La news di Piero Basso – n.1 2019

 

Gesù è espulso dall’Italia
Paolo Farinella, prete

San Torpete, parrocchia nel cuore di Genova centro-est, non celebra il Natale 2018.

[…] Natale non è più Natale cristiano: non più «memoria» della nascita di Gesù, ma cinico fatto commerciale, mescolato a ripetuti riti e liturgie, «merci in vendita» nel pagano «spirito natalizio», sequestrato dal mercato neocapitalistico. I cattolici non credono affatto che Natale sia la coscienza della «prossimità di Dio» per costruire una nuova umanità universale. Essi si accontentano colpevolmente della favoletta innocua del presepe che, tra oche, animali, mestieri, pupazzi e meccanismi d’ingegneria idraulica, fa del «mistero fondamentale della fede cristiana», l’Incarnazione del Lògos-Verbum-Parola, uno strumento di alienazione a beneficio di bambini e adulti infantili.

[…] Le luminarie stradali indicano i «negozi» come capanne di Betlemme con gli angeli adoranti la merce esposta in vendita, segnata da una stella lampeggiante. I cristiani sono complici del degrado di Natale, perché la memoria della nascita di Gesù non c’entra nulla con questo Natale, trasformato in sagra paesana di abbuffate tra regali e presepi, mentre accanto «i poveri Cristi» muoiono di fame e freddo in mare, nei bordelli della Libia, pagati dall’Italia, che fomenta le guerre con l’immondo commercio delle armi, da cui ricava illeciti guadagni. Il cibo si butta via, mentre sulle stesse strade Gesù, il migrante dei migranti» muore di fame e di freddo al canto di «Tu scendi dalle stelle al freddo e al gelo». Nel 2018 non si può celebrare il Natale, anche per «obiezione di coscienza» al Decreto Legge N. 113/2018, spudoratamente conosciuto come decreto sicurezza, sebbene sia un decreto di massima insicurezza e sfregio dei valori e dei sentimenti più profondi della Democrazia e del Diritto.

[…] In questo anno 2018, se Gesù, con Maria e Giuseppe, si presentasse da noi per celebrare la sua nascita, col decreto immondo di Salvini sarebbe fermato alla frontiera e rimandato indietro perché migrante economico, perché senza permesso di soggiorno e perché in Palestina non c’è una guerra «vecchia» dal 1948. Inneggiando a Salvini, uomo incolto, senza alcun senso dello Stato e del Diritto, i cattolici sono complici di lesa umanità e di «deicidio» perché ogni volta che si fa un torto sul piano del Diritto alla persona del povero, lo si fa direttamente a Gesù nella carne viva dei migranti. Con quale diritto i cristiani possono pretendere di celebrare il Natale di quel Gesù che il loro Paese, senza alcuna loro resistenza o protesta, espelle l’Uomo nel Figlio di Dio?[…] I cristiani… non si vergognano di assistere ed essere conniventi di questo scempio ad ogni «uomo che viene in questo mondo». Non ci resta che assumere l’unico gesto di dignità rimasto: la nostra coscienza opposta come bastione di obiezione totale con atto pubblico, radicale, dirompente e inequivoco: la chiesa di San Torpete in Genova resterà chiusa per un Natale senza Cristo, un Natale senza Dio, perché Natale senza Uomo.
Possa la chiesa, chiusa per fallimento, stimolare il pensiero e la riflessione dei credenti e quanti hanno coscienza che Natale sia «Dio-con-noi- Im-ma-nù-el». Le celebrazioni riprenderanno con l’Epifania, la «manifestazione del Signore ai popoli del mondo», festa di universalità senza confini, compiuta da «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua».

Il testo integrale in: http://bit.ly/2RWQSiz

I “regali” occidentali ai cristiani d’Oriente
Alberto Negri

[…] A Natale i cristiani d’Occidente festeggiano, quelli d’Oriente anche, ma non se ne ricorda quasi nessuno tranne qualche diretta tv da Betlemme. I cristiani del Libano, della Siria, dell’Iraq e dell’Egitto, vengono generalmente ignorati, come se il cristianesimo non fosse nato qui ma nei grandi magazzini con gli alberi di Natale americani ed europei che grondano consumismo. Per loro il regalo di quest’anno del presidente americano Donald Trump è stato trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, riconoscendola come capitale dello stato di Israele, invece di lasciarla, come raccomandano le risoluzioni dell’Onu e il buon senso, capitale delle tre religioni monoteiste.
Ma ormai è noto: non c’è niente di più incomprensibile del cristianesimo americano, se non che gli evangelici sono una delle principale basi elettorali del presidente Usa. […] Gli Usa, con la complicità degli europei, foraggiano di armi il peggiore nemico dei cristiani, quello che ha sostenuto insieme alle altre monarchie del Golfo gli estremisti islamici che hanno sgozzato per anni oltre ai musulmani anche i cristiani dell’Iraq e della Siria.
C’è proprio da essere fieri di essere cristiani in Occidente: con l’appoggio agli emiri e per i soldi del loro petrolio hanno contribuito ad assottigliare la già esigua minoranza dei cristiani d’Oriente.
Gli Stati Uniti hanno dato la mazzata decisiva alla presenza dei cristiani nella regione. Alla vigilia dell’attacco a Saddam Hussein nel 2003 i cristiani in Iraq erano circa 1,2 milioni, ora sono meno di 200mila, la stragrande maggioranza fuggita nel Nord, nella zona curda mentre le 86 chiese di Baghdad sono rimaste vuote.
Un tempo, quando il braccio destro di Saddam era il cristiano Tarek Aziz, gli iracheni cristiani andavano tranquillamente a messa. Papa Giovanni Paolo II ricevette Tarek Aziz nel 2003 nel tentativo di evitare una guerra giustificata da americani e britannici dalla più devastante menzogna dell’ultimo mezzo secolo: la bufala che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa, che ovviamente non furono mai trovate. Il Papa polacco, Giovanni Paolo II, contrario alla guerra, allora venne praticamente oscurato anche dalla tv di stato perché l’ordine da Washington era di far fuori Saddam e l’Italia andò pure con un contingente a Nassiriya dove furono massacrati in uno spaventoso attentato oltre una ventina di soldati. Nel caos che seguì alla fine del regime i cristiani furono costretti alla fuga, bersaglio di gruppi jihadisti come Al Qaida, che aveva nel suo mirino oltre agli sciiti anche le minoranze religiose che bene o male erano sopravvissute con il regime precedente.
Con l’esodo dei cristiani l’Iraq perse anche una parte della sua borghesia e di una classe dirigente che aveva contribuito a tenere in piedi il Paese anche negli anni delle sanzioni e dell’embargo, quando i bambini morivano per mancanza di medicine. […] Nell’estate 2014 l’Isis si impadronì di Mosul massacrando gli sciiti e le minoranze cristiane e yezide.[…] Nessuno però scrive che se cristiani e yezidi dell’area di Mosul sono sopravvissuti questo è stato dovuto anche alle milizie sciite anti-Califfato guidate dal generale iraniano Qassem Soleimani, intervenute molto prima degli americani […] Come del resto tutti sanno, e chi scrive ne è stato testimone, gli Hezbollah libanesi – osteggiati dal nostro ministro degli Interni per compiacere Israele – hanno liberato dai jihadisti e dall’Isis diversi villaggi cristiani della Siria, tra cui Maloula, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù Cristo.
In Siria la minoranza cristiana prima della guerra civile del 2011 era ancora forte, da Damasco a Homs ad Aleppo. Adesso anche molti cristiani siriani se ne sono andati e non hanno ancora fatto ritorno alle loro case. Anche qui l’Isis e i gruppi jihadisti hanno massacrato e distrutto le chiese insieme al patrimonio archeologico e culturale del Paese.
E anche qui la responsabilità occidentale e degli Stati uniti è pesantissima perché gli Usa, pur di far fuori il regime di Assad, hanno sostenuto la Turchia e le monarchie del Golfo come Arabia Saudita e Qatar che appoggiavano i ribelli facendoli passare davanti all’opinione pubblica internazionale per “moderati”. Un’altra eclatante bugia. Se nel 2015 non fosse intervenuta la Russia di Putin per tenere in piedi Bashar Assad probabilmente oggi in Siria non ci sarebbe più neppure un cristiano.
A Maloula adesso stanno ricostruendo il monastero di San Sergio e Bacco e anche il santuario di Santa Tecla: secondo la tradizione cristiana un giorno Dio aprì una fessura nella montagna facendo fuggire la santa inseguita dai miscredenti che la volevano uccidere. Ora che si avvicina Natale c’è da augurarsi che si apra una minuscola feritoia anche nella coscienza dei cristiani d’Occidente per chiedersi cosa hanno fatto di buono in questi decenni per il loro fratelli d’Oriente. Auguri.

