News di Piero Basso 2019 n2.

 

Cosa succede in Venezuela?
Ho visitato il Venezuela una sola volta, esattamente quarant’anni fa. Ricordo che mi colpì moltissimo l’abissale contrasto tra la ricchezza dei quartieri residenziali, spesso difesi da guardie armate, e l’estrema miseria dei quartieri “marginali”. Allora, dell’America latina conoscevo soltanto Cuba, ovviamente molto più egualitaria, ma direi che anche negli anni successivi, nelle mie visite in molti altri paesi del continente, non ho mai incontrato contrasti così estremi. Il chavismo è stato, e forse è ancora, un serio tentativo di migliorare le condizioni di vita delle classi popolari, e per questo merita la nostra attenzione e la nostra solidarietà.
Solidarietà che sta diventando merce rara in Italia: ma ascoltate, per ricredervi e riscaldarvi il cuore, il breve video di voci napoletane, che trovate più avanti dopo le forti parole di Virgilio e di don Milani, segnalatemi da alcuni amici, che ringrazio.
Concludo, come al solito, con la segnalazione di numerosi appuntamenti(ben tre solo domani!). Sarò presente a tutti, e mi farà molto piacere incontrare qualcuno di voi.
Buona lettura e buon fine settimana
Piero Basso

Cosa succede in Venezuela?
Quali che siano le opinioni di ciascuno, anche molto critiche, sugli ultimi anni del governo Maduro (così come sulla stagione bolivariana nel suo complesso), non si può non condannare il tentativo di “cambio di regime” che una parte dell’opposizione venezuelana con il supporto di Stati Uniti, Canada, parte dell’America Latina e buona parte dei paesi europei (con la lodevole eccezione, per ora, dell’Italia) sta portando avanti dal 23 gennaio scorso, mediante il riconoscimento dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidó.
Errori economici ed errori politici, insieme al vero e proprio strangolamento economico che viene imposto da anni al paese (culminato nel blocco dei fondi venezuelani nelle banche americane e inglesi per impedire al governo l’acquisto dei beni di prima necessità (http://bit.ly/2S3FsFH) hanno portato il paese alla difficilissima situazione attuale: iperinflazione, carenza di beni di prima necessità, fuga dal paese di centinaia di migliaia di persone.
Il ritardo nell’avvio di una politica di sviluppo economico, nell’illusione che la rendita petrolifera potesse continuare indefinitamente a finanziare i programmi sociali della rivoluzione “bolivariana”, da una parte, e, dall’altra, la fuga in avanti “rivoluzionaria” a fronte di una crisi egemonica complessiva hanno aperto la porta alla tentazione golpista, mai sopita, della destra venezuelana.
E tuttavia appare evidente che quella in corso è un’operazione ben orchestrata volta a far “saltare il banco” della difficile situazione politica interna pur di far cadere Maduro, mettendo in conto anche il rischio di una spaventosa guerra civile. Questo ci sembra, oggi, il punto essenziale da denunciare, più che testimoniare la simpatia che pur nutriamo verso questo esperimento politico-sociale, o discutere potenzialità e limiti del processo di transizione in corso in Venezuela (ce ne sarà modo altrove, speriamo, e intanto rimandiamo alle interessanti riflessioni di Gennaro Carotenuto: http://bit.ly/2tnhZWi). In questa nota, vorremmo solo mettere in fila alcuni elementi di fatto, di informazione pura e semplice, fattuale e documentata, un piccolo contributo di verità contro l’ondata di falsificazioni da cui siamo sommersi.

* Il presidente Guaidó non è costituzionalmente regolare. Circola molto la tesi che Guaidó sia stato nominato presidente dall’Assemblea nazionale in base alla Costituzione vigente. Ciò è semplicemente falso. La Costituzione del Venezuela in effetti prevede la possibilità della sostituzione del presidente della Repubblica in caso di impedimento e si esprime così (all’art. 233): «Sono cause di impedimento permanente del presidente della Repubblica: la morte, la rinuncia o la destituzione decretata con sentenza dal Tribunale supremo di giustizia e con l’approvazione dell’Assemblea nazionale; l’abbandono dell’incarico, dichiarato come tale dall’Assemblea nazionale, e la revoca popolare del suo mandato». Tutti casi che, evidentemente, non ricorrono nella situazione attuale!
Ma poi, ammessa e non concessa la legittimità di tale atto, è vero che l’Assemblea nazionale ha nominato Guaidó? Niente affatto. Come è stato osservato [http://bit.ly/2SQNiqN], in realtà, Guaidó ha fatto davvero tutto da solo, o meglio consultandosi con Trump e Bolsonaro. Altrimenti si sarebbe dovuto sottoporre a un voto della stessa Assemblea nazionale, convincendo le numerose altre “prime donne” della rissosa opposizione venezuelana.

