“Un passaggio d’epoca” di Luigi Ferrajoli

Luigi Ferrajoli, 1969-2019.

Dalle lotte sociali contro le disuguaglianze ai conflitti identitari contro le differenze .

 

Un passaggio d’epoca –

Il titolo del nostro incontro – 1969-2019, dall’egualitarismo al populismo – suggerisce una contrapposizione tra due mondi diversi, sotto molti aspetti opposti: l’Italia di 50 anni fa, quella del nostro lungo 68, e l’Italia odierna, della destra e dei populismi al potere.

Due Italia diverse e per molti aspetti opposte: sul piano politico, sul piano sociale, sul piano culturale. Il 1969 fu l’anno delle lotte operaie e sindacali, dell’autunno caldo, come fu subito chiamato, seguito al 1968, l‘anno degli studenti: una stagione che si prolungherà per tutti gli anni Settanta, segnata da una forte politicizzazione sia delle lotte studentesche che delle lotte operaie, accomunate da una potente volontà unitaria di contestazione dell’ordine esistente. Furono gli anni dell’egemonia operaia, come allora si diceva, perché era il punto di vista degli operai e degli sfruttati che veniva teorizzato come il punto di vista in grado di rifondare la politica e la democrazia. Certamente mai come in quegli anni si è inverato il principio costituzionale secondo cui “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Mai come allora il lavoro è stato concretamente avvertito come fondamento della dignità della persona e della democrazia.

Ma il ’68-‘69 e l’intera stagione sessantottesca non sono stati soltanto gli anni delle lotte operaie e studentesche. Sono stati gli anni di una vera esplosione di democrazia, che ha coinvolto l’intera società italiana, grazie alla politicizzazione di tutti i settori della società manifestatasi nell’esercizio di massa delle libertà fondamentali da parte di tutti, all’insegna del valore dell’uguaglianza. La contestazione studentesca e poi la contestazione operaia contagiarono tutti i ruoli e le professioni tecniche, promuovendo al loro interno una riflessione autocritica e quella che allora chiamammo la “contestazioni dei ruoli”. Si prese coscienza del fatto che gran parte di queste professioni – quella di

magistrato come quella di avvocato, l’insegnamento scolastico, l’insegnamento universitario, la ricerca scientifica, la professione medica, quella psichiatrica, le funzioni di polizia, gran parte delle funzioni impiegatizie della Pubblica Amministrazione – non sono professioni solamente tecniche, ma corrispondono sempre a ruoli di potere: il potere giudiziario, il potere docente, il potere medico, il potere burocratico dei pubblici impiegati nei confronti dei cittadini. E allora, se di poteri si tratta, il loro esercizio non è mai puramente tecnico o neutro, ma assume un ruolo diverso, anzi opposto, a seconda che sia informato a criteri autoritari, autoreferenziali, di dominio o di arbitrio, o al contrario alla tutela dei diritti fondamentali delle persone che ne sono i destinatari. Di qui la politicizzazione dei ruoli professionali, la riflessione sul loro rapporto con la società e l’impegno collettivo per la loro rifondazione democratica: per dare ad essi senso e valore e per non restare vittime dei conformismi, dei carrierismi e dei corporativismi.

Da quella politicizzazione nacquero in quegli anni, all’interno delle professioni, movimenti e associazioni diretti alla rifondazione della loro legittimazione e della loro deontologia sulla base del loro ruolo di garanzia dei diritti fondamentali di tutti: innanzitutto Magistratura Democratica, all’interno di un ruolo chiaramente di potere – il potere “terribile” e “odioso”, come lo chiamarono Montesquieu e Condorcet – quale è il potere giudiziario; poi Psichiatria Democratica, di cui ricordo la progettazione nel corso di un convegno svoltosi a Pisa, nel 1971 sulle istituzioni totali – il carcere e i manicomi – cui parteciparono sia magistrati di Magistratura Democratica che psichiatri di sinistra, da Franco Basaglia a Giovanni Jervis; poi Medicina Democratica, promossa da Giulio Maccacaro e da Giulio Mara; e poi, ancora, le molte associazioni di docenti delle scuole medie, impegnate nella rifondazione democratica dell’insegnamento scolastico. Nacque perfino Farnesina Democratica, tra giovani ambasciatori e funzionari del Ministero degli Esteri. E poi Polizia Democratica, animata da Franco Fedeli e impegnatasi per la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia.

Ciò che accomunava tutte queste esperienze e queste lotte – dalle lotte studentesche e operaie alle battaglie civili e politiche per una rifondazione democratica delle istituzioni e dei pubblici poteri – era quella che allora chiamammo la scelta di classe, cioè a favore deisoggetti deboli e sfruttati, i quali sono anche le persone maggiormente lese nei loro diritti fondamentali dall’esercizio tecnico dei ruoli di potere, sedicente neutro ma di fatto ideologicamente subalterno, come allora si diceva, agli interessi delle classi dominanti.

Furono quelle lotte sociali e quelle battaglie civili che produssero quella che è stata laprincipale, forse l’unica stagione del nostro riformismo istituzionale e sociale, cioè unalunga serie di riforme, tutte informate all’uguaglianza – tra studenti e operai, tra operai e impiegati, tra lavoratori del nord e lavoratori del sud – , alla garanzia dei diritti fondamentali e all’attuazione della Costituzione in tutti gli ambiti di vita: lo statuto dei diritti dei lavoratori e il nuovo processo del lavoro, la riforma della scuola e dell’università, la riforma delle pensioni, la riduzione degli orari di lavoro, l’introduzione del divorzio, la depenalizzazione dell’aborto, la riforma sanitaria, la riforma dell’ordinamento penitenziario e le altre riforme garantiste in materia penale e, inoltre, la l’istituzione delle Regioni e l’introduzione del referendum abrogativo.

Quanti di noi hanno vissuto quegli anni ricordano non soltanto quelle lotte e quelle conquiste. Ricordano anche la generosità e la speranza da cui quelle lotte furono animate.