https://ilmanifesto.it/i-regali-occidentali-ai-cristiani-doriente/

“Guerra fredda tecnologica” e impero mondiale Usa. Cosa ci dice il caso Huawei

L’arresto nel dicembre scorso di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, il colosso della telefonia mobile cinese, avvenuto in Canada su richiesta delle autorità americane, e che ad oggi si è concluso col suo rilascio su cauzione (e la sua conversione in una sorta di libertà vigilata), è un fatto di una gravità enorme. Colpendo, infatti, una figura di spicco del nuovo capitalismo di stato cinese (con legami particolarmente profondi con la struttura politica – la manager è figlia del fondatore dell’azienda, un ingegnere che è stato un eroe della rivoluzione), l’episodio è destinato ad inasprire le relazioni già tese tra Cina e Stati Uniti.
Non si può non rilevare che la vicenda si inserisce nel quadro della tensione crescente sul piano economico tra le due gradi potenze, da subito scatenata dalla amministrazione Trump (ma non si dimentichi che, sia pure con toni assai diversi, l’orientamento anticinese della politica americana era uno dei capisaldi della dottrina Obama): la polemica per i dazi e per la “slealtà” della potenza asiatica si è arricchita ultimamente di insistenti accuse di spionaggio.
La pressione su Huawei e su altre aziende dell’hi-tech cinese è cresciuta lungo tutto il 2018: a febbraio scorso le principali agenzie di intelligence americane (Cia, Fbi e Nsa ecc.), peraltro senza alcuna prova, hanno esplicitamente accusato l’azienda di spionaggio per conto dello stato cinese tramite appositi dispositivi interni atti alla intercettazione degli utenti. È stata una inchiesta di “Bloomberg” dell’ottobre scorso, in particolare, a sostenere che l’esercito cinese avrebbe introdotto piccolissimi chip delle dimensioni di un chicco di riso (più cinese di così!) in server assemblati in Cina per conto della statunitense Supermicro, a sua volta fornitrice di Apple e Amazon, ma anche di Cia e Pentagono. Da allora, e nonostante le smentite giunte all’unisono da tutti gli interessati (sia cinesi che americani!), la “grande paura” è dilagata, colpendo un po’ tutto il mondo dell’hi-tech cinese (Huawei, Zte, Baidu ecc.). Già oggi, oltre agli Usa, i governi britannico, australiano e neozelandese hanno escluso Huawei dai lavori per l’adeguamento delle infrastrutture finalizzate alla connettività veloce (il cosiddetto 5G), mentre pressioni in tal senso sono in corso, guarda caso, anche sul Canada.
Questo dunque è il quadro: dovremo aspettarci sempre più screzi in un contesto da vera e propria “guerra fredda tecnologica”. Del resto – ripetiamolo – si tratta di linee di tendenza che vanno ben al di là delle propensioni anticinesi dell’attuale amministrazione e che riflettono piuttosto una profonda preoccupazione per quella esplicita volontà di autoaffermazione in ambito tecnico-scientifico che la Cina manifesta da parecchi anni (almeno da quando Xi Jinping, nel 2014, dichiarò che il paese non doveva più essere «appendice tecnologica di altri Stati») con risultati non indifferenti, di cui il successo commerciale dei dispositivi Huawei è certo une esempio.

C’è però un altro aspetto che ci pare importante sottolineare, e che ha a che fare con la specifica circostanza di quell’arresto. Ricordiamo i fatti. La top manager cinese viene arrestata il primo dicembre 2018 in Canada perché accusata dalla giustizia americana di non avere rispettato l’embargo all’Iran (Huawei avrebbe venduto, attraverso una società di comodo, componenti coperte dalle sanzioni decretate dagli Usa). Dunque gli Usa agiscono ancora una volta come poliziotto mondiale a tutela della “propria” legalità. Lo fanno – ci ricorda Giulietto Chiesa – in base a una legge del 1977, lo IEEPA (International Emergency Economic Powers Act, che costituisce parte del Titolo 50-“Guerra e difesa nazionale” del Codice delle leggi statunitense), in base alla quale il presidente degli Stati Uniti può bloccare conti correnti e beni di persone al di fuori degli Usa in presenza di uno stato di «minaccia inusuale e straordinaria» alla nazione. Ebbene, è quello che ha fatto Trump – segnala ancora Chiesa – emanando il 21 dicembre 2017 un “ordine presidenziale” in cui si parla di una «emergenza nazionale (…) creata da serie violazioni dei diritti umani e dalla corruzione in tutto il mondo».
Ed è quello che finora gli Usa hanno fatto più volte per colpire i vari “stati-canaglia”, come li chiamano loro, ma adesso quel dispositivo viene riattivato nei confronti anche di nuovi soggetti come la Cina, appunto per sostenere la guerra commerciale e tecnologica di cui s’è detto, e per colpire chi non intenda collaborare all’indebolimento economico dell’Iran. o per fare le due cose in un colpo solo com’è accaduto nel caso dell’arresto della manager cinese.
Chiediamoci, per concludere: cosa deve pensare un imprenditore per esempio europeo (magari italiano) che volesse, peraltro in sintonia con la linea politica dell’Unione europea, mantenere il proprio business con l’Iran, magari ricorrendo a qualche “trucchetto” per bypassare le sanzioni? Certo, ora sa che corre il rischio, sbarcando in Usa (o anche in Canada e in chissà quanti altri paesi), di finire nei guai. Meglio rispettare la Legge dell’Impero.

