Europa: ripartire dal Manifesto di Ventotene.

Articolo di Luciana Castellina.

La cosa più importante che occorre fare, se si vuole tentare di ricostruire un’Unione Europea miglio-re di quella cui furono dati i natali 62 anni fa, è liberare la sua storia dall’insopportabile retorica che l’ha accompagnata, impedendo ogni critica costruttiva, immediatamente tacciata da “antieu-ropeismo”, e dunque di attaccamento nostalgico al mondo delle piccole patrie responsabili di tutte le guerre. Così è stato, a partire dalla fine degli anni ‘60, anche nel Partito Comunista Italiano, quello in cui io ho militato per molti decenni, quando, in seguito ad un lungo e difficile tra-vaglio, venne superata la dogmatica precedente posizione, totalmente negativa verso la Comuni-tà europea, per assumere un’acritica adesione a quasi tutto quello che si faceva a Bruxelles. E così, dopo aver inizialmente del tutto sottova-lutato gli effetti positivi del mercato comune, sia pure tarati da non poche distorsioni, penalizzanti sopratutto per l’area arretrata del nostro paese, il Mezzogiorno, il Pci stesso e soprattutto i vari par-titi successori del PCI hanno digerito il peggio.Il primo vero e proprio imbroglio che si è consu-mato ai danni del progetto europeo è stato quello di aver fatto credere che quello avviato nel 1957 fosse figlio del Manifesto di Ventotene, la dichia-razione redatta da un gruppo autorevole di anti-fascisti italiani nell’isola in cui Mussolini li aveva confinati. La prima cosa utile che si dovrebbe dunque fare è diffondere oggi quel testo che in-fluenzò moltissimo la scrittura della Costituzio-ne Italiana del 1948, nient’affatto i tanti Trat-tati europei. Al punto che quando ebbe luogo, al teatro Adriano di Roma, il 23 marzo 1957, la cerimonia ufficiale di battesimo della Comunità, i federalisti di Altiero Spinelli gettarono dal log-gione sulla platea dove erano insediate le autorità volantini in cui si diceva che non si riconosce-vano nel “mostricciattolo” che stava nascendo. E proprio la Costituzione Italiana, abbastanza unica in occidente per aver sottoposto il diritto di proprietà a pesanti limitazioni e per aver dichia-rato la guerra illegittima se non come resistenza all’invasore, fu di intralcio all’ingresso dell’Italia nel primo embrione europeo. Racconta uno dei testimoni dei negoziati di al-lora, il professor Paolo Elia, autorevolissimo dirigente della Democrazia Cristiana, che in particolare il ministro tedesco Ehrard, proprio a causa della sua Carta fondamentale, avrebbe voluto escludere il nostro paese. Non fu possibi-le, altrimenti sarebbe stato impossibile far vivere la leggenda secondo cui il “mostricciattolo” era ispirato dal manifesto di Ventotene.Un po’ di storia, per dar forza a un movimen-to che si propone di cambiare l’Europa, sarebbe utile. E si potrebbe cominciare proprio da una diffusione del Manifesto di Ventotene, la cui ri-lettura potrebbe essere un utile esercizio per di-luire gli effetti tossici della retorica europeista, per documentare quanto diversa da quell’ipotesi sia l’Unione che si è concretamente realizzata.Riflessione su come e cosa si stava costruendo in Europa non ce n’è stata neppure negli anni più recenti. Nemmeno nel 2005, quando i citta-dini di due paesi fondatori, la Francia e l’Olan-da, chiamati a decidere con un referendum sul nuovo Trattato di Lisbona, lo bocciarono. Anche in quel caso i popoli dei due paesi furono accu-sati di rigurgiti nazionalisti, che certo ci furono, ma non è affatto vero che la critica fosse ispirata solo, e neppure fondamentalmente, da questi. Una commissione incaricata di riflettere allora, per la verità, fu istituita. Ma purtroppo non ri-fletté, sicché anni dopo nella capitale portoghese fu varato un Trattato quasi fotocopia di quello, pessimo, di Maastricht.Il dopo è storia più nota. Da un Trattato all’al-tro, fino a quello di Lisbona, il dna dell’embrione non ha subito alterazioni. E l’indifferenza è ri-masta la stessa: il Trattato di Maastricht, di gran lunga il più grave – perché arriva all’enormità giuridica di costituzionalizzare una specifica scelta politica, quella liberista, così sottraendola alla decisione dei parlamenti – viene ratificato in Italia dopo un dibattito parlamentare di mezza giornata, e con il voto contrario dei soli deputati di Rifondazione Comunista, che tuttavia non ha poi dato gran seguito alla sua battaglia d’oppo-sizione al Trattato. Sebbene si tratti dell’assun-zione della competitività a massimo principio dell’Unione, così rendendo illegittimo ogni in-tervento regolatore del mercato e introducendo un limite sostanziale allo stato sociale.

Luciana Castellina

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista  “oltre il capitale”

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