Ricordano l’entusiasmo, la solidarietà, il reciproco affidamento e l’ottimismo che provenivano proprio dal valore dell’uguaglianza, che supponevamo ovvio e da tutti condiviso, e perciò dalla rifondata e rinnovata dignità di tutti che – eravamo sicuri – sarebbe risultata dalla costruzione di un mondo di liberi e di uguali.

 

La svolta reazionaria

 

E invece, negli anni Ottanta e Novanta, si è prodotta la svolta reazionaria, non solo in Italia ma in tutta Europa e nell’intero occidente capitalistico, e il progressivo declino della democrazia, sviluppatosi in Italia negli anni del berlusconismo, fino alla crisi odierna dei populismi al potere.

Quelle lotte sociali, che in Italia avevano mobilitato, nel nostro lungo ‘68, l’intera società e conquistato tutte quelle riforme, avevano minacciato uno spostamento di potere, nelle fabbriche e nel paese, nelle relazioni sociali e nella politica, a favore dei lavoratori e dei ceti più deboli. Di qui la reazione: il sopravvento delle politiche liberiste, rese possibili dalla liberalizzazione e dalla globalizzazione dei mercati. Di qui, in questi ultimi trenta anni, il capovolgimento del rapporto tra politica ed economia, tra sfera pubblica e sfera privata e il primato dei poteri economici privati

sui poteri pubblici: una vera controrivoluzione, in risposta alle lotte sociali degli anni Sessanta e Settanta, che si è realizzata attraverso la lesione del principio di uguaglianza in entrambe le sue dimensioni – l’uguale valore delle differenze personali e la riduzione delle disuguaglianze materiali – e la conseguente trasformazione delle soggettività e dei conflitti sociali.

Si è verificato, al tempo stesso, un ribaltamento delle forme delle soggettività collettive: non più il rispetto e l’inclusione delle differenze e la lotta contro le disuguaglianze, sulla cui base si sono sempre formate le soggettività politiche di tipo progressista, bensì lo sviluppo di soggettività e di conflitti identitari contro le differenze e a sostegno delle disuguaglianze; non più le vecchie soggettività politiche di classe, unificate dall’uguaglianza, dalla solidarietà e dai conflitti sociali contro le disuguaglianze, bensì la ricomposizione regressiva di nuove soggettività, cementate dalla difesa delle loro identità, dall’intolleranza per le identità altrui e dai conflitti contro le differenze. Si sono insomma prodotti due processi convergenti, l’uno di scomposizione e l’altro di ricomposizione sociale: la disgregazione, ad opera delle politiche liberiste di precarizzazione del lavoro e di moltiplicazione delle disuguaglianze, delle tradizionali soggettività di classe basate sull’uguaglianza e la solidarietà, e la riaggregazione in chiave reazionaria, ad opera delle politiche populiste, di nuove soggettività basate sull’intolleranza per i differenti alimentata dalle campagne sulla sicurezza e dai sentimenti di paura e di rancore da esse generati contro capri espiatori: gli italiani contro i migranti,gli integrati contro i soggetti emarginati, i garantiti contro i non garantiti e viceversa.

Si è trattato di due azioni congiunte e complementari messe in atto dalle due destre – le destre razziste e le destre liberiste – che hanno prodotto un ribaltamento della direzione

della vecchia lotta di classe: non più gli operai contro i padroni e i poveri contro i ricchi in nome dell’uguaglianza e contro le disuguaglianze, ma i poveri contro i poverissimi, i deboli contro i debolissimi e soprattutto i cittadini contro i migranti, in nome dell’affermazione delle proprie identità superiori contro le differenze, espulse o emarginate come inferiori. Non più il conflitto tra le classi, ma la divisione, la competizione e la concorrenza tra lavoratori messi gli uni contro gli altri. Si è così rivelato il nesso tra la crisi delle garanzie del lavoro e la perdita delle basi sociali della sinistra, tra il crollo dell’uguaglianza tra i lavoratori e il declino della rappresentanza politica.

Simultaneamente, e non a caso, è cambiata la psicologia di massa. Se i movimenti della stagione sessantottesca e, di riflesso, gran parte della società italiana si caratterizzarono per

la speranza, la generosità, l’ottimismo e l’altruismo, l’Italia odierna è un’Italia depressa, dominata dalle passioni tristi dell’odio, della rabbia, della paura, della diffidenza e dei rancori di tutti nei confronti di tutti.

Questo mutamento di struttura della società, in Italia come in gran parte delle democrazie occidentali, è stato dunque il prodotto di due fattori, che ora conviene analizzare, consistenti

in due aggressioni all’uguaglianza mosse dalle due destre, quella liberista e quella razzista, di fatto alleate in questa operazione congiunta di disgregazione e di riaggregazione dei soggetti sociali.

 

Le politiche contro il lavoro

 

La prima aggressione è stata rivolta ai livelli minimi di uguaglianza sostanziale, cioè ai diritti sociali e soprattutto ai diritti dei lavoratori. Si è prodotta, in questi ultimi decenni, un’enorme svalutazione del lavoro, manifestatasi da un lato in un gigantesco spostamento del reddito nazionale, senza precedenti nella storia, dal lavoro al capitale – in Italia 15 punti di Pil pari a ben 240 miliardi di euro l’anno – e, dall’altro, nella precarizzazione dei rapporti di lavoro, nella loro arbitraria differenziazione, nella distruzione, in breve, dell’uguaglianza nei diritti e con essa della solidarietà di classe su cui si basavano la soggettività politica dei lavoratori e la forza delle lotte sociali.

