Salario minimo per legge. Dignità del lavoro.

 

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione …sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa.”

Art.36 della Costituzione.

Nel diritto del lavoro salario minimo è la più bassa paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai propri lavoratori dipendenti.

Anche se le leggi sul salario minimo sono in vigore in molte nazioni, esistono differenti opinioni su vantaggi e svantaggi sulla sua eventuale introduzione. I sostenitori affermano che esso aumenta il tenore di vita dei lavoratori, riduce la povertà e le disuguaglianze sociali, aumenterebbe il benessere lavorativo e costringerebbe aziende ad essere più efficienti. Viceversa, gli oppositori lamentano il fatto che esso aumenti la povertà e la disoccupazione(in particolare tra i lavoratori non qualificati o senza esperienza) ed è dannoso per le imprese.

Storia

Introdotte per la prima volta in Nuova Zelanda (1894), Australia (1896) e Regno Unito (1909), le leggi sul salario minimo sono state poi introdotte in molti altri Paesi del mondo nel corso degli anni (tra cui negli Stati Uniti nel 1938), e sono oggi in vigore in molti Stati: nel 90% degli stati è previsto il salario minimo previsto per legge o dalla contrattazione collettiva. Nell’Unione Europea 22 stati su 28 hanno leggi sul salario minimo, mentre i restanti sei paesi (Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia) demandano l’individuazione della paga-base alla contrattazione collettiva dei vari settori.

Aspetti economici

 

La moderna teoria economica ritiene che fissare un salario minimo troppo alto può aumentare la disoccupazione poiché il prezzo del lavoro è superiore alla domanda; tuttavia un salario minimo ragionevole migliora la crescita economica perché quando i lavoratori più poveri hanno più liquidità da spendere, si stimola più efficacemente la domanda aggregata di beni e servizi.

Un primo argomento sostiene che in un libero mercato qualsiasi limitazione introdotta da soggetti esterni (una legge dello Stato) da lato della domanda e/o dell’offerta sia ai prezzi che alle quantità (quote) di vendita e produzione, porta a un’area di mancato incontro tra domanda e offerta, quindi un equilibrio peggiore del mercato libero.

L’introduzione di un salario minimo limita il funzionamento del mercato del lavoro, creando un gap tra lavoratori disponibili e richiesti, vale a dire disoccupazione. Argomento in senso opposto è la constatazione pratica che nessun mercato del lavoro libero e totalmente deregolamentato ha mai raggiunto l’obiettivo teorico della piena occupazione.

Il ragionamento di un mercato libero ed efficiente vale in ipotesi non realistiche né verosimili di razionalità perfetta, perfetta simmetria informativa, non-sazietà delle preferenze. L’assenza di un salario minimo e paghe troppe basse, incoraggiano i lavoratori a partecipare alla forza lavoro. Nel mercato reale, esistono delle soglie critiche, quantità massime di lavoro o prezzi minimi al di sotto dei quali l’offerta si nega all’incontro con la domanda, ad eccezione di una fascia di lavoratori più indigente e meno abbiente, molto ridotta in un Paese industrializzato, che è perfettamente anelastica rispetto alla quantità e al prezzo.

Unione Europea

Non esiste una legislazione uniforme in materia di salario minimo all’interno dell’Unione europea. La maggior parte degli stati adotta un salario minimo, mentre altri Stati non hanno un salario minimo imposto per legge, ma delegano alla contrattazione fra le parti sociali tale decisione.

In varie costituzioni, fra le quali in quella italiana, è sancito il diritto ad un’equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto.

La Direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei mercati europei è stata emendata nel 2006, sottraendo al principio dell’Home country control diversi aspetti, fra i quali il salario minimo. Il lavoratore straniero ha diritto al salario minimo  previsto dalle leggi del Paese nel quale lavora, in modo indipendente dal proprio Paese di origine e da quello dove ha sede legale il datore di lavoro.

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Situazioni nazionali

Al 2016, sono 23 su 28 i paesi dell’Unione Europea che lo hanno adottato o lo adotteranno, di importo molto variabile anche in relazione al costo della vita locale.

L’Eurostat rileva i salari medi mensili ogni sei mesi: a gennaio 2016, dieci Stati europei avevano un salario minimo sotto i 500 euro: Bulgaria, Romania, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Slovacchia ed Estonia. In cinque Paesi lo stipendio mensile minimo è compreso tra 500 e 1000 euro: Portogallo, Grecia, Malta, Spagna e Slovenia. In altri sette Stati, si sale sopra i 1000: Regno Unito, Francia, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

In Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia non esiste, invece, previsione legislativa per un salario minimo: la determinazione dei minimi retributivi viene affidata alla competenza negoziale di settore.

