1969: l’ anno della libertà.

foto4.jpg

Franco Calamida

Sembrano così lontani quegli anni, il 1968/69 e quelli che li hanno preceduti. Furono anni straordinari di lotte, speranze e conquiste. Operai, tecnici e impiegati, studenti, lavoratori- studenti, movimenti femministi, Magistratura democratica e Medicina democratica, Psichiatria democratica , scrittori, artisti e intellettuali , collettivi e movimenti di massa diedero vita al “ movimento che cambia lo stato di cose presente”.

E cambiò.

Lontane sono le analisi dei Quaderni Rossi di Raniero Panzeri e l’ inchiesta operaia di Vittorio Rieser, lontane e perdute, ma solo se le dimentichiamo.

Cantavamo “una fede ci è nata in cuor…”, non cito a caso la “fede”, quello fu. La politica dava senso alla vita. Pensavamo fosse possibile cambiare il mondo; in che direzione? In direzione del socialismo, che Giorgio Galli, più tardi, descriverà come “ un socialismo molto indefinito.

Per alcuni erano le letture di Marx e di Engels. Per altri era l’ Unione Sovietica.”

“Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia” gridammo nei cortei, oggi siamo in trincea, lo slogan, implicito, è “Lo Stato non si cambia”. E siamo in difficoltà: c’è la crisi della democrazia rappresentativa, cioè della democrazia costituzionale, della sinistra e dei partiti.

Vincenti, per il momento, sono i “sovranisti”, le destre xenofobe, forti di consenso popolare, non solo nel nostro paese, che perseguono la “ri-nazionalizzazione” delle masse ( vedi articolo di Stefano Levi su questo stesso sito ) .

I militanti del PCI gridavano:” Non c ‘è vittoria , non c’ è conquista senza il grande partito comunista” . Oggi non c’è neppure il partito Comunista. Per non offendere nessuno e tutti rispettare, mi riferisco ovviamente a “quel PCI”.

Non penso che sia possibile oggi una risposta completa e definitiva alla domanda che pure tutti ci poniamo:

“ Ma com’è successo?” Come siamo passati da quella politica intesa come progettazione del futuro (giustizia sociale, diritti e libertà) ad un presente nel quale tutto pare capovolto: sono cresciute le diseguaglianze , sono state deluse le speranze , spenti gli entusiasmi e crescente è la disponibilità, anch’essa di massa, a cedere conquiste e libertà in cambio di sicurezza?

Non si può ragionare su quegli anni senza rapportarci al presente e non c’è buona politica   senza una revisione collettiva e critica del nostro passato . Cosa è andato perduto, cosa dobbiamo salvare?

Io mi limito a portare una testimonianza.

Si tratta del racconto di entusiasmi, di passioni, di speranze e anche di profonde amicizie che segnarono una parte importante della mia, della nostra, vita.

E’ la storia del Gruppo di studio e poi Consiglio di fabbrica della Philips di Piazza 4 novembre a Milano. Storia di lotte e di persone: di alcuni, pochi, che avevano effettivamente letto Marx e avevano precedenti esperienze politiche e di oltre un migliaio di tecnici, segretarie, impiegati, archivisti , autisti che non avevano affatto letto quei libri, che scoprirono la politica, anzi la fecero. E per questo furono importanti.

Nel 1968, per Avola e Battipaglia, alla Philips sede scioperammo in tre.

Ludovico Morozzo, Antonio Molinari ed io stesso. Ero ingegnere.

Il 14 aprile del 1969 fu licenziato Ludovico Morozzo. Io mi salvai perché la Fim mi diede protezione, non la Fiom, perché “ero di Avanguardia operaia”, mi fu detto. Fui licenziato più tardi nel 1975.

Noi rispondemmo subito dichiarando sciopero. Il 90% dei tecnici

e degli operai e delle segretarie scioperò. Fu sorprendente, entusiasmante. Che cosa era successo?

Soffiava un vento generoso. Sentivamo le voci del mondo. In Messico , in occasione delle Olimpiadi, gli studenti che manifestavano furono massacrati dalla polizia.

