Pino Ferraris, un montanaro.

Scrissi questo articolo in memoria di Pino Ferraris, nell’ anno 2012. Fu un amico dolcisssimo, mai dimenticato. franco calamida.

 

Racconto di Pino a Chamois, piccolo paese della Valla d’ Aosta.

Ci siamo incontrati in anni lontani, in un qualche convegno sindacale o assemblea operaia. Mi impressionò, non tanto per suo parlare colto, da saggio, che sa tante cose, che molto ha studiato, eppur è quasi bambino, ma per la sua coinvolgente passione.

A quei tempi, un’assemblea seguiva l’altra,e le lotte, e i picchetti, e gli scioperi e noi che volevamo cambiare il mondo, e il nostro, anche il mio, infantile, forse ingenuo, entusiamo. Aborrivamo il cinismo e l’indifferenza . Amavamo la coerenza. La nostra è stata una generazione fortunata : la politica dava senso alla vita.

Per Pino era la vita, era l’incessante ricerca . Ripeteva spesso: solo nel conflitto si disvela la realtà della condizione operaia e delle complesse relazioni interne alla classe .Nulla è definito una volta per tutte, cambia, scorre; bisogna esserci, essere parte, prendere parte. Bisogna anche leggere, leggere, leggere. Il valore dello studio. Per capire .E fare inchiesta. Sempre dalla parte dell’estremismo sociale mai da quella dell’estremismo ideologico. La società non è una somma di individui, ma un insieme di relazioni, l’opposto del terribile detto della Signora Tatcher: “la società non esiste” e fu l’inizio del grande disastro.

Dopo la notizia della morte, ricevuta dal figlio Sergio, dopo il mio attonito silenzio, ho cercato nella memoria il mio primo ricordo di Pino: un grande prato in pendenza lieve, in montagna, a Chamois in Val d’ Aosta, il profumo del fieno : su una stradina sterrata che corre sul lato, passato il torrente, allora c’erano le trote, saliva,di buon passo,Pino . Arrivava dalla Ville, una frazione e veniva a Suisse, a trovarci. Non è facile definire la felicità, ma i piccoli eventi gioiosi che fan bella una giornata, quelli si, quelli si conoscono bene, non si dimenticano, si sa cosa sono . L’arrivo di Pino era una di quelle gioie, il vederlo su quel sentiero era il preannuncio di qualche ora di magnifica conversazione. Era l’incontro,ancora una volta, come il passar delle stagioni. Ah!, come raccontava bene, Pino; chi l’ha conosciuto mi capisce. Parlava con slancio travolgente,si infuocava. Di ogni fatto, piccolo del vivere quotidiano, o grande della realtà del mondo, o della storia, o evento politico,  dava una originale, inattesa, lettura ; acuta, coltissima, senza la pur minima traccia di supponenza, della presunzione del “ colui che sa”. Episodi di lotta operaia o contadina ; un paesaggio o il quartiere di una città, spesso Parigi ; una esperienza di vita, prendevano forma nella sua narrazione, uscivano dal manto di nebbie che le occultava, nascevano perché narrati da Pino e colpivano l’immaginazione. Era la narrazione della realtà. Affascinante. Sembrava, quasi, non la narrazione, ma la realtà stessa, scovata da Pino e comunicata agli amici, come un dono. Spesso ti forzava a rimetter in discussione tue convinzioni. Ma quel che più mi incantava era il castello magico di idee, la costruzione che prendeva forma, l’accostamento di esperienze vissute con i riferimenti degli intellettuali che lo ispiravano. La forma,la bellezza della forma. Il comunicare richiede amore . Come spiegarmi ? Immaginiamo di vedere Van Goog dipingere un paesaggio, e confrontarlo con il suo quadro in divenire : ecco, la narrazione di Pino era il quadro . Era l’arte della narrazione. Suoi i colori, i contorni, i contrasti . Suo il paesaggio descritto, da far vivere raccontandolo .