NOTA
Per quanto riguarda la concorrenza Cina-Usa nel campo delle tecnologie digitali, un’ottima introduzione è il numero monografico di “Limes” La Rete a stelle e strisce (n. 10-2018), di cui si vedano in particolare Dario Fabbri, L’impero informatico americano alla prova cinese (p. 9-18) e Alessandro Aresu, Geopolitica della protezione (p. 71-83), dove si trova l’espressione «guerra fredda tecnologica».
L’articolo di Giulietto Chiesa (L’emergenza americana diventa legge mondiale, apparso su “MegaChip” il 9 dicembre 2018) si legge qui: http://bit.ly/2RHm5qM.
Sull’uso dello IEEPA in funzione di contenimento economico della Cina, si veda anche A. Biondi e G. Di Donfrancesco, Hi-tech, escalation Usa contro la Cina. Zte a rischio sopravvivenza, “Il Sole 24 Ore”, 21 aprile 2018, http://bit.ly/2HjiBWG.
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1961. Chi uccise Dag Hammarskjöld?
È una storia molto lontana e tuttavia, come si vedrà, ancora capace di gettare luce su eventi a noi contemporanei. Stiamo parlando della morte in un incidente aereo del segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld, nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961, in una zona di confine tra il Congo e l’attuale Zambia, mentre stava raggiungendo la zona di conflitto nella regione del Katanga.
Ricordiamo il quadro in cui si inserisce l’evento. Il Congo, già colonia belga (era stato tra l’altro proprietà personale del re Leopoldo II fino al 1908), consegue nel 1960 l’indipendenza; in base alle prime elezioni, si forma un governo di orientamento socialista guidato da Patrice Lumumba, che desta immediatamente l’ostilità delle potenze ex-coloniali, e più in generale del “mondo libero”, dal momento che il grande paese africano, peraltro ricchissimo di materie prime, oltre a intraprendere una strada di sovranità economica e sociale, si spostava fatalmente nell’orbita di Mosca. Il governo di Lumumba, comunque, pur contando su un buon sostegno popolare, ebbe presto i suoi problemi, inevitabili in un paese enorme e poverissimo, come il Congo post-coloniale: in particolare si rivoltò la regione meridionale del Katanga (oggi Shaba), che sotto la guida di Moise Tschombé, tentò di acquistare l’autonomia, dando vita a una intensa guerra contro il governo centrale (1960-63), che fu ampiamente sostenuta dalle potenze ex-coloniali e dagli Stati Uniti con lo scopo di destabilizzare il paese (forze militari belghe furono immediatamente dispiegate nel Katanga) e mantenere il controllo delle ricche risorse minerarie. Risultato subito raggiunto, se si pensa che ora della fine dell’anno Lumumba veniva destituito e infine arrestato e ucciso, nel gennaio 1961, proprio in Katanga. L’esito di tutta questa vicenda dopo anni di guerra intestina – ricordiamo anche questo – sarà nel 1965 l’instaurazione della trentennale dittatura di Mobutu Sese Seko, un alto grado delle forze armate al soldo delle potenze ex-coloniali.
L’ONU, allora diretta (dal 1954) dallo svedese Dag Hammarskjöld, prende da subito una posizione molto chiara, mirante a pacificare il paese africano, riconoscendo comunque piena legittimità al governo centrale, cercando di mettere sotto protezione lo stesso Lumumba e mirando al ritiro delle truppe belghe (sostituite dai caschi blu dell’ONU). È appunto in questo contesto che avviene la strana morte di Hammarskjöld, mentre si dirigeva nella zona di guerra per un incontro urgente con il leader secessionista. Il sospetto che quello non sia stato un incidente ma un atto di guerra finalizzato forse a ritardare la pacificazione e a togliere di mezzo un attore scomodo, si diffuse rapidamente, ma la vicenda rimase piuttosto oscura e prevalse comunque la tesi dell’errore del pilota che viaggiava di notte e aveva un alto numero di ore di volo sulle spalle.
Ora gli autori di un documentario danese che uscirà prossimamente – ci informa il “Guardian” – hanno riaperto il dossier e trovato alcuni nuovi elementi in favore dell’ipotesi che l’aereo del segretario generale sia stato abbattuto da un caccia. Alla sua guida, sarebbe stato un pilota della forza aerea mercenaria del Katanga, il belga Jan van Risseghem. Il nome di quest’uomo, un belga che era emigrato in Gran Bretagna durante l’occupazione nazista diventando qui un abile pilota della RAF durante la seconda guerra mondiale, cominciò a circolare all’indomani della sciagura, ma i suoi alibi sembrarono subito assai solidi. Si scoprirà poi, in documenti desecretati nel 2014, che l’ambasciatore Usa in Congo già il giorno dopo lo indicava come responsabile dell’abbattimento.
Il film porta ora nuovi documenti in favore di questa tesi: un amico e collaboratore di van Risseghem ricorda di avere ricevuta la confidenza del pilota belga relativamente ad un’azione di guerra che gli era stata chiesta (dallo stato maggiore katanghese? anche da altri emissari?) per quella notte e che egli aveva portato a termine con successo; mentre un altro testimone permette di smontare il principale alibi che van Risseghem aveva sempre usato per discolparsi: i tabulati di volo che avrebbero mostrato che in quelle ora si trovava altrove (e che sarebbero stati invece ampiamente falsificati).
Documenti molto importanti che forse non basteranno a risolvere il “giallo” della morte del segretario generale dell’Onu, né a chiarire le responsabilità del pilota belga, ma che aiutano comunque a ricordarci che, dagli anni Sessanta ad oggi, la contesa globale per le materie prime continua ad attraversare l’Africa e a insanguinarla.

NOTA
Il film, che uscirà a marzo e sarà presentato al “Sundance Festival” nei prossimi giorni, è: Cold Case  Hammarskjöld (Dan-Nor-Sve-Bel, 126’, 2019) di Mads Brügger (http://www.sundance.org/projects/cold-case-hammarskjold ). L’articolo a cui abbiamo fatto riferimento è: Emma Graham-Harrison, RAF veteran ‘admitted 1961 killing of UN secretary general’, “The Guardian”, 12 Jan. 2019, http://bit.ly/2AUGgqS
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Il bastone del comando
Lo scorso primo dicembre, con una cerimonia di grande impatto simbolico e una grande carica emotiva, si è insediato il nuovo presidente del Messico Andrés Manuel Lopez Obrador, Amlo.
Dal palco montato nello Zocalo, la principale piazza di Città del Messico, i rappresentanti delle 68 comunità indigene e del popolo afro-messicano, hanno affidato ad Amlo il bastone sacro del comando, un bastone di cedro sormontato da una testa di quetzalcoatl.
Difficile trasmettere, nella traduzione italiana, l’intensità del discorso con cui la signora Carmen Santiago Alonso, delle Valli centrali di Oaxaca, ha consegnato solennemente il bastone del comando, simbolo del centro del mondo.

