Per il Green New Deal serve anche il sindacato


Jane McAlevey

Per avere la forza di vincere entro il 2030 la battaglia contro il cambiamento climatico, bisogna porre fine alle contrapposizioni tra ambientalisti e sindacalisti, organizzando una strategia comune per il clima ed il lavoro

Negli Stati Uniti, le discussioni sulla crisi climatica si sono ultimamente concentrate sulla proposta di Green New Deal (Gnd) presentata dalla parlamentare Alxandria Ocasio-Cortez e dal senatore Ed Markey. Le prime pagine dei giornali hanno alternato commenti entusiastici sulla grande visione che sottende la proposta, e valutazioni più scettiche sulla sua fattibilità – incluse quelle di alcuni possibili sostenitori: «Afl-Cio critica il Green New Deal, dicendo che ‘non è raggiungibile o realistico’”, si legge in un titolo recente. Il contesto in cui si è sviluppato il dibattito in questo primo trimestre del 2019 è stato quello di una serie di tempeste violentissime senza soluzione di continuità, predette dagli scienziati sin dagli anni Ottanta. I cosiddetti cicloni-bomba hanno colpito il Midwest, enormi tempeste hanno martellato la California dopo una devastante stagione di incendi, e tornadi killer hanno colpito il sud, con i raccolti interamente divelti. Le persone stanno morendo a causa della nostra mancanza di preparazione nella gestione della crisi.

E mentre la recente lettera dell’Afl-Cio che critica il Gnd può sembrare un ostinato rifiuto a guardare in faccia le proporzioni della crisi, abbiamo estremamente bisogno di una visione coraggiosa che convinca lavoratori e lavoratrici a battersi per il Green New Deal. Non basta che tutti a sinistra stiano rifiutando la contrapposizione tra lavoro e ambiente – sui lavori green la sinistra deve ancora dimostrare di poter passare dalle parole ai fatti.

Per vincere, è fondamentale dare ascolto ai consigli del sindacalista Nato Green. In un recente articolo su come i sindacati del servizio pubblico – come quello per cui lavora, il Seiu 1021 in California – possano, e debbano, battersi per la giustizia climatica, ha scritto che «un sindacalista esperto che valga qualcosa ama combattere per i contratti, perché ha una deadline tassativa che cattura l’attenzione di tutti – una scadenza e la minaccia di uno sciopero. La scienza climatica ci dà una nuova deadline e l’opportunità di dimostrare che siamo all’altezza della sfida. Abbiamo 12 anni di tempo”.

Green ha assolutamente ragione nel dire che un buon sindacalista ama la battaglia contrattuale. Se dobbiamo prendere sul serio la scadenza indicata da un recente report dell’Ipcc come nuova deadline per tagliare drasticamente le emissioni di carbone, qual è un piano credibile per vincere entro il 2030?

Per tutti quelli che prendono sul serio la questione di vincere battaglie davvero difficili – e virtualmente non c’è niente di più difficile che lottare contro l’industria dei combustibili fossili – fare un piano parte dal fare un’analisi esaustiva delle strutture di potere, e costruire un Quartier generale. Perchè questa è davvero una guerra, una che fino a oggi è stata vinta dai fratelli Koch e dalla loro cricca. Il nostro versante ha bisogno di abituarsi al linguaggio militare perché quello che stiamo facendo – partecipare ordinatamente a grandi manifestazioni – non sta salvando il pianeta né creando un’economia più giusta ed equa, e credere diversamente è un’illusione. I Quartier generali sono spazi fisici dove le persone con l’esperienza e la forza d’animo necessarie si confrontano, pianificano e organizzano quanto serve per vincere. Pianificano le cose al contrario, a partire dal mondo come effettivamente è, affrontando la sfida di organizzare una serie di attori disordinati, troppo spesso divisi e dominati e incapaci di concentrarsi su ciò che ci unisce – che è molto più della semplice sopravvivenza.

Un Quartier generale per il clima ha bisogno di guardare in faccia una realtà fondamentale: siamo incastrati con delle corti di giustizia che governeranno contro il pianeta e i lavoratori almeno per altri trenta, quarant’anni. Le persone negli Stati Uniti non hanno ancora realizzato di aver perso la Corte Suprema in favore della destra, perché la maggioranza recentemente consolidatasi non ha ancora avuto il tempo di ribaltare tutto – cosa che probabilmente farà. Aver perso l’equilibrio nella Corte Suprema rende necessario cambiare decisamente strategia. Durante gli ultimi quarant’anni, i gruppi ambientalisti si sono appoggiati al sostegno, alla mobilitazione e alle strategie dei legali anziché fare il lavoro, molto più difficile e potente, di costruire un movimento di massa. Il risultato è stato un movimento ambientalista con poco sostegno a livello popolare, facilmente tacciato di elitismo, e dunque privo della forza necessaria per vincere.

Fortunatamente, c’è una strategia chiave che vanta numerosi precedenti di vittorie reali nel conflitto più difficile della nostra storia, persino con le corti giudiziarie ostili: l’organizzazione. La vera organizzazione. Organizzare potrebbe sembrare qualcosa di troppo lento per una battaglia che abbiamo bisogno di vincere in un futuro immediato. Ma in realtà le vittorie recenti mostrano che è possibile costruire un contropotere vero e proprio a partire da zero in molto meno tempo della deadline del 2030 prevista dal Green New Deal.

Tre esempi recenti includono le incredibili battaglie intraprese e vinte dalle insegnanti di Chicago, West Virginia e Los Angeles. In tutti e tre i casi, lavoratori e lavoratrici intelligenti, progressiste e motivate, con il futuro dell’istruzione pubblica in ballo, hanno trasformato organizzazioni moribonde e nullafacenti in sindacati capaci di guidare e vincere battaglie senza quartiere, nelle quali gli oppositori erano forti, e le probabilità scarse.

Nel West Virginia, c’è voluto meno di un anno per avviare un processo di trasformazione che generasse una crisi sufficientemente potente da ribaltare letteralmente una legislatura repubblicana di estrema destra e legata ai combustibili fossili. Gli scioperi generali producono questo tipo di effetto. Molti degli insegnanti che hanno guidato la protesta sono le figlie e i figli dei minatori di carbone che hanno raccolto il testimone lasciato dai minatori.

A Chicago e a Los Angeles, dove le insegnanti si sono scontrate con l’altra struttura di potere con cui sarà necessario confrontarsi nella lotta al cambiamento climatico – l’ala del Partito Democratico fedele a Wall Street – ciascun sindacato ha impiegato quattro anni per cambiare totalmente atteggiamento, passando da una nullafacenza calata dall’alto a una spinta dal basso a far bene le cose. Ciascuno ha affrontato scadenze reali, e ciascuno le ha rispettate. Avere dei Quartier generali e tornare alle basi dell’organizzazione sono stati elementi chiave.

Se parte dell’analisi della discussione sulla struttura di potere e sulla pianificazione della nostra battaglia riguarda ciò che non ha funzionato e continuerà a non funzionare (come le cause portate alla giustizia ordinaria e le sole grandi manifestazioni), e ciò che invece ha funzionato (come uno sciopero generale del 100 percento con il supporto attivo della comunità), ci sono esempi, nel mondo delle lotte per la giustizia climatica che potrebbero darci un’idea di cosa vuol dire vincere? Un esempio importante è l’impegno preso di recente dalla città di New York, frutto di un processo cominciato quando, nel 2014, i sindacati si fermarono a pensare a come fare qualcosa di serio a proposito del cambiamento climatico.

Secondo Vincent Alvarez, il presidente del New York City Labour Council, il corpo ufficiale della più grande organizzazione regionale dell’Afl-Cio in tutto il paese, «abbiamo guardato ai proclami frustranti e all’inattività rispetto ai problemi climatici di Washington D.C., e abbiamo deciso che volevamo fare qualcosa qui che combattesse la crisi climatica e le disuguaglianze. Volevamo costruire un programma che potesse dare il via a miglioramenti effettivamente misurabili nel realizzare un mondo più resiliente ai cambiamenti climatici, affrontando la doppia crisi del cambiamento climatico e delle diseguaglianze”.

Alvarez spiega che anziché focalizzarsi sul 10 percento dei problemi che risultano divisivi – come il gasdotto di Keystone e il fracking, problemi che ad oggi hanno guadagnato la fetta di attenzione più ampia da parte dei media – ha molto più senso iniziare con il 90 percento dei problemi su cui gli ambientalisti e i sindacati possono facilmente essere d’accordo, incluse le infrastrutture, il trasporto pubblico, la produzione di energia. Prima di esaminare il 10 percento che ci divide – cosa che ovviamente va fatta – gli ambientalisti hanno bisogno di dimostrare, con azioni concrete, che possono aiutare a creare posti di lavoro sindacalizzati e di alta qualità in questi tre settori fondamentali. Nell’assenza di una prova evidente che possano esistere alternative “cantierabili” ai gasdotti, la lobby dei combustibili fossili non farà che alimentare la divisione.

