Marco Revelli: “Avanti ragazzi,ora e sempre resistenza”

 “Dopo la stagione dell’odio e nei giorni del lockdown, la piazza virtuale segna il passaggio di testimone a una nuova generazione di liberi”

Intervista a Marco Revellia cura di  SIMONETTA FIORI

Sarà il primo 25 aprile senza piazza fisica. Ma la virtuale è destinata a segnare un importante passaggio di testimone: quello a una nuova generazione di liberi, un nuovo popolo di ragazzi e ragazze chiamati a coltivare questa eredità. E allora non lo ricorderemo solo come il 25 aprile della pandemia, ma come una data di ricostruzione”. A un giorno simbolico della vicenda italiana, funestato da una memoria inquieta, Marco Revelli ha dedicato libri, riflessioni e larga parte della sua vita, figlio del partigiano Nuto con cui era solito festeggiarlo nelle valli della resistenza piemontese. Attraverso questo appuntamento scorre la storia d’Italia, tra censure, fratture, rimozioni. E il 25 aprile che ci apprestiamo a festeggiare ha il tratto dell’eccezionalità. Perché cade nel pieno del lockdown che ha sospeso le nostre libertà personali. E perché è il primo che arriva dopo la stagione dell’odio e delle minacce nere.

Perché il prossimo 25 aprile riveste una particolare importanza?
“Il necessario trasloco nella piazza digitale segna anche una sorta di investitura dei più giovani: tocca a loro tenere le fila del discorso, anche perché i testimoni vengono a mancare. E la pandemia sta decimando la generazione che ha vissuto la Liberazione, quella che ne conserva la memoria”.

Non vede come un limite la mancanza di una piazza fisica?
“Forse arrivo a dire una bestialità, ma la piazza virtuale può portare molti vantaggi. Intanto è importante che ci si sia inventati un modo per esserci: il 25 aprile resta una festa collettiva. È importante anche la formula scelta per questo appuntamento virtuale: “#io resto libero” nonostante sia chiuso a casa, voglio dirlo al mondo e voglio difendere la mia libertà. I nostri padri e nonni non avrebbero mai immaginato una piazza virtuale. Ed è giusto che la Rete restituisca la voce del nuovo popolo di liberi, nella consapevolezza che quelle conquiste non sono irreversibili”.

Il confinamento a cui siamo costretti ci consente di capire più a fondo il valore della libertà e anche la sua fragilità.
“C’è una frase molto efficace di Piero Calamandrei, nel discorso agli studenti milanesi nel 1955: la libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. Noi ne abbiamo fatto esperienza, nella limitazione dei movimenti e delle relazioni sociali. Con una differenza fondamentale rispetto al passato: la nostra è un’autolimitazione, una forma di altruismo per salvare gli altri e noi stessi da un rischio di morte. Ma certo è valso come una sorta di esperimento sociale che ci ha reso percepibile fisicamente la sofferenza procurata dalla libertà negata . È giusto che ci portiamo dietro la voglia di difenderla”.

Per i nostri millennials la pandemia ha rappresentato anche un altro passaggio: l’immersione nella Storia, la storia grande, in cui ancora non si erano imbattuti.
“È una generazione che ha vissuto un tempo relativamente piatto, privo di quelle rocce di inciampo che ti fanno ricordare le fratture temporali. Il virus ha rappresentato una cesura storica, tra un prima e un dopo. Per questo ci costringerà a un bilancio, a misurare ciò che continua e cosa cambia tra il “prima” e il “dopo”. Cosa deve cambiare. Anche la Liberazione fu una data periodizzante, da cui sarebbe uscita una nuova Italia. Oggi dobbiamo tutti domandarci qual è la nuova Italia che vogliamo”.

La festa di Liberazione può essere una bussola in questo senso?
“È una data costituente. Con il 25 aprile non festeggiamo una vittoria come le altre, ma una vittoria più importante di quella ottenuta a Vittorio Veneto o a Curtatone e Montanara. È stata la vittoria degli italiani che volevano rimanere liberi contro chi li voleva tenere in oppressione. È stata la vittoria non solo contro un esercito invasore, ma anche contro un’ideologia di morte. La vittoria di una visione del mondo fondata sull’eguaglianza contro una visione fondata sulla divisione razziale, sulla violenza, sulla prevaricazione dei più forti sugli schiavi. Oggi le ideologie di morte continuano a circolare”.