Così si conversava, tutte le mattine, circa alle 11, quando non pioveva, nel bar della piazzetta ; un aperitivo e i monti di fronte, il sole che scaldava e ce n’era bisogno, con Alessandro Cavalli, Daniela Garavini, Claudio Lombardi e Ilaria, che cantava come un angelo, Rita Brivio, Leonida Calamida e l’ Alba, Laura Balbo, Michele Salvati ( studiava e scriveva, un giorno fece persino una passeggiata) e Bianca Beccalli . Quanti amici aveva Pino, che incontrammo a Chamois: Emilio Molinari, Luigi Ferrajoli e Marina e il figlio, oggi padre, e Laura De Rossi, i Magnaghi, Sesa Tatò, più tardi Lucetta e Mario Pucci e tanti altri . E poi,sul terrazzo di casa mia, a Suisse, si pranzava : un gran tavolo che poggia su una forte radice di larice, non lontano le colline con le pinete, vicino, tutto attorno, il bosco … e ancora il buon dire e l’allegria,quanta bella allegria,come fa bene il ridere, e vino, quanto vino, come fa bene il vino. E poi, nel primo pomeriggio, musica : Vittorio Rieser suonava l’organo e Luigi Bobbio il flauto traverso, Pachebel. Chi per caso passava a Suisse, il paesino con un solo residente, Emilio, si fermava stupito e si sedeva sui gradini a lato della casa. Ed era contento. E arrivava il caffè corretto a monte, basta metter nella caffettiera la grappa invece dell’acqua.

La sua sigaretta era eternamente accesa, stretta tra le dita, che si consumava lentamente mentre parlava e riempiva di cenere il grembo del suo vestito, sempre scuro. Poi passò alla pipa, poi smise di fumare.

Fui ospite a casa sua . Con Vittorio Foa . Primi anni 70, o ancor prima. Casa costruita dal padre di Pino, a la Ville, antica ed ospitale, i travi in legno erano bassi, nessun problema per Pino, qualcuno per me, che stavo attento, molti per Vittorio, che non ci vedeva benissimo, e prendeva colpi, stoicamente, e io gli consigliai un elmetto . Di cosa Vittorio abbia rappresentato per Pino, dell’influenza del suo pensiero, della dialettica nel confronto, appassionata, dovrebbe scriverne Pino. Io dico solo della profondità, intellettuale e umana di questo rapporto . E dell’affetto . Molti, molti anni dopo andammo a trovare Vittorio a Cogne, vi trascorreva le vacanze estive, era fisicamente provato, ma lucidissimo, ci spiegò diverse cose, premettendo “ come sapete ecc ecc” e ci parlo’ della libertà (superare gli ostacoli, spezzare gli steccati, andare oltre i muri, eliminare ciò che ci limita ) . Sulla via del ritorno a Chamois, in macchina, guidavo lentamente sull’autostrada a fondo valle, dai fianchi bellissimi, a tarda sera, Pino, pensieroso, disse : “la libertà, non è positiva ? devo rifletterci “. Ne scrisse poi, in diverse occasioni . Scrisse molto.

Mi raccontò Pino, divertito, che in visita a Washington, alla biblioteca del Congresso, Vittorio Foa consulto’il computer per verificare se c’erano suoi scritti : 4 . Poi fece lo stesso per Pino: 6 .

Pino amava la musica,l’architettura, la pittura: in ogni pinacoteca famosa diceva di avere 4 o 5 quadri suoi amici, non guardava gli altri, solo quelli . All’ Accademia, a Venezia abbiamo trascorso qualche giorno lo scorso anno, con Mariella, Pino andò a trovare i ”suoi 4 amici”, poi sulla via della toilette, si imbattè in uno splendido Antonello da Messina che elesse a quinto amico. A conferma del detto : “le vie del signore sono infinite”.

Pino stimava Paolo Ferrero, molto, pur non condividendo per nulla le sue posizioni negli utimi anni. Un giorno eravamo sulla cresta del Faliner, vista bella, salita facile, squillo’ il cellulare di Pino (che strano suono lassù), era Paolo, era il giorno del congresso Prc e della scissione, l’inizio del nostro disastro. Pino gli parlò, poi commentò “farà l’opposto di quel che gli ho detto” e ridemmo, sapevamo che era grave, ma da lassù,che ci potevamo fare.

Pino era goloso, certo di sapere, ma anche di dolci . Non era un gran cuoco, invidiava Vittorio Foa che sapeva cucinare un solo piatto, ma bene : la peperonata.

Ho trasorso quasi tutti i capodanni con Pino, almeno trenta, fose più, un rito che si ripeteva immutabile : buona cena conviviale, camminata sotto le stelle e il gelo fino alla piazza del paese, fiaccolata degli sciatori, falò, con salto del fuoco, da giovani, una cantata di tutto il paese: Bella ciao i primi anni, poi, in quelli successivi: quel mazzolin di fiori .

