Pensare (e praticare) il limite.

 

 

Appunti per una riflessione sulla crisi ecologica

 

di Toni Muzzioli

 

 

È bene guardare con grande sospetto all’attuale “movimento globale per il clima”, che appare una operazione di manipolazione di massa globale diretta da settori importanti del grande capitale mondiale (capitalismo verde in primis…). Esso è la manifestazione evidente della capacità del sistema di potere attuale (a differenza dei totalitarismi novecenteschi e degli autoritarismi di ogni genere) di “includere” e integrare la critica (in questo caso la critica ambientalista), fino al punto non solo di depotenziarla ma di farla diventare parte attiva del sistema stesso. In questo caso addirittura abbiamo assistito a un sedicente “movimento” prodotto in laboratorio e poi – diciamo così – liberato all’aperto (parafrasando una vecchia battuta di Paul Valéry, si potrebbe dire che non ci sono più i movimenti di una volta…). Questo nuovo “movimento” ambientalista ha del resto caratteristiche assai strane: sembra certo venato da una notevole radicalità per certi aspetti ma poi appare del tutto disinteressato a indicare avversari da contestare, se non entità assai vaghe come “i politici”, oppure – peggio ancora – i “vecchi” (insomma: i giovani che pensano al loro futuro e gli adulti che inquinano allegramente – una cosa veramente tremenda, in linea – si badi – con altre simili operazioni in cui giovani e vecchi vengono contrapposti: è il caso delle pensioni per esempio); denota una sorta di “feticismo climatico”, nel senso che il tema della crisi ecologica viene ridotto al tema del clima mentre ci sono una quantità di altri aspetti, e oltretutto un movimento che vuole “cambiare il clima” è quasi un non-senso, rischiando di passare l’idea di un impegno un po’ insensato. Dunque, si tratta in definitiva di un grande movimento “per la difesa dell’ambiente” largamente promosso dai… distruttori dell’ambiente.

Ciò detto, naturalmente, ogni crescita di massa della coscienza ambientalista, comunque si formi, deve essere guardata con soddisfazione, e del resto quella attuale è solo l’ultima ondata di questi “movimenti”. È almeno dagli anni Ottanta del Novecento che, nei paesi avanzati, si assiste al diffondersi di una coscienza ecologica diffusa, quasi sempre in forme appunto “integrate” e pur tuttavia utile. Come data periodizzante si potrebbe scegliere il 1972, dato che in quell’anno esce The limits to growth, mentre sempre in quell’anno si tiene a Stoccolma la prima conferenza Onu sull’ambiente. Ovviamente alla base stava la crescente evidenza del degrado ambientale, della distruzione del paesaggio, dell’inquinamento; tra anni Settanta e Ottanta sono stati anche una serie di eventi catastrofici ad “obbligare” a guardare il problema: Seveso (1976), Bhopal (1984), evidentemente Chernobyl (1986), solo per citare i principali… Da qui in poi, in particolare, negli anni Ottanta, si assiste al proliferare dei nuovi “movimenti” ambientalisti (i partiti “verdi” che fanno irruzione nella politica, ma anche un nuovo protagonismo sociale per associazioni originariamente aristocratiche come il WWF…). La contestazione del carattere distruttivo del sistema economico aveva – e ha – una potenzialità critica fortissima, ma fin da subito fu “recuperata” dall’ideologia dominante, che cercò di neutralizzarne le punte più radicali per trasformarla in “critica interna” al sistema capitalistico. Del resto, l’insorgere dei nuovi movimenti ambientalisti si verificava in contemporanea con la sconfitta del movimento comunista novecentesco che vedeva nel 1989-91 completarsi la propria parabola. Di fronte alla diagnosi, ritenuta allora indiscutibile, di “fine (neoliberale) della storia” appariva altrettanto indiscutibile che la soluzione ai problemi ecologici fosse compatibile con le strutture socio-economiche vigenti (erano le società socialiste a franare miseramente, lasciando dietro di sé peraltro non pochi disastri ambientali, non certo le opulente e scintillanti metropoli del “mondo libero”, verso le quali anzi i cittadini dell’Est correvano felicemente a farsi… sfruttare!). E così i movimenti ambientalisti europei, anche nella loro proiezione politica (salvo minoranze anche importanti), si considerarono espressione di una nuova politica “post-ideologica”, oppure portatori di una tutt’affatto nuova sensibilità (il che peraltro era abbastanza vero), mentre furono del tutto disinteressati a dialogare, fosse pure in modo critico, con il patrimonio di idee e di analisi del movimento operaio e socialista. (Quanto a quest’ultimo, era troppo impegnato ad autodistruggersi o a convertirsi rapidamente alla nuova religione del Libero Mercato, e dunque se si accorgeva della nuova sensibilità ecologista, lo faceva solo per dare maggior forza alla propria trasformazione in sinistra post-moderna e post-socialista, cioè di fatto neoliberale).