“A nome dei popoli indigeni e del popolo afromessicano veniamo con tutto rispetto ma con grande responsabilità, a consegnare nelle sue mani, dottor Andrés Manuel Lopez Obrador, il bastone del comando che, come ha detto prima il fratello, le serva per comandare obbedendo al popolo.
Abbiamo molta speranza che il Messico vivrà, a partire da oggi, una trasformazione. I popoli presenti e i miei fratelli indigeni dei 68 popoli e il popolo afromessicano veniamo a dirle: qui è il bastone, qui è il simbolo con il quale condurrà il nostro popolo.
Vogliamo ricordarle che sempre vogliamo essere presi in considerazione nei piani che avrà per questi sei anni
Vogliamo manifestarle il nostro impegno e invitiamo tutti i fratelli e le sorelle presenti in questa grande piazza.
Oggi questo bastone è stato consacrato alle cinque del mattino nel centro cerimoniale che conserva la saggezza dei nostri antenati, di coloro, uomini e donne, che arrivarono in questo posto a popolare Tenoxitla, il primo insediamento che oggi chiamiamo Messico.
Signor presidente,
riceva dalle nostre mani e a nome del nostro popolo questo simbolo che la guiderà e ricordi che noi, i popoli indigeni e il popolo afroamericano, le consegniamo la nostra fiducia e il nostro impegno.”

https://www.youtube.com/watch?v=jW8eZqnLJkU

Un ricordo di Giorgio Lunghini

Lo scorso 22 dicembre è mancato Giorgio Lunghini, uno degli studiosi italiani più autorevoli del pensiero economico. Acuto critico delle teorie economiche dominanti, il professor Lunghini, come i grandi pensatori del passato, non concepiva l’economia come una disciplina a sé stante, ma una parte, per quanto fondamentale, della cultura generale.
Contro il dogma che vuole rendere indiscutibile il primato della logica del libero mercato, ma che è incapace di spiegare le contraddizioni del mondo reale né di fornire risposte credibili ai problemi sociali, Lunghini ha insegnato a generazioni di studenti che l’economia politica è una scienza sociale, mai neutrale.
“Ci sono eccellenti ragioni – scriveva nel 2001 nell’articolo per il manifesto “Uno stato no global”, – per non credere al principio del laissez faire e per aderire alla Filosofia sociale di un autore, Keynes, non marxista ma più radicale di qualsiasi economista contemporaneo: i difetti più evidenti della società economica in cui viviamo sono l’incapacità di assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito; occorre dunque una redistribuzione, per via fiscale, della ricchezza e del reddito, un governo della moneta teso a una graduale eliminazione della rendita parassitaria, e una socializzazione di una certa ampiezza del processo di accumulazione del capitale. Dunque occorre non un minore, ma un maggiore intervento dello Stato.”
Gli amici e i compagni lo ricordano per la lucidità, la critica appropriata, la gentilezza e anche l’affetto che mostrava quando comunicava con le persone.
Noi lo ricordiamo per aver seguito con grande disponibilità e attenzione le nostre iniziative e per avere scritto un’importante relazione per il convegno “lavoro per i migranti, lavoro per tutti” (qui il link alla relazione: http://bit.ly/2RZyrdh)

La finanza salverà il pianeta? I grandi gestori del risparmio sono i nuovi eco-guerrieri
Devo a Giuseppe Giolitti, che ringrazio, la segnalazione di questo articolo di Gianluca Mercuri apparso sulla rassegna stampa online del Corriere del 28 dicembre 2018, basato su un originale del Financial Times.

Se qualcuno l’avesse previsto un po’ di tempo fa avrebbe fatto ridere parecchio. Invece è appena successo: la Shell ha legato gli stipendi dei suoi boss al rispetto degli obiettivi che si è data nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Pareva impossibile, perché quando un gruppo di azionisti lanciò la campagna per fissare quegli obiettivi, votò a favore solo il 6 per cento degli aventi diritto. Invece è successo, ed è indicativo di una tendenza davvero rivoluzionaria raccontata dal FT: i grandi investitori stanno diventando i nuovi eco-guerrieri. Parliamo di fondi pensione e gestori di risparmio la cui forza si può misurare in centinaia di miliardi di dollari, e che sempre più spesso «usano il loro potere per spingere le maggiori aziende inquinatrici del pianeta a far fronte al cambiamento climatico, ammetterne i rischi, avviare campagne per la riduzione delle emissioni e costringere i manager a renderne conto». L’ironia nell’ironia è che la motivazione alla base di questa pressione crescente è anzitutto finanziaria: i grandi investitori temono — va da sé — per i loro investimenti, perché il riscaldamento globale rende meno plausibili molti progetti che si fondano su petrolio e gas e dunque mette a repentaglio il valore dei loro asset. I guadagni a breve termine non possono infatti compensare il disastro economico a lungo termine che sarebbe conseguenza di quello ambientale. È una preoccupazione condivisa dai fondi pensione, che devono assicurare redditi pluridecennali, così come dalle assicurazioni, in prima linea nel far fronte alle conseguenze di catastrofi come incendi e inondazioni. Da qui la richiesta di una maggiore attenzione alle energie rinnovabili e a tecnologie come la cattura e stoccaggio del carbonio. Se la nuova sensibilità non trova ascolto adeguato, scatta la minaccia di disinvestimento: circa mille investitori (parliamo di oltre 7 trilioni di dollari) si sono impegnati a sganciarsi da compagnie che non rinuncino ad almeno certi tipi di carburanti fossili. Sarà la finanza a salvare il pianeta?

Italia e UE votano per i missili USA in Europa
di Manlio Dinucci

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia.
Fu donata dall’Urss nel 1990 per celebrare il Trattato Inf stipulato con gli Usa nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in Urss).

Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri paesi dell’Unione europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato Inf», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni.
L‘Unione europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della Nato (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla Ue) – si è così totalmente uniformata alla posizione della Nato, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati Uniti.
Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato Inf.
Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina.
Il rappresentante russo all’Onu ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti». In altre parole ha avvertito che, se gli Usa installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati Uniti).
Ignorando tutto questo, il rappresentante Ue all’Onu ha accusato la Russia di minare il Trattato Inf e ha annunciato il voto contrario di tutti i paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo». Nella sostanza, quindi, l’Unione europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa.
Su una questione di tale importanza, il governo Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla Ue che a sua volta si è accodata alla Nato sotto comando Usa.
E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’Onu. Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di non-proliferazione, imponendo agli Usa di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12.
Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati.
O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti.
(il manifesto, 8 gennaio 2019)

 

Un nuovo sito web
Da qualche tempo è attivo un nuovo sito web, che ospiterà, tra l’altro, anche la nostra newsletter: www.costituzionebenicomuni.it.
Visitatelo! Ognuno di noi può trovare qualcosa di suo interesse da leggere e può contribuire a scrivere e farlo crescere.