* Le elezioni presidenziali di Maduro furono irregolari? Si sente dire che le scorse elezioni presidenziali sarebbero state invalide (usando peraltro argomenti piuttosto vaghi). Va detto che, con una sorta di loro coerenza interna, i paesi che ora hanno avallato la figura dell’autoproclamato presidente (Usa e UE in primo luogo), non avevano riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali del maggio 2018 fin da subito, seguendo peraltro il suggerimento dell’opposizione stessa. Ricordiamo come andarono le cose.
A quelle elezioni in effetti molti elettori non trovarono il loro candidato, per la semplice ragione che gran parte delle formazioni dell’opposizione, riunite nella Mesa de la Unidad Democrática (MUD), scelsero di boicottarle, con il curioso argomento che tanto sarebbero state viziate da brogli. Le elezioni ovviamente si tennero lo stesso, peraltro con la partecipazione di altre forze dell’opposizione, e Maduro vinse con il 67,7% dei voti (mentre il principale candidato dell’opposizione che accettò di partecipare, Henri Falcón, ebbe il 21,2%).
È vero, come pure si ripete, che l’affluenza fu bassissima (il 46%), per via appunto del boicottaggio, ma anche forse di uno scoraggiamento di tanto popolo bolivariano; ma quando mai la bassa affluenza è motivo di invalidità? (Cosa dovremmo fare, in Europa, con le nostre sempre più basse affluenze alle urne?)
Quelle elezioni, comunque, furono supervisionate da una commissione internazionale di osservatori capeggiata dall’ex premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, che le reputarono del tutto regolari [qui conferenza stampa di Zapatero: http://bit.ly/2GFmi7b], osservando tra l’altro che si erano svolte nelle medesime condizioni di quelle del 2015, nelle quali aveva prevalso l’opposizione, che allora però non ebbe nulla da ridire. Da segnalare, ancora, che le elezioni in Venezuela si basano su un sistema elettronico, che minimizza i rischi di brogli. Un’altra osservazione, infine: perché nessuno, allora, tra i partiti di opposizione (quelli che parteciparono alle elezioni), pur avendo sollevato subito dubbi sulla regolarità, fece ricorso?

* È un golpe. Parola di Guaidó. Cosa diremmo se in un paese europeo un leader di opposizione dicesse che sta tenendo riunioni segrete con ufficiali dell’esercito e degli apparati di sicurezza per propiziare una svolta politica nel paese? Che questo signore ha tendenze golpiste, probabilmente. Ebbene, queste cose le ha dette, anzi scritte, lo stesso Guaidó sul “New York Times”. Leggiamole: «La transizione avrà bisogno del sostegno da parte dei contingenti principali dell’esercito. Abbiamo avuto incontri segreti con membri dell’esercito e delle forze di sicurezza. Abbiamo offerto l’amnistia a quelli di loro che saranno riconosciuti non colpevoli di crimini contro l’umanità. L’abbandono di Maduro da parte delle forze armate è cruciale per rendere possibile un cambio di governo e la maggioranza di coloro che servono in esse concordano che la situazione attuale è insostenibile» [Juan Guaidó: Venezuelans, Strenght Is in Unity, “New York Times”, Jan. 30, 2019, https://nyti.ms/2E9IPY3]

* Un nome una garanzia. Elliott Abrams. Se poi non bastassero le parole del protagonista di questa vicenda, si guardino i soggetti che stanno agendo, sul fronte statunitense. L’operazione in corso – è stato notato – è una guerra del deep state, o «stato profondo», quella costellazione di esercito, agenzie di intelligence, establishment politico che vuole fortemente che gli Usa restino attivi ovunque per imporre la propria egemonia (o per ostacolare quella dei competitori). Ora se la stanno vedendo con un presidente bizzarro che ha addirittura vinto le elezioni rivendicando un progressivo ritiro dai terreni di intervento militare, per concentrarsi sul rafforzamento dell’economia nazionale (la politica dell’“America First”). Può darsi, però, che lo abbiano convinto che almeno in quello che da sempre gli Usa considerano il “cortile di casa” è bene che gli Usa continuino a fare il gendarme internazionale [cfr. Manlio Dinucci, Venezuela, golpe dello Stato profondo: http://bit.ly/2V27yDv]. È questa la tesi sostenuta dal vicepresidente Mike Pence in un’intervista a “Fox News”. Pence, che di fatto ha preso in mano la situazione fin dall’inizio, arrivando al punto di rivolgersi direttamente al popolo venezuelano («Hola, I’m Mike Pence…») per invitarlo alla sollevazione contro Maduro [lo si può vedere qui: https://reut.rs/2E9ggtU]. Ma guardare i nomi di chi ci sta “mettendo la faccia” è molto istruttivo. Centrale è il ruolo di Marco Rubio, senatore repubblicano di origini cubane con forti legami col mondo degli espatriati cubani di Miami; di John Bolton, consigliere sulle questioni internazionali e grande sostenitore della guerra all’Iran; e infine, un grande ritorno: Elliott Abrams, un nome su cui è bene soffermarsi un momento.
Nominato inviato speciale per il Venezuela dal segretario di Stato Mike Pompeo il 26 gennaio (esattamente in occasione del riconoscimento di Guaidó), Elliott Abrams non è certo un funzionario di primo pelo. Già consigliere e segretario di Stato sotto Reagan negli anni Ottanta, si diede da fare per organizzare le forze controrivoluzionarie in Nicaragua, finendo coinvolto nell’affaire Iran-Contras, dopo il quale si inabissò per un po’ di tempo. Salvo, parecchi anni dopo, rispuntare come uomo di punta di quel circolo di intellettuali bellicisti, i cosiddetti neocons, che suggerirono a George W. Bush tutta la ristrutturazione del Medio Oriente sulla base di una costante “esportazione della democrazia” (strategia che poi, via Hillary Clinton, passò almeno in parte all’Amministrazione Obama). Durante l’amministrazione Bush, Abrams fu tra l’altro nominato responsabile per la “Democrazia, i diritti umani e le operazioni speciali” all’interno del National Security Council, e non cessò di occuparsi della sua antica passione, l’America Latina, se è vero che fu uno degli organizzatori del tentato colpo di stato contro Chavez dell’aprile 2002, secondo quanto riferì l’“Observer” [Ed Vulliamy, Venezuela coup linked to Bush team, “Observer” / “The Guardian”, 21 Apr. 2002, http://bit.ly/2NcsJjz].
Non si sa se la presenza di Abrams alla corte di Trump, insieme a Bolton, sia il segno della infiltrazione dei circoli neocons in una Amministrazione che sembrava loro preclusa; ma di certo la sua nomina a inviato speciale per il Venezuela è una garanzia sul carattere golpista dell’operazione-Guaidó.
[Sul “ritorno” di Abrams si vedano: Jon Schwartz, Elliott Abrams, Trump’s pick to bring “democracy” to Venezuela, has spent his life crushing democracy, “The Intercept”, January 30, 2019, http://bit.ly/2UZRH8u; Julian Borger, US diplomat convicted over Iran-Contra appointed special envoy for Venezuela, “The Guardian”, 26 Jan., 2019, http://bit.ly/2IbmWMb e il commento di Alberto Negri, http://bit.ly/2BAjt3Y].

* Le ragioni sono umanitarie, ovvero: libero mercato e petrolio. Parola del “Wall Street Journal”. A chiarire che dietro le ragioni democratico-umanitarie addotte per propiziare i “cambi di regime” si nascondano interessi bassissimi dal forte profumo di idrocarburi, dovrebbero essere sufficienti le guerre a guida Usa dell’ultimo quarto di secolo. In ogni caso, è sulle pagine del “Wall Street Journal” del 31 gennaio che possiamo trovare le ragioni per le quali si sostiene l’autoproclamato presidente: egli, infatti, ha dichiarato di voler «ricercare aiuto finanziario da organizzazioni multilaterali, ottenere prestiti con accordi bilaterali, ristrutturare il debito e aprire il vasto settore petrolifero venezuelano all’investimento privato». Il piano economico di G. – continua il giornale economico – «include la privatizzazione delle proprietà pubbliche» e la cessazione dei «dispendiosi sussidi statali» assicurati dal governo attuale. Più chiaro di così…
[Ryan Dube and Kejal Vyas, Venezuela Opposition Leader Outlines Plan to Revive Nation, “Wall Street Journal”, Jan. 31, 2019, https://on.wsj.com/2E7YAP9].

Concludiamo con un sorriso, nonostante la gravità della situazione. Nella sua megalomania, giorni fa l’autoproclamato presidente venezuelano aveva dichiarato che non escludeva di «autorizzare l’intervento militare Usa»… Ora gli risponde, via Twitter, il deputato democratico Ro Khanna: «Mr. Guaidó, lei potrà anche autoproclamarsi leader del Venezuela ma non può autorizzare alcun intervento militare statunitense. Solo il Congresso può farlo. E non lo faremo». Ecco, speriamo.
[tm]

Lezioni dimenticate

Virgilio
In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge.
Ma che razza di uomini è questa? Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra?..
Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto.
[Virgilio, Eneide, Libro I 538-543; discorso di Enea a Didone]

Don Milani
Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.
[don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù]