Il Belgio, invece, si differenzia dagli altri per il suo sistema “sistema duale”, in cui la contrattazione di settore si aggiunge alla determinazione statale del salario minimo.[17]

L’ultimo paese europeo ad aver introdotto il salario minimo è stata la Germania (dal 1º gennaio 2015).

Italia

In Italia un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali, ma dalla contratrattazione fra le parti sociali. Non è tuttavia obbligatoria la stipula di contratti collettivi, esistono imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali cui non è applicabile nessun contratto collettivo, e quindi nessuna forma di salario minimo.

Act

Previsto nel Jobs Act, il salario minimo è rimasto escluso dai decreti attuativi. L’articolo 1, comma 7, lettera g) della legge delega n. 183/2014Legge 10 dicembre 2014, n. 183, articolo 1, in materia di “Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro.“, infatti, ha previsto l’introduzione di un “compenso orario minimo” che andrebbe a coprire soltanto i settori non coperti da contrattazione collettiva. L’Italia prevede quindi un sistema duale, sul modello del Belgio (caso unico in Europa, che ha la coesistenza di contratti collettivi nazionali di settore vincolanti, e di un salario minimo legale che non è derogabile dai contratti e tutela quanti non sono coperti da un contratto nazionale di riferimento.

Tuttavia, la norma non prevede che il salario minimo legale non possa e non debba essere usato in modo alternativo o concorrente al salario minimo contrattuale, derogabile in peius, né che in caso di dubbi interpretativi il CCNL nazionale resti il riferimento primo e prevalente rispetto alle legge sul salario minimo. La legge non vieta di applicare il salario per legge quando questo risulti inferiore a quello (meno favorevole) tra i CCNL di lavoro applicabili (e non sottoscritti) per il tipo di attività svolta dal datore: il datore ha facoltà di lasciare la propria organizzazione datoriale di rappresentanza, ovvero di smettere di applicare i contratti collettivi, in particolare nazionali.

In caso di mancato rinnovo del CCNL nazionale, vige l’ultrattività dell’intero contratto (prevista e sottoscirtta dalle parti nei CCNL), a “tempo indeterminato” fino al successivo eventuale (e probabile) rinnovo, sia per la parte normativa che per quella retributiva-obbligatoria. In caso di recesso unilaterale dei datori, la vigenza della parte retributiva necessiterebbe di un chiarimento in merito da parte della giurisprudenza. La norma non conferma quindi la consolidata e pluriennale giurisprudenza che deriva dall’art. 36 della Costituzione il riferimento al CCNL nazionale per la quantificazione dei minimi retributivi, cui fanno riferimento i giudici del lavoro.

Essendo il salario universale imposto per legge e una consolidata prassi dell’Unione Europea – anche se non ancora resa cogente da direttive in merito -, mentre i contratti collettivi di categoria non sono altrettanto diffusi in Europa e non sono convertiti in legge ordinaria in Italia, si teme che i giudici del lavoro abbandonino la prassi decennale (non consolidata da alcuna legge) di applicare i minimi tabellari dei contratti collettivi, in favore del salario minimo che assume maggiore rilevanza per la sua portata universale e per il rango di legge ordinaria.

Ciò può essere evitato se la legge impone ad ogni impresa di adottare un contratto collettivo e l’obbligo di contrarlo con le organizzazioni sindacali, lasciando fuori dai CCNL soltanto le tipologie di contratto di lavoro individuale non dipendente che per loro natura non sono riferibili a un CCNL (co.coc.co, co.co. pro, associazione in partecipazione ecc), e che non hanno alcuna tutela legale in termini di salario minimo.

In Italia, non c’è un’individuazione del salario minimo, né da parte di una legge dedicata, né di una norma che deleghi questo compito alla contrattazione collettiva, dandone efficacia per tutti i lavoratori (la cosiddetta efficacia erga omnes della contrattazione collettiva, pur prevista dalla Costituzione italiana, non ha mai ricevuto attuazione legislativa nell’ordinamento dell’Italia repubblicana per il mancato realizzarsi di una volontà politica). Più in generale, in Italia non esiste una forma di protezione sociale “non a termine” per le fasce sociali che vivono al di sotto della soglia di povertà. Dopo un certo periodo di copertura tramite gli ammortizzatori sociali, queste persone e famiglie non hanno nessun sostegno. Una delle poche eccezioni è il reddito di cittadinanza, introdotto in alcune regioni.