E’ facile capire come questo mutamento della struttura sociale abbia inciso profondamente sulle basi della democrazia. Le politiche antisociali di questi anni e, soprattutto, quelle che hanno demolito il diritto del lavoro generalizzando il precariato e introducendo la disuguaglianza e la competizione tra lavoratori hanno alterato e distrutto le basi sociali del pluralismo politico e, in particolare, della sinistra. Si è trattato di una lunga serie di provvedimenti contro il lavoro: il taglio della scala mobile con il decreto-legge del 14 febbraio del governo Craxi e poi la sua soppressione nel 1992 da parte del governo Amato, il “pacchetto Treu” del 1997, la legge Biagi n. 30 del 2003, la legge n. 183 del 2010, la legge Fornero del 2012 e infine il Jobs Act del 2014 e del 2015, che con l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori ha soppresso, tra l’altro in contrasto con il “diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato” previsto dall’art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, il divieto di licenziamento senza giusta causa, cioè l’ultima garanzia della stabilità che ancora sussisteva nel tradizionale rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Ne è risultata menomata la dignità del lavoro, trasformato, da fondamento della Repubblica, in una merce dotata non già di valore intrinseco ma di valore monetario. C’è un passo bellissimo di Kant che esprime in maniera icastica questa mutazione: ciò che ha dignità, scrive Kant, non ha prezzo e ciò che ha prezzo non ha dignità: nel momento in cui si dà un prezzo all’ingiusto licenziamento, cioè alla persona di cui il datore di lavoro intende sbarazzarsi come se fosse una macchina invecchiata, si toglie dignità al lavoro e alla persona del lavoratore trasformandoli in merci.

Si è dunque prodotta una trasformazione radicale della natura del lavoro: l’abbandono del vecchio modello del rapporto di lavoro a tempo indeterminato in favore di una molteplicità di rapporti di lavoro – atipici, flessibili, intermittenti, saltuari, occasionali, a termine, a tempo parziale, in affitto, a progetto, di passaggio e perciò privi di garanzie; l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, attraverso il capovolgimento della gerarchia delle fonti contrattuali, cioè la subordinazione della contrattazione collettiva nazionale alla contrattazione aziendale, e di questa alla contrattazione individuale che lascia il lavoratore solo davanti al datore di lavoro; la soppressione, di fatto, della garanzia giurisdizionale dei diritti dei lavoratori attraverso la possibile introduzione, nei contratti di lavoro, della cosiddetta “clausola compromissoria”, cioè della rinuncia all’esercizio del diritto di agire in giudizio previsto dall’articolo 24 della Costituzione e dell’accettazione, in suo luogo,

del ricorso a una giustizia arbitrale ovviamente designata nei contratti dai datori di lavoro;

l’abbassamento generalizzato, in nome della competitività, di tutte le garanzie dei diritti dei lavoratori e dei salari reali, benché questi incidano sempre meno sui costi della produzione; la neutralizzazione del conflitto sociale e la rottura dell’unità dei lavoratori, divisi, umiliati e messi in competizione tra loro dalla pluralità dei contratti di lavoro e dalla rinuncia ai loro diritti sotto il ricatto dei licenziamenti.

Si capisce come espressioni come “movimento operaio” e “classe operaia”, “coscienza di classe” e “solidarietà di classe”, che per oltre un secolo sono state centrali nel lessico

della sinistra, sono perciò diventate impronunciabili e sono andate fuori uso. Esse suppongono infatti l’uguaglianza dei lavoratori nelle condizioni di vita e nella titolarità dei diritti e la stabilità dei rapporti di lavoro e delle relazioni tra lavoratori. Oggi, a causa dei rapporti precari e mutevoli, perfino nelle grandi fabbriche i lavoratori neppure si conoscono tra loro. Sono perciò venute meno, con la precarietà e la moltiplicazione dei tipi di rapporto di lavoro, l’uguaglianza nei diritti, l’unità e la solidarietà tra i lavoratori i quali, anziché solidarizzare in lotte comuni, sono costretti a entrare in competizione tra loro. E con la soggettività sociale e l’unità dei lavoratori sono venute meno anche la loro centralità e il loro protagonismo politico: dalla cosiddetta egemonia operaia degli anni Settanta si è passati al silenzio e all’irrilevanza dei lavoratori nel dibattito pubblico e alla loro scomparsa dall’orizzonte della politica.

 

Le politiche contro i migranti

 

La seconda aggressione è stata diretta all’uguaglianza formale, ed ha provocato anch’essa un mutamento nella struttura della società e delle soggettività collettive. Essa è consistita nelle politiche contro i migranti, che con l’attuale governo hanno assunto un carattere apertamente persecutorio e razzista.

Certamente questo governo e in particolare il ministro dell’interno Salvini non hanno affatto inaugurato, ma solo proseguito le politiche e le pratiche contro gli immigrati del precedente ministro Minniti e quelle degli altri governi europei. Ci sono però quattro gravissime differenze qualitative nell’operato di questo governo rispetto a quello dei governi passati, tutte connesse all’approccio populistico e propagandistico alla questione dell’immigrazione.

 

Una politica criminogena

 

La prima differenza è il carattere criminogeno assunto oggi in Italia dalle leggi e dalle politiche governative in tema di sicurezza. Mi limito a ricordare due misure il cui effetto sarà quello di accrescere la devianza, la marginalità sociale e l’insicurezza.

La prima è il decreto cosiddetto “sicurezza” voluto dal ministro Salvini, che oltre alle solite misure punitive ha ridotto tutte le forme di integrazione e soppresso di fatto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ne sta seguendo l’espulsione, dal sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e dai centri di accoglienza straordinaria (Cas), di molte decine di migliaia di migranti, gettati sulla strada come irregolari e destinati ad alimentare l’emarginazione sociale e la delinquenza a beneficio ulteriore della politica della paura. Si tratta di una misura disumana e crudele, stupidamente persecutoria, con la quale migliaia di persone perfettamente integrate nella società italiana vengono strappate dal loro mondo e trasformate in persone illegali e virtualmente devianti: giacché sempre le persone escluse dalla società civile sono esposte e talora disposte ad essere incluse nelle società incivili o illegali o, peggio, nelle organizzazioni criminali.

La seconda misura è la proposta di legge sull’estensione dei presupposti della legittima difesa. Nel testo approvato al Senato viene di fatto soppresso il requisito della proporzionalità tra difesa e offesa, semplicemente con l’aggiunta che tale requisito ricorre“sempre”, senza possibile valutazione da parte del giudice e quindi anche nel caso di chi in casa propria spari per difendere i propri beni.