Negli Usa producevano “bombe biglia” che non erano visibili ai raggi X; erano utilizzate in Vietnam.

Si disse allora, anzi si gridò: la scienza non è neutra.

Sentivamo che il mondo stava cambiando e volevamo essere parte del

cambiamento. Tutte le generazioni parteciparono, ma fu una rivolta

di giovani. Fu la rivolta di noi giovani. “Noi eravamo la storia” come ha scritto Massimo Florio (vedi su questo stesso sito “Il 68 di un sedicenne”).

Ribellarsi è giusto, noi potevamo decidere e non solo accettare e subire.

La nostra unità e il “senso di appartenenza a noi stessi” fu la nostra forza. Ancor prima del contratto nazionale dei metalmeccanici aprimmo una vertenza: gli obiettivi furono discussi da tutte/i, prima alle “macchinette del caffè” poi in assemblea , il centro della nostra democrazia, la nostra forma di “democrazia diretta”.

La lotta pagò, fu un successo: quattro ore di riduzione dell’orario settimanale, cioè le 40 ore ; la regolamentazione degli straordinari; la mensa aziendale, controllata dal Consiglio di fabbrica, che funzionò benissimo per un periodo, facilitazioni per i lavoratori/ studenti, il diritto all’assemblea in fabbrica e un aumento salariale, sebbene riassorbibile dal contratto nazionale.

Avevamo, in pratica, già conquistato quelle che poi sarebbero state le

rivendicazioni del contratto nazionale dei metalmeccanici. Come definire il nostro movimento? Fu un movimento composito: sindacale, politico e culturale.

Il valore dell’unità orientava la nostra azione:

L’unità “del picchetto”, di base, contrapposta ai conflitti, divisioni e, purtroppo, a volte, anche scontri fisici che erano propri dei gruppi politici extra parlamentari.

Era la condizione della nostra autonomia.

Eravamo in un rapporto dialettico e positivo con Avanguardia Operaia, mantenemmo però in ogni circostanza la centralità dell’assemblea come sede unica di tutte le decisioni.

Nessuna decisione fu assunta “altrove”.

Di recente, un compagno del Cdf, Rodolfo Bolla, aderente al M5S ( anche Francesco Forcolini, animatore del Cub della Sip aderisce al M5S) mi ha scritto che il movimento di cui è parte è in continuità con le nostre lotte ed esperienze: stessi contenuti, stessi obiettivi ecc. ecc .

Il M5S farebbe oggi, a suo giudizio, ciò che noi abbiamo fatto allora.

Non credo sia così, sebbene rilevanti contenuti programmatici siano comuni o assai simili. Diversa è la loro “direzione di marcia”. Noi eravamo orientati dai valori del socialismo; eravamo antifascisti; ci battevamo contro le privatizzazioni, che svuotarono di poteri le istituzioni; la nostra stella polare fu l’uguaglianza ( che distingue la sinistra dalla destra, che è meritocratica , come ci insegnò Norberto Bobbio).

Molto diversi.

Ma un aspetto merita approfondimento: le lotte dei lavoratori, e del movimento dei tecnici in particolare, crebbero praticando nella dimensione del conflitto sociale (dunque non in quella statuale) la “democrazia diretta”. Contestammo, almeno inizialmente, i sindacati, il sistema dei partiti, le istituzioni. Non fummo sostenitori della democrazia rappresentativa. Ai valori della Costituzione approdammo, con convinzione, e fortunatamente, solo negli anni successivi. Però all’inizio fu “democrazia diretta”.

Non lo fu per tutti, ovviamente, certo non per Magistratura democratica e altri settori del movimento. E’ questo un punto di riflessione, molto importante: il M5S ha incontrato consenso, di massa, come risposta alla crisi della democrazia rappresentativa. Qui sta un punto dolente anche per noi.

Luigi Ferrajoli nella sua recente pubblicazione, “Manifesto per l’ uguaglianza” affronta il problema della crisi della politica e della democrazia, indicando una via d’uscita nella democratizzazione dei partiti e nell’ applicazione dell’ art.49 della Costituzione, auspicabile, ma nel breve poco probabile.