In assenza di una legge sul salario minimo o sulla scala mobile, periodicamente rivalutate, la normale contrattazione collettiva fra sindacato e imprenditori sul livello di paga base assume un’importanza maggiore e dei margini di manovra più alti, costituendo una sorta di modello alternativo.

Le richieste di aumenti retributivi sono la più frequente causa di scioperi, e un importante fattore nel tasso di sindacalizzazione. Come nelle altre associazioni, il numero delle quote di iscrizione rappresenta una delle principali entrate economiche e fonti di potere contrattuale del sindacato.

La norma tutela in questo modo la libertà di associazione sindacale dei lavoratori e l’autonomia dei sindacati che possono non sottoscrivere l’accordo, senza il prevalere di un principio di maggioranza e della volontà di quelli più rappresentativi. Una giurisprudenza consolidata ritiene però che i minimi tabellari debbano applicarsi comunque a tutti i lavoratori di categoria, iscritti o meno al sindacato.

La concertazione fissa fino ad oggi le regole del salario minimo, in virtù di questo orientamento giuslavoristico, ma manca un riconoscimento di questa prassi da parte di una legge ordinaria.

Tuttavia, in Italia un contratto collettivo di lavoro (nazionale o locale) da applicare nei contratti di lavoro individuali:

  • non è obbligatorio: l’imprenditore può non applicare nessun CCNL ovvero un contratto aziendale creato ad hoc al limite per una singola unità produttiva senza riferimenti a contratti collettivi (“caso Pomigliano”, relativo alle vicende dello Stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco);
  • non è necessario il consenso del sindacato, e quindi può essere una scelta unilaterale dell’impresa;
  • la scelta non è univoca perché gli ambiti di applicazione dei contratti collettivi talora si sovrappongono e il datore può scegliere lo strumento contrattuale ritenuto più conveniente o più adatto;
  • due unità produttive della stessa impresa possono avere contratti collettivi diversi.

In questo modo, una parte di lavoratori dipendenti non può non essere tutelata da un contratto collettivo e restare priva di salario minimo. Ciò nonostante, il 13 per cento dei lavoratori italiani percepisce salari al di sotto dei minimi contrattuali: si tratta di un “record negativo”, che l’Italia “si aggiudica con molte lunghezze di vantaggio”.

Molto critica è la posizione della Cgil, così espressa in un articolo pubblicato da Rassegna sindacale.

L’istituzione di un salario minimo legale riprende un loro (del M5S ndr) ddl del 2013 e sta in testa al famoso contratto di governo fra Lega e M5S, per ciò che attiene al capitolo lavoro. Essa è ora oggetto di un nuovo ddl (658/2018), a prima firma Nunzia Catalfo, depositato in Commissione lavoro al Senato. L’obiettivo dei suoi cinque articoli sarebbe quello di raggiungere con questo strumento tutte le categorie di working poors in cui la retribuzione minima è inferiore alla soglia di povertà relativa (50% del salario mediano), pur essendo regolarmente occupati. In questo progetto, “il trattamento economico complessivo” del lavoratore non potrà essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale in vigore, stipulato dalle associazioni più rappresentative sul piano nazionale, similmente alla vecchia delega, disattesa, del Jobs Act (L. 183/2014, art. 1, co. 7). E comunque, e qui sta già una grossa novità “non inferiore a 9 euro all’ora, al lordo degli oneri contributivi e previdenziali” (Art. 2)…

Il salario minimo legale rappresenta la soluzione più comune all’interno dell’Unione europea, occorre aggiungere che i cinque Paesi che non vi ricorrono, optando per una definizione di origine contrattuale, sono – per la qualità del lavoro e delle relazioni sindacali – di assoluto rispetto: Svezia, Danimarca, Finlandia, Austria e, appunto, Italia. Per una volta potremmo dire di stare in un’ottima zona delle graduatorie comunitarie. E la ragione è che questi Paesi sono fra i pochi rimasti in cui la forza associativa delle parti sociali (la più alta sindacalizzazione dell’Ue), insieme a quella dei contratti nazionali da esse stipulati, riesce a coniugare altissimi livelli di copertura (pressoché integrale), con soglie minime di retribuzione, in rapporto a quelle mediane, uguali o maggiori che non nei Paesi più virtuosi dove vige il minimo legale. Qui infatti tale rapporto (noto come “indice di Kaitz”) si staglia sempre al di sotto della soglia del lavoro povero (66%), laddove in oltre la metà dei casi – fra cui Germania, Regno Unito, Spagna – sfiora o non si raggiunge neppure quella di povertà (50%). Il rapporto evocato dal M5S contiene oltretutto una tesi molto pericolosa. Che dev’esser loro sfuggita. E cioè che se il minimo legale supera la soglia del 40% del salario mediano (dunque ben al di sotto della soglia della povertà assoluta), ciò avrebbe conseguenze negative per l’occupazione. Cosa sulla quale non possiamo che dissentire radicalmente, come peraltro le esperienze europee in gran parte testimoniano.