Ne risulterà l’aumento degli omicidi mediante la ragion fattasi. Basti pensare al numero attuale degli omicidi in Italia, dove nessuno va in giro armato, e al loro numero in America, dove tutti possono comprare armi: 397 omicidi nel 2017 in Italia, 66.000 in Brasile, circa 30.000 negli Stati Uniti e in Messico dove tutti si armano per paura. Non è azzardato prevedere che l’uso delle armi promosso da Salvini porterà anche da noi il numero degli omicidi, dei suicidi e degli infortuni ai livelli americani.

 

Una politica criminale

 

La seconda differenza con le politiche del passato è ancor più inquietante. Consiste nel fatto che il consenso popolare viene perseguito e ottenuto, dagli odierni populismi, non soltanto nei confronti di misure punitive, ma anche nei confronti di politiche e di pratiche apertamente criminali. Le misure contro l’ingresso dei migranti in Italia adottate da questo governo su iniziativa del ministro Salvini – la chiusura dei porti, il trattenimento in ostaggio dei migranti a bordo delle navi, la preordinata omissione di soccorso – costituiscono dei veri e propri reati. Qui il populismo penale consiste nella ricerca del consenso non già facendo leva sulla paura per la criminalità di strada e inasprendo le pene, bensì ostentando politiche esse stesse illecite, consistenti in violazioni massicce dei diritti umani. Si pensi alla chiusura dei porti e allo spettacolo penoso dapprima dell’Aquarius e della Diciotti e poi della Sea-Watch costrette a vagare in mare o impedite all’approdo con i loro carichi sofferenti di centinaia di persone, in tal modo private della libertà. Il ministro Salvini ha non solo commesso, ma ha anche rivendicato il reato di sequestro di persona contestatogli dalla Procura di Agrigento e per il quale è stata chiesta l’autorizzazione a procedere. Con la cosiddetta “chiusura dei porti” – misura informale equivalente di fatto a un provvedimento discriminatorio, perché adottato unicamente nei confronti delle navi recanti a bordo migranti – sono state inoltre violate una lunga serie di norme: l’articolo 593, 2° comma del codice penale sull’omissione di soccorso; la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio marittimi (SAR) del 27 aprile 1979, entrata in vigore in Italia il 22 giugno 1985, che al punto 3.1.9 impone di operare i salvataggi “nel modo più efficace possibile” portando i naufraghi in un “porto sicuro”, cioè nel porto più vicino; il Testo Unico sull’immigrazione del 25 luglio 1998 aggiornato con la legge n.3 dell’11 gennaio 2018, il cui articolo 19, comma 1.bis vieta il respingimento di minori stranieri non accompagnati (lett. a) e delle donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi al parto (lett. d) e il cui articolo 10, comma 4° vieta i respingimenti di quanti intendono chiedere asilo; il principio elementare del diritto del mare, oltre che delle tradizioni marinare di tutti i paesi civili, che chi rischia la vita in mare deve essere comunque salvato. Infine sono state violate la Convenzione europea dei diritti umani e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e il diritto d’asilo, il cui esercizio è stato impedito ai loro titolari dalla chiusura dei porti, equivalente di fatto alla generalizzazione della pratica illecita dei respingimenti collettivi.

Ebbene, questo cumulo di illegalità, ostentatamente disumano, sta provocando una catastrofe della quale gli attuali governi dell’Italia e dell’Europa dovranno un giorno vergognarsi e saranno, dalla storia, chiamati a rispondere. Negli anni 2014-2016, grazie all’operazione Mare nostrum, centinaia di migliaia di persone furono salvate dalle navi della Marina militare italiana e della Guardia costiera, dalle navi delle Ong, le quali da sole hanno salvato ben 46.796 persone nel solo 2016, e dai mercantili di passaggio. Ma ora, a causa della preordinata omissione di soccorso decisa dal governo con la chiusura dei porti, la strage continua in dimensioni ben maggiori. Poiché la Marina militare italiana viene tenuta a distanza, le navi delle Ong sono state allontanate e i mercantili di passaggio girano al largo per non perdere giorni di viaggio a causa dell’impossibilità di trasferire a terra o sualtre imbarcazioni i migranti salvati, altre migliaia di naufraghi restano senza soccorsi e muoiono affogati, ovviamente lontano dai nostri occhi e dalle nostre coscienze.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), nel 2018 ben 2.275 persone sono affogate nel Mediterraneo, e il tasso di mortalità, lungo la rotta Libia-Europa, che nel 2017 è stato di un decesso ogni 38 arrivi, è stato nel 2018 di un decesso ogni 14 arrivi. Inoltre l’85% dei migranti tratti in salvo nell’area di mare libica sono stati consegnati alla Libia dove sono stati incarcerati in condizioni spaventose. A causa dell’omissione di soccorso, lo scorso 18 gennaio sono affogati ben 117 migranti dei 120 naufraghi al largo della Libia, tra cui 10 donne e due bambini, uno dei quali di 10 mesi: si è trattato di una strage, di cui questo governo porta la responsabilità dato che non solo non si è direttamente attivato, ma con la chiusura dei porti e l’allontanamento delle navi della nostra Marina e delle navi delle Ong ha di fatto impedito che altri prestassero soccorso a questi disperati. Non solo. All’inerzia e alla strage si è aggiunta l’incredibile aggressione del ministro Salvini alle Ong, alle quali proprio lui aveva impedito i salvataggi: “Tornano in mare davanti alla Libia le navi delle Ong, gli scafisti tornano a fare affari e a uccidere e il cattivo sono io?”. “La pacchia è finita… La mangiatoia è finita… Basta con il cinismo delle Ong”.

Sono queste gigantesche omissioni di soccorso e, soprattutto, la loro aperta rivendicazione e ostentazione accompagnate da simili mistificazioni i tratti principali per i quali questo governo cosiddetto “del cambiamento” passerà tristemente alla storia e che valgono ad oscurare, per la loro drammatica immoralità e illegittimità, tutte le altre politiche governative. Non si tratta soltanto di politiche che alimentano il veleno razzista dell’intolleranza e del disprezzo per i diversi. Perseguire il consenso dell’elettorato tramite l’esibizione dell’illegalità equivale a deprimere la moralità corrente e ad alterare, nel senso comune, le basi del nostro stato di diritto: non più la soggezione alla legge e alla Costituzione, ma il consenso elettorale quale fonte di legittimazione di qualunque arbitrio, poco importa se immorale e delittuoso.

