Siamo tutti chiamati a salvare il mondo

Riflessioni di Emilio Molinari.

 

Vorrei si prendesse atto della dimensione epocale dello scontro evocato da Greta e dagli studenti.

Perdonatemi il vezzo di ricordare che questo concetto l’ho scritto in un libro nel 2010 e lo vado ripetendo da 9 anni. Prendetelo appunto come un peccato di vanità.

La consapevolezza della dimensione epocale è tutta dei ragazzi ed è nel loro grido : Salviamo il Mondo.

Cambia tutto, ma proprio tutto.

Cambia la dimensione di classe che deve guardare sempre più ai danni che produce il lavoro (ILVA) e al rapporto coi nuovi proletari: gli emigranti. Cambia che cosa sia di sinistra.

Cambia la politica, il messaggio e il linguaggio che devono essere rivolti a tutti, cambia che tutte le corporazioni: sindacali o di genere, di identità, di nazionalità, di religione, di colore della pelle, devono essere attraversate dal paradigma di Salvare il Mondo.

Che la stessa autodeterminazione dei popoli a noi cara, è finita nel nazionalismo, nell’autonomismo, nel integralismo e in guerre senza fine. Che le organizzazioni e i partiti che si vogliono costruire, o tentano di diventare reti internazionali o sono destinati al fallimento.

Che il problema non è quello di diventare o il partito della sinistra di governo o il partito della sinistra dei dogmi e della rigidità, ma quello di una rivoluzione culturale ecc..:

  • Io non credo che il termine sinistra evochi qualcosa alle masse popolari o alla massa dei giovani.
  • Non credo ai partiti nazionali. E penso che i tentativi di Podemos e Tsipras siano falliti perché in un mondo completamente globalizzato e vincolato è impossibile essere di sinistra di governo e inoltre non sono stati alla testa di un benché minimo processo di aggregazione di gruppi e partiti europei e non solo.
  • Penso che lo stesso Corbin sia un bluf destinato a sgonfiarsi perchè chiuso nei confini inglesi, in vecchi parametri di classe, senza alcun ruolo internazionale, così è per La Fontaine

Vittorio mi scusi, ma la lotta alla globalizzazione liberista da lui citata è una verità, ma è parziale, non coglie appieno il senso dell’odierno scontro.

E’ vero che gli avvenimenti citati hanno fatto da lievito all’attuale movimento dei giovani: il G8, il Forum Sociale, Mondiale ecc..Ma questi non avevano la consapevolezza di questa dimensione, si muovevano nei vecchi paradigmi a cui aggiungevano senza convinzione l’ambiente. E alla fine sono stati come sempre, soffocati dalla repressione e da due culture contrapposte e convergenti che si agitavano e si accordavano al loro interno: la socialdemocrazia economicista sindacale e l’antagonismo estremista, violentista anarchico.

Vittorio sembra ignorare quanto abbia pesato il movimento mondiale dell’acqua, con l’affermazione di inediti concetti: i Beni Comuni, la loro Esauribilità, il diritto universale all’accesso di tali beni, la loro predazione/privatizzazione mondiale, la partecipazione alla gestione dei beni comuni ecc….(il Movimento dell’acqua si è insterilito pure lui da l’accordo tra sindacato CGIL e antagonisti). Vittorio, nel suo bel articolo, tralascia il richiamo alla Enciclica Laudato SI, un pilastro, che andrebbe posto come un manifesto ai giovani e che ha influito non poco sul movimento.

 

Sono reduce da una assemblea altrettanto stupefacente con 800 studenti delle medie superiori nell’auditorio Mahler.

Convegno organizzato dalle suore Dorotee.

Si è parlato di multinazionali, di padroni della vita ecc….di acqua in bottiglia, di agrochimica ecc…Le suore capite?

Nel 68 c’era don Milani, i preti operai, il movimento cristiani per il socialismo ecc..oggi c’è Papa Francesco ed è qualcosa di più.

Penso anch’io che “stia avvenendo qualcosa di grande e di nuovo.

Non so se sarà un 68 e se, come auspico, avrà la capacità di cambiare la cultura dominante.

Lo spero, questo sì. Non dipenderà da noi.

Oggi possiamo solo guardarlo, con attenzione e cercare di mettere a loro disposizione un po’ di storia.

Credo sia questo il nostro compito.

Spero che questo movimento sappia destreggiarsi in mezzo ai tanti e troppi rischi che intravvedo e aiutarlo pur nei limiti che abbiamo.

 

Rischi vecchi che abbiamo già vissuto:

  • I vezzeggiamenti dei media…..che creano, inventano personaggi e poi distruggono con estrema facilità.

(Ma spesso le cose vanno in modo diverso da ciò che vogliono i media e i potenti).

  • I tentativi di egemonizzarlo e orientarlo da parte delle due culture politiche nelle quali si dibatte da sempre la sinistra e

che ogni volta che si muove qualcosa si presentano come alternative, calano sopra, si combattono e si legittimano.

  • Questi tentativi sono già in atto. Da una parte i Verdi delle associazioni ambientaliste Lega Ambiente, WWF e Maiorino e Sala e tante associazioni che lavorano direttamente o indirettamente, per ridare una verginità al PD di Zingaretti. Dall’altra si stanno raggruppando alcune versioni dell’antagonismo vecchio e nuovo, che non disdegnano rapporti con i Verdi e le istituzioni o altri ancora che occhieggiano ai gilet gialli e al rapporto nichilista: Comunisti e fascisti.

L’articolo di Domenica su la casa del Popolo di Saint – Nazaire di Filippo Ortona sul Manifesto è significativo e sorprendente è il fatto, che sia accolto senza commenti dal Quotidiano comunista.

