News di Piero Basso-2019/3


Il traffico clandestino di organi.
di Aldo Silvani

La vendita di organi da destinare ai trapianti, sia da cadavere che da donatore vivente, è proibita in quasi tutti gli stati del mondo. La donazione, sia da cadavere che da vivente, è sottoposta a norme severe che ne garantiscono la gratuità. Il progresso scientifico e tecnologico ha molto ampliato lo spettro degli organi trapiantabili. Tuttavia il rene, assieme alla cornea, per la relativa facilità di espianto, tipizzazione e conservazione, rimane di gran lunga l’organo più frequentemente trapiantato, anche se le liste d’attesa rimangono lunghe, anche anni. Non è raro quindi che il paziente deceda prima del trapianto. Ecco quindi il tentativo, da parte di pazienti facoltosi, di bypassare le necessarie rigidità legislative acquistando un organo al mercato clandestino.
Il mercato clandestino di organi è alimentato attualmente principalmente dai migranti verso l’Europa, in particolare africani e medio-orientali che decidono di vendere un organo per pagarsi le spese del viaggio, o che sono vittime della “tratta” da parte dei trafficanti di esseri umani.
Se ne parla molto sul web, se ne parla molto meno, soprattutto in Italia, sulla stampa e nella comunità scientifica, al punto che ci si potrebbe chiedere se tutto quello che si legge in internet corrisponda a verità o se non si tratti di fake news. In realtà molte in formazioni provengono da fonti giornalistiche attendibili. Non solo: vi sono anche report di agenzie internazionali come ONU, OMS, Commissione europea, agenzie vaticane. Ne parlano anche le più prestigiose pubblicazioni mediche internazionali.
Tale traffico non può evidentemente svolgersi alla luce del sole. Il percorso dal donatore al ricevente è lungo, complesso, costoso; implica una organizzazione sanitaria e commerciale complessa ed efficiente. Come in tutte le transazioni commerciali è il rapporto tra domanda ed offerta e l’iter tra donatore e utente finale che definiscono i costi. In questo caso il percorso di un organo è complesso. Sono necessari procacciatori, intermediari, medici e ospedali attrezzati per l’espianto, la conservazione e il trapianto dopo averne verificato la compatibilità tra organo e ricevente, trapianto che può avvenire in ospedali appositamente creati, prevalentemente nel Sinai, in Medio-oriente o in Turchia. Un percorso illegale così complesso e cosi economicamente redditizio è nella grande maggioranza dei casi gestito dalla criminalità organizzata che può mettere a disposizione capacità organizzative e risorse professionali. Un percorso così complesso produce evidentemente aumenti esponenziali (anche del 500%) del prezzo di vendita.
Accanto alla decisione, per così dire volontaria, di vendere un organo, vi è una seconda e più feroce modalità: l’espianto legato alla “tratta”, alla compra-vendita di esseri umani da parte dei trafficanti, espianto sia da vivente che da cadavere, da persone non consenzienti o uccise allo scopo di prelevare organi.
Secondo dati raccolti dall’OMS i trapianti realizzati tramite il mercato nero sarebbero negli ultimissimi anni almeno 10.000 all’anno, con un giro globale di affari di 1,2 miliardi di dollari. Dato analoghi sono forniti da altre autorevoli organizzazioni: l’UNHCR e Amnnesty International hanno documentato il rapimento di rifugiati in Sudan da parte di bande criminali che li tengono sequestrati in Sinai dove vengono costretti all’espianto di organi in ospedali creati per questo scopo, oppure uccisi per lo stesso motivo. Il racconto degli orrori può continuare nella sua tragica monotonia. Secondo il Global Financial Integrity di Washington, uno dei massimi centri mondiali che analizza i flussi dei migranti finalizzati a traffici illeciti, il 10% dei 118.000 trapianti praticato ogni anno è illegale, e frutta al mercato nero e alle mafie fino a 1,4 miliardi di dollari. Per non parlare dei profitti realizzati con la prostituzione, la pedopornografia, lo sfruttamento dell’accattonaggio. I soggetti di tali traffici sono soprattutto donne e minori. Secondo i dati forniti da Alganesh Fessaha della Gandhi Charity di Milano l’Egitto, la Libia e il Sudan sono i principali paesi di raccolta di migranti in fuga dal regime eritreo, tenuti in prigionia in veri e propri lager allo scopo di ottenere un riscatto da parte delle famiglie. In caso di mancato pagamento, il guadagno è ottenuto con la loro immissione nel mercato degli organi. Si stima che dal 2009 al 2013 25-30.000 persone sarebbero state uccise nel Sinai per gli espianti. La Pontificia Accademia delle Scienze nel Summit sul Traffico di organi del 2017 ha segnalato il ritrovamento di centinaia di corpi di persone provenienti da Eritrea, Etiopia e Sudan ai quali mancavano organi vitali. Anche l’agenzia vaticana FIDES segnala il ritrovamento in Mozambico di cadaveri di bambini fatti a pezzi dai trafficanti di organi. L’agenzia FIDES segnala anche che la vendita di organi costituisce un problema anche per gli stati membri dell’Unione Europea.
Più incerti sono i dati del coinvolgimento dell’Italia in questi traffici. Tuttavia la relazione 2016 della Commissione Nazionale Antimafia sottolinea i possibili collegamenti tra flussi migratori e gruppi criminali italiani, in particolare con la camorra e l’interesse di queste organizzazioni per i fondi destinati alle politiche di accoglienza. Nelle pieghe di tali interessi potrebbe nascondersi il traffico di organi. Dove sono finite le migliaia di minori non accompagnati arrivati in Italia e dei quali si sono perse le tracce? Sicuramente vi sono zone d’ombra, veri e propri buchi neri dove le persone possono essere trasformate in cose, in oggetti da vendere, comprare, far prostituire, anche uccidere per rispondere alle necessità del mercato.
Alla luce di questi dati forniti dalle organizzazioni internazionali acquistano allora maggiore credibilità i numerosi reportage giornalistici reperibili in internet che testimoniano l’esistenza di tali orrori legati alla “tratta” di esseri umani.
Gli organi sono considerati merce, sottratta ai paesi da dove provengono i migranti, sottoposta alle regole di un mercato senza regole e senza etica, al pari dell’uranio sottratto al Niger dai francesi, o del coltan estratto da bambini-schiavi congolesi. Gli organi sono diventati merce sottoposta alle leggi di un mercato criminale.