 

L’ostentazione della disumanità e la corruzione del senso morale

Vengo così alla terza differenza delle politiche di questo governo contro i migranti rispetto a quelle messe in atto dai Minniti e dai Macron e che semmai assimila Salvini al presidente americano

Trump. Essa consiste nel fatto che le violazioni dei diritti umani, mentre erano occultate da Minniti, vengono ora sbandierate come fonte di consenso. Di qui il veleno distruttivo immesso nella società italiana. Il ministro Salvini non si limita a interpretare la xenofobia, ma la alimenta e la amplifica, producendo due effetti distruttivi sui presupposti della democrazia.

Il primo effetto è l’abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come “prima gli italiani” o “la pacchia è finita” a sostegno dell’omissione di soccorso sono praticate, esibite e ostentate dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano. Non capiremmo, altrimenti, il consenso di massa di cui godettero il nazismo e il fascismo. Queste politiche crudeli stanno avvelenando e incattivendo la società, in Italia e in Europa. Stanno seminando la paura e l’odio per i diversi. Stanno logorando i legami sociali. Stanno screditando, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica elementare del soccorso di chi è in pericolo di vita. Stanno svalutando i normali sentimenti di umanità e solidarietà che formano il presupposto elementare della democrazia.

Stanno, in breve, ricostruendo le basi ideologiche del razzismo; il quale, come scrisse lucidamente Michel Foucault, non è la causa ma l’effetto delle oppressioni e delle violazioni istituzionali dei diritti umani: la “condizione”, egli scrisse, che consente l’“accettabilità della messa a morte” di una parte dell’umanità. In tanto, infatti, possiamo accettare che decine di migliaia di disperati vengano respinti ogni anno alle nostre frontiere, che vengano internati senza altra colpa che la loro fame e la loro disperazione, che affoghino nel tentativo di approdare nei nostri paradisi democratici, in quanto questa accettazione sia sorretta dal razzismo. Non a caso il razzismo è un fenomeno moderno, sviluppatosi dopo la conquista del “nuovo” mondo, allorquando i rapporti con gli “altri” furono instaurati come rapporti di dominio e occorreva perciò giustificarli disumanizzando le vittime perché diversi e inferiori. Che è lo stesso riflesso circolare che in passato ha generato l’immagine sessista della donna e quella classista del proletario come inferiori, perché solo così se ne poteva giustificare l’oppressione, lo sfruttamento e la mancanza di diritti. Ricchezza, dominio e privilegio non si accontentano di prevaricare. Pretendono anche una qualche legittimazione sostanziale.

 

Il mutamento delle soggettività collettive. Dalle soggettività politiche basate sull’uguaglianza alle soggettività identitarie contro le differenze –

C’è poi un altro effetto, non meno grave, e una quarta differenza di queste politiche ostentatamente disumane rispetto al passato. Consiste nel mutamento da esse prodotto delle soggettività politiche e sociali: non più le soggettività basate sull’uguaglianza e su lotte comuni per comuni diritti, ma nuove soggettività politiche di tipo identitario – italiani contro migranti, prima gli italiani come in Usa prima gli americani, noi contro gli stranieri, le identità nazionali l’una contro l’altra – basate sull’identificazione delle identità diverse come nemiche e sul capovolgimento delle lotte sociali: non più di chi sta in basso contro chi sta in alto, ma di chi sta in basso contro chi sta ancora più in basso, dei poveri contro i poverissimi e soprattutto dei cittadini contro i migranti, trasformati in nemici contro cui scaricare la rabbia e la disperazione generate dalla crescita delle disuguaglianze e della povertà.

Le politiche contro i migranti si coniugano così con le politiche antisociali che in questi anni hanno accresciuto la disoccupazione e il precariato nei rapporti di lavoro, provocando, simultaneamente alla disgregazione delle vecchie forme di soggettività politica collettiva basate sull’uguaglianza nei diritti e sulla solidarietà tra uguali e la scomposizione individualistica del movimento operaio, la ricomposizione di nuove soggettività collettive di tipo identitario cementate dalla logica dell’amico/nemico.

 

Tre anticorpi culturali all’attuale deriva della democrazia

 

Domandiamoci a questo punto: cosa si può fare contro una simile deriva? Io penso che occorra, in primo luogo, introdurre nel dibattito pubblico efficaci anti-corpi democratici. In secondo luogo occorre trarre alcuni insegnamenti dall’esperienza del nostro lungo Sessantotto.

Il primo antidoto o anticorpo contro la corruzione del senso comune e del senso morale, prodotta dall’ostentazione governativa dell’immoralità e della disumanità a sostegno delle politiche anti-migranti, consiste nel chiamare le cose con il loro nome: si tratta di violazioni massicce dei diritti umani costituzionalmente stabiliti e, in molti casi, di crimini veri e propri. E’ stata questa l’importanza civile, ancor prima che giuridica, delle denunce e delle iniziative giudiziarie contro le politiche governative. Esse servono a creare la percezione sociale della loro illegalità, oltre che della loro immoralità, in grado di arginare la loro accettazione acritica o peggio il loro aperto sostegno. Non è facile, giacché oggi l’opinione pubblica è portata a indignarsi assai più per un fatto di corruzione che per una strage di 117 migranti. Ma questa è una ragione di più della necessità di questa battaglia. L’azione penale promossa dalla Procura di Agrigento contro il ministro Salvini e poi la richiesta al Parlamento da parte del Tribunale di Catania dell’autorizzazione a procedere avevano creato la sensazione che viviamo ancora in uno stato di diritto. Questasensazione è stata smentita dalla negazione dell’autorizzazione, oltre tutto votata da quanti, fino a ieri, hanno gridato “onestà” e “legalità” e si proponevano come argine e deterrente,

in Italia, nei confronti dei fascismi e dei razzismi montanti in altri paesi: una negazione che equivale, di fatto, alla negazione dello stato costituzionale di diritto. Quel voto parlamentare, infatti, non è stato motivato dalla supposta esistenza di un qualche fumus persecutionis o comunque, come nel famoso voto sul fatto che Berlusconi supponeva che la minorenne Ruby fosse la nipote di Mubarak, dalla tesi dell’inesistenza del reato contestato. Esattamente al contrario, esso si è basato sull’aperta rivendicazione del reato da parte dell’intero governo in nome di un preminente interesse pubblico. E qui dobbiamo purtroppo riconoscere che l’art.9 della legge costituzionale n.1 del 16.1.1989 – prevedendola negazione parlamentare dell’autorizzazione a procedere sulla base della “valutazione insindacabile” della maggioranza, del cui sostegno i ministri godono per definizione, “che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblici” – ha introdotto una mina nel nostro sistema costituzionale.