In Italia, dove pure i contratti nazionali non hanno un’efficacia legale diretta, i livelli di copertura sono ovunque stimati oltre il 90%, laddove il rapporto fra salario minimo contrattuale e salario mediano, è il più alto d’Europa (>80%). Un dato che rivela eventualmente, più che un problema coi livelli minimi, una inadeguatezza dei livelli medi e mediani, per la cui crescita occorrerà indubbiamente moltiplicare gli sforzi. Già oggi, i minimi contrattuali italiani si attestano in media sui livelli dei paesi più ricchi d’Europa (9,41 euro; Garnero, 2015), dove a disporli è la legge, senza però l’inconveniente di appiattire i trattamenti, riguardo alle varie specificità settoriali e professionali dei lavoratori…

E’ invece molto reale l’insidia del lavoro nero e grigio, e ora anche dei contratti nazionali “pirata”, stipulati a centinaia da sigle sconosciute o prive di adeguata rappresentatività. E in grado di esercitare un pericoloso dumping salariale, che dev’essere con ogni mezzo prevenuto ed estirpato. Da questo punto di vista, più che ricorrere a minimi legali inter-categoriali e inter-professionali, sarebbe più utile e opportuno varare una legge che conferisca efficacia erga omnes solo a quei contratti stipulati dalle organizzazioni in grado di attestare una certificata rappresentatività sociale, secondo quanto già previsto nel pubblico impiego e negli accordi interconfederali del settore privato. Che è poi – e qui siamo d’accordo – quanto previsto all’art. 3 del ddl, con riguardo alla pluralità di contratti nazionali applicabili, e col richiamo al primato di quelli comparativamente più rappresentativi, secondo quanto definito nel Testo unico sulla rappresentanza, siglato dai confederali e da varie associazioni datoriali, a partire dal 2014.

( Il salario minimo per legge rappresenterebbe una efficace protezione nei confronti del dumping salariale praticato da sigle sindacali di comodo e prive di rappresentatività. Ndr)

Il problema dell’evasione contrattuale è reale e particolarmente penoso in alcuni settori (agricoltura, ristorazione, spettacolo), territori (ampie parti del Sud) e per alcune tipologie lavorative (immigrati, finti-autonomi). È quell’11,7% di lavoratori sotto i minimi contrattuali, e in aumento, citato dagli estensori del progetto, contro una media dell’Ue al 9,6%. Un lavoro povero, dovuto anche all’abuso di part-time ridottissimi, atipicità fittizia e grave discontinuità dell’impiego. Quello che fa dire al presidente uscente dell’Inps che nel Sud il 40% percepisce una retribuzione inferiore al reddito di cittadinanza. Un salario minimo legale potrebbe in parte ridurre queste degenerazioni, ma solo alla condizione di ridurre la precarietà e di potenziare gli strumenti ispettivi, colpevolmente insufficienti, come del resto rivela l’elevata elusione normativa in svariati altri ambiti della vita nazionale. Potenziamento da sempre invocato dai sindacati, al fine di rendere più certi ed esigibili gli standard di tutela lavoristica (lotta al sommerso, al caporalato, agli incidenti sul lavoro, alle discriminazioni). L’Italia, insieme a Svezia e Danimarca, è il solo paese dell’Ue a non avere né un salario minimo legale, né procedure amministrative per l’erga omnes. Poiché è innegabile che, diversamente dai due Paesi scandinavi, i rischi di irregolarità e precarietà varie siano da noi molto maggiori, è plausibile perorare un intervento normativo. Ma sul versante dell’efficacia generalizzata dei contratti, piuttosto che su quello del minimo legale.

In Italia, l’art. 36 della Costituzione dispone che la retribuzione non debba essere “minima”, bensì “proporzionata” al lavoro svolto, e in ogni caso “sufficiente” a garantire una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Tali livelli sono stati tradizionalmente identificati dalla giurisprudenza nei minimi fissati dai contratti nazionali di lavoro. Se ora, accanto ad essi, se ne fissasse un altro per legge, presumibilmente più basso di quello contrattuale, il riferimento del magistrato finirebbe inevitabilmente col ricadere su quest’ultimo. I datori di lavoro, a quel punto, potrebbero non avere più alcun interesse a stipulare contratti nazionali sul salario, optando per minimi legali più bassi, ed una più ampia e unilaterale discrezionalità a livello aziendale e individuale. Per circoscrivere questo rischio, il ddl del M5S evoca – come già il Jobs Act – il caso in cui vi sia carenza di contratti collettivi applicabili (art. 4), per il quale il riferimento andrebbe al contratto collettivo – si badi – “territoriale” in vigore nel settore e nella zona, sia pure stipulato dalle associazioni comparativamente più rappresentative. Validi anche in regime transitorio (art. 5). Ma in uno scenario nazionale affetto da un eccesso, e non certo da una carenza, di contratti nazionali per centinaia di settori e comparti, quale sarebbero esattamente queste realtà ad oggi scoperte? Quanto all’importo di 9 euro lordi, esso ci collocherebbe ai livelli più alti in Europa; più della stessa Germania (8.84) ( attualmente il livello è più elevato Ndr) e del Regno Unito (8,79). Ma che non considera gli svariati vantaggi accessori, anche economici, correlati all’applicazione di un contratto nazionale, piuttosto che un intervento circoscritto al solo minimo salariale.

Se nel M5S avessero letto con più attenzione il rapporto della Fondazione di Dublino, che peraltro non tratta dei cinque Paesi con salario minimo contrattuale, avrebbero scorto quel passaggio in cui – a proposito di questi ultimi – si dice che “la combinazione fra minimi settoriali ed alta copertura della contrattazione collettiva può essere considerata un equivalente funzionale del salario minimo legale vincolante” (p. 3). Che è poi quello che, non da sola in Europa, la Cgil ritiene essere un’alternativa ancora preferibile, quando le condizioni (tasso di sindacalizzazione; erga omnes di fatto; alta copertura contrattuale) lo consentono. Essa infatti, in tutti e cinque i Paesi dove è la norma, garantisce livelli minimi mediamente più alti, consente una maggiore duttilità in base alla qualifica e all’esperienza professionale, risulta meno esposta alla contingenza politico-economica (il congelamento del minimo legale è stata infatti fra le prime misure imposte dall’austerità, ai paesi più colpiti dalla crisi); preserva il ruolo del sindacato quale autorità salariale, e con esso il valore sociale dell’intermediazione, contro le derive atomistiche e individualistiche – già molto spinte e preoccupanti – della nostra società.”

Salvo Leonardi è ricercatore della Fondazione Di Vittorio

Questa posizione pare segnata da un giudizio complessivamente negativo nei confronti del M5S e da una esigenza di polemica e contrapposizione non sempre motivata da argomentazioni convincenti. In realtà va tenuto presente che il M5S ha precisato che il testo punta deliberatamente a sostenere la contrattazione collettiva e non a sostituirla. La lettura del testo ne è conferma.

 

Germania

La storia del salario orario minimo .

Il salario orario minimo è stato introdotto in Germania a partire dal gennaio 2015.grazie all’insistenza dei socialdemocratici, allora come oggi, alleati al governo con l’Union di Angela Merkel. Si partì con una base, per il 2016, di 8,50 € l’ora destinata a salire nel corso degli anni (ora, nel 2018, è  8,84 €). Nel 2019 dovrebbe salire a 9,19 €, l’anno dopo a 9,35 nel 2020. Il vice cancelliere e ministro delle finanze Scholz, sostenuto dai colleghi socialdemocratici che si erano già espressi a favore, ha proposto un ulteriore aumento, sottolineando che le imprese non devono risparmiare sugli stipendi. A suo avviso un salario minimo di 12 euro l’ora sarebbe adeguato. La proposta sembra un tentativo per SPD e CDU di riavvicinare gli elettori in seguito all’esito negativo delle elezioni regionali in Baviera e Assia. Un salario maggiore contribuirebbe sicuramente ad aumentare la soddisfazione dei lavoratori, a prescindere dall’inflazione. Certo è che si stimolerebbe la domanda interna e, di conseguenza, diminuirebbe quel surplus commerciale da troppi anni sopra i parametri consentiti dall’Unione Europea

In Germania, fino al 31 dicembre 2014, non era prevista alcuna misura in tal senso, anche se andava coagulandosi un crescente consenso sulla sua introduzione, per lo meno limitata ad alcuni settori.[17] Storicamente la Germania ha avuto una scarsa diffusione dei contratti collettivi nazionali, a favore della contrattazione aziendale decentrata: se da un lato i contratti collettivi nazionali possono rappresentare un ostacolo all’approvazione di un salario minimo per legge, in Germania si presentava il problema opposto di imporre una regola comune a livello nazionale su una materia così importante. Questo consenso diffuso si è trasformato in norma legislativa nel 2014, quando il parlamento tedesco, con amplissima maggioranza (535 voti favorevoli su 601) nell’ambito dell’attuazione degli accordi politici di Große Koalition, ha votato l’introduzione del salario minimo, a partire dal 2015, con la misura iniziale di 8,50 euro all’ora[18]. Il salario minimo era previsto dal programma elettorale del Partito Socialdemocratico, come condizione necessaria per il sostegno al Governo Merkel.

Per quanto riguarda gli effetti economici dell’introduzione della norma sul reddito minimo in Germania nel mese di gennaio 2015, i recenti sviluppi hanno dimostrato che l’aumento temuto della disoccupazione non si è materializzato; tuttavia, in alcuni settori e regioni del paese economiche, si è riscontrata una diminuzione delle opportunità e dei posti di lavoro dei lavoratori temporanei e part-time, mentre alcuni lavori a basso salario sono scomparsi del tutto. A causa di questo sviluppo complessivamente positivo, la Deutsche Bundesbank ha rivisto la sua opinione negativa iniziale, accertato che “l’impatto dell’introduzione del salario minimo sul volume totale del lavoro sembra essere molto limitato nel presente ciclo economico“.

Francia

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In Francia l’introduzione del salario minimo (Salaire minimum interprofessionnel de croissance, meglio noto come SMIC) è avvenuta con legge parlamentare nel 1950. La legislazione francese, frutto di varie modifiche nel corso degli anni, prevede che lo SMIC sia ricalcolato ogni anno secondo un meccanismo basato sul potere d’acquisto e altri fattori. Dal 1º gennaio 2016 lo SMIC è di 9,67 euro lordi all’ora; ovvero per un lavoro a tempo pieno (35 ore alla settimana), 1.466,62 euro lordi mensili, e circa 1.141,61 euro netti. Di recente il presidente Macron ha proposto il salario minimo per legge a livello europeo.

Spagna

Il Spagna Le “Comisiones Obreras” sono tutto considerato favorevoli al salario minimo, Il salario minimo è espresso in termini di unità monetarie per ora, può essere aumentato dalla contrattazione fra imprenditori e associazioni di categoria per settore di appartenenza, e il lavoratore può essere pagato al di sotto se si tratta di particolari contratti di formazione. Ammontare condizioni relative al salario minimo sono disciplinate nello Statuto dei Lavoratori spagnolo, del 1970 e sono:

  • 2004: 15,35 /giorno, 460,5 €/mese ovvero 6447 €/anno (con 14 mensilità)
  • 2005: 17,10 €/giorno, 513 €/mese ovvero 7182 €/anno
  • 2006: 18,03 €/giorno, 540,9 €/mese ovvero 7.572,6 €/anno
  • 2007: 19,02 €/giorno, 570,6 €/mese ovvero 7.988,4 €/anno

È rivalutato ogni anno in base al valore dell’indice dei prezzi al consumo, della produttività nazionale e della situazione economica generale. Può essere rivisto semestralmente se l’inflazione reale è al di sopra dei valori previsti.

Una delle principali misure economico-finanziarie contenute nell’accordo tra il governo spagnolo e Podemos per la Finanzairia del 2019 è quella dell’aumento del salario minimo interprofessionale da 735,90 a 900 euro mensili. Una crescita del 22,3% che è in questi giorni oggetto di dibattito e di critica da parte delle imprese e del Fondo monetario internazionale. Valutazione non condivisa dal sindacato confederale, che – pur sottolineando il fatto che non si tratta di un risultato scaturito dal dialogo sociale – ha dato della misura un giudizio positivo.

Il salario minimo – spiega a Rassegna sindacale Fernando Lezcano López, segretario di comunicazione e portavoce di Comisiones Obreras (Ccoo) – è questione su cui il concorso degli agenti sociali è obbligato, nel senso che o avremmo dovuto negoziarlo o quanto meno essere informati previamente dell’incremento deciso. Però comprendiamo la delicatezza della congiuntura politica in cui ci troviamo e valutiamo positivamente la crescita a 900 euro, perché abbiamo negoziato con le imprese un minimo contrattuale di 1.000 euro, minacciandole che se non lo avessero applicato avremmo chiesto al governo un salario minimo di pari entità”.