 

In RAI un documentario su Lelio Basso
Ricevo oggi gli auguri natalizi di un caro amico, che mi scrive … anche nel ricordo del papà che vedo oggi “riscoperto”. E in effetti mi sembra che, in questi tempi difficili per il paese e difficilissimi per una sinistra prossima all’estinzione, si ritorni a parlare di Lelio Basso, delle sue idee e del suo operato. Anche la RAI, a quarant’anni dalla sua morte, manda in onda (venerdì 14, alle 21, su RAI Storia) un documentario sulla sua vita. Ne parlo in coda agli appuntamenti di questa settimana.
Oggi, come al solito, vi propongo alcune notizie ignorate dai principali mezzi di informazione perché poco importanti o perché “scomode” (come ad esempio la ferma presa di posizione dell’ANPI di Lodi, o i successi del governo socialista in Spagna), o punti di vista particolari su eventi noti (come il gesto di Fico in relazione al caso Regeni o i retroscena sul gasdotto TAP) per concludere sul 70° della dichiarazione dei diritti dell’uomo e sulle reazioni al decreto “sicurezza” del ministro Salvini.
Molti argomenti, ma tutti trattati in modo breve e chiaro.
Buona lettura e molti auguri a tutti per un nuovo anno di pace e di progresso
Piero

Perché sto con l’ANPI (ma quella di Lodi).
La notizia è semplicissima, quasi una non-notizia: l’ANPI di Lodi ha rifiutato di  patrocinare una mostra sulla brigata ebraica (promossa da quello stesso comune leghista al centro delle cronache per i provvedimenti discriminatori contro i bambini stranieri), e per questo viene insultata e la sua posizione definita “vergognosa”, mentre il presidente dell’ANPI di Milano, e non è la prima volta, si affretta a sponsorizzare l’iniziativa sionista.
A definire sionista tutta la campagna propagandistica attorno alla brigata ebraica, che si manifesta soprattutto nella ricorrenza del 25 aprile, non sono io, ma la stessa associazione “Amici di Israele” che nel 2004 decide di sfilare sotto le insegne della Brigata ebraica perché “stanchi di partecipare circondati da bandiere palestinesi” …… e perché “crediamo importante spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile e giusto”.
Ma anche senza questa dichiarazione esplicita (segnalata, insieme a molte altre informazioni, da Ugo Giannageli, che ringrazio) l’intento puramente propagandistico è evidente: basta considerare i fatti.
Nella campagna d’Italia lo schieramento alleato non comprendeva solo truppe americane, francesi e inglesi (e, dopo l’8 settembre, anche italiane), ma includeva combattenti di numerose nazionalità, tra cui Algerini, Brasiliani, Canadesi, Greci, Marocchini, Neozelandesi, Nepalesi (i famosi gurkha, coraggiosissimi e spesso impegnati nelle azioni più pericolose), Polacchi e, appunto, Ebrei di Palestina. Questa “brigata ebraica”, costituita nel settembre 1944, inquadrata nella 8ª Armata britannica, sbarca a Taranto in novembre e attende quattro mesi prima di essere impegnata in battaglia, nel Ravennate, nel marzo-aprile 1945.
Non sono i soli Ebrei di Palestina a combattere a fianco degli Alleati contro i nazifascisti: molti altri combattono, e non dal 1945 ma dal 1942, inquadrati nel Palestine Regiment insieme agli Arabi di Palestina.
Nessuno di questi combattenti stranieri che hanno contribuito a liberare l’Italia e l’Europa ha mai sentito il bisogno di sfilare con le proprie bandiere, e francamente l’improvvisa apparizione ai cortei del 25 aprile una decina di anni fa (più o meno quando l’allora candidata sindaca Moratti si ricordava di avere un padre partigiano) di gruppi con centinaia di bandiere israeliane e un cartello che diceva, più o meno, “5.000 sionisti hanno partecipato alla Resistenza” non poteva non apparire per quello che era: un’operazione propagandistica.
Quanto al sionismo, personalmente non ho molta simpatia per le ideologie escludenti, che siano un Sudafrica bianco, una Palestina ebraica o una Lombardia di soli “lumbard”.
Altri sono gli ideali che animavano i combattenti per la libertà del nostro paese, che fossero negli eserciti alleati o nella Resistenza, che li hanno portati a fare scelte difficili e coraggiose; sono gli stessi che hanno unito persone molto diverse tra loro: cattolici e protestanti, ebrei e gentili, comunisti e azionisti, socialisti e liberali… diversi nel pensare la vita della società civile, ma tutti concordi nel costruire una società unita da una comune, forte volontà: quella di un vivere civile libero e accettabile per tutti, nel comune intento di cercare insieme, nella concordia e nella pace, le soluzioni ai problemi della convivenza civile.
Tutti, dunque, antifascisti.

Antifascismo e delitto Regeni
Gian Piero Dell’Acqua, autore di questo pezzo, è un amico, un giornalista (ora in pensione), un uomo di grande sensibiità umana e democratica E’ stato tra i primissimi a denunciare ad alta voce l’assassinio di Giulio Regeni, quando ancora il suo assassinio era trattato come un fatto di cronaca minore da quasi tutti i media italiani (nella nostra Newsletter ne ha scritto più volte nei primi mesi del 2016). Ritorna ora sull’argomento con uno scritto che farà discutere.

Il presidente della Camera Roberto Fico ha annunciato in aula la sospensione dei rapporti con l’omologa Camera egiziana. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha convocato l’ambasciatore egiziano e incaricato l’ambasciatore italiano al Cairo di farsi ricevere da quel governo. Questi fatti sono venuti dopo la decisione della procura di Roma di avocare a sé le indagini sul caso dell’assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano arrestato, torturato e ucciso al Cairo nel gennaio 2016.
Il ministro degli Esteri nell’ultimo governo Renzi, Paolo Gentiloni, dopo il delitto aveva ritirato l’ambasciatore al Cairo. Le relazioni diplomatiche sono poi state riprese per non turbare i rapporti commerciali con l’Egitto, che interessano specialmente l’Eni. Oggi va riconosciuta una certa vitalità, tanto che il delitto Regeni, che ormai non faceva più notizia, è tornato a piene pagine sui giornali.
Il gesto del presidente Fico, in particolare, pur di valore simbolico, merita di essere sottolineato per il suo inequivoco contenuto antifascista. In Italia, difatti, è di sconcertante quanto oziosa attualità un dibattito sul tema fascismo-antifascismo innescato dalla politica anti migranti del vicepresidente Matteo Salvini che non è un fascista, ma un razzista, cioè una cosa diversa. Se si pensa a quanti autentici antifascisti in Italia sono oggi cani perduti senza collare, gli ultimi dopo la distruzione del partito democratico scientemente voluta e messa in pratica dai successivi governi Renzi, ci si può chiedere se il M5S non stia involontariamente offrendo un’occasione. Quale? Quella di essere un terreno politico strutturalmente fragile e quindi permeabile, forse anche suscettibile di dare forma concreta, o quanto meno indicazioni di lavoro, a energie di base della società italiana invece di sperperarle in un disordine apparentemente senza speranza, come sta avvenendo da parte di un’opposizione che sembra ormai totalmente afona.
C’è oggi un governo egiziano di stampo fascista (e questa è un’opinione), autore diretto o indiretto di un delitto squisitamente fascista (e questo è un fatto) quindi evocatore, per noi italiani, di episodi storici sanguinosi, che contribuirono ad avviare il paese verso uno sforzo di liberazione. A fronte di questo, è andata crescendo una pubblica opinione specialmente giovanile che mostra di aver capito, attraverso la richiesta della “verità su Giulio Regeni”, il significato di fondo del fascismo, di averne inteso la natura brutale fino alla ferocia e di apprezzare messaggi come quello trasmesso attraverso la sua spontanea presa di posizione dal presidente della Camera.