Questa mina è esplosa con la votazione della negazione a procedere.

Ma la legittimità formale di quella votazione nulla toglie alla sua gravità politica. Con quel voto è stato deliberato che è nell’interesse dello Stato la violazione dei diritti umani e dei doveri di solidarietà stabiliti dalla nostra Costituzione: è stata affermata, in breve, l’insindacabilità della politica e del potere politico come potere assoluto ed è stato perciò negato il paradigma dello Stato costituzionale di diritto, cioè il sistema di limiti e vincoli nei quali risiedono la Costituzione e il costituzionalismo.

Il secondo anticorpo che occorre diffondere contro l’immoralità e l’illegittimità di queste politiche è la vergogna. Di quanto sta accadendo dovranno, un giorno, vergognarsi non soltanto gli attuali governanti, ma anche quanti li hanno votati e li sostengono con il loro consenso. Costoro non potranno dire: non sapevamo. Nell’età dell’informazione sappiamo tutto. Siamo a conoscenza delle migliaia di morti provocati dalle nostre politiche. Sappiamo perfettamente che in Libia i migranti vengono torturati, stuprati, schiavizzati, uccisi. Conosciamo esattamente le forme di sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù cui sono sottoposti, in Italia, molti migranti nei lavori agricoli. Per questo difendere i diritti dei migranti significa anzitutto difendere noi stessi; affermare la dignità dei migranti come persone equivale ad affermare e a difendere la nostra dignità; rifiutare le parole d’ordine “prima gli italiani” o “la pacchia è finita” equivale a rifiutare il razzismo e la svalutazione dei differenti che stanno dietro queste parole; lottare contro il veleno razzista che sta diffondendosi nella società equivale a difendere l’identità democratica del nostro paese. Per questo a leggi razziste come il decreto cosiddetto “sicurezza” – in realtà fonte di insicurezza – occorre opporre la disobbedienza civile: perché la disobbedienza civile alle odierne leggi razziali equivale all’obbedienza civile non soltanto alla coscienza morale ma anche ai principi della nostra Costituzione e del diritto internazionale, primo tiratutti il diritto di emigrare.

Il terzo anticorpo riguarda appunto il diritto di emigrare. Consiste nell’enorme contraddizione che occorre mostrare tra le attuali politiche e tutti i valori costituzionali, e perciò la scelta radicale imposta dalla questione migranti alla coscienza civile di tutti: se i diritti umani e la dignità delle persone, da tutti proclamati, vadano o meno presi sul serio. Dei diritti umani, infatti, fa parte anche il diritto di emigrare, che è il più antico dei diritti fondamentali – essendo stato formulato fin dal secolo XVI a sostegno della conquista del “nuovo mondo”, quando erano gli europei ad emigrare per colonizzare e depredare il resto del pianeta – ed è tuttora vigente nella nostra Costituzione, che lo prevede nell’articolo 35, 2° comma, e nel diritto internazionale, che lo stabilisce negli articoli 13, 2° comma e 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani e nell’articolo 12, 2° comma del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Ebbene, prendere sul serio queste carte vuol dire garantire anche questo diritto, e quindi assicurare la libertà di circolazione delle persone al pari della libertà di circolazione delle merci.

Vuol dire, in breve, avere il coraggio di proporre l’abbattimento delle frontiere. Non si tratta di un’ipotesi utopistica o estremistica, politicamente improponibile pur se giuridicamente indiscutibile. Come ha mostrato Thomas Pogge in un libro di dieci anni fa su La povertà e i diritti umani, “la povertà nel mondo è molto più grande, ma anche molto più piccola di quanto pensiamo… La sua eliminazione richiederebbe poco più dell’1% del prodotto globale”: l’1,13% del Pil mondiale, circa 500 miliardi di dollari l’anno, meno del bilancio annuale della difesa dei soli Stati Uniti. Una politica razionale e antirazzista dovrebbe perciò muovere, realisticamente, dalla consapevolezza che i flussi migratori sono fenomeni strutturali e irreversibili, frutto della globalizzazione selvaggia promossa dall’attuale capitalismo, che né le leggi, né i muri, né le polizie di frontiera saranno mai in grado di fermare ma solo di drammatizzare e clandestinizzare. Dovrebbe avere il coraggio di assumere il fenomeno migratorio come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro,destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionare i rapporti tra gli uomini e a rifondare l’ordinamento internazionale. Dovrebbe vedere nel popolo meticcio ed oppresso dei migranti, con le sue infinite differenze culturali, religiose e linguistiche, il popolo costituente dell’umanità futura quale unico popolo globale, inevitabilmente meticcio perché formato dall’incontro e dalla contaminazione di più nazionalità e di più culture, senza più differenze privilegiate né differenze discriminate, senza più cittadini né stranieri perché tutti accomunati dalla condivisione, finalmente, di un unico status, quello di persona umana, e dal pacifico riconoscimento dell’uguale dignità di tutte le differenze.