Il salario minimo è presente nella legislazione lavorista di quasi tutti i Paesi europei, non in Italia. In Spagna è fissato ogni anno dal governo con la pubblicazione di un real decreto, tenendo conto dell’indice dei prezzi e della produttività media del sistema e del lavoro. “Il salario minimo produce due effetti – osserva il dirigente sindacale –. Il primo è quello per cui nessun contratto di settore può avere il minimo contrattuale inferiore al tetto fissato; il secondo è che la sua indicazione stabilisce la base contributiva minima. Perciò elevare il salario minimo contribuisce all’aumento delle entrate a favore della sicurezza sociale e quindi alla tenuta del sistema pubblico previdenziale”.

La confederazione padronale Ceoe, dal canto suo, ha detto che l’aumento a 900 euro del salario minimo porterà nuova disoccupazione. Una presa di posizione che ha destato parecchie perplessità, specialmente in casa sindacale, dove si fa notare che mai si era stabilita una forte correlazione tra questi due fattori, perché la disoccupazione dipende principalmente dal ciclo economico. Come conferma Lezcano López: “I salari sono collegati strettamente alla dinamica dell’attività economica e in questo momento questa è molto superiore agli anni della crisi, perciò non ci sono controindicazioni nell’aumentarli. Il problema è che le imprese si erano abituate ai vantaggi che dava loro la riforma del mercato del lavoro, come quello di poter bypassare il contratto nazionale, e vorrebbero continuare a utilizzarli. L’occupazione si genera in funzione dell’attività economica. Potrebbe esserci un problema se si aumentassero i salari in un momento di depressione del consumo, ma adesso il consumo sta crescendo, perciò cresce la domanda e l’attività economica e anche i salari possono aumentare”.

Non solo. Le imprese sostengono anche che l’aumento del salario minimo frenerebbe l’aumento dei salari: “Al contrario – afferma ancora Lezcano López –, l’aumento del salario minimo contribuirà a portare verso l’alto l’insieme dei salari. Il salario minimo è uno strumento per la redistribuzione in favore della massa salariale della ricchezza che si sta generando nel Paese. Piuttosto, dovrebbe esserci un salario minimo europeo come riferimento per le diverse realtà nazionali: il salario minimo spagnolo è comunque molto al di sotto della media europea, superiore ai 1.000 euro; questo è un aumento importante, ma non ci ha omologato ancora al contesto europeo”.

Lezcano López è netto infine nel respingere la preoccupazione secondo cui la fissazione per legge di un salario minimo possa indebolire la contrattazione: “Se il salario minimo fosse quello che si deve pattuire nei contratti allora indebolirebbe il sindacato “– conclude il dirigente di Ccoo –, “invece è solo un riferimento affinché nessun salario sia al di sotto della soglia stabilita, è una limitazione verso il basso non verso l’alto. Nel caso spagnolo, la contrattazione collettiva non è mai stata limitata dall’esistenza del salario minimo”.

Brasile

In Brasile, il salario minimo fu introdotto dal presidente Getúlio Vargas con decreto legge nº 2162 del 1º maggio 1940. La nuova Costituzione del Brasile, del 1988, (Capitolo II dei Diritti Sociali, art.6) stabilisce il diritto di ogni lavoratore ad un salario minimo in grado di provvedere ai fabbisogni propri e della famiglia in termini di educazione, salute, sussistenza alimentare, trasporti, previdenza sociale, vestiario e igiene personale.

Al 1º gennaio 2016 il salario minimo mensile è di R$ 880,00 per lavoro ordinario a 40 ore per settimana.

Svizzera

Il 15 giugno 2015, il Canton Ticino ha votato un referendum per inserire in Costituzione un salario minimo legale di 3.400 euro al mese. Il referendum è passato col voto favorevole del 54.7% di quanti si sono recati alle urne. La norma si applica anche ai lavoratori transfrontalieri, e prevede una differenza di salario per mansione e settore economico, mentre non si applica a quel 40% di lavoratori che già sono tutelati da un contratto collettivo.

Il salario minimo è applicato anche a dipendenti delle agenzie di lavoro interinali, e a quanti praticano il telelavoro. Ne sono esclusi i volontari e i detenuti nelle carceri.

 

Infine: parliamone.

Ho raccolto questi dati concernenti le esperienze nei diversi paesi perchè penso siano utili per definire una proposta su questo terreno che è assai complesso. In sintesi direi che gli effetti dell’ introduzione del salario minimo sono positivi e apprezzati dai lavoratori . L’istituto è contrastato dalle rappresentanze degli imprenditori e , con qualche doverosa volontà di controllo, sostenuto dai sindacati , ad esempio in Spagna ( Lezcan Lopez respinge la preoccupazione che freni l’ aumento dei salari, anzi sostiene che li spinge verso l’ alto )e Germania . In Italia la Cgil non è favorevole. Il salario mnimova stabilito dai contratti nazionali, è la posizione di Landini che propone “una legge che riconosca validità erga omnes ai contratti nazionali e così i minimi di ogni categoria saranno quelli validi per legge”.  Ciò che mi preme è che se ne discuta, non è piccola questione che può essere rimossa. E’ indubbiamente questione complessa; un solo esempio: in Germania la legge è valida anche per prestazioni limitate nel tempo, cioè i cammionisti di ogni paese che attraversano la Germania hanno diritto ad un salario in vigore per i lavoratori tedeschi.

Il Italia il Governo propone questo istituto . L’ attuale proposta di legge del M5s  fa esplicitameten richiamo all’ universalismo, ma il perorso per il varo della legge non sarà breve e già sono state espresse posizioni che prevedono discriminazioni . Anche la Cdu in Germania ha posizioni contrarie alla estensione agli extracomunitari. Eppure questo è l’aspetto più rilevante: eguaglianza o discriminazione?   Si pensi ai salari dei lavoratori extracomunitari pari a pochi euro all’ ora.  Come sarebbe bello poter dire loro: “per legge avete diritto, tutti, a questo livello di salario minimo.” A New York City il sindaco Bill de Blasio vinse le elezioni proponendo il salario orario minimo al livello di 12 dollari . Quasi tutti i commentatori politici, credo giustamente, osservarono che il suo successo era dovuto a questo punto di vista diffuso tra i lavoratori di ogni categoria, sesso, età ecc ecc : “Ecco un politico che si occupa di noi” . Questo mi pare l’argomento più convincente.

Non è solo questione sindacale , che peraltro potrebbero essere parti contraenti , ma di idea di società . Squisitamente politica. Non risolvibile con l’ indifferenza, il silenzio o la critica al M5S , sacrosanta peraltro per l’impronta discriminante e reazionaria rivolta contro gli extracomunitari e contro valori fondanti il movimento operaio e il dettato costituzionale. Libertà e dignita’ sono valori universali, la lotta contro le diseguaglianze si regge sul principio:”nessuno escluso” . I diritti sono garantiti dallo Stato. Per questo va reso esigibile da una legge. Furono ratificati nell’ordinamento giuridico anche lo Statuto dei lavoratori, l’ orario di lavoro settimanale , il sistema pensionistico e tanti altri diritti.

Eguaglianza e solidarietà.

Per le prossime elezioni Europee non dobbiamo lasciare al Presidente Macron il monopolio della proposta del salario minimo. Noi cosa diremo? “siamo contrari, no anzi siamo a favore, no …ecco… non sappiamo , non ne abbiamo ancora parlato” .

Noi (noi chi non so, diciamo noi tanto per dire) dovremmo lanciare una campagna per l’ eguaglianza , una idea si società, una idea di Europa con un punto programmatico : il salario minimo garantito per legge. Obiettivo chiaro, comprensibile, unificante.

Lo stesso salario per ogni lavoratore e lavoratrice che svolga la sua attività in Europa è un obiettivo importante. Autoctoni, extracomunitari, uomini e donne, ovunque lavorino. “Sono un/una lavoratore/trice europeo/a e ho in comune con tutti gli altri il diritto alla libertà e alla dignità, lo dice la legge”. Il datore di lavoro che non la rispettasse sarebbe fuori legge. E’ obiettivo qualificante una vasta mobilitazione di contrasto alle diseguaglianze. Potrebbe avere la forza di un simbolo: l’ identità di una futura cittadinanza europea.

Eguali nei diritti, non più salari di pochi euro all’ora, non più condizioni di disumano sfruttamento, non più lavoratori poveri. Insisto sull’aspetto simbolico perché conquistare tutto questo richiederà tenacia, lotte e tempo. Basti pensare alle differenze di soglia del salario minimo orario tra i diversi paesi europei che hanno ratificato in legge questo istituto, che sono la maggioranza ma non sono neppure tutti. Per essere concreti e non ingannevoli dovremo dire che è un bel percorso segnato dai valori dell’uguaglianza e della solidarietà, ma impervio, con molti avversari.L’obiettivo finale, se mai verrà raggiunto, sara’ il diritto ad un salario minimo europeo garantito per legge , eguale per tutti e tutte in ogni paese.

Senza discriminazioni. L’Europa che vorremmo.

Franco Calamida – CostituzioneBeniComuni

 

 

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