  • I tentativi di reprimere il movimento nascente con gli apparati o meglio con strategie di opposti estremismi non è accantonato per sempre.

Emilio Molinari – 19 marzo 2019

 

 

 

 

 

2 Risposte

  1. franco calamida ha detto:

    Queste riflessioni rappresentano la risposta di Emilio Molinari ad un articolo di Vittorio Agnoletto .

  2. Redazione ha detto:

    1) Nel 2001 facevo parte di uno degli 80 “nodi” di Rete Lilliput, il movimento venuto alla luce alcuni mesi prima dell’evento di Seattle. Si trattava di una vera e propria Rete di incontro che non aveva né leader né cariche; vi aderivano moltissimi giovani che cercavano un nuovo tipo di protagonismo con una forte spinta di idee e di capacità di mobilitazione sul territorio che partiva dal livello locale, ma che aveva sempre presente i legami con i movimenti che, a livello internazionale, contestavano il modello dissipativo e oppressivo del neoliberismo. Il principio ispiratore di base era quello che “ di fronte alle schiaccianti forze ed istituzioni globali cittadini ed associazioni possono , in modo analogo, utilizzare le forze di potere relativamente piccole di cui dispongono e combinarle con quelle di altri movimenti e altri partecipanti in altri luoghi.” L’opera di sensibilizzazione e di coscientizzazione era ritenuta fondamentale in una fase di difficile passaggio e di tensione in vista dell’appuntamento di Genova. Più volte, prima di quei fatidici giorni di luglio, andammo a volantinare a Genova perché i cittadini di quella città potessero non solo essere informati, ma fare propri i temi racchiusi nello slogan “ In nome della Terra”: le condizioni ambientali e sociali della produzione delle merci, i rischi altissimi dei prodotti geneticamente modificati, la necessità di mettere a fuoco un modello alternativo di sviluppo ( finanza etica, consumo critico, turismo responsabile. ecc.).Centrale era la questione ambientale, c’erano state campagne per l’attuazione del protocollo di Kyoto, per la cancellazione totale del debito, contro il Millenium Round, contro lo strapotere delle multinazionali di cui si documentavano crimini e misfatti. Ma i temi ambientali, così presenti in Rete Lilliput, erano uno dei grandi temi su cui si focalizzava l’appuntamento del G8 genovese, basta andare a rileggere i documenti e le parole d’ordine di quel variegato ( e frantumato) movimento. Anche alcuni dei centri sociali più capaci di elaborazione critica, penso al Bulk di Milano che, non a caso, sarebbe stato uno dei primi centri ad essere sgomberato, avevano lavorato sui suddetti temi. La repressione fascista, ovvero la mano armata del Capitale, fu così dura proprio perché il movimento andava al cuore del problema del modello di sviluppo e delle sue drammatiche conseguenze sulla vita intera, ivi compresa quella del pianeta. Certo ci furono gli errori e le insufficienze di cui parla Molinari: 1) le diverse anime del movimento si divisero soprattutto sulle forme del conflitto, dal rifiuto totale della violenza di Rete Lilliput e non solo a chi considerava, sbagliando, indispensabile la contrapposizione violenta;2) il tentativo consueto della Sinistra radicale ( dell’altra non parlo neppure, dato che non la considero tale e che già a Napoli aveva dato il meglio di sé contro il movimento no-global) di egemonizzare il movimento incanalandolo nelle forme consuete e consunte della ritualità di un soggetto-partito che già allora aveva fatto il suo tempo. A quanto detto da Molinari aggiungo che, come al solito, il dibattito collettivo sulle cause e sulle conseguenze di quella sconfitta fu scarso e durò pochissimo. Ma la repressione e le torture della Diaz segnarono profondamente i giovani ei giovanissimi antagonisti di allora, molti di loro chiusero con ogni forma di impegno collettivo. Ho seguito da vicino questa deriva attraverso il minore dei miei figli. Il rimosso, anche in politica,lascia sempre ferite profonde. Poi ci sarebbe stato l’11 settembre con annessi e connessi
    2) Certo tutti vediamo le insufficienze di Corbyn, di Podemos, di Tsipras e, aggiungerei, della frammentata Sinistra francese, della Linke, del Gue e via via elencando, ma qui si apre un punto dolente: si abbandona definitivamente il campo del governo, possibile, della politica del qui e ora delle scelte improrogabili in attesa di una palingenesi o della catastrofe annunciata? Tema questo, mi pare, di non poco conto ed esito
    3) Come Molinari vedo con grande speranza il movimento dei giovani contro il cambiamento climatico, ma mi permetto di sottolineare alcune criticità:
    a) chi frequenta i più giovani ( e a detta degli stessi rappresentanti del Collettivi presenti nelle scuole superiori) constata che la stragrande maggioranza di loro guarda con grande sospetto il termine “POLITICA”, certo ne possiamo capire le ragioni storiche, ma ciò non toglie che senza la consapevolezza della dimensione politica dei fenomeni in questione non si va da nessuna parte. Chi di noi ha partecipato regolarmente alle riunioni milanesi del Friday for future ha potuto verificare che addirittura le forme della democrazia diretta sono così estremizzate da risultare paralizzanti; 2) il 68 ( ma il contesto storico e la formazione di quella generazione erano diversissimi) dilagò nei territori, penso ad esempio al fenomeno delle Scuole Popolari, anche questo movimento dovrebbe saper dilagare nei territori, cercando i tanti necessari compagni di strada, se no rischia di essere, malgrado tutto, fenomeno élitario; tenuto conto inoltre del fatto che finora in Italia il movimento non ha saputo esprimere una massa critica di attivisti, come invece accade in altri paesi, USA compresi.
    Infine mi chiedo che senso abbia discutere ancora una volta argomenti così importanti nelle nostre riserve indiane

    Ester Prestini

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