La via spagnola fuori dall’austerity (senza rompere con Bruxelles)
Non solo l’Italia sta cercando di uscire, in questi mesi, dalla morsa dell’austerità imposta dall’Unione europea; sta cercando di farlo anche la Spagna, in modo però assai meno chiassoso. Qui da alcuni mesi esiste un esecutivo (di minoranza) a guida PSOE sostenuto da un accordo con Unidos-Podemos, il soggetto elettorale creato da Podemos e Izquierda Unida. Nella manovra economica che il governo ha proposto all’esame del parlamento ci sono importanti iniziative a favore dei ceti popolari. Una strada in salita, però, quella del premier spagnolo Pedro Sanchez, non solo perché deve vedersela con le “correzioni” della Commissione (che, insieme a OCSE e FMI, ha già fatto sapere a Madrid di considerare la manovra troppo generosa), ma anche perché il governo è appeso al sostegno in Parlamento dei partiti autonomisti, e mentre baschi e galiziani sembrano propensi a dare il loro assenso, i catalani potrebbero far pagare all’odiato Stato spagnolo la mano dura in occasione del referendum dell’anno scorso.
Questa dunque la delicata situazione in Spagna, a cui è dedicato l’articolo di Steven Forti, apparso su “Micromega online”, di cui riproduciamo alcuni brani (qui il testo completo: http://temi.repubblica.it/micromega-online/spagna-se-gli-indipendentisti-bloccano-la-manovra-del-popolo/)

Lo scorso 11 ottobre il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez e il segretario generale di Podemos, Pablo Iglesias, firmavano un accordo di bilancio per il 2019. Si tratta di un accordo storico per le sinistre iberiche che si specchiano nel modello portoghese: senza alzare troppo la voce e senza frizioni con Bruxelles, dalla fine del 2015 il governo socialista di António Costa, appoggiato dal Bloco de Esquerda e dal Partido Comunista Portugues, sta portando avanti delle politiche redistributive che hanno avuto degli effetti positivi sia sulla società sia sull’economia lusitana, come dimostrano tutti i dati disponibili. A Madrid si guarda a Lisbona.

Fine dell’austerità e più diritti sociali
L’accordo Psoe-Unidos Podemos prevede oltre 5 miliardi di euro di spesa in più nel 2019 destinati principalmente ai gruppi sociali che più hanno sofferto durante la crisi, come i disoccupati, i lavoratori, i pensionati o i giovani. Si aumenta il salario minimo interprofessionale del 22,3% – da 735 a 900 euro mensili –, si legano le pensioni all’inflazione reale – aumenterebbero del 3% nel 2019 –, si migliorano gli aiuti per i disoccupati con più di 52 anni, si assegnano 50 milioni di euro per combattere la “povertà energetica” e altri 25 milioni per le mense scolastiche, si aumenta del 40% il budget per gli assegni sociali, si incrementano del 6,7% i fondi per la ricerca, si abbassano le tasse universitarie, si equiparano i permessi di maternità e paternità – nel 2021 anche i padri, come le madri, potranno avere 16 settimane di congedo non trasferibili –, si modifica la legge sugli affitti – i contratti passerebbero da 3 a 5 anni – permettendo ai comuni di calmierarli nel caso di bolle speculative, come sta succedendo nelle grandi città, in primis Barcellona e Madrid. Ai comuni si concede anche di spendere l’avanzo di bilancio – vietato negli ultimi anni dal governo del Partito Popolare – per gli asili nido, misura che si associa all’universalizzazione dell’educazione gratuita fino ai 3 anni di età.
Ma nell’accordo vi sono anche importanti segnali in quanto a diritti sociali, dopo alcune decisioni già prese dall’esecutivo socialista come quella di restituire la copertura sanitaria universale, includendo i migranti, o, proprio in questi giorni, di far pagare alle banche, e non ai clienti, la tassa di bollo sui mutui. Nell’accordo si propone anche di modificare la legge sulla violenza di genere seguendo la proposta fatta da Podemos in Parlamento o di riformare la legge elettorale obbligando tutti i partiti a presentare delle liste in cui si rispetti la parità di genere. Si prevede inoltre la depenalizzazione dei reati di offesa alla corona e ai sentimenti religiosi, l’annullamento dell’articolo del Codice Penale che punisce con il carcere i picchetti negli scioperi, la regolamentazione della pubblicità del gioco d’azzardo, la riforma della “legge bavaglio” e, in futuro, della legge del lavoro approvate dal governo Rajoy. Non è poco. Affatto. Come ha affermato il vicesindaco di Barcellona, Gerardo Pisarello, si tratta di una manovra che “aiuta a riattivare l’economia, a promuovere l’innovazione scientifica e tecnologica e soprattutto a rafforzare i diritti sociali”.

Un vero e proprio accordo di governo
I finanziamenti di queste spese verrebbero principalmente da un aumento delle tasse, in primo luogo aumentando le aliquote Irpef per chi ha un reddito superiore ai 130mila euro all’anno, portando al 15% le imposte sulle società per le grandi imprese e del 18% per il settore finanziario, istituendo una patrimoniale dell’1% per chi possiede una fortuna superiore ai 10 milioni di euro e creando una tassa sulle transazioni finanziarie. Si lavorerebbe poi per una riforma delle partite Iva in modo da legare il pagamento dei contributi alle entrate reali. Insomma, chi più ha più paga. Altro che flat o dual tax. Non è quanto avrebbe voluto Unidos Podemos, ma i passi in avanti sono comunque notevoli.
Non si tratta dunque di una semplice manovra, ma di un vero e proprio accordo di governo che guarda al futuro. È un messaggio importante nella congiuntura europea attuale: Sánchez ha optato per un’alleanza a sinistra e Unidos Podemos ha deciso chiaramente di voler partecipare a un governo con i socialisti. Il tutto senza rompere con Bruxelles. La ministra dell’Economia, Nadia Calviño, che è stata direttrice generale del Bilancio europeo negli ultimi quattro anni, è riuscita già a luglio a ottenere dalla Commissione Europea lo 0,5% del Pil – ossia 6 miliardi di euro in più per la spesa pubblica – rispetto a quanto pattuito dal precedente governo del Pp. Grazie a un’economia che cresce del 2,6% nel 2018 e del 2,2% nel 2019, si riuscirebbe dunque a diminuire il deficit al 2,1% nel 2019 e all’1,9% nel 2020. E il deficit strutturale, secondo le stime di Madrid, si ridurrebbe dello 0,4%. Esattamente il contrario di quanto stimato per l’Italia. Bruxelles si è dimostrata conciliante con il governo spagnolo: il prossimo 21 novembre si avrà la risposta definitiva, ma non si prevedono stravolgimenti. […]