Questo 25 aprile è il primo che arriva dopo una stagione di odio, dopo le scritte naziste sulle case degli ex deportati e dopo che una testimone di Auschwitz è stata messa sotto protezione, caso unico al mondo.
“Veniamo da un periodo di odio e rancore, durante il quale sono stati riproposti con aggressività simboli e figure condannati dalla storia. In questo senso la malattia è arrivata in una situazione in cui già aleggiavano miasmi malsani. Come se gli eredi del cuore nero del Novecento volessero ricordarci: siamo di nuovo qui, non vi siete liberati di noi. È la ragione per cui avremmo dovuto riempire le piazze come sardine. Ma nell’impossibilità di farlo, ci viene in soccorso la piazza virtuale, che resta la risposta migliore anche per il respiro ampio, al di là delle divisioni”.

A quali divisioni si riferisce?
“Ho sempre vissuto con fastidio e disagio le contestazioni alla Brigata ebraica durante la sfilata milanese. Anche a Roma non è stata trovata l’unità. Io sono molto critico nei confronti della politica di Israele, ma questo non cambia di un millimetro che cosa abbia significato l’Olocausto per gli ebrei e quale sia stato il loro contributo alla Liberazione. La piazza digitale potrebbe avere la capacità di depurare l’atmosfera da quegli umori negativi che attraversano anche la galassia antifascista”.

Prima lei diceva che il 25 aprile è una data costituente, ma in Italia non ha mai avuto la monumentalità di cui godono il 14 luglio in Francia o il 4 luglio in America. Nella lunga stagione berlusconiana, Dell’Utri propose di abolirla. Lo scorso anno l’allora ministro degli Interni Salvini lo definì un derby tra rossi e neri. E ora Fratelli d’Italia propone di dedicarlo alle vittime del Covid. C’è una relazione tra questa memoria irrequieta e il filo nero che attraversa la storia italiana?
“Questo è sicuro. Non mi stupisce che provi irritazione verso il 25 aprile chi continua a riconoscersi nell’Italia allora sconfitta. Ma la storia va rispettata. Dietro questa voglia di cancellare il carattere storico del 25 aprile c’è fastidio per la storia. E il desiderio di un Paese senza memoria”.

Cosa ricorda dei 25 aprile vissuti con suo padre Nuto Revelli?
“Grandi e animati pranzi con i partigiani in Valle Stura, dov’era nata la banda “Italia Libera” di Giustizia e Libertà, e nelle valli vicine dove avevano combattuto. Ricordo l’allegria, i racconti drammatici e comici, e tra loro un sentimento assoluto di amicizia che ho sempre invidiato: al di là delle scelte politiche diverse, erano profondamente legati dall’aver vissuto insieme il momento più alto della loro esistenza. Si portavano dietro la giustizia e la libertà, cosa che non è avvenuto per la mia generazione. E ogni volta era come se rinnovassero un patto: continuare a essere partigiani sempre, in modo via via diverso, ma comunque fedeli a un mandato: bisognava tenere alta la guardia”.

E oggi il patto quale deve essere?
“Realizzare la Costituzione, anche alla luce del rovesciamento reso manifesto dalla pandemia. Esiste un’Italia di sotto che è stata chiamata a tenere in piedi un paese: i lavoratori manuali, gli autisti, i netturbini, i rider, i precari, i figli di un dio minore che ci hanno permesso di sopravvivere al sicuro delle nostre case. Sono i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari mandati sul fronte come carne da cannone. Anche la Resistenza fu fatta dall’Italia di sotto, dagli operai, dai contadini, dagli studenti, anche da una parte delle classi dirigenti, ma solo da una piccola parte perché il resto non diede un grande contributo. Ecco ora il rischio è che, passata l’emergenza, si torni agli equilibri di prima: in alto i soliti, in basso gli eroi di oggi che rischiano di diventare eroi d’un solo giorno. Bisogna impedire che questo accada”.

Articolo pubblicato da la Repubblica il 21 aprile 2020

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