Il diritto di emigrare equivarrebbe, in questa prospettiva, al potere costituente di questo nuovo ordine globale: giacché l’Occidente non affronterà mai seriamente i problemi drammatici che sono all’origine delle migrazioni – le disuguaglianze, la miseria, la fame, la mancanza di acqua potabile e di farmaci salva-vita, le guerre e le devastazioni ambientali provocate in gran parte dalle sue stesse politiche – se non li sentirà come propri. E non li sentirà mai come propri se non si sentirà minacciato direttamente dal diritto di emigrare, cioè dalla pressione demografica che proviene da quei paesi e non dovrà fronteggiare, dopo aver occupato prima con le sue conquiste e le sue rapine e poi con le sue promesse il mondo intero, la fuga dai loro mondi devastati delle popolazioni disperate che oggi premono alle sue frontiere. I diritti fondamentali, come l’esperienza insegna, non cadono mai dall’alto, ma si affermano solo allorquando la pressione di chi ne è escluso alle porte di chi ne è incluso diventa irresistibile.

 

Gli insegnamenti del Sessantotto.

 

Per una rifondazione della politica – Contro questa involuzione, la riflessione teorica sulla stagione sessantottesca può ancora suggerirci talune indicazioni strategiche. Indicherò quattro insegnamenti che essa può suggerire e che, tra l’altro, sono tutte ancorate al progetto normativo disegnato dalla nostra Costituzione.

 

Una politica dell’uguaglianza

 

La prima indicazione è una politica radicale dell’uguaglianza. E’ chiaro che solo una politica dell’uguaglianza può oggi realizzare una rifondazione democratica della politica, sia dall’alto che dal basso. Dall’alto come programma riformatore, in attuazione delle promesse costituzionali, attraverso l’introduzione, a garanzia sia dei diritti di libertà che dei diritti sociali, di limiti e vincoli

non solo ai poteri pubblici dello Stato ma anche ai poteri privati del mercato, nonché di un sistema fiscale globale realmente progressivo e tendenzialmente unificato. Dal basso come

motore della mobilitazione e della partecipazione politica, essendo l’uguaglianza nei diritti fondamentali, individuali e al tempo stesso universali, un fattore di ricomposizione unitariae solidale dei processi di disgregazione sociale prodotti in questi anni dal dominio incontrastato dei mercati. Sotto entrambi gli aspetti, il principio di uguaglianza si configura non solo come un valore politico fine a se stesso e come la principale fonte di legittimazione democratica delle istituzioni pubbliche, ma anche come un principio di ragione, in grado di informare una serie di politiche alternative alle irrazionali politiche attuali e di far fronte alle sfide globali dalle quali dipende il nostro futuro. Una simile politica richiede tre processi: in primo luogo la riduzione delle disuguaglianze per il tramite della restaurazione delle garanzie dei diritti sociali e del lavoro e la costruzione di una sfera pubblica all’altezza dei poteri economici e finanziari globali; in secondo luogo la tutela delle differenze e la garanzia della loro “pari dignità sociale”, secondo le paroledell’art. 3, 1^ comma della Costituzione; in terzo luogo la garanzia dei beni comuni quali beni accessibili a tutti, come l’acqua potabile, l’aria, l’alimentazione di base, i farmaci salva-vita.

 

La rifondazione della dignità del lavoro

 

La seconda indicazione strategica suggerita dall’esperienza sessantottesca consiste nella restaurazione dell’uguaglianza dei lavoratori e delle garanzie dei loro diritti nei confronti dei datori di lavoro. E’ precisamente la dignità del lavoro quale fondamento della Repubblica, anziché merce, che la Costituzione imponevi ristabilire. Il modello di lavoro disegnato dalla Costituzione è il prodotto di una lenta e progressiva metamorfosi. Originariamente il rapporto di lavoro si è modellato, con l’ausilio dei tradizionali schemi civilistici di origine romanistica, sul paradigma

contrattuale dell’autonomia privata e dello scambio tra lavoro e salario: uno scambio la cui forma tra uguali occulta l’asimmetria tra i contraenti, cioè l’assoluto potere sul lavoratore

del datore di lavoro. La storia del diritto del lavoro è la storia di una progressiva limitazione di questo potere attraverso la conquista di diritti fondamentali dei lavoratori nei luoghi di lavoro: i diritti civili all’equa retribuzione, alle ferie, al riposo settimanale, all’indennità di fine rapporto e, quale diritto ad avere diritti, il diritto a non essere licenziato senza giusta causa; i diritti politici, come il diritto di sciopero, alla libera organizzazione sindacale e alla contrattazione collettiva; i diritti di libertà, come l’immunità da discriminazioni politiche o sindacali e le libertà fondamentali nei luoghi di lavori; i diritti sociali, come i diritti all’assistenza sanitaria e alla prevenzione di infortuni o malattie.

La stipulazione costituzionale di questi diritti ha completato, sul piano normativo, il mutamento di paradigma del rapporto di lavoro. Secondo il suo modello costituzionale, il lavoro non è più una merce né può essere trattato come una cosa scambiabile e fungibile sul mercato, essendo al contrario una dimensione e una manifestazione della persona al pari del pensiero e della parola. I diritti fondamentali, che la vecchia tradizione teorica del costituzionalismo aveva riservato ai soli rapporti tra cittadini e pubblici poteri, sono stati infatti estesi, dal nuovo modello costituzionale, ai rapporti dei lavoratori con i loro datori di lavoro, riconosciuti anch’essi, in contrasto con la concezione liberale, come titolari non di semplici libertà economiche ma di poteri e di doveri.

Sono questi diritti che la rifondazione costituzionale del lavoro impone di restaurare e garantire, in forza della sua stipulazione nel primo articolo della Costituzione come fondamento della Repubblica e della sua “tutela in tutte le sue forme e applicazioni” imposta dall’articolo 35: in primo luogo il diritto al lavoro stabilito dall’articolo 4, che pur non potendo consistere nell’aspettativa positiva di ottenere un posto di lavoro è sicuramente un’aspettativa negativa nei confronti dei datori di lavoro, cioè un’immunità da licenziamenti ingiustificati; in secondo luogo il diritto alla stabilità del lavoro quale rapporto a tempo indeterminato quanto meno nelle forme previste dalla legge n. 230 del 1962; in terzo luogo il salario minimo, cioè il “diritto”, stabilito dall’art. 36, “a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”; in quarto luogo i diritti alla durata massima dell’orario di lavoro, al riposo settimanale e alle ferie e il diritto, stabilito dall’art. 38, che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”; infine la libertà di “organizzazione sindacale” e “il diritto di sciopero”. Ebbene, questi diritti vanno rifondati insieme all’uguaglianza: tra lavoratori nel pubblico impiego e lavoratori privati, tra i lavoratori dei vari paesi europei, tra i lavoratori nel mondo.