Le lettere dei napoletani ai migranti 
I primi giorni di gennaio, dopo l’appello del sindaco di Napoli che ha chiesto disponibilità a ospitare gli immigrati a bordo della nave SeaWatch3, sono arrivate migliaia di offerte di aiuto.
Fanpage ha voluto raccontare questa storia in un video. Gradevole e toccante.
http://bit.ly/2S1Kfrn

Papa Francesco ad Abu Dhabi
Non è stata solo la prima volta di un pontefice e di una cerimonia religiosa di massa di cristiani (in gran parte immigrati filippini) nella Penisola araba il viaggio di Papa Francesco ad Abu Dhabi dello scorso 3 febbraio. È stato anche un cospicuo passo in direzione del dialogo con l’Islam e dell’ecumenismo religioso, in applicazione degli orientamenti impressi dal Concilio Vaticano II.
Lo spiega il sito web “Chiesa di tutti / Chiesa dei poveri” (bit.ly/2DBlfSF), commentando appunto la visita compiuta negli scorsi giorni dal Papa nella capitale degli Emirati arabi uniti. Se le religioni sono state per troppo tempo piegate alla volontà di specifici gruppi umani per dividere e generare violenza, questo è avvenuto – ha sostenuto Papa Francesco – perché ci si è allontanati dallo spirito vero delle grandi religioni monoteistiche. Che consiste nell’intesa e nel dialogo, pur nella diversità delle singole identità, che non è stata messa in discussione: «il pluralismo e le diversità di religione – si è anzi affermato nel documento congiunto del Papa e dell’imam Ahmad Al-Tayyeb – sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi».

Il documento finale sottoscritto da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, “Le religioni dicono al mondo come può salvarsi”, si trova qui: http://bit.ly/2GG60ed

Massacri e variazioni climatiche
Una nuova ricerca dell’University College di Londra ha stabilito una correlazione fra il massacro delle popolazioni native americane fra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 e la “piccola era glaciale”.
La morte di 56 milioni di persone, il 90% della popolazione totale, uccise in conflitto o per le malattie introdotte dai colonizzatori, ha comportato l’abbandono di vasti tratti di terreni agricoli – un’area che i ricercatori calcolano equivalente alla superficie della Francia – che si sono spontaneamente riforestati, assorbendo così diossido di carbonio e causando di conseguenza un raffreddamento del clima terrestre.
La riduzione di anidride carbonica da 10 a 7 parti per milione di molecole d’aria che si verificò è paragonabile a quanto l’umanità sta attualmente aggiungendo all’atmosfera ogni anno.
Questo studio – dicono i suoi autori – indica la portata di ciò che è richiesto per mitigare i cambiamenti climatici, pena l’affrontare tempeste sempre più gravi, siccità, ondate di calore, inondazioni costiere e insicurezza alimentare.
http://bit.ly/2N2VeQD

Netanhyau espelle gli osservatori dell’ONU da Hebron
Dopo che nel 1994 un colono israeliano assassinò 29 fedeli mentre pregavano alla moschea Ibrahimi di Hebron, il Consiglio di sicurezza dell’ONU con la Risoluzione 904 istituì una presenza internazionale (TIPH) “per garantire la sicurezza e la protezione dei civili palestinesi in tutto il territorio occupato”.
La scorsa settimana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’espulsione del TIPH, accusandolo di essere “una forza internazionale che agisce contro di noi”, mettendo così a rischio la sicurezza degli abitanti palestinesi, esposti al fanatismo degli 800 coloni che abitano superprotetti a Hebron.
La decisione arriva dopo che a fine anno il TIPH aveva pubblicato un rapporto in cui denunciava 40.000 violazioni dei diritti umani in base non solo al diritto internazionale ma anche alla stessa legge israeliana.
Il TIPH – scrivono allarmate la Hebron Freedom Fund e la Youth Against Settlements – fa uno sforzo encomiabile per aiutare i bambini ad andare a scuola e accompagnare le persone al lavoro o al mercato, e dà alla nostra comunità sicurezza. Temiamo che il suo allontanamento porterà a una maggiore violenza dei coloni contro di noi”.
La partenza del TIPH ha indotto anche un’altra forza internazionale, l’EAPPI (programma di accompagnamento ecumenico in Palestina e Israele) a lasciare Hebron, perché non si sentiva più al sicuro dopo avere ricevuto minacce da gruppi di estrema destra.
Gli stati membri dell’UE che hanno contribuito alla formazione di TIPH (compresa l’Italia) hanno espresso “rammarico” per la decisione di Netanyahu, aggiungendo la “speranza” che un governo israeliano rinnoverà il mandato per TIPH. L’unico paese che ha usato la frase “condanna fermamente” è stato la Turchia.

 

 

 

 

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Una risposta

  1. Franco Calamida ha detto:

    Veramente utile e ben documentato l articolo sul Venezuela

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