Una volta, la cena era prevista a casa mia, a Suisse; aperitivo da Pino, a la Ville . Marilena aveva preparato un panettone farcito di panna. Pino sentenziò: “Non mi fido di nessuno, lo porto io”. Davanti alla porta lo attendeva, perfida, una lastra di ghiaccio vivo, azzurro . Pino scivolò,si sollevò per aria, ricadde sul panettone, la panna schizzò attorno . Il suo volto lo ricordo bene: attonito .

La cena fu come si deve, buon cibo, una bottiglia via l’altra, fuori freddo e neve, dentro bel calduccio, in 12 in una stretta cucina, con le pentole sul fuoco, e allegria . Al dolce, Pino emise una sentenza che non dimenticheremo mai, breve, netta, espressione della sua capacità di sintesi, sincera : “Io sono per il socialismo alla panna”.

Un altro capodanno venne Felice Piersanti, con un tacchino di dimensioni mai viste.

Si avviò sulla pendente stradina che porta alla Ville, ghiacciata, scivolò, con il tacchinone esagerato tra le braccia . Ma noi rivoluzionari eravam dei duri, Felice non mollò il tacchino, percorse in picchiata alcune decine di metri, come fosse su di una slitta, ma senza slitta; lo fermò, ma a fine corsa, Pino. Fu messo nel forno, il tacchino ovviamente, colò il grasso e il forno prese fuoco. Che serata bellissima . Si dice “grasso che cola”, non sempre è un bene.

Parlavamo, è ovvio, anche di politica, di tutto; partecipammo al tentativo di costruire un partito : le cose non sono andate come speravamo. In fondo, noi rivoluzionari, noi extraparlametari, noi contro il sistema dei partiti, noi libertari, siamo stati bravi a fare i movimenti, meno a fare i partiti. E fummo ottimi sindacalisti, Pino bravissimo, maestro di sindacalismo, anche in Brasile.

Ci consolavamo, per come andavano le cose, con questa modesta considerazione : “i partiti passano, i sindacati restano”. Così è stato.

Pino era distratto, non quanto il nostro comune, e caro, caro amico, Luigi Ferrajoli, che tanto della vita e del pensare ha condiviso con Pino, ma comunque abbastanza distratto. Una volta Pino chiese a Luigi il suo numero di telefono, perché l’aveva cambiato. Luigi, che non lo ricordava a memoria (eppure ha formidabile memoria per altre cose)  consultò l’agenda e glielo diede. Pino trovò occupato per molti giorni, incontrando Luigi chiese spiegazioni, lui riconsultò l’agenda ed esclamò: perbacco, ti ho dato il tuo numero . Pino telefonava a se stesso.

A Firenze, per un Convegno, arrivò a casa di due giovani sposi che lo ospitavano, compagni (allora non si andava in albergo, la sera non si era mai soli). Era luglio, torrido. Disse Pino: “Mi sento la febbre, ho molto caldo” . Risposero : “Prova a toglierti il cappotto”. Me lo raccontò ridendo.

Anche della morte parlammo, o meglio, solo dei suoi dintorni . Condividevamo il giudizio di Woody Allen, che alla domanda :”Cosa pensa della morte ?” rispose : “Sono nettamente contrario” . Mi raccontò anche di una sua stretta parente, che era andato a trovare al suo paese . Lei l’aveva portato al vicino, piccolo cimitero . C’erano la tomba del marito, con i fiori freschi e la sua, già pronta. E lei era serena, disse “ Qui staremo bene per sempre” . Pino, e anch’io, invidiavamo quella naturale accettazione della vita che si estingue in morte.

Negli ultimi anni fu il nonno più nonno di tutti i nonni del mondo .Le sue elaborazioni sulla nonnità meritano uno scritto a parte. Il nipote è figlio di Sergio, l’altro figlio è Walter, tanti incontri a Chamois anche con lui . All’inizio la politica dava senso alla sua vita, negli ultimi tempi, il nipote era la continuazione e la trasmissione della vita, il passagio sul ponte perenne dell’amore.

Qui finisce il mio raccontino . Senza saluti .

Sono tra quelli che per Pino hanno provato, e provano, una amicizia così profonda, da assomigliare all’amore, che forse è amore.

Perché,va detto, a quei tempi noi, noi ci si voleva bene, e anche oggi ce ne vogliamo .In questo non siamo stati sconfitti . Il mondo non è cambiato in meglio, per ora, ma il mondo non ha cambiato noi nei nostri affetti forti, nei valori e nella speranza di giustizia, nella rigorosa coerenza di vita, nell’elogio della modestia. Lo dobbiamo anche a Pino.

Franco Calamida. Febbraio 2012

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