Lara Skinner, il direttore esecutivo del Worker Institute, che ha guidato l’iniziativa sindacale sui posti di lavoro green a New York, sostiene che formare un gruppo di lavoro fatto solo da sindacalisti sia stato centrale per fare dei progressi. Skinner, come molti sindacalisti che hanno profondamente a cuore il cambiamento climatico, ha speso molti anni a spremersi le meningi provando a mettere insieme gli ambientalisti e i sindacalisti. La lotta per impedire il gasdotto di Keystone XL negli ultimi anni dell’amministrazione Obama ha conquistato le prime pagine, ma ha fatto saltare tanto buon lavoro organizzativo, creando tensioni e crepe in un movimento verde-blu ancora in erba.

La lobby dei combustibili fossili ha scavato dentro la protesta contro il gasdotto Keystone, usandolo come leva per mettere i lavoratori contro gli ambientalisti che sembravano volerli cacciare dai loro posti di lavoro. Gli ambientalisti hanno fatto il gioco della campagna della lobby ribattendo, in lunghe discussioni, che c’erano meno posti di lavoro a rischio nel combattere la Kxl di quanti non ne denunciasse l’industria. Ma non era quello il punto.

Uscendo da una profonda recessione che ha martellato la working class – bruciando risparmi, pensioni pubbliche e private, il valore delle case della gente, e fermando i nuovi cantieri – lavori ben retribuiti e tutelati dai sindacati erano difficili da trovare. Dibattere su quanti posti di lavoro sarebbero stati persi esattamente ha fatto in tutto e per tutto il gioco dei padroni: gli ambientalisti sono sembrati disposti ad accettare la perdita di posti di lavoro come danno collaterale.

Invece di fare i pignoli su quanti lavoratori potrebbero continuare a subire gli effetti della recessione, il movimento ambientalista dovrebbe raddoppiare gli sforzi per rilanciare i molti progetti infrastrutturali negli stati lungo la rotta del gasdotto e rinviarlo proponendo dei “lavori cantierabili” come alternativa reale. Ma se è vero che alcune porte si stavano chiudendo per via della natura divisiva della battaglia, altre se ne aprivano.

Alcuni mesi dopo il picco del dissenso sulla Keystone, arrivò l’uragano Sandy. Secondo Skinner, Sandy «fece sì che i membri del sindacato di New York si rendessero conto di quanto fosse serio il problema. E poi Irene colpì il nord dello stato di New York, e tutti realizzarono quanto fossimo impreparati per quello che sarebbe successo”. Le tempeste hanno creato un’apertura per un nuovo dibattito, e Skinner e il suo team hanno capito che ci doveva essere una discussione interna al sindacato sul cambiamento climatico.

Gli ambientalisti parlano sempre di lavori green, ma in pratica non riescono a riconoscere che dedicarsi a creare lavori ben retribuiti e tutelati è essenziale per avviare una collaborazione efficace con i sindacati. E così, nel 2014 un gruppo di sindacati di New York, i cui membri erano stati duramente colpiti in tutto lo stato dall’uragano Sandy, decise di avviare un processo di auto-formazione sulla crisi ambientale. Formarono un gruppo di lavoro che includesse nella soluzione i sindacati più importanti: nei settori dell’energia, dei trasporti e delle infrastrutture, così come nei servizi pubblici. Si posero l’obiettivo di vedersi una volta ogni trimestre e di iniziare dall’auto-formazione, invitando scienziati esperti di cambiamenti climatici per capirne meglio le minacce.

Come parte di quest’auto-formazione, i sindacati hanno mandato una delegazione di New York in Danimarca la scorsa estate, ospitata dai sindacati danesi. Secondo Alvarez, «era davvero importante andare oltre la discussione e assistere in prima persona e incontrare i lavoratori sindacalizzati danesi negli impianti di manifattura, per vedere come fosse stata vissuta e accolta la transizione all’eolico dai lavoratori danesi”.

In soli tre anni, il gruppo di lavoro ha prodotto un report rivoluzionario in collaborazione con Skinner, intitolato “Ribaltare le disuguaglianze, combattere il cambiamento climatico: un programma di posti di lavoro green per lo stato di New York”. Il report – esaustivo, intelligente, con contributi di tutti i sindacati più importanti – dovrebbe servire da modello per ciò che sarebbe auspicabile accadesse adesso sia stato per stato che a livello nazionale. I sindacati sono passati velocemente dal report all’azione, utilizzando gli strumenti sindacali per portare a casa un’importante vittoria: New York provvederà a metà delle sue necessità energetiche con fonti di energia eolica rinnovabile offshore entro il 2035.L’accordo raggiunto, che finora vale 50 miliardi di dollari, include la garanzia di posti di lavoro tutelati dai sindacati conosciuti come Project Labor Agreement, o Pla. E la battaglia è soltanto cominciata. Non c’è nessun altro stato, per non parlare di uno stato importante, che abbia un piano concreto per ridurre della metà la sua dipendenza dai combustibili fossili così velocemente. È successo perché, come ha detto Skinner, «i sindacati si sono istruiti e hanno capito molto bene di che cosa abbiamo bisogno per essere davvero seri su questa questione dei lavori green”. Un piano per dei posti di lavoro green deve essere guidato da persone che sanno di cosa stanno parlando

Un vero e proprio Quartier generale per vincere la battaglia per il Green New Deal deve iniziare con i sindacati che fanno quello che i sindacati hanno fatto a New York: prendere l’iniziativa, prendere il problema maledettamente sul serio, e usare la loro conoscenza e potere per fare un passo in avanti e architettare un piano serio per vincere. I sindacati di New York non sono rimasti seduti a lamentarsi, aspettando di essere invitati a qualche stupido tavolo politico dove tutti parlano uno dopo l’altro e non si combina niente, mentre gli avversari continuano a seminare zizzania producendo danni duraturi. A New York è stato raggiunto un accordo proprio perché i sindacati avevano il potere di portare i sussidi pubblici – e cioè le tasse – in un accordo che li metteva in condizione di soddisfare sia gli standard scientifici di riduzione delle emissioni, sia i criteri sindacali di un salario soddisfacente e altri benefit – tutte cose che i membri del sindacato si aspettavano, e per cui erano disposti a lottare. Entrambi sono fattori decisivi per modificare l’economia al ritmo e alle dimensioni di cui abbiamo bisogno.

Come pagheremo per questo? Christian Parenti ha recentemente fatto notare che le corporation sono attualmente sedute su 4,8 miliardi di dollari in contanti – una fetta dei 22,1 trilioni che hanno accumulato. Questi soldi potrebbero essere usati per modificare rapidamente l’economia in direzione di una green economy fortemente sindacalizzata, tale che possa riprodurre una qualità della vita dignitosa per i lavoratori del futuro e porre fine alla contrapposizione distruttiva lavoro vs. ambiente.

Ma per avere accesso a quei soldi, c’è bisogno di forza e conoscenze – il tipo di forza che i sindacati di New York ancora hanno, insieme con quelli di alcuni grandi stati. Per ricostruire la forza sindacale ovunque, il movimento ambientalista deve partecipare alle loro battaglie – partecipare veramente, non semplicemente parlare dei lavori green. Questo significa difendere attivamente il diritto di sciopero dei lavoratori e supportarli concretamente.

Il tipo di organizzazione e la forza che crea saranno necessari per aumentare le tasse sui grandi patrimoni (anziché limitarsi a parlarne) e fare progressi nel dirottare fondi federali dai combustibili fossili a un’economia sicura e resiliente che funzioni sia per gli esseri umani che per il nostro pianeta. E sarà necessario ricostruire velocemente il movimento ambientalista cambiando approccio rispetto a quello chiaramente perdente basato sulle battaglie legali, verso la costruzione di una base di massa vera e della forza che ne deriva.

Fare davvero un Green New Deal significa ricostruire un settore pubblico robusto. Un settore pubblico robusto significa un futuro pieno di ottimi posti di lavoro per donne e uomini di colore. Ma gli attacchi delle destre a quello che resta del settore pubblico e ai suoi sindacati continueranno a oltranza. Non è troppo tardi per gli ambientalisti e tutti gli alleati progressisti per decidere di stare davvero dalla parte dei lavoratori e dei loro sindacati – ma non c’è tempo da perdere. I buoni sindacati sanno al meglio come condurre una battaglia dura con una scadenza precisa. È tempo di mettere su un Quartier generale per la guerra da vincere entro il 2030 – adesso.

*Jane McAlevey è stata un’organizer e una negoziatrice nel movimento dei lavoratori per vent’anni. Continua a lavorare nel sindacato, scrive su diverse riviste e ha pubblicato due libri: Raising Expectations (and Raising Hell) e No Shortcuts, Organizing for Power in the New Gilded Age. Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com. La traduzione è di Gaia Benzi.

 

 

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