Molto attuale è anche l‘analisi proposta da Nadia Urbinati , in “Democrazia in diretta” e lo è il “Il futuro addosso” di Ferruccio Capelli . E diversi altri testi, ovviamente.

Cito queste mie recenti letture perché mi sono state d’aiuto nel rispondere alla domanda: “Quale contributo possiamo offrire ad una rifondazione di cultura politica sulla base della nostra storia ed esperienza”? Noi fummo per il partito “intellettuale collettivo”. Oggi, assediati dalla dimensione mediatica della politica, c’è un terreno fertile e per noi praticabile?

Se c’è, è nella battaglia delle idee.

E non possiamo prescindere dal confronto con il M5S, il partito tecnologico e teorico della democrazia diretta. Ci sarà pure una ragione se ha costruito consenso e rappresentanza sul terreno sul quale noi l’ abbiamo perduto. Sia ben chiaro:

io non mi sento rappresentato per nulla dal M5S, ma dobbiamo prender atto che ha promosso la “denuncia di massa” : “così non va” . Ha scosso il sistema politico e dei partiti. Mi pare perciò che riguardi tutti, anche noi, la sperimentazione di nuove forme e strumenti che avvicinino democrazia rappresentativa e democrazia diretta. E’ questo uno dei temi non secondari della nuova fase.

Tutti sappiamo che non c’è nella realtà, e non da oggi, alcuna forma praticata di democrazia partecipativa. Vive sui libri e non tra la gente.

“Un sistema in cui crescono a dismisura il potere e i privilegi della sparuta minoranza dei più ricchi a dispetto della maggioranza dei cittadini non può dirsi una democrazia” Noam Chomsky -Il bene comune-.

La partecipazione è stata la cifra del movimento dei tecnici , forse per questo ha destato più sospetto che attenzione negli apparati dei partiti.

Il Pci rifiutò al Gruppo di studio Philips la disponibilità di una sala per riunirci, che ci fu invece concessa dai Salesiani; così la domenica mattina i credenti andavano a messa e noi a scuola di comunismo; Basilio Rizzo , era il maestro, un ottimo maestro.

 

Sentimmo molto l’influenza del movimento studentesco. Abbiamo svolto , mi pare di poter dire, un qualche ruolo di mediatori verso l’insieme del movimento operaio.

Non fummo percorsi da divisioni ideologiche; quando il Movimento Studentesco della Statale distribuì un voluminoso dossier dal titolo: “ I componenti del Gruppo si studio Philips sono trotskysti” un impiegato, che certo non aveva la più pallida idea di chi fosse Trotsky , mi chiese: “Ma è vero, sei trotskysta?” risposi: “Io ? io sono interista”.

Venivo dal Psi, che lasciai nel 1963 , militai nella componente di Riccardo Lombardi, grande personaggio, che però sbagliò nel non sciogliere la sua componente.

Semplicemente, come lavoratori, pensavamo che il mondo potesse essere cambiato. E facevamo la nostra parte. Con naturalezza. Come i grandi artisti.

Fu un movimento rivoluzionario? Nessuno si pose allora questa domanda. Io so’ solo con certezza che in nessuna forma e nessun momento si presentò, nelle scelte pratiche, una distinzione o contrapposizione tra scelte politiche rivoluzionarie e riformatrici (o riformiste). Io condivisi il documento prodotto da un gruppo di lavoro promosso da AO : “ i Cub sorgono in una situazione non prerivoluzionaria e sono quindi nella impossibilità di porsi come organismi di potere alternativo. …. La linea anticapitalista dei Cub deve partire dalle condizioni di sfruttamento dei lavoratori, per poi porre …il problema del potere e dell’eliminazione definitiva dello sfruttamento, cioè del socialismo. Solo allora sarà una linea rivoluzionaria.”

Il movimento dei tecnici e impiegati sconvolse , o almeno diede una forte scossa, alla disciplina e all’ordine gerarchico esistente. Era considerato naturale, e non lo era.

