà degli anni ’60 avevo 24 anni – co-protagonista del processo di unità che si mise a correre nel 69-70 – fu alquanto sbrigativa con lo slogan “..non ripeteremo l’errore del Patto di Roma, la genesi dell’unità per volontà della politica”.

[11] Quadri preparati scolarizzati riviste che colsero i segni del tempo…

[12] Utilizzo questa frase diventata famosa, contenuta nella commedia Napoli milionaria di Eduardo De Filippo, spesso usata negli anni ’70 da leader sindacali, certamente da Bruno Trentin, per indicare la necessità – rispetto a una situazioni di emergenza politica, sindacale, sociale o economica – di non stare ad attendere, come avviene nello sceneggiato per una crisi da malattia con febbre alta. Ma di darsi una mossa e reagire.

[13] A Milano la Metropolitana trasporta 1,3 milioni di persone al giorno.

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