Il TAP si farà: lo vuole lo Zio Sam
La costruzione del TAP (Trans-Adriatic Pipeline), il gasdotto sottomarino che dovrebbe portarci il gas dal Mar Caspio sbucando sul litorale pugliese, ha dato vita, com’è noto, a un’ampia opposizione popolare che, in quei territori, si è trasformata nel marzo scorso in un voto massiccio per il Movimento 5 Stelle che si era impegnato a bloccare l’opera. L’attuale voltafaccia del Movimento, che ha ormai chiarito che l’opera si farà, ha destato lo sdegno delle popolazioni locali, che temono un impatto pesante nel delicato equilibrio naturale e paesaggistico del Salento.
Il fatto è che la scelta del governo non è dovuta tanto al tradimento di Di Maio, come pensa il movimento no-TAP, o alle promesse da marinaio tipiche dei demagoghi come scrive soddisfatta “la Repubblica”, e neppure alle insopportabili penali da sostenere, come dichiarano Conte e Di Maio. La vera ragione di fondo è che quel progetto è di vitale importanza geopolitica per gli Usa. È ciò che spiegano bene due giornalisti italiani di lungo corso come Alberto Negri (https://notizie.tiscali.it/politica/articoli/gasdotto-Tap-in-Puglia-009/) ed Ennio Remondino (https://www.remocontro.it/2018/10/30/sul-tap-e-nascondino-geopolitico/).
Il TAP, infatti, costituisce il tratto europeo di un possibile gasdotto che dai giacimenti del Mar Caspio in Azerbaigian giungerebbe attraversando i territori della Georgia, della Turchia, della Grecia e dell’Albania al nostro paese (il TAP vero e proprio è il tratto dalla frontiera greco-turca alla Puglia). Si tratterebbe, come si vede, di un tracciato da cui è esclusa la Russia, a tutt’oggi uno dei principali fornitori di gas naturale all’Europa, e dunque di un’operazione di fondamentale interesse geopolitico (non un interesse economico diretto) per gli Stati Uniti e per la stessa Unione europea, purtroppo pienamente protagonista di questa nuova guerra fredda incipiente.
Dato questo quadro, con le connesse fortissime pressioni, e considerata la benevolenza che l’amministrazione Trump sta riservando finora al governo italiano (non certo gratuita – osserva Negri), l’esito di questa vicenda era forse inevitabile. Affermare la propria indipendenza da Washington non è mai stato facile.
[tm]

A 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunita a Parigi, proclama solennemente la Dichiarazione universale dei diritti umani, “come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni”.
Con essa la comunità internazionale riconosce i diritti uguali, inalienabili e inviolabili degli esseri umani, il cui disprezzo, si legge nel Preambolo, “ha portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”.
Al concetto di uguaglianza, già affermato nella Dichiarazione americana del 1776 (“tutti gli uomini sono creati uguali”) e francese del 1789 (“gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”) la Dichiarazione universale affianca il concetto di dignità: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” (art. 1).
Il valore della dignità umana è posto al di sopra della sovranità degli stati ed è alla base di tutti i successivi articoli che comprendono sia i diritti dei singoli individui, sia i diritti sociali. Diritti individuali e diritti collettivi sono indissolubili; ciascun individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, cioè alla realizzazione di quei diritti economici, sociali e culturali indispensabili per il “libero e pieno sviluppo della sua personalità” (art. 29). Occorre pertanto creare le condizioni educative, politiche ed economiche che lo garantiscano, un dovere verso la comunità a cui tutti sono chiamati a concorrere.

Gli estensori della Dichiarazione avevano ben chiaro che la Carta, per essere efficace, non poteva limitarsi a esprimere dei principii etici, ma doveva essere dotata di strumenti che rendessero effettivi ed esigibili i diritti enunciati. La Commissione per i diritti umani (sostituita nel 2006 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con maggiori poteri) lavorò a lungo per stabilire delle norme giuridiche e nel 1966 furono sottoscritti due Patti internazionali sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, che si completano con altre convenzioni che intendono potenziare la tutela di alcuni diritti specifici: per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, contro la tortura, sui diritti dei rifugiati, sui diritti dell’infanzia, contro ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, sino alle convenzioni più recenti in materia di protezione dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, sparizioni forzate, e in favore delle persone disabili.
E’ motivo di soddisfazione notare che molte delle disposizioni della Dichiarazione erano già inserite nella nostra Costituzione, approvata un anno prima.

Nei settant’anni che ci separano dalla proclamazione della Dichiarazione, molti sforzi sono stati fatti e molto sangue è stato versato per tradurre in realtà i diritti umani universali. Pensiamo solo a quanto è costato liberarsi dal dominio coloniale a paesi come l’Algeria e il Vietnam, l’Angola e Timor Est, molti anni dopo la solenne proclamazione del diritto all’indipendenza di tutti i popoli coloniali del 1960 Molto è stato fatto, ma moltissimo resta ancora da fare. Pensiamo alla parità tra uomo e donna, ancora un miraggio in molte parti del mondo, e ancora non pienamente realizzata neppure nei paesi più avanzati. O, per restare più vicino a noi, pensiamo ai diritti ignorati e calpestati del popolo dei migranti, mentre il governo italiano dichiara di non voler sottoscrivere il Global Compact for Migration, il patto ONU per regolamentare le migrazioni nel rispetto dei diritti umani.

La battaglia per l’affermazione dei diritti umani sarà ancora molto lunga, ma, per quante critiche si possano fare all’ONU, dimenticare come è nata la grande spinta ideale che ha portato alla Dichiarazione universale dei diritti umani significa fare un altro passo verso la barbarie.