Eppure, allora come oggi, l’obiettivo politico utile resta quello di connettere critica marxista del capitalismo e approccio ecologico. Perché il socialismo, per essere attuale, non può non essere ambientalista, e perché l’ambientalismo, per essere efficace, non può non essere socialista.

“Ce lo chiede la realtà”. Potremmo rispondere con questa battuta a chi ci chiedesse perché è necessario essere ambientalisti. Considerazione banale, in un certo senso, ma forse anche utile, perché talvolta sembra che, di questi tempi, l’attenzione all’ambiente sia diventata un po’ un obbligo “politicamente corretto”, una di quelle cose che devi fare (o dire) per non sfigurare in società, insomma (il che può anche comportare, come “sottoprodotto”, che molti spiriti critici e anticonformisti siano spinti per senso della contraddizione verso il “negazionismo ambientale”, o verso la vecchia idea presente anche in una parte della sinistra tradizionale che ogni preoccupazione per l’ambiente sia superflua, “roba da ricchi” ecc. ecc.). Ecco, le cose stanno diversamente: al di là della nuova etichetta “green” e di tutto questo ambientalismo di corte che ormai si è diffuso ovunque, il fatto è che l’impegno politico ambientalista è reso necessario da una realtà di fatto: il crescente degrado della biosfera. Si tratta di una realtà che, in misura crescente, conosciamo non solo più grazie alla ricerca scientifica, ma anche sulla base della nostra comune esperienza: dagli effetti sul clima all’inquinamento di acque e terra, dalle “isole di plastica” all’avvelenamento dei cibi…

Ora, è vero che l’uomo non ha cominciato adesso ad influenzare in vario modo l’ambiente. È questa una storia molto antica, che data dalla rivoluzione neolitica in poi, da quando cioè (circa diecimila anni fa) la nostra specie fece un salto qualitativo gigantesco nelle forme della sua sopravvivenza sul pianeta, cominciando a creare insediamenti stabili e in parallelo a “inventare” agricoltura e allevamento. Di qui in avanti, nelle società antiche stesse, esiste traccia delle attività umane sull’ambiente naturale, come la ricerca storica ha cominciato a mettere in evidenza (così per esempio in Platone leggiamo, di passaggio, degli effetti del disboscamento dell’Attica).

Un impatto della vita umana sulla natura è dunque sempre esistito, ma fino a pochi secoli fa era localmente circoscritto e comunque contenuto. È solo con lo sviluppo della società industriale, e il connesso aumento della popolazione, che avviene il salto vero (“qualcosa di nuovo sotto il sole”, per dirla con il titolo dell’ottimo volume di uno storico dell’ambiente), in cui l’economia ha cominciato ad agire influenzando pesantemente la biosfera fino, nei tempi recenti, a cominciare ad agire come «forza geofisica maggiore» (così l’ecologo francese Jean-Paul Deléage), tanto che da alcuni decenni si è affermata, ormai anche in ambiti scientifici ufficiali, l’espressione di “Antropocene”, a indicare che addirittura saremmo usciti dalla nostra epoca geologica, l’Olocene, per entrare in una ulteriore (l’Antropocene, appunto) nella quale l’azione dell’uomo sarebbe significativa.

Ma parlare di società industriale significa parlare del modo di produzione capitalistico (d’ora in poi denominato: mpc), dal momento che essa – è fin banale dirlo – si è data in ambiente capitalistico.

Il mpc non può riconoscere la questione ambientale come questione essenziale: esso è animato da un imperativo sistemico (dunque non da una “ideologia” – quella poi segue e fa il suo lavoro) che lo spinge alla produzione-per-la-produzione, in modo insensato e costante. Ripensiamo a quelle celebri pagine del Capitale in cui Marx, facendo non casualmente riferimento ad Aristotele, descrive il “senso profondo” del mpc (ma Marx dice La formula generale del capitale). Marx distingue qui tra «circolazione semplice» e circolazione specificamente capitalistica delle merci: la prima forma, sintetizzabile nella formula M-D-M, implica che si venda una merce dotata di un certo valore d’uso (M), per ottenerne in cambio, mediante denaro (D), un’altra (dotata di un diverso valore d’uso); la seconda, sintetizzabile nella formula D-M-D1 (dove D1 è maggiore di D), rappresenta il tipico ciclo che attiva il capitalista, ovvero produzione e vendita di una certa merce per ottenerne un’accresciuta quantità di denaro. È chiaro che la differenza tra questi due “cicli” è che nel primo l’attenzione è focalizzata sulle merci come valori d’uso, dunque come oggetti finalizzati a soddisfare un bisogno reale degli uomini, nel secondo sull’accrescimento del denaro. Commenta dunque Marx: «la circolazione semplice delle merci – la vendita per la compera – serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, cioè per l’appropriazione di valori d’uso, per la soddisfazione di bisogni. Invece la circolazione del denaro come capitale è fine a sé stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura» [Karl Marx, Il capitale, libro I, a cura di Delio Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 185].

È difficile sopravvalutare l’importanza di questo brano, per l’oggetto della nostra riflessione. Vi si trovano in effetti alcuni aspetti centrali del modo di funzionare del mpc (che in verità Marx ed Engels non svilupperanno nella loro opera), assai rilevanti per una analisi della attuale crisi ecologica. In particolare mi sembra importante sottolineare il tema della misura, o del limite. Appare chiaro, infatti, sul fronte dell’ambiente come su molti altri fronti, che carattere essenziale del capitalismo è la smisuratezza: non deve esserci limite alla possibilità di trarre profitto dallo sfruttamento dei beni naturali, così come non c’è limite all’innovazione tecnologica, che oggi giunge a penetrare nel vivente, ecc.

L’idea che la Terra sia una fonte inesauribile di risorse da prelevare (energetiche e di altro tipo) e allo stesso tempo un deposito dalle capacità illimitate per introdurci i nostri scarti è probabilmente molto antica. Non è stata forse per millenni neanche un’idea così peregrina, data la discrepanza tra le potenzialità del Pianeta e le dimensioni (demografiche, di potenza tecnico-scientifica, capacità estrattive ecc.) del genere umano; all’epoca della società industriale avanzata nella quale viviamo, però, è divenuta un’idea pericolosa, addirittura folle, come disse con una celebre battuta l’economista americano Kenneth Boulding («chi crede alla crescita costante in un mondo di risorse finite o è un pazzo o è un economista»). E tuttavia noi non solo ereditiamo questa fortunata idea, ma l’abbiamo rafforzata, in età moderna e contemporanea, a fronte delle straordinarie conquiste che abbiamo conseguito, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale. Ed è un’idea particolarmente funzionale, come abbiamo visto, alla crescita illimitata della produzione e circolazione di merci in vista del profitto. Succede, però, che da un certo momento in poi (e ancora la comparsa nel 1972 dei Limiti allo sviluppo può essere considerato data di riferimento, ma agì certo l’effetto-shock della crisi petrolifera del 1973) si fa strada la consapevolezza che viviamo in un mondo limitato, che la Terra è di dimensioni limitate. Così come si diffonde – lo ricordavo prima – una crescente preoccupazione, (com’è naturale più nelle società opulente che hanno risolto i problemi basilari che in quelle ancora arretrate) per lo stato di salute di aria, fiumi, falde acquifere, mari, qualità dei prodotti agricoli ecc. È a questo punto che l’ecologia, una scienza abbastanza marginale e giovane, si conquista un posto di rilievo non solo tra gli scienziati, ma nel dibattito pubblico dei paesi occidentali.

Immediato, allora, è il movimento di “recupero” verso questa potenziale critica del mpc, mediante la “neutralizzazione” delle istanze ambientaliste (cercando di allontanare l’attenzione dal nesso modello produttivo-crisi ecologica e puntando sulla dimensione dell’educazione, degli stili di vita ecc.), ma anche attraverso la tesi che sarà lo sviluppo tecnologico a ovviare al problema dell’esaurirsi delle risorse finite (come se gli apparati tecnologici non fossero parte del problema, cioè essi stessi aggregati di materia estratta dalla terra e ad essa nuovamente destinata…). Accade, insomma, che il mito della illimitatezza delle risorse, pur messo in crisi, rinasce ben presto a nuova vita nella forma oggi prevalente del vero e proprio culto religioso (pagano) della tecnologia, secondo il quale l’esponenziale miglioramento tecnologico porterà comunque alla continuazione della crescita (o perché si troveranno nuove fonti di energia, si pensi a suo tempo al nucleare, o perché le biotecnologie permetteranno di nutrire un crescente numero di abitanti ecc.). Nel complesso, insomma, si può dire che la crescente evidenza degli effetti disastrosi sulla natura del nostro irrazionale sistema economico si scontra da ormai cinque decenni con una fortissima resistenza radicata certo in poderosi interessi economici e sociali, ma anche in una sorta di inconscio sociale, che tutti noi abitatori delle società industriali avanzate condividiamo.

È illusorio, in ogni caso, pensare che la china disastrosa ormai raggiunta dal processo di degradazione ambientale possa essere invertita attraverso modifiche interne al mpc: in esso si potranno (e si dovranno) certamente trovare soluzioni, qui ed ora, per cercare di fermare le tendenze più pericolose, e allo stesso tempo è chiaro che la transizione energetica, la ricerca tecnologica nei campi della produzione delle merci, dei trasporti, delle costruzioni ecc ecc. dovranno qui ed ora essere perseguite come obiettivo politico prioritario. Bisogna però anche riconoscere che solo la creazione di un modo di produzione adeguato a un mondo dalle risorse finite e dalle finite possibilità di assorbimento delle materie che vi immettiamo (emissioni, spazzatura, fluidi di scarto ecc.) è la soluzione credibile e realistica del degrado della biosfera.

Ma non è possibile operare in questa direzione se non modificando profondamente il modello di sviluppo attuale, fondato sull’idea salvifica della crescita infinita, nonché sull’idea che la soluzione di tutto stia nel mercato autoregolato (le due cose si tengono a braccetto nell’ideologia dominante e nella stessa teoria economica egemone). Quello che si può fare nel quadro del mpc è promuovere – peraltro con i tempi assai lunghi e incerti dovuti alle lunghe catene di decisioni degli agenti economici lasciati “liberi di operare” – le tecniche di produzione e le tecnologie più “ecologiche”, tutto il comparto dell’economia “sostenibile”, le fonti energetiche rinnovabili, aprire qui nuovi business e spostare su di essi attenzione e risorse. Ed è quello che sta accadendo, anche con un’accelerazione ultimamente (forse anche dovuta al fatto che si spera che in questi settori “nuovi”, debitamente sostenuti da risorse pubbliche, possa venire un aiutino per uscire dalla crisi capitalistica perdurante: se obbligo tutti a comprarsi l’auto elettrica vuoi vedere che il mercato dell’auto riparte almeno un po’?). Al di là di queste e simili misure, che appaiono puramente palliative (quando non vanno a scaricarsi sui consumi dei ceti poveri, come quando si decidono di punto in bianco tassazioni su auto “inquinanti” – si veda il caso della rivolta dei “gilets gialli”), quello che servirebbe è la creazione di un nuovo modello di sviluppo che si ponga coscientemente l’obiettivo di un generale «rallentamento della dinamica dell’accumulazione» [André Gorz, Capitalismo socialismo ecologia, Roma, Manifestolibri, 1992, p. 62]; in cui abbia un ruolo importante la pianificazione (e dunque un rinnovato predominio della politica sull’economia), perché solo così si potrà orientare la produzione, la ricerca scientifica e tecnologica, le grandi scelte urbanistiche, la organizzazione del territorio ecc.; che sia in grado di organizzare la produzione in vista di un benessere sociale valutato sotto profili non meramente quantitativi (il solito PIL, per esempio…); che abbandoni l’assillo della crescita e della competitività internazionale; che sappia porre, in forma democratica e partecipata, la questione dell’autolimitazione dei consumi (questo naturalmente vale nei paesi ricchi e non certo nelle aree del mondo che hanno il sacrosanto diritto a una crescita materiale di base, infrastrutture ecc.). Un modello dunque che non si può definire altro che socialista, o se vogliamo eco-socialista.

È una profonda trasformazione sociale, quella che serve, dunque (e ciò sia detto a beneficio degli ecologisti “puri”), ma anche un grande lavoro di (auto)trasformazione culturale che deve riguardare tutti noi. In quel che resta della sinistra anticapitalista “tradizionale”, per esempio, la difficoltà ad accettare l’idea di un mondo dalle risorse finite, per il quale sia necessario concepire uno stato stazionario dell’economia e della crescita, è assai difficile. Il fatto è che “sviluppo” e “crescita” sono metafore con le quali siamo… cresciuti (scusate il bisticcio) e che con difficoltà riusciamo ad abbandonare: siamo abituati a pensare che sia normale che una società, un’economia crescano incessantemente, e che se non crescono più, o anche solo crescono un po’ di meno, ci sia qualcosa che non va… Si tratta di una vecchia storia, che affonda le sue radici in tutto il socialismo otto-novecentesco, che attraverso la condivisione dell’idea di un progresso tendenzialmente assicurato finì per essere in gran parte subalterno al mito dello sviluppo creatosi in ambiente capitalistico; era peraltro sulla base di precise analisi marx-engelsiane (si pensi solo al Manifesto) che si poteva credere che la borghesia industriale stava gettando le basi di quel mondo di straordinaria ricchezza che presto o tardi il proletariato avrebbe ereditato (va comunque riconosciuto che in Marx ed Engels la preoccupazione per l’impatto dell’industria sulla natura, negli anni della maturità, fu ben presente: si vedano alcuni passi di Marx nel Capitale e un bellissimo testo “ecologico” di Engels, nella Dialettica della natura). Non stupisce perciò che le classi dirigenti che nel corso del Novecento ebbero la ventura di “fare il socialismo” in Unione sovietica, in Cina e in Europa orientale non diedero mostra di atteggiamento meno “sviluppista” di quello degli avversari (anzi, spesso superavano l’Occidente quanto a entusiasmo per le realizzazioni della tecnica e dell’industria…).

Oggi però non possiamo più continuare, in nessuna forma, a nutrire la fiducia del passato nella direzione assicurata dello sviluppo storico e soprattutto nella “bontà” del progresso tecnologico, della crescita della ricchezza ecc. (ovviamente nell’attesa di redistribuire tutto questo ben di Dio quando avremo “preso il potere”). Oggi è necessario riconoscere che, se nel capitalismo agisce una specifica dialettica tra forze di produzione (le grandi realizzazioni della modernità industriale, che a buon diritto si celebravano nel Manifesto del partito comunista) e forze di distruzione (si pensi, oltre all’ambiente, alle guerre imperialiste, o al pericolo nucleare, che continua a gravare sull’umanità), in questa fase la prevalenza è di queste ultime, mentre poco ancora possiamo attenderci dal mitico “sviluppo delle forze produttive”, in sé non più garante di beneficio per la società.

La sfida ecologica ci invita ad abbandonare questa sicurezza: la crescita economica e la tecnica – oggi appare chiaro – non sono (solo) opportunità, sono (anche) problemi, pericoli, rischi che vanno ponderati. Non si tratta più, allora, solo di “distribuirle” o “democratizzarle” (o, per i più romantici, di espropriarle al grande capitale per consegnarle alle sicure mani del proletariato). Si tratta talvolta anche di frenarle, e sempre di controllarle e governarle, orientandole al bene comune. Del quale fa parte, ovviamente, l’integrità dell’ambiente naturale di cui siamo parte.

 

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