Il fascismo invisibile.
Lelio Basso (Il Giorno, 25 luglio 1973)

Sono passati trent’anni dalla caduta di Mussolini ma sarebbe difficile affermare che in questo trentennio sia venuto concretandosi un giudizio serio ed univoco sulla natura vera del fascismo. Storici e sociologi hanno riempito un’intera biblioteca con i giudizi più vari, ma personalmente ne ho trovato ben pochi soddisfacenti. Certo nessuno accetta più il giudizio di Benedetto Croce che il fascismo fosse soltanto una parentesi in un processo ascensionale di libertà […].
Il fenomeno fu dunque strutturale, addirittura con radici profonde nella società, ma può dirsi fenomeno tipicamente italiano, “autobiografia della nazione” secondo una felice anche se impropria immagine di Piero Gobetti? […] Se poniamo l’accento proprio sugli aspetti specifici del fascismo italiano, sulle cause immediate che l’hanno generato e le forze che l’hanno sostenuto, dobbiamo riconoscere che in quelle precise forme il fenomeno è difficilmente ripetibile […].
Se quest’analisi è esatta, possiamo trarne alcune conseguenze di carattere più generale, valide ancor oggi. La società attuale è esposta a tensioni crescenti e pericolose. Da un lato nei Paesi a forte sviluppo, a cominciare dagli USA, il vertiginoso mutare delle tecniche offre continuamente prospettive nuove e porta giustamente ogni nuova generazione a rifiutare modelli di vita antiquati e addirittura disgustosi; dall’altro, nei Paesi sottosviluppati, l’irruzione violenta delle tecniche, delle ideologie, dei consumi, in una parola dei modelli dei Paesi dominanti, sconvolge equilibri già precari e accresce ogni giorno oppressioni e miserie.
Si delinea così chiaramente nel mondo il quadro entro cui si origina il fascismo. In una società sempre più complessa e articolata, dotata di tecniche avanzatissime messe al servizio del potere, i dominatori pretendono di imporre a ogni popolo e a ogni uomo un ruolo subalterno, quello di un piccolo congegno che deve funzionare secondo le implacabili regole imposte dal grande meccanismo del profitto, e chi non accetta questo ruolo dev’essere spietatamente eliminato. […]
Nei periodi “tranquilli” il fenomeno può essere contenuto grazie al generale conformismo che scuola e “mass media” s’incaricano di diffondere fra la massa, e la facciata esteriore di una rispettabile democrazia può essere ancora mantenuta. Ma quando le tensioni crescono e le transizioni si fan più difficili, quando si diffonde un’irrequietezza di massa o le esigenze di rinnovamento s’impongono con più vigore, difficilmente una classe dirigente gelosa dei suoi privilegi può esporsi a subire quelli che essa considera i capricci della democrazia: la paura del “salto nel buio” risveglia le ancestrali tendenze all’uso brutale della forza (e in Italia il vecchio armamentario borbonico, clericale e fascista che sonnecchia nella coscienza di ogni benpensante).
I piccolo-borghesi soddisfatti del loro ruolo di caporali dell’ordine sociale, i mediocri chiusi nella cerchia del loro egoismo, e tutti gli altri ignavi che costituiscono le “maggioranze silenziose”, insieme con i disperati in rivolta contro la pretesa rispettabilità di un ordine superato, con gli ambiziosi e gli avventurieri avidi di potere, e spesso purtroppo anche con gli scienziati padroni di tecniche modernissime che, in nome di una pretesa neutralità della scienza, servono Hitler in Germania e Nixon negli USA, diventano i punti d’appoggio di un fascismo che si rinnova nelle forme ma non muta nella sostanza.
La quale consiste nella volontà di impedire che la crescita morale, politica e culturale delle masse sposti l’equilibrio del potere e strappi i privilegi alle oligarchie, di bloccare, congelando la lotta delle classi, tutte le trasformazioni politiche e sociali che corrispondono al progresso tecnico e allo sviluppo delle forze produttive, di mantenere con ogni mezzo una società gerarchizzata e disumanizzata.
[…]