 

La politicizzazione della società

 

Il terzo insegnamento che ci proviene dall’esperienza sessantottesca è la necessità di una rifondazione della politica attraverso il suo ritorno nella società, cioè la politicizzazione della società e la socializzazione della politica che come si è visto all’inizio sono state il tratto caratteristico del Sessantotto. E’ necessaria a tal fine, in particolare – e ripropongo qui una tesi che sostengo da tempo – una rifondazione dei partiti quali organi della società, luoghi di effettiva formazione della volontà popolare, titolari delle funzioni di indirizzo politico e perciò in grado, grazie alla loro alterità rispetto alle istituzioni pubbliche, di selezionare e orientare i loro rappresentanti istituzionali e di chiamarli a rispondere del loro operato.

E’ forse questa la prospettiva più rilevante che l’esperienza sessantottesca è ancor oggi in grado di suggerirci. Il ‘68 è stato una grande esperienza di politicizzazione della società. Si è caratterizzato come esercizio di massa delle libertà fondamentali. I movimenti di allora hanno rivendicato, promosso e praticato il primato della società sulle istituzioni, delle lotte sociali sulla politica, delle persone in carne ed ossa sugli apparati, dei rappresentati sui rappresentanti. Il declino dei principi costituzionali di uguaglianza e libertà dall’orizzonte della politica è il prodotto della passivizzazione della società, dello sradicamento sociale dei partiti, della loro perdita di rappresentatività e del conseguente successo di tutti i populismi e i qualunquismi. E’ perciò la rifondazione della politica attraverso il radicamento dei partiti nella società e nelle lotte sociali – in autonomia e perfino in virtuale opposizione rispetto alle loro rappresentanze istituzionali – il principale e più prezioso insegnamento che oggi ci proviene dalla stagione sessantottesca.

 

La costituzionalizzazione della globalizzazione

 

Infine il quarto insegnamento consiste in quello che allora chiamavamo internazionalismo e che oggi possiamo tradurre nel progetto di una costituzionalizzazione della globalizzazione, cioè della costruzione di una sfera pubblica sovrastatale – globale o quanto meno europea – quali sistemi di limiti e vincoli ai poteri altrimenti selvaggi della politica e dei mercati, a garanzia dei diritti

fondamentali di tutti e dei beni comuni. Innanzitutto una sfera pubblica europea. L’Unione europea recupererebbe immediatamente prestigio e credibilità se adottasse qualche politica sociale di livello direttamente europeo, per esempio in tema di salute o di reddito di base; se unificasse i codici e il diritto del lavoro garantendo l’uguaglianza nei diritti di tutti i lavoratori europei; se si dotasse di una politica economica e di una fiscalità comune.

Ma ciò che si richiede, a tutela dei diritti fondamentali delle persone e dei beni comuni è anche la costruzione di una sfera pubblica mondiale: di un demanio planetario, di elementari garanzie sovranazionali in materia di lavoro, di una protezione efficace dell’ambiente. Anche questa è un’indicazione razionale e realistica. Il problema dell’ambiente, come ha scritto di recente Stefano Levi Della Torre, è un problema globale, che impone una politica globale. A suo sostegno c’è la formazione di un interesse pubblico globale, ben più generale degli interessi pubblici nazionali dato che accomuna l’intera umanità: l’interesse di tutti alla salvaguardia dell’abitabilità del pianeta.

 

Utopie regressive e realismo dei tempi lunghi

 

Di solito, nel dibattito politico, il superamento delle discriminazioni e delle eccessive disuguaglianze e quello della difesa dei beni comuni vengono screditati come una nobile utopia irrealizzabile. Occorre invece distinguere tra ciò che è improbabile, a causa della mancanza di volontà politica, e ciò che è impossibile: per non legittimare ciò che accade come privo di alternative e per non deresponsabilizzare la politica in ordine al suo operato o alla sua latitanza.

Soprattutto, occorre riconoscere che è l’attuale distruzione progressiva dell’ambiente e l’accettazione passiva delle enormi e crescenti disuguaglianze e discriminazioni, dello sfruttamento del lavoro e delle spaventose condizioni di vita nelle quali vivono e muoiono miliardi di persone che corrisponde a un’utopia regressiva: all’idea che in una società globale sempre più fragile e interdipendente queste tremende disuguaglianze che contraddicono tutti i nostri valori possano continuare a crescere senza diventare esplosive; all’illusione che le masse di immigrati che premono alle nostre frontiere possano essere respinte con le leggi e con i muri; alla pretesa che la governabilità del mondo possa continuare a lungo ad essere affidata a quei sovrani assoluti, invisibili, irresponsabili 1 selvaggi, nei quali si sono trasformati i cosiddetti mercati, senza che si vada incontro a un futuro di catastrofi sociali, di guerre, di violenze e di terrorismi. Nulla è più irrealistico, in breve, dell’idea che la realtà possa rimanere come è, e che la corsa del mondo verso lo sviluppo insostenibile possa a lungo continuare senza concludersi nell’auto-distruzione. Per

questo è un’istanza realistica e una necessità di ragione, oltre che un dovere morale e un obbligo giuridico, che la politica prenda finalmente sul serio il principio di uguaglianza e

le altre promesse costituzionali: colmando, a livello non solo statale ma anche internazionale, quella gigantesca lacuna di garanzie e di istituzioni di garanzia dei diritti fondamentali dalla cui effettività dipende il futuro della pace, della democrazia e della generale sicurezza. Prima che sia troppo tardi.

 

[*] Relazione introduttiva al convegno “1969-2019: dall’egualitarismo al populismo” svoltosi a Milano, nella Casa della cultura, il 16 febbraio 2019.

 

 

 

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