C’è chi dice no
Non c’è fine ai provvedimenti razzisti, dai più patetici, come la mozione della Regione Lombardia, votata a scrutinio segreto, che premia i Comuni che non impiegano migranti e richiedenti asilo volontari per la cura del verde pubblico, alle accuse a Medici senza frontiere per traffico illecito di rifiuti.
La procura di Catania, già nota per avere a lungo e inutilmente indagato per traffico di esseri umani le organizzazioni impegnate nei salvataggi in mare, ora ci riprova, bloccando i conti di Medici senza frontiere e ponendo sotto sequestro la nave Aquarius. Difficile credere che MSF abbia deliberatamente messo a rischio la salute pubblica mescolando rifiuti pericolosi insieme a normale spazzatura per risparmiare un po’ di soldini, ma l’obiettivo di criminalizzare le ONG, testimoni scomodi di quanto accade nel Mediterraneo, è raggiunto.

L’ultimo atto nella guerra contro i migranti è il cosiddetto decreto sicurezza, ora convertito in legge, contro il quale si moltiplicano le manifestazioni e le prese di posizione.
“Non si rispettano le norme costituzionali”, avverte il Consiglio superiore della magistratura, mentre l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ricorda come qualsiasi nuovo provvedimento debba essere conforme alla Convenzione di Ginevra, alla normativa internazionale e agli standard europei esistenti.
A queste autorevoli voci si aggiungono quelle di molti consigli comunali, da Torino a Palermo, da Milano a Bologna e l’aperto dissenso del presidente della Camera, Roberto Fico.
Con un clic, così si potrebbe dire di un decreto votato con la fiducia senza alcuna discussione, si sono cancellati anni di pratiche di buona accoglienza, come quella offerta dagli Sprar, e si buttano in mezzo alla strada migliaia di titolari di permessi umanitari, aboliti (o meglio, arzigogolatamente rivisti) dalla nuova norma, oltre alla perdita del posto di lavoro per molti operatori dell’accoglienza.
Non a caso molti sindaci parlano di decreto insicurezza e il presidente delle Regione Lazio Zingaretti rincara: “Riversare sulle strade migliaia di persone senza più diritti e fuori da un sistema di servizi sociosanitari non è solo immorale, ma è un fattore grave di debolezza e pericolo per l’intera comunità. Il decreto sicurezza genererà caos, emarginazione, uno stato di emergenza permanente”.
“Non con i nostri soldi”, è lo slogan reiterato della propaganda, ma quasi nulla si dice dei costi che verranno invece spesi per la repressione – dalla prolungata permanenza nei Centri per le espulsioni ai costi dei rimpatri – o che ricadranno sui Comuni, stimati dall’Anci in 280 milioni di euro all’anno. Ma l’Anci non si limita a protestare, e sta per lanciare un Osservatorio nazionale che monitori l’impatto della legge sui territori.
Protestano anche le famiglie che hanno accolto nelle loro case ragazzi asiatici e africani e che a Bologna si sono “messe in rete”. In un comunicato le famiglie insorgono: “Non metterete in pericolo la vita e la felicità di ragazzi che parlano italiano, lavorano, studiano, vogliono vivere e amare nel nostro paese. Questo decreto è ignobile e noi lo combatteremo in tutte le sedi, dalla Corte Costituzionale fino alla Corte Europea di Strasburgo. Se vorrete cacciare questi preziosi giovani dovrete farlo espellendo anche noi.”
Ma forse il gesto più clamoroso arriva da un prete, don Paolo Farinella, parroco della chiesa di S. Terpete nel centro di Genova, che terrà chiusa la chiesa per tutto il periodo natalizio per protestare contro il decreto sicurezza. “Dietro parole roboanti, confuse e immorali – scrive don Farinella –  si nasconde la volontà determinata di colpire ‘i migranti’, proprio alla vigilia di quel natale che celebra la nascita di Gesù, emigrante perseguitato dalla polizia di Erode. […] La chiesa di San Torpete in Genova resterà chiusa perché un Natale senza Cristo, un Natale senza Dio, un Natale senza Uomo non può dirsi Natale. Possa la chiesa, chiusa per fallimento, stimolare il pensiero e la riflessione dei credenti”.
[eb]

Il presepe vivente. L’Avvenire contro Salvini
Dall’editoriale di Marco Tarquinio, direttore de l’Avvenire, del 1° dicembre 2018

Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù:, uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del “sì” che tutto accoglie e tutti salva e dei “no” che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.
Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di “scartati”, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente.
Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un “luogo” che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I “rifugiati” sì, i “protetti” no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.
Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla “la Legge della strada”. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova “Legge della strada” già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.
Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria».
Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.

P.S. Per favore, chi ha votato la “Legge della strada” ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo.

Non lasciamoli soli
Ci sono tanti modi per dimostrare una solidarietà concreta verso i migranti. Uno di questi lo offre la legge del 2017 che definisce un sistema organico di protezione e inclusione per i minori soli, attualmente circa 13.000, e che istituisce la figura del tutore volontario per minori non accompagnati.
Diventare tutore è un modo per praticare l’accoglienza e non rimanere indifferenti di fronte ai drammi che tanti ragazzini hanno sofferto, diventando per loro un riferimento valido e sostenerli nella loro crescita, perseguendo il riconoscimento dei loro diritti ed esercitando la loro rappresentanza legale.
Oggi chi diventa maggiorenne ha varie possibilità per poter rimanere legalmente in Italia, ma le nuove norme aumentano l’insicurezza e rischiano di rendere questi ragazzi più vulnerabili. È quindi particolarmente importante che qualcuno vigili su di loro. È importante anche ricordare che il tutore volontario non sostituisce le figure professionali già previste nei processi di presa in carico e assistenza (educatori, assistenti sociali), ma è “una persona su cui contare”, un adulto di fiducia e di riferimento in più.
Un’avvertenza: essendo ancora una novità, le procedure non sono pienamente a regime, per cui fra la domanda e la nomina può passare parecchio tempo.
Il bando scade il 31 dicembre. Tutte le informazioni al sito:
https://www.garanteinfanzia.org/news/minori-stranieri-non-accompagnati-bando-diventare-tutore-volontario

Vergogna al Cimitero Maggiore di Milano.
Qualche settimana fa, non ricordo il perché, cerco una mappa del cimitero di Musocco, (il Maggiore appunto). Vado allora su Google, digito “Mappa del Cimitero Maggiore di Milano” e si apre una pagina divisa in due: a sinistra i link ad alcuni siti che dovrebbero contenere la mappa di mio interesse, a destra l’indirizzo del cimitero e l’immagine dell’ingresso.
Sotto, in bella evidenza, sono elencati i  personaggi illustri che riposano in questo cimitero. Sono solo due: Alessandro Pavolini e Luisa Ferida. Pavolini è stato segretario del PFR (partito fascista repubblicano), l’ultima e più feroce incarnazione del fascismo italiano, istigatore di feroci rappresaglie contro patrioti, contro cittadini innocenti e contro i suoi stessi camerati considerati “troppo morbidi”. Luisa Ferida, attrice di successo, era un’assidua frequentatrice di villa Triste, a Milano, dove la banda Koch ha torturato e ucciso centinaia di patrioti.
Sono questi criminali di guerra i morti più illustri che riposano al Cimitero Maggiore? Qualcuno, magari il Comune, può suggerire a Google.it di rimuovere questa vergogna?

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