Navi nel deserto.
Grazie alla tenacia di alcune associazioni – Rete disarmo, Asgi, Cild e Naga – sono stati resi noti gli accordi di cooperazione in materia di difesa fra Italia e Niger siglati nel settembre 2017. Nonostante si tratti di un accordo internazionale, non è stato discusso in Parlamento né pubblicato in Gazzetta ufficiale, grazie a una modalità di accordi semplificata che eviterebbe questi passaggi.
Il testo, di sole otto pagine, ricalca analoghi accordi stipulati dall’Italia, dichiarando esplicitamente tra i suoi obiettivi quello dell’esportazione di armi: elicotteri, veicoli militari, armi da fuoco, armamenti vari, bombe, mine (ma, si precisa, non anti-uomo), razzi… oltre a navi e siluri a un paese nel mezzo del deserto.
La sentenza del TAR, che ha imposto al Ministero degli esteri di rendere pubblici gli accordi, ha consentito di accendere una luce sulla strategia italiana di contrasto all’immigrazione, del tutto incurante della realtà nigerina, uno dei paesi più poveri e più militarizzati al mondo e dove l’opposizione nel 2015 accusava il presidente di alto tradimento per non rispettare i diritti di libertà e di aver “svenduto le risorse naturali del paese”.
https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2019/02/Italia-Niger_Accordo-in-materia-di-Difesa.pdf
[eb]

Reddito di sudditanza.
Qualcuno l’ha chiamato, con più di qualche ragione, reddito di sudditanza. Per poter ottenere un sussidio monetario, il cittadino colpevole di povertà dovrà obbedire a una serie di regole stringenti, pena la sospensione del beneficio o addirittura la sanzione penale.
Qui segnaliamo due proposte, rimaste un po’ sotto traccia: l’obbligo di prestare da 8 a 16 ore settimanali per lavori di pubblica utilità e, per i giovani dai 18 a 28 anni, il servizio civile obbligatorio.
Quanto costerebbero 16 ore di lavoro se fossero regolarmente retribuite (ed erano 36 nell’iniziale proposta della Lega)? A questo si aggiunge l’obbligo di cercare lavoro per almeno due ore al giorno e l’obbligo di seguire corsi professionali. Il tutto in cambio di una “card” del valore massimo di 780 euro mensili, di cui solo 100 potranno essere spesi liberamente, ma non per giocare d’azzardo.
Che idea hanno dei poveri i nostri governanti? Pigri, irresponsabili e dediti al vizio. E naturalmente se sono senza lavoro la colpa è loro, anche se magari l’unica realtà produttiva del territorio ha delocalizzato la produzione in Romania o anche più lontano.
Fortunatamente all’ultimo momento è stata ritirata l’altra proposta leghista, quella che prevedeva l’obbligo del servizio civile per i giovani richiedenti il reddito di cittadinanza, e questo nel momento in cui vengono tagliati i fondi al servizio civile, per cui solo un terzo dei giovani che ne ha fatto domanda potrà accedervi. Non più una libera scelta per una crescita personale e sociale, ma un ulteriore obbligo per chi non ha risorse economiche. C’è da temere che la Lega, costretta questa volta a fare un passo indietro, non rinuncerà tanto facilmente ai suoi disegni per farci tornare indietro di settant’anni, quando gli obiettori andavano in galera e il “delitto d’onore” era in auge, come oggi la “legittima difesa”.

Prima gli italiani.
Il breve testo che segue mi è stato segnalato da un’amica, che ringrazio, Elisabetta Hofelich, da mezzo secolo residente in Germania ma sempre attenta alle vicende italiane, ed è stato pubblicato, col titolo “La carità vera”, dal parroco di Mira, don Gino Ciccuto, in https://www.sannicolosanmarco.it/foglio/03_marzo_2019.pdf

Le parole che ascoltiamo o che leggiamo ogni giorno hanno la forza di incidere sulle coscienze e di rovinare quel patrimonio cristiano che il Vangelo continua a donarci e la Chiesa non si stanca di proporre con gioia e con forza. Un esempio concreto mi è stato offerto quando, qualche giorno fa, ho trovato nella cassetta della Caritas una busta contenente un’offerta per i poveri. Quanto era scritto sulla busta mi ha profondamente amareggiato e umiliato. C’era scritto: “Pro anziani, malati, al freddo o alla fame, italiani da sempre, in primis! Gli stranieri per ultimi!”. Queste parole ripropongono slogan che siamo abituati a sentire, ma non hanno niente a che fare con la fede e la vita cristiana che considera i più poveri tra i primi, senza guardare il colore della pelle o la provenienza. La persona che ha scritto queste parole deve interrogarsi seriamente sul suo essere cristiano e se non è d’accordo su quello che è la vera carità, può passare per la canonica a riprendersi la sua “offerta”; eventualmente può consegnarla a chi la pensa come lui, ma non deporla davanti al Signore.

Gli ebrei italiani di fronte al sionismo.
Ringrazio Vera Pegna per avermi segnalato la tesi di laurea di Chiara Brunelli (Università di Roma, anno accademico 1984-85, “L’interesse italiano per la Palestina, 1880-1900”), da cui ho tratto le notizie che seguono, che mi sembra importante far conoscere nel momento in cui le lobbies filo-israeliane tentano di riproporre la logora bugia che assimila ogni critica alle politiche del governo israeliano all’antisemitismo.

Due erano i giornali ebraici che si stampavano in Italia alla fine dell’800: “II Corriere Israelitico”, sorto nel 1862, pubblicato a Trieste, allora parte dell’Impero Austro Ungarico, e “II Vessillo Israelitico”, nato nel 1874 e stampato a Casale Monferrato, assai più diffuso del “Corriere”.
Nel 1896 il “Corriere” pubblica un articolo di uno dei suoi direttori, Leone Racah, intitolato “La fondazione di uno stato giudaico”,in cui parla della speranza di una prossima redenzione,cioè di un ritorno nella Palestina diletta. L’anno successivo il “Corriere” pubblicava la circolare con cui Herzl indiceva il I Congresso sionistico e presentava il programma del movimento.
Opposta fu invece la reazione dell’altro giornale, “Il Vessillo Israelitico”, il cui direttore, il rabbino Flaminio Servi, scriveva in un editoriale del 1897: “Non pochi traviano i desideri di Israele e tra questi sono i così detti sionisti, che facendosi forti delle persecuzioni che in paesi barbari avvengono contro gli ebrei, si agitano per diffondere l’idea di uno stato giudaico, o – per esprimerci più chiaramente – di un israelitismo politico come nazione”.
Lo stesso “Corriere” ospitava articoli anti-sionisti, come questo del 1898 del rabbino Eude Lolli, il quale giudicava impossibile il ritorno degli Ebrei in Palestina da una dispersione tanto vasta … lo stato sarebbe in preda al misticismo e gli odi, i contrasti e le guerre civili permanenti finirebbero col rovinare tutto. Lo spirito di separatismo che il sionismo tende ad avvalorare avrà una rovinosa influenza sulla vita e l’avvenire d’Israele e concludeva: “Ogni idea di nazionalità politica deve essere da noi abbandonata perché non risponde né al sentimento né al bisogno nostro e solo minaccia di farci perdere la giusta via”.

Due convegni

Locale e globale.
Questo bell’articolo di Emilio Molinari e Oreste Magni si cllega ai temi che sono stati trattati nel convegno sui mutamenti climatici del 30 marzo 2019 . Ne pubblico alcuni stralci; trovate il testo completo in www.costituzionebenicomuni.it

Il luogo è dove viviamo è dove costruiamo le nostre relazioni, il nostro stare insieme, dove costruiamo affetti e progetti, dove si costruisce la nostra identità. A differenza di realtà più ampie, quello che accade in un luogo è totalmente verificabile dalle persone che lo abitano, condizione necessaria (anche se non sufficiente) per lo sviluppo della democrazia, del rapporto tra responsabilità, rappresentanza, controllo dal basso, in questo senso lo stesso concetto di luogo, è concetto prezioso che va inteso e rivalutato al di là di atteggiamenti escludenti e di chiusure interessate che ne sviliscono il ruolo potenziale.
Nel nostro paese il luogo, è anche parte della storia popolare, luogo istituzionale: è quello dei Comuni e dei sindaci. La Lega Nord, inseguita dalla stupidità della sinistra, parla di autonomia regionale. Autonomia come rottura dei ricchi verso la povertà. Ma oggi dovremmo parlare di autonomia dei comuni. Di ripresa di un loro ruolo. L’acqua potabile che arrivava ai rubinetti e alle fontanelle a Milano era chiamata l’acqua del sindaco. Il sindaco, l’autorità sanitaria. Luoghi…lo sono anche le aree metropolitane, territori a metà tra città e campagna, dove fino agli anni 60 si sviluppavano gli orti i pascoli e le stalle….che rifornivano i mercati della città, i mercati rionali e comunali. Hinterland dove i lavoratori attraverso gli spacci aziendali si rifornivano di prodotti controllati da una filiera corta e partecipata dalle Commissioni interne..
Poi questi luoghi, di terra di acqua e di vita, sono stati annientati dalla perdita di memoria, dallo sviluppo della rivoluzione verde agrochimica, dai veleni industriali, dal cemento di uno sviluppo che da per scontato che nel 2050 il 70% della popolazione vivrà nelle città. Che le campagne saranno ancora più spopolate da una rivoluzione agricola digitale 4.0, coi droni e i robot ma senza contadini, senza saperi, senza vita. Comuni, città e aree metropolitane: luoghi dove si palesa l’insostenibilità del modello urbano, dei consumi, del lavoro fine a sé stesso, obbligato: il lavoro per il consumismo che genera altro lavoro. Dove le contraddizioni dello sviluppo globalizzato si ripercuotono sulle relazioni umane e distruggono ogni vincolo solidale. Dove alla fine “sbarcano e arrivano” gli emigranti, diventati scarti, rifiuti da far sparire in orridi quartieri o da rispedire al di la del mare in altre discariche. Luoghi ove il cemento brucia sempre più territorio e quel verde per respirare e produrre ossigeno e assorbire anidride carbonica, dove si muore per l’aria avvelenata, dove dal nord al Sud si occultano rifiuti tossici, si sviluppano e si palesano globalmente le terre dei fuochi: dalle porte di Milano alla Somalia di Ilaria Alpi.
Luoghi dove l’istituzione ha volutamente perso autonomia, non dispone più dei mezzi per sviluppare una politica, dove è ridotta a vendere territorio. E non dispone più delle municipalizzate: dell’acqua, dell’energia, dello smaltimento dei rifiuti, dei trasporti per poter tentare politiche alternative. Non ha più l’ortomercato, possibile terminale di una agricoltura di prossimità cittadina, alternativa e controllabile, non ha più il macello, la centrale del latte, i mercati rionali eccetera. Il popolo italiano si sente ancora vicino al comune. E’ raggiungibile dalla sua partecipazione, dalla possibilità di un controllo, e dalla possibilità di costruire alternative.
Pensiamo a Riace e a Mimmo Lucano, la sua autonomia se l’è ripresa, si è costruito la sua municipalizzata del servizio idrico, scavando un pozzo e assicurando l’acqua potabile a tutti e gratuitamente, e la sua municipalizzata dello smaltimento dei rifiuti dove lavorano immigrati … ll locale è il luogo dove la gente può agire pensando anche al globale e avere l’ambizione di agire anche nazionalmente, mondialmente. Dove si può pensare di poter ricostruire la politica che non c’è più e dei movimenti che guardino al mondo. Agire localmente e pensare globalmente? Sì! Ma anche agire mondialmente. E’ sembrato possibile con i Forum Sociali Mondiali di Porto Alegre: centinaia di migliaia di persone, migliaia di esperienze alternative, movimenti sociali, intellettuali come Saramago e Galeano e Noam Chomski per giorni a confronto.
[…]
Sono innumerevoli le lotte che tracciano da tempo le alternative necessarie e un “futuro capace di futuro”. Sempre Noam Chomsky parla di venti di protesta. Perché le sfide che oggi ci troviamo di fronte sono sfide globali, ma che ritroviamo in nuce nei conflitti locali. Pensiamo al cambiamento climatico, problema dei problemi, globale, planetario che si affronta localmente con il risparmio energetico la solarizzazione delle città e dei villaggi, con reti elettriche democratiche e partecipate e alternative con l’accoglienza dei migranti. Ma anche globalmente con il movimento dell’acqua, e mobilitazioni come quella dei ragazzi di Greta Thunberg. Di fronte a noi, dall’altra parte del Mediterraneo a non più di 200 km, partono i barconi della speranza e della morte, c’è un continente, l’Africa. Un miliardo e duecento milioni di abitanti. Età media 18 anni. Nel 2050 saranno 3,5 miliardi. Dove il 60% della popolazione è impegnata nell’agricoltura e di questi il 40% nell’agricoltura di sussistenza e di villaggio. Dove è in atto un accaparramento di terre (Land Grabbing) di aree pari a otto volte l’italia. Un accaparramento di terre fertili, che include enormi acquiferi. Dove Impregilo Salini dissemina mastodontiche dighe all’insegna degli aiuti allo sviluppo in Etiopia, in Congo, in nome dello sviluppo sostenibile.
[…]
Scrive nel suo depliant pubblicitari la Salini:
“Nel panorama dell’economia mondiale l’Africa è diventata negli ultimi anni il Continente dove la “speranza dello sviluppo” si sta traducendo in atti e opere concreti. Non a caso è stata definita il “polo di investimento del futuro”, l’area del mondo più attrattiva per chi opera nel segno di uno sviluppo sostenibile che integra l’impegno imprenditoriale con le potenzialità dei popoli e il rispetto dell’ambiente. In questo processo il Gruppo Salini Impregilo si trova in prima linea forte della sua esperienza storica nella realizzazione di progetti infrastrutturali nel segmento acqua.” Che bel modo per definire mega dighe “sostenibili” che bloccano i fiumi in 14 stati africani compresi: il Nilo, l’Omo ecc… prosciugano laghi come il Turkana, per produrre energia ma anche per dare acqua ad enormi aziende agricole in mano a cinesi, arabi e occidentali. All’insegna dell’ambientalismo!. Aziende appunto 4.0 dove non c’è occupazione. Terre e acqua per dar vita a un estrattivismo dissennato di petrolio, gas e gas di scisto e minerali strategici, oro ecc…. Terra e acqua per moderne aree industriali cinesi come in Etiopia, che caccia dalle sue terre gli Oromo. Espulsione dalle terre di milioni di persone. Uno svuotamento delle campagne e la fine del contadino africano. Come nella prima e nella seconda rivoluzione verde: quella meccanica e quella dei semi globalizzati e della chimica ora della rivoluzione digitale e dei droni in agricoltura.
[…]

La democrazia alla sfida dei social network
Presentazione del convegno- sabato13 aprile 2019.
Nel settembre 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decideva, attraverso l’adozione della Dichiarazione di New York per i rifugiati e i migranti, di sviluppare un patto globale per una migrazione “sicura, ordinata e regolare”.
Iniziava allora un processo di negoziazione, che si è concluso a Marrakech il 10 e 11 dicembre 2018 con la sigla del Global Immigration Compact, poi ratificato dall’Assemblea generale dell’ONU con il voto favorevole di 152 paesi, cinque contrari (Israele, Polonia, Repubblica ceca, Stati Uniti e Ungheria, a cui si aggiungerà il Brasile dopo l’insediamento del neopresidente Bolsonaro) e 12 astenuti, di cui la metà europei e tra questi l’Italia.
Ha stupito questo voto contrario o di astensione di tanti paesi europei che sino alla vigilia avevano partecipato all’elaborazione del testo e si erano dichiarati favorevoli all’accordo; in particolare, per quanto riguarda l’Italia, ancora alla vigilia di Marrakech il ministro degli esteri Moavero e il presidente del consiglio Conte avevano assicurato che avrebbero sottoscritto il patto, come tutti gli altri paesi dell’unione europea.

Cos’è accaduto che ha fatto cambiare la scelta di molti governi?
Monitorando i messaggi scambiati sul web (tweets. video, petizioni on line) numerosi ricercatori hanno osservato che a partire da metà settembre il tema del migration compact, sino ad allora praticamente assente dai social, ha conosciuto una crescita repentina, con picchi giornalieri di molte decine di migliaia di tweets tra novembre e dicembre.
L’analisi dei messaggi scambiati ha mostrato che la grande maggioranza proveniva da siti conosciuti per le loro posizioni di estrema destra, chiaramente in collegamento tra loro, con l’uso continuato di argomenti simili, spesso ignorando o distorcendo i contenuti reali del trattato, non di rado addirittura falsificandoli.
(https://www.politico.eu/article/united-nations-migration-pact-how-got-trolled/)

E’ questa l’ultima frontiera della comunicazione politica? Se gruppi ben organizzati di esperti sono in grado di determinare l’agenda, e addirittura possono incidere efficacemente sulle scelte delle persone e dei governi, cosa ne è della democrazia quale noi la conosciamo?
Abbiamo sperimentato il passaggio dai partiti di massa ai partiti di opinione, ai movimenti; dai giornali quali maggiori fonti di informazione e di formazione di idee e di cultura politica all’assunzione dello stesso ruolo da parte della televisione, con la sua capacità di raggiungere un’udienza  molto più vasta e di fornire un’informazione spesso non mediata e in tempo reale.
Oggi, con la rete, l’accesso all’informazione è apparentemente illimitato, e non avviene più a senso unico dal giornalista al pubblico, ma nei due sensi, con grandissime possibilità ma anche con grandissimi rischi.

Per contribuire a fare chiarezza in questo mondo, a capire quali sono le grandi trasformazioni in corso nel modo di comunicare, per dotarci di strumenti che ci consentano di usare la rete per estendere gli spazi di democrazia, il gruppo consiliare di Milano in Comune e l’associazione Costituzione Beni Comuni hanno organizzato il convegno “La democrazia alla sfida dei social network”, chiamando a discuterne, su un piano rigorosamente scientifico, docenti ed esperti di primo piano.

La democrazia alla sfida dei social network
Convegno
Sabato13 aprile, ore 9.30 – 13.00
Sala dell’Alessi di Palazzo Marino, piazza della Scala 2 (MM Duomo)

Programma provvisorio:
Presentazione del convegno: Livio Neri
Saluto di Basilio Rizzo
Prima sessione: coordina Enzo Mingione
Cecilia Pennati, L’opinione pubblica italiana di fronte all’immigrazione
Roberto Biorcio, La trasformazione della comunicazione politica nell’era dei social network
Tommaso Vitale, Parlare di protezione sociale: come, quando e perché
Stefano Draghi, Verso un partito digitale
Seconda sessione: Dalla Nigeria a Bolsonaro e alla Brexit. Coordina Vittorio Agnoletto  Matteo G.P. Flora, La propaganda del 21esimo secolo e gli algoritmi di persuasione
Matteo Boschini, Come si possono costruire e diffondere le fake news
Conclusioni: Piero Basso

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