La borghesia, per un periodo, ne ebbe paura: i suoi fedeli, i tecnici e gli impiegati, si ribellavano.

 

Alla Philips i rapporti personali, umani, di lavoro cambiarono in profondità: ciascuno in relazione con l’altro, non più isolati e in competizione.

Il volantino che più fu discusso e sollevò interesse, aveva come titolo:

“Ci tolgono anche l’amicizia”. Ritrovammo noi stessi. Cambiammo noi stessi: fu la vera conquista.

Di vita e politica.

Purtroppo oggi di nuovo la politica torna a essere la “politica degli altri”.

Crebbe, robusto, un sindacalismo nuovo, partecipato, democratico e unitario.

Contribuimmo alla nascita della FLM, fu il nostro sindacato. Credo il migliore di tutti i tempi.

La FIM fu molto sensibile, per un periodo, a queste profonde trasformazioni e seppe “accompagnare” le innovazioni proprie del

movimento. Accompagnare e non sovrapporsi.

La contestazione operaia, dei tecnici e degli impiegati, dal basso, spesso inizialmente in conflitto con i sindacati ufficiali, portò dunque ad una profonda trasformazione dell’insieme dei sindacati.

Quando si aprirono i contratti, ed è l’autunno del 1969, all’assemblea

dei tecnici e degli impiegati al Palalido partecipammo in 5.000 ; in rappresentanza di oltre 50.000 lavoratrici e lavoratori.

La mozione che fu presentata dai delegati dei consigli, fu approvata quasi all’unanimità.

Non vi fu rottura con gli apparati sindacali.

Bravi noi, bravi loro.

Comune era la volontà di lottare uniti; lo scontro contrattuale è cosa seria, in quel 1969 in particolare. L’avversario era uno: la Confindustria.

Poi arrivò la bomba di Piazza Fontana.

Fu strage di Stato. Fu contro di noi, contro la sinistra tutta, contro la democrazia.

A Pinelli fu tolta la vita in questura. “Pinelli è innocente, non si è suicidato” scrisse in un comunicato il Cdf Philips, subito. Il Giorno lo pubblicò dopo una settimana, dopo due l’ Unità.

All’improvviso ci sentimmo isolati nelle fabbriche. Ma le realtà di base, con gli studenti e con un certo coraggio, scesero in piazza.

Poi venne la risposta imponente, indimenticabile, della Milano democratica, tutta.

Apprendemmo allora cosa era giusto fare e cercammo di farlo con coerenza.

Conquistammo diritti. La democrazia varcò, in entrata, i cancelli della fabbrica.

Quando sul finir degli anni 70 Giorgio Benvenuto , Uil, dichiarò: “I consigli devono cedere poteri” la democrazia varcò nuovamente i cancelli, in uscita.” Già dato”,  pensammo allora. Nel nostro paese la democrazia, poveretta, non ha mai avuto vita facile.

Allora c’era il timore del golpe, oggi dobbiamo batterci contro un inquietante, progressivo, grave degrado della democrazia e arginare l’avanzata della demagogia populista e sovranista.

Certo, è stata una sconfitta, ma non un fallimento, che è altra cosa.

Non conquistammo l’unità sindacale, aspettativa di milioni di lavoratori, ma non dipendeva solo da noi. I partiti non ci furono amici.

E oggi? 50 anni dopo?

La situazione è complessa, non ci sono risposte semplici.

Noi siamo ancora capaci di indignazione, ma siamo in difficoltà e con tendenza alla frammentazione.

Noi dicemmo, allora, “non saremo liberi, finché ogni essere umano e ogni popolo del mondo non sarà libero”.

Oggi la stessa concezione di libertà è rimessa in discussione.

Sentiamo il peso di questo degrado della civiltà, dobbiamo capire cosa è successo, perché dobbiamo reagire.

 

Tentammo la scalata al cielo, almeno una volta nella vita bisogna provarci.

Il futuro è incerto, ma noi fummo una generazione fortunata.

 

Franco Calamida. CostituzioneBeniComuni-Milano